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L'Ultima Speranza: Il Destino dei Ruma Volume II
L'Ultima Speranza: Il Destino dei Ruma Volume II
L'Ultima Speranza: Il Destino dei Ruma Volume II
E-book567 pagine8 ore

L'Ultima Speranza: Il Destino dei Ruma Volume II

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Info su questo ebook

La compagnia di Elan ed Helkas, guidata dal famoso nano Bodar, inizia il proprio viaggio verso i Turanti, con l'obiettivo di cercare rinforzi oltre di essi. La loro missione non è facile, il cammino è costellato da insidie e il nemico potrebbe essere più vicino di quanto sembri. Intanto l'avanzata dei temibili Ruggiti di Ghiaccio viene arginata dalle forze alleate degli uomini del Fernad e dei nani dei Gorgonti, scesi finalmente in guerra. Ma qualcosa si muove nell'ombra: un piano ordito in segreto e portato avanti dallo stesso Garad-Duram, Imperatore dei nani. La Guida Lenim si ritrova a considerare l'idea di privare gli elfi della loro libertà e costringerli a combattere una guerra ancora molto lontana.
Nel frattempo, un interrogativo aleggia silenzioso: i Ruggiti di Ghiaccio sono la Nemesi? Se così fosse Kendar intera potrebbe essere vicina all'estinzione, e a quel punto i compagni guidati da Bodar sarebbero la sua ultima speranza.
LinguaItaliano
Data di uscita24 set 2020
ISBN9788835896609
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    Anteprima del libro

    L'Ultima Speranza - Marco Della Mura

    Nemesi-

    L'ORDINE DELLE COSE

    Il disordine, l'unica matrice da cui può scaturire la vita: così semplice e complessa, mirabile nelle sue sfaccettature e fragile come una foglia avvizzita; ma meravigliosa come la proiezione del fiocco di neve nelle iridi di un solitario cantastorie, davanti alle scintille di un racconto in una notte esule. E in quel fiocco di neve perfetto: un mondo ghiacciato e freddo, intricato e misterioso. Una terra vergine baciata dal primo sole che ne fa ardere il manto nevoso di un fuoco che non brucia. Un mondo che, sopito fino ad allora, aveva emesso il primo vagito percependo il sole sulla pelle per la prima volta, venendone abbagliato, meravigliandosi del suo calore e riempiendosi di colori al suo riflesso, cominciando la sua danza di gioia.

    Era dal buio che era iniziato tutto, dall'inospitale Mor, così odiato e temuto dai mortali, ma privo di bramosia rispetto agli altri elementi. Tutto era scaturito dall'oscurità, così come iniziava ogni nuova Donazione, così come ogni Ciclo di seicento Donazioni iniziava e così come ogni Era poteva originarsi. Dopo l'oscurità veniva la seconda stagione: la terra, Kar, involucro caldo e ospitale, pronto a ricevere la vita che sarebbe, in seguito, scaturita dall'acqua, la terza stagione, venerata dai suoi figli come Quv, portatrice di vita. Il quarto cambiamento era perpetrato dall'aria, Des, il soffio che imprimeva cambiamento alle cose. E poi veniva la luce, il caldo astro conosciuto col nome di Alo, portatore di smisurata conoscenza. L'ultimo a giungere era sempre il fuoco; amato e odiato, auspicabilmente inesistente ma necessario affinché persistesse la caducità dell'essere nel mondo, affinché alla vita, scaturita dal barbaglio di quel fiocco di neve, fosse dato il giusto valore.

    Per morire. E poi rivivere

    PRELUDIO - IL RISVEGLIO

    Dei passi veloci impattarono sulla sabbia sollevandone mucchietti a ogni tonfo. Un'ombra si muoveva lesta lungo la riva e i suoi piedi nudi battevano la sabbia, seguendo il ritmo del suo cuore che pulsava nel petto pieno di vita. Alla sua destra, il mare ancora zaffiro scrosciava e mormorava, in attesa del risveglio. L'alba era ormai vicina, lo si percepiva nell'aria prima ancora di vederlo nel cielo, il quale assumeva pian piano sfumature preziose come il cobalto. Quella notte gli era bastato guardare il mare per osservare come erano cambiate le stelle, come era cambiato il mondo in tutte quelle Donazioni, rimanendo, in fondo, sempre lo stesso. Sapeva che di lì a poco sarebbe iniziata la fine, anzi, la fine era già iniziata, cominciata nello stesso momento in cui il mondo si era destato, nello stesso attimo in cui il pianeta aveva palpitato, esalando il primo spasmo d'agonia.

    E ora stava attendendo, quasi immobile. Cambiando impercettibilmente, passo dopo passo, un granello di sabbia alla volta. Attendeva la fine, e il nuovo risveglio, in un eterno ciclo di vita e morte, perché una era anche l'altra, entrambe erano l'equilibrio. E quando la notte sarebbe nuovamente giunta, i mortali avrebbero avuto le costellazioni a guidarli, le storie dei tempi passati e i sogni per quelli futuri. Stava per sorgere il giorno. Da quel momento tutto avrebbe cominciato a decadere, il buio avrebbe cominciato a inghiottire la luce e la luce a divorare il buio, mentre il coraggio e la poesia avrebbero lanciato il loro canto del cigno per sopravvivere e immortalare quei momenti. Il suo percorso cominciava con quella nuova alba, con una voce a chiamarlo dal mare, un sussurro che annunciava l'avvento del giorno, un suono che sarebbe cresciuto d'intensità fino a esplodere in un urlo quando sarebbe infine arrivata la sera.

    Il mare: infinite leghe di silente distesa blu che ricopriva il mondo, celando segreti e creature da sempre sconosciute. Una manciata di note di una musica profonda, da tempo dimenticata dai mortali. Un risveglio che doveva in qualche modo iniziare, lungo il filo di ragnatela tessuto tra due rami, in una piuma trasportata dal vento e nel battito d'ali di una farfalla la cui vita durava una sola notte, in una goccia di rugiada e nella mente di un poeta.

    Quel sussurro proveniente dal mare sarebbe stato l'origine di quelle creature, l'antico richiamo primordiale alla contingenza, al cambiamento, che era al contempo vita e morte.

    Era questa la libertà: poter vivere, e poter morire, decadere per rinascere, non essere più, per non essere per sempre. Il lento fluire delle onde, il loro moto perpetuo che avanza e si ritrae. E non c'è altro se non il tutto che è dentro. Totalizzanti maree influenzate dalla luna, conquistano e si ritirano, per poi inghiottire, nel fondo, le verità che il mondo dimentica.

    NON CONOSCENDO COMPASSIONE

    277° Donazione del Ventiduesimo Ciclo. Dono del Vento di Des, Quarantottesimo Momento di Sole. Gorgonti Regno dei Nani.

    L'aria della sera era fredda e solitaria, pareva quasi volesse starsene per i fatti propri, ignorando completamente le luci e le voci dalle case di legno e dalle vie poco affollate del villaggio. Una moltitudine infinita di piccole perle luminose costellava il mare oscuro sopra le vie in terra battuta, in cui pochi burberi uomini si aggiravano barcollando per tornare dalle loro mogli. Maree stellari, ghiacciate in un movimento talmente lontano da sembrare statico ai limitati mortali, si estendevano ben oltre le mulattiere e i campi al di fuori dei confini demaniali di quel signorotto padrone del villaggio. Illuminavano gli anfratti più reconditi dei boschi, fino al mare salato in cui il cielo si rispecchiava, per il desiderio di rifulgere di ancora più stelle; fino alle montagne a est, che parevano alzarsi in punta di piedi per poter osservare quello spettacolo più da vicino. Ma non aveva confini, la volta celeste andava oltre, coprendo anche il mondo sconosciuto al di là di quei monti, dove altri probabilmente stavano guardando quello stesso cielo. E ancora più in là, protendendosi e superando l'infinito del tempo e dello spazio.

    Era una notte serena, di quelle dove non c'è né gioia né tristezza, ma solo tranquillità. Il mondo non sembrava attendere nulla semplice mente perché non sembrava che potesse accadere nulla. Il frinire continuo dei grilli accentuava quest'idea nella mente dell'orco che rispondeva al nome di Ashtar. Figlio di Quv, il Possente Divino che dava la vita, il Terzo Che Giunge, l'Acqua.

    L'orco se ne stava in piedi sul t errazzo del castello del signorotto Stendav che si dichiarava padrone di quel villaggio. Brache di pelle e un gilet di cuoio costituivano il suo unico abbigliamento. Aveva i piedi nudi e una treccia nera che gli ricadeva lungo la schiena. Le orecchie leggermente a punta con due lobi ciascuna, gli occhi piccoli e scuri e privo di capelli ai lati della testa .

    Chiamare castello il grosso edificio di legno a due piani su cui si trovava era esagerato; in realtà era solo una costruzione costituita da un grosso salone, al primo piano, con un focolare al centro della sala sorretta da lisce colonne di legno, e un secondo piano per le camere del feudatario. Ma agli uomini piaceva essere pomposi, meno dei nani certo, ma almeno i barbuti figli di Kar costruivano architetture veramente grandiose. L'Hiddelfarst non era una terra povera, erano i suoi abitanti a esserlo: poveri nello spirito e nell'immaginazione, egoisti oltre ogni dire e spesso perfidi. Oltre agli squallidi mercenari, pagati miseramente e pronti a vendersi al miglior offerente come prostitute, il resto del volgo era costituito da inetti braccianti al servizio dei feudatari sparsi per il regno. I campagnoli che si rifiutavano di sottostare a tutte le vessazioni a cui erano sottoposti, diventavano briganti o, tutt'al più, mercenari, tentando, almeno in parte, di cambiare la propria situazione di vittime. Gli unici che se la passavano un po' meglio abitavano a Faros, la fredda capitale politica del regno, anche s e nessuno tra gli uomini la considerava più la capitale di niente da tempo.

    Ashtar, con sessantadue Donazioni alle spalle, immerso nelle Donazioni Senza Tempo, disdegnava tutte quelle gerarchie, il mondo non si divideva in servi e padroni, il mondo non si divideva affatto secondo lui, c'era una sola categoria: gli esseri viventi, e tutti quelli che abitavano la terra ne facevano part e. Avrebbe fatto qualcosa se avesse potuto; gli orchi erano una razza pacifica e tranquilla, ma erano capaci di diventare furiosi come la tempesta. Tuttavia lui si sentiva più come un ruscelletto di campagna che un mare in burrasca in quel momento e così doveva essere. Quello stupido feudatario di Stendav aveva concesso alla sua tribù, i Sangue Bianco, di mantenere il proprio villaggio dentro quelle che lui considerava le sue terre, gli aveva solo chiesto di commerciare esclusivamente con lui e di aiutarlo a difendere quei campi assieme ai suoi soldati nel caso di un attacco. Nell'Hiddelfarst non c'erano più guerre da Donazioni ma i vari feudatari si stuzzicavano come bambini che si rubano i giocattoli. Il solo problema era che i loro giocattoli erano i soldati al loro servizio e, piuttosto che rubarseli, se li rompevano a vicenda. Le battaglie non vengono mai combattute dai Re. I potenti non vivono mai peggio nei periodi in cui i loro sudditi patiscono la fame, loro vivono sempre nel lusso e nella tranquillità e, se queste due cose non ci sono, almeno possono sempre considerarsi abbastanza lontani dalla morte per spada.

    Dopo essere stati scacciati dal luogo in cui avevano sistemato il loro ultimo villaggio, Ashtar e la sua tribù erano stati costretti a cercare un posto nuovo. Seppur sottoposti a condizioni restrittive, avevano accettato il patto con quel nobile: libertà nel suo territorio e aiuto militare in caso di conflitto.

    Ellanon cercò di ignorare il cuore che recalcitrava imbizzarrito nel suo petto, provando a concentrarsi sul proprio olfatto, ma l'erba quella notte pareva quasi non avere un proprio odore. Forse era la paura che gli ottenebrava i sensi, amplificando solo quello che gli serviva per percepire il pericolo, per sentire cose che altrimenti non avrebbe sentito. Era questa la voce che girava da sempre tra gli elfi: la paura ti fa sentire vivo, non era solo il solito detto banale delle storie che affermano che il coraggioso non è chi non ha paura ma chi l'affronta: era una cosa insita nella mente di ogni creatura. Una vecchia canzone, che parlava degli acerrimi nemici degli elfi, ipotizzava che solo il potere della paura mantenesse in vita gli esseri viventi, che essi funzionassero solo quando le loro vite erano controllate dal rifiuto di morire. Forse , era davvero così.

    Ellanon si accorse di star canticchiando Il Cercatore di Elleboro Nero dentro la sua testa e riportò l'attenzione alla realtà, guardando ancora una volta int orno a sé, lentamente, per tentare di scorgere gli altri elfi che stava guidando. Dentro la Foresta Muanf si sentivano al sicuro, nascosti tra le fronde degli alberi, più in alto dei rozzi uomini che facevano baccano penetrando troppo a fondo tra la vegetazione, ma là fuori erano nudi e indifesi come neonati. Neonati che cercano di azzannare un branco di lupi al collo, ecco cos'erano. Stavano per compiere un suicidio, ma dovevano tentare. Vide una delle guardie accasciarsi sui parapetti delle garrite di legno, non più alte degli alberi, che intervallavano la palizzata. Si alzò e corse in avanti accovacciato sperando che dentro il fortino nessuno si accorgesse di ciò che stava per accadere. Dall’erba alta intorno a lui si alzarono una ventina di elfi, silenziosi e agili come ombre. Tra essi c'erano anche le sue due splendide sorelle: Erali e Malni, la prima dai capelli profondi come la notte, affettuosa e amorevole, la seconda coi capelli corti e azzurrognoli, bassa e tarchiata. Guardandole quando stavano vicine chiunque avrebbe pensato che la madre aveva avuto intenzione di donare tutta la bellezza a Erali, lasciando Malni col naso storto e il volto non uniforme. Ma Ellanon amava entrambe senza riserve, erano state le sue prime compagne di gioco, le braccia tra cui rifugiarsi quando il mondo diventava troppo ostile e le menti con cui fantasticare quando diventava troppo stretto. Non erano suo sorelle nel senso inteso dagli altri Primi, ma lui le considerava come tali, erano stati allevati tutti e tre da Elnia dopotutto. Ellanon raggiunse la palizzata di legno e, facendosi aiutare da due elfi, si issò agilmente sulla sua cima arrampicandosi sulle spalle di uno dei due. Una volta in alto, si lasciò cadere atterrando, senza far rumore, nell'ombra dietro una casa. Attese schiacciato contro il muro che anche gli altri si calassero mentre guardava nel vicolo che separava le due strette abitazioni. Quando solo tre elfi lo avevano raggiunto si sentirono delle grida prima sorprese e poi concitate. Ellanon guardò i Figli di Des intorno a lui, i cui volti lasciavano trapelare una paura almeno grande come la sua. «La priorità è liberare i nostri fratelli prigionieri» ricordò loro prima di gettarsi nel vicolo sguainando la s pada ricurva. Maledetti Stendav, possa il vento non soffiare mai più per voi! Muovendosi velocemente tra le vie incontrò un uomo che usciva a capofitto da una porta mentre cercava di mettersi un elmo in testa. L'elfo lo trafisse alle spalle e lo spinse a terra con un calcio. Si sporse in un vicolo per poi ritrarsi al passaggio di altri due con in mano delle accette. Si mosse sotto una garrita e un tizio con un occhio solo lo attaccò da di lato. Balzò in avanti muovendo la lama all'indietro per tenere l'altro lontano. Si voltò e non diede tempo all'orbo di attaccarlo, facendosi sotto con un colpo al ginocchio. L'altro lo parò maldestramente ma Ellanon gli rifilò un pugno sul naso facendolo barcollare all'indietro. Ancora intontito, non riuscì a parare l'affondo dell'elfo.

    Quando la campana d'allarme prese a rintoccare freneticamente, Ashtar era già saltato giù dal balcone preparandosi allo scontro. Le grida dicevano elfi; sicuramente quegli idioti erano venuti a liberare i loro compagni, ma a meno che non fossero venuti con un esercito intero non ce l'avrebbero fatta. Gli uomini dentro il villaggio erano un buon numero, e avevano il supporto di qualche orco. Un' elfa, dai capelli blu come il cielo notturno alla luce della luna, gli si parò davanti rimanendo per un attimo stupita di trovare un orco. Ashtar sbuffò frustrato, avrebbe dovuto farlo o l'accordo con gli uomini sarebbe potuto andare in fumo e lui doveva dare la precedenza al proprio popolo, in fondo se non l'avesse uccisa lui lo avrebbe fatto qualcun altro. Doveva fidarsi del Corso. La ragazza si gettò su di lui urlando a squarciagola, probabilmente per farsi forza. L'orco decise che avrebbe cercato di ucciderla il più velocemente possibile. Evitò il fendente maldestro della femmina spostandosi di lato, lasciò che lo slancio dell'attacco sferrato a vuoto la sbilanciasse in avanti per prenderle il polso con una mano e i fluidi capelli con l'altra. Tirandole indietro la testa e scoprendole la gola si bloccò per un istante mentre le immagini di un'altra elfa gli riempivano la testa: due profondi laghi azzurri in un altopiano ricoperto di neve. Le ricacciò nell'oblio della mente e spinse la lama della ragazza verso il suo collo perfetto aprendo uno squarcio slabbrato da cui il sangue uscì a cascata spegnendo quella giovane vita. La lasciò cadere sforzandosi di non guardare gli occhi terrorizzati ancora spalancati verso il cielo. Il rumore di passi e un grido furente alle sue spalle lo fecero voltare appena in tempo per evitare l'assalto di un'elfa bassa e dai tratti rudi che lo incalzò con furia cieca roteando l'accetta che usava come arma. Ashtar non poté fare a meno di notare la somiglianza che aveva con l'elfa riversa a terra. Si consolò sapendo che la ragazza che lo stava attaccando non avrebbe dovuto sopportare il dolore della morte di sua sorella ancora a lungo. Bloccò il manico di legno dell'arma e lo piegò verso il basso costringendo l'elfa a mollare la presa. La colpì in mezzo agli occhi annebbiandole la vista per poi girarle attorno prendendole la testa con entrambe le mani. Compì un movimento secco delle spalle tenendo salda la presa delle dita e rompendo il collo alla ragazza che si accasciò a terra senza un gemito.

    Il suo cuore divenne un unico blocco di ghiaccio senza vita quando Ellanon vide il corpo di Malni accasciarsi a terra come un bambola, accanto a quello di Erali. Sopra di loro torreggiava un orco dalle spalle larghe molto più alto di lui. I muscoli deltoidi lasciavano intendere che quell'essere avrebbe potuto strozzare un cinghiale senza troppa difficoltà, le sue sorelle dovevano essere state come formiche per lui. Una lunga treccia gli ricadeva sulle spalle nude, non aveva armi. Ellanon percepì le mani tremare e una paura folle catturargli le membra. Prima che l'orco si voltasse fuggì disperato dal fortino seguito dai pochi superstiti di quell'idiozia. Gli elfi non potevano ribellarsi, non ne avevano mai avuto le forze in passato e non le avrebbero mai avute in futuro. Il loro destino era fuggire come cani randagi, per sempre.

    Corse a capofitto nella foresta ignorando i suoi compagni, ignorando gli elfi ancora nel fortino e le sue sorelle il cui ricordo sarebbe per sempre rimasto a quell'immagine macabra. Inciampò e cadde finendo col volto nella terra, si rialzò incespicando in un cespuglio di spine che lo graffiarono, gli strapparono i vestiti e gli si conficcarono dolorosamente nella pelle. Ma lui avanzò disperato, cercando di allontanarsi dal suo fallimento e dalla morte che gli strisciava alle spalle. Penetrò a fondo fra i rovi finché non vi rimase incastrato. Tentò di ribellarsi alla natura muovendosi con sempre meno vigore finché le forze non lo abbandonarono, lasciandolo senza fiato né dignità. All'agonia dell'impotenza si aggiunse quella del rimorso per aver perso le sue due sorelle senza nemmeno aver provato a vendicarle. Cominciò a singhiozzare e gli spasmi non fecero che conficcare ancora di più le spine nel suo corpo: una era entrata a fondo nel labbro inferiore grattando contro gli incisivi e costringendolo a tenere la bocca aperta. Impossibilitato a muoversi sperò solo di venire inghiottito dalla terra e che le chimere non tardassero.

    Cronache della Creazione. Libro II. Alta Pietra, Gorgonti.

    In principio non esisteva nulla nella realtà mortale. Un desolato e indifferente infinito dilagava in ogni direzione. Il primo a venire fu Mor, l'Oscurità, la condiz ione primordiale di ogni cosa, il punto di partenza di tutto, la spinta alla conoscenza e al movimento. Infatti, se il mondo fosse solo luce nessuno potrebbe ricercarla poiché già l'avrebbe, ma l'essenza stessa dei mortali è la ricerca instancabile e inappagabile di essa. I mortali vengono dal Buio per cercare qualcosa al di fuori di sé stessi che è la Luce. In seguito venne la Terra Creatrice di Kar che comprende sassi, terra, polvere e qualunque cosa che sia a essa legata, senza un'anima percepibile come quella degli altri viventi. Poi, la Terra fu riempita di vita dall'Acqua di Quv che, scorrendo nelle pieghe e negli anfratti di Kar, creò tutti gli esseri viventi. Il Vento di Des pose la parola inizio alla storia dei mortali che cominciarono a muoversi, a vivere, gioire, piangere e invecchiare, con l'aria arrivò anche lo scorrere del tempo. L'Illuminazione della Conoscenza di Alo pose nei cieli vie sicure per i mortali, appigli nella notte, sapienza nelle loro menti. La conoscenza tuttavia, porta ogni Era i mortali alla distruzione, in un modo o nell'altro, presto o tardi, inevitabilmente. Perché mai i mortali potranno essere pari ai loro sentimenti che ispirano loro opere grandiose impedendogli poi di compierle. E puro e perfetto non sono che astrazioni impossibili per chi è soggetto a contingenza. Essi si muovono guerra tra loro o alla loro stessa casa, portando tutti sull'orlo del baratro. Prima che sia tardi, il Sesto che Giunge, il Fuoco Purificatore di Fot, elimina i mortali per preservare la vita e permettere che le cose ricomincino da capo, il Fuoco porta l'Apocalisse e quindi desolazione, che verrà curata dal nuovo inizio che giunge con l'Oscurità. Si ritornerà al punto di partenza e ci sarà di nuovo Oscurità finché non sarà plasmato un nuovo mondo, e finché la vita non troverà una nuova via.

    Queste sei essenze giunte nella realtà fisica, distaccate dal Tutto metafisico nella dimensione senza tempo furono chiamate dai mortali: Possenti Divini e ognuno di essi creò una razza a propria immagine. Mor plasmò le tenebre più fitte creando i misteriosi Dunsten, Kar solidificò le rocce della terra più dura dando forma ai tenaci Nani, Quv creò vortici di armonia nell'acqua per dare vita agli empatici Orchi, Des perse sé stesso nell'aria ritrovandosi nei fugaci Elfi, Alo staccò dal sole la propria conoscenza per irradiare le menti dei savi Alandoi e Fot divise il fuoco più feroce per dare vita ai furiosi Medorani. A queste razze venne donata l'empatia per l'elemento che le rappresentava e da cui erano nate e vennero chiamate Primi.

    IL PIÙ BELLO SPETTACOLO AL MONDO

    277° Donazione del Ventiduesimo Ciclo. Dono del Vento di Des, Quarantottesimo Momento di Sole. Gorgonti Regno dei Nani.

    Il viaggio dei quattro gruppi iniziò nel migliore dei modi secondo Elan. Stando tra le montagne aveva imparato ad amarle, anche se, nei ricordi della sua infanzia a Urthalia, esse erano sempre state teatro di leggende tenebrose, luoghi da cui stare alla larga. Urthalia ormai non era altro che un ricordo sbiadito, non erano passate neanche due Doni, ma quel tragico avvenimento aveva cominciato ad assumere la parvenza di una storia raccontata da altri fin da quando il loro viaggio era iniziato a Bud-Arambar. Era quello il motivo per cui lui faceva parte della spedizione: era uno dei pochi sopravvissuti al furioso assalto dei Ruggiti di Ghiaccio: esseri mostruosi alti più di due elfi uno sopra all'altro, dai corpi bianchi e i muscoli poderosi. La loro linea si era arrestata nel Mistuf a quanto pareva, uomini e nani erano riusciti a contenere la lo ro avanzata formando un solido fronte di difesa. Ma sicuramente non avrebbe retto per sempre, per questo il Consiglio degli Scelti. comprendente tutti i Re dei nani dei Gorgonti, aveva optato per la formazione di quattr o spedizioni dirette ai confini dell'ignoto per cercare aiuto: un'impresa disperata, ma poteva essere l'unica speranza per Kendar. Elan aveva il compito di guidare il proprio gruppo, assieme a un altro elfo di nome Colheman, fino alla sua patria dove tutto aveva avuto inizio, dove i Ruggiti di Ghiaccio erano comparsi per portare morte e devastazione in tutta Kendar, giungendo dai Turanti. Lui e gli altri midelvi di Urthalia, di cui ce n'erano due in ognuno dei quattro gruppi partiti dai Gorgonti, erano i soli che potessero guidare gli altri alla loro terra. La Città Nascosta agli Sguardi, rimasta per più di cinquanta Donazioni sconosciuta a chiunque al di fuori di chi ci vivesse, cancellata in una sola notte dalla furia di creature fino ad allora ignote a Kendar. Quando ci ripensava Elan lo trovava quasi ironico: una città sconosciuta con abitanti di cui nessuno conosce l'esistenza che viene distrutta da un popolo sconosciuto. Anche se, a dir la verità, l'elfo dai capelli blu scuro trovava parecchie cose ironiche.

    Gli stretti sentieri montani passavano rapidi sotto gli zoccoli dei cavalli, i nani avevano tracciato vie sicure tra le aspre cime rimanendo sempre in quota. Qualche volta dovettero scendere dai cavalli per valicare per passi più stretti o attraverso gallerie che duravano anche mezza giornata, ma procedettero spediti, coi sorrisi sui volti e gli occhi sereni. Elan ed Helkas si stupirono molto quando si resero conto che i nani si spostavano a dorso di cavalli come tutte le altre razze. «Pensavo che i nani cavalcassero pony» osservò il mago il primo giorno di marcia, «Certo, questi non sono grandi come i nostri cavalli, ma non dev'essere facile stare lassù».

    Koran, detto l'Irruento, sbuffò. «Gli uomini inventano un sacco di fandonie sui nani, secondo voi noi cavalchiamo pony, ci esprimiamo a rutti, le nostre donne hanno la barba e spacchiamo le pietre con la testa».

    «A proposito, qual è il rutto che si usa per dire bugiardo?» si intromise Elan.

    Il mago scoppiò a ridere e Koran, che cavalcava vicino a lui, gli assestò un pugno sulla spalla. «Idiota».

    «Quindi sono tutte cose false?» chiese Helkas ancora ridacchiando.

    «Sì. Nessuna di queste cose è vera… a parte, forse, l’ultima. I nostri cavalli sono cavalli di montagna, robusti e più bassi, sono adatti a percorrere i nostri sentieri, non a danzare come damerini sulle praterie della pianura come i vostri».

    Elan annuì. «Bassi e ciccioni… un po’ come i nani» disse scatenando l’ilarità di coloro che cavalcavano vicino a lui.

    Il gruppo guidato dalle due elfe Simusan e Feriel fu il primo a staccarsi dagli altri, dirigendosi verso est con l'intento di oltrepassare la linea dei Ruggiti di Ghiaccio. Ogni gruppo avrebbe seguito vie differenti, per aumentare le probabilità di riuscita del piano. In breve anche gli altri due gruppi si spostarono a est, lasciando quello di Elan e Colheman a percorrere il tragitto più lungo ma, più lontano dai mostri bianchi. La prima tappa fu un piccolo avamposto di assi di legno incassato nella roccia delle montagne che si affacciavano direttamente sull’Impero del Fernad. Veramente da quel posto non si vedeva neanche un lembo di terra verde, ma era l’ultimo luogo in cui avrebbero trovato nani, il giorno dopo sarebbero scesi a valle, ufficialmente nel territorio dell'Impero. Dovettero sistemarsi alla bell’è meglio sul fianco roccioso della montagna perché l’avamposto era pensato a, dir tanto per venti nani ed era già pieno.

    Era sera ormai quando un anello di fumo si avviluppò nell’aria, fuoriuscendo dalla lunga pipa di Bodar-Toronen e salendo placido verso il cielo plumbeo che baluginava l'ultima luce. Una musichetta leggera e fresca aleggiava nell’aria e le orecchie di Bodar, il nano a capo della spedizione, conosciuto in tutti i Gorgonti come il Martello d'Ombra, s i godevano la melodia che sapeva di fiabesca avventura. Koran aveva regalato un flauto a Elan quando aveva scoperto che sapeva suonare, ogni sera l'elfo li allietava con le sue note. Il viaggio davanti a loro si prospettava lungo e faticoso, ma Bodar era ben lieto di poterlo vivere in prima persona. Molte Donazioni addietro aveva attraversato tutti i Gorgonti giungendo infine ai verdi boschi del Karak meridionale che confinava col Sinrhan. Laggiù le montagne si abbassavano e permettevano la crescita di enormi foreste piene di uccelli di ogni tipo; era stato uno dei suoi tanti vi aggi e uno di quelli che avrebbe sicuramente ricordato per sempre, ma questo era stato prima che iniziasse la guerra che aveva interessato il Karak e gli elfi del Sinrhan. La guerra che aveva fatto conoscere al mondo i primi Leoni Bianchi rinnegati, i cosiddetti Reietti d i Mangdar, e la famigerata Punta Invisibile degli elfi. Ogni viaggio che aveva fatto lo aveva segnato nel profondo, che fosse in maniera positiva o meno. Ma quello che aveva appena intrapreso andava al di là di qualunque altra esperienza che avesse mai affrontato. Era un viaggio oltre i limiti del conosciuto e sentiva l’ignoto, e tutte le implicazioni che ne conseguivano, cominciare a ronzargli in testa come mosche fastidiose. Negli ultimi tempi aveva sempre saputo cosa aspetta rsi dal futuro, ora era diverso, davanti a sé vedeva solo nebbia e, per quanto la cosa lo attirasse, ne era anche spaventato, i nani non erano abituati a non conoscere ciò che li aspettava. Toccò il martello che si era portato, uno dei più validi che avesse mai brandito: l’impugnatura a una mano consenti va di colpire molto più velocemente di uno dei classici martelli a due mani. L’asta di ferro era percorsa da una miriade ordinata di piccole borchie. Uno spunzone dorato si allungava dalla parte opposta della testa del martello rilucendo con sfumature scure. Ne aveva fatto buon uso fin da quando si era guadagnato l'appellativo di Martello d'Ombra, ma cominciava a non essere più giovane e sperava di dover usare quel martello il meno possibile. Una voce lo chiamò: «Bodar, vieni dentro, dobbiamo parlare con il capo dell’avamposto».

    Bodar fece uscire un ultimo sbuffo di fumo dalla pipa e si alzò seguendo Koran.

    «La conosci la rana ballerina?» chiese Eydria speranzosa.

    «Certo!» esclamò Elan inumidendosi le labbra sorridendo alla sua piccola amica.

    Le note iniziarono a fluire dal legno, prima incerte poi sempre più veloci e sicure, ed Eydria cominciò a fischiettare il motivetto allegro facendo ciondolare la testa a destra e a sinistra.

    «Me la cantava la mia mamma umana quando piangevo da piccola» spiegò l'elfa quando Elan ebbe terminato.

    «C’è qualche canzone che vuoi che suoni, Boldham?» domandò l'elfo al grosso nano.

    Il barbuto sorrise tirando una boccata dalla pipa bianca che sbuffava rosso a ogni suo grosso respiro. «Non apprezzo particolarmente le canzoni che potresti conoscere tu, mio caro elfo» disse misterioso.

    Elan aggrottò le sopracciglia. Era sicuro che g li sarebbero piaciute canzoni come Il Cercatore di Elleboro Nero o La Morente Luce. «Vuoi cantare tu per noi, allora? Ho sentito che ti chiamano Canto della Notte tra i nani» disse Helkas.

    «È corretto. Ma non perché canto» disse il nano enigmatico.

    «Suona Il Merlo Solitario» proferì una voce che apparteneva a una figura femminile che si era avvicinata silenziosa.

    Elan si voltò incontrando l’elfa che si era unita alla loro spedizione, dai capelli neri e con occhi talmente azzurri da sembrare bianchi. «Mi dispiace… non la conosco» ammise Elan dispiaciuto.

    Lei si sedette accanto a lui e allungò una mano per chiedergli il flauto e lui glielo porse. Tyralia appoggiò le sue labbra al flauto e inspirò, poi alcune timide note cominciarono a uscire dallo strumento. Nella mente dell'elfo apparve con chiarezza il volo di un merlo che vagava tra le aspre montagne all'imbrunire. Mentre l'aria lo sosteneva facendogli vibrare le piume, il suo capo si piegava di lato in cerca di qualcosa tra le rocce sottostanti, forse altri merli? Incantato, Elan osservò l’elfa muovere aggraziata le dita a coprire i buchi, le note fluivano e colmavano quiete il silenzio della sera preannunciando una buona notte e dei sonni tranquilli. Quando ebbe finito gli porse il flauto sorridendo. «Grazie» disse semplicemente.

    Numerose carte ingiallite dal tempo e rovinate dalle intemperie giacevano sul tavolo, illuminate dalla fioca luce di numerose candele che colavano cera sul legno divorato dalle tarme. Il dito incallito del capitano dell’avamposto si muoveva tracciando delle linee di percorsi ipotetici che i gruppi avrebbero potuto seguire sulla carta. Il problema era sempre evitare il più possibile gli insediamenti umani senza comunque avvicinarsi troppo all’esercito dei Ruggiti di Ghiaccio. «Sicuramente sarà inevitabile che qualcuno vi scorga, soprattutto ora che l’est del Fernad è pieno di profughi diretti nelle zone centrali. Direi che la cosa migliore sarebbe viaggiare il più velocemente possibile, avete dei cavalli e questo vi agevola particolarmente, ma cavalcare vi esporrà di più a sguardi indesiderati».

    «Potremmo cavalcare di notte» suggerì Colheman, il più anziano dei due elfi di Urthalia.

    Bodar scosse la testa. «Se procedessimo di notte attireremmo molto di più l’attenzione di quanto potremmo farlo di giorno. Col buio sarebbe molto più difficile per noi vedere qualcuno. Al contrario potremmo essere facilmente visti in sella ai cavalli, senza contare che rischieremmo di farli azzoppare».

    Il capitano dell’avamposto annuì. «Se avanzaste spediti di giorno, solo quando siete in prossimità di centri abitati, potreste essere scambiati come profughi che vogliono solo accaparrarsi i posti migliori nelle città prima degli altri. Sono scene comuni recentemente, chi ha un cavallo vuole viaggiare più veloce degli altri per non rischiare di rimanere fuori dalle mura delle città perché non c’è più posto. Procedendo di notte penserebbero tutti che abbiate cattive intenzioni, numerosi profughi hanno già impugnato zappe e forconi e si sono messi ad assaltare piccoli villaggi e fattorie».

    La voce del capitano era pregna di disapprovazione. «Sono disperati» disse Bodar.

    «Lo sono. Certo. Quello che voglio dirvi è che nessun profugo viaggia di notte».

    «Allora viaggeremo di giorno. Vedremo meglio la strada» annuì Koran.

    «Conoscete la strada? Non credo sia una buona idea fermarsi a domandare indicazioni» fece ancora il capitano.

    Martello d'Ombra alzò il volto dalle carte. «No. Puoi affiancare due dei tuoi guerrieri al nostro gruppo?».

    Il capitano parve rifletterci un attimo. Che ci pensasse pure, Bodar lo avrebbe obbligato. «D’accordo, qui tanto non ce n’è troppo bisogno. Parlerò con Tarok il Mansueto e Fulrid Giglio dei Monti, domattina si uniranno a voi. Che l'onore vi elevi».

    «E così faccia con voi» ricambiò Bodar, «Ma vorrei prima conoscerli».

    Il buio era calato, tutti dormivano avvolti nei mantelli di lana di pecora e montone. Nonostante fosse ormai giunta la bella stagione erano pur sempre sulle montagne e lassù il vento attaccava implacabile il loro bivacco, gelando le parti del corpo che osavano fuoriuscire dalle coperte. Nonostante ciò, a Elan sembrava che tutti fossero riusciti a prendere sonno. Helkas si era infine appisolato dopo essersi rigirato a lungo cercando una posizione più comoda. Persino Boldham Lama Lunare sonnecchiava placido accanto al suo inseparabile felino bianco. Era un leone con una cresta di pelo che gli attraversava il dorso per il lungo, andandosi a unire alla scarsa criniera che gli contornava il cranio e gli occhi insolitamente azzurri. Elan non aveva mai visto un leone, Leno gli aveva detto che nel Gorteno ne arrivavano di più grossi da oltre mare, e che quelli erano i veri leoni. Ma anche questo era impressionante, seppur di modeste dimensioni. Quell’animale era il compagno fidato di ogni nano facente parte dell’ordine dei Leoni Bianchi, i Consacrati a Naondulmo, un gruppo di eremiti e guerrieri che vagavano per Kendar perseguendo il bene e proteggendo i deboli. Elan, invece, non riusciva a chiudere gli occhi davanti a quell’immenso spettacolo che si manifestava sopra di lui, non voleva farlo. Migliaia di stelle punteggiavano il cielo, così tante, così lontane, prosperavano lassù, a distanze inaudite da lui. Come un'ampia coperta morbida, la notte si era posata su ogni cosa, facendo chiudere gli occhi ai sassi, alle colline e ai fiumi lontani.

    Qualcosa lo distolse dalla sua visione, era stato un sussurro, quasi un sospiro. Si mise a sedere e guardò più in giù; lontano da tutti i corpi addossati all'ingresso della baracca di legno. L’elfa dai capelli neri sedeva vicino alla sua pantera accucciata vicino a lei, l'accarezzava dietro l'orecchio e pareva le stesse sussurrando qualcosa. Il corpo di quel felino era notevolmente più grosso di quello del leone di Boldham. Una macchia nero pece che, sdraiata di fianco all'elfa, sembrava pronta a balzare su qualcuno e divorarlo in un colpo solo. Tyralia aveva detto che in battaglia la cavalcava, ed Elan non poteva non crederci. Si alzò e scese verso di lei facendo scricchiolare la roccia frantumata dal tempo sotto i suoi piedi. Prima che lei lo vedesse la pantera alzò la testa e lo guardò curiosa coi suoi grandi occhi luminosi. Elan per un attimo si arrestò, ma poi ripensò a quella tigre dai denti a sciabola che aveva ucciso tempo prima. Gli Antichi si dovevano essere schierati tutti dalla sua parte quel giorno, ma lui sfoggiava comunque con orgoglio le tre cicatrici che aveva sul collo. «Non dormi?» domandò sedendosi accanto a Tyralia.

    «C’è una bell’aria stanotte e voglio assaporarla ancora un poco. Domani lasceremo le montagne e non le rivedremo più per molto tempo, mi mancherà la quiete di questi luoghi» spiegò la ragazza.

    Elan tacque non sapendo che dire, ma si rese conto in quell’istante che anche a lui sarebbe mancata. «Siamo comunque diretti alle montagne, non ci metteremo molto a raggiungerle» le fece notare lui, ma l'elfa si limitò a una scrollata di spalle, doveva aver ricevuto quattro o cinque Donazioni in più di lui.

    «Dove hai imparato a suonare il flauto?» chiese lei poco dopo.

    «A Urthalia… dove siamo diretti ora. Mi insegnò un’amica, suo padre era un musicista e lei mi ha insegnato quello che suo padre aveva insegnato a lei».

    «Come si chiamava?»

    «Khelian».

    «Ti manca?» domandò così direttamente da spiazzare l’elfo.

    «Abbastanza».

    «Anche io ho perso molti amici. Perfino adesso posso sentirli parlare intorno a me» disse senza distogliere lo sguardo da innanzi a sé, che però in quel momento pareva ignorare i profili delle montagne in ombra e vedere piuttosto immagini di un passato lontano, «I loro volti mi perseguitano, e, se guardo più lontano, li vedo gridare, silenziosi. Gridano, ma non hanno più la voce per poterlo fare; se penso a loro tutto questo silenzio diventa dannatamente doloroso».

    «Come sono morti?» chiese Elan di getto.

    Domanda sconveniente, ma l'elfo non aveva mai avuto molto tatto, né gli interessava averne. E pareva che anche l'altra non ne avesse molto. Tyralia si limitò ad alzare le spalle. «Tu dove hai imparato a suonare? E quella canzone chi te l’ha insegnata?» chiese Elan.

    «Quando vivevo con mio padre lui mi aveva insegnato a suonare per allietare le serate dei suoi commensali…» disse con una punta di rammarico.

    Elan non ne capì il motivo, ma se quello era un punto dolente della vita dell’elfa non voleva andare a scavarci attorno, anche la sua irriverenza aveva un limite.

    «La canzone me l’ha insegnata mia madre invece…» continuò l'elfa con più spirito, «… prima che non la vedessi più» disse guardando l'elfo di fianco a lei.

    Il chiarore della luna si adagiava sulla fronte e sulla parte sinistra del suo volto. Ma l'arcata sopraccigliare destra e il naso gettavano ombra sull'altro lato. L'occhio immerso nell'ombra sembrava lo specchio di un lago increspato dal vento. Elan si chiese cosa lei stesse cercando nel suo volto: interesse? Compassione? Tyralia scrollò le spalle. «Ma quella è una sciocca canzoncina da serate invernali, quando la noia ti prende e il cielo è troppo cupo per dare un senso alla tua malinconia» affermò l'elfa tornando a rimirare il panorama.

    «La vera musica è intorno a noi, ed è irriproducibile» disse Elan intuendo i suoi pensieri.

    Tyralia lo guardò di nuovo e annuì. «Sì. Sì, è vero. Intorno a noi. Ma non credo rimarrà irriproducibile in eterno, forse un giorno qualcuno riuscirà a catturarla e riprodurla con le corde e i tubi dei propri strumenti» sorrise l’elfa fantasticando.

    Aveva un bel sorriso, notò Elan, fiducioso forse, anche se solo per un attimo. «La vera musica è intorno a noi, nelle silenti montagne scure, tra le cupe nuvole grigie, tra i sassi dei sentieri e i fili d’erba dei prati, quando il sole appare e quando scompare. Ma più di tutto la musica è quando la terra si addormenta in un calmo sonno e il sole scompare del tutto oltre l’ovest, quando l’universo si mostra in tutta la sua potenza. Miliardi di vite davanti ai nostri occhi, così lontane da poter essere già scomparse, così tante da non poter essere immaginate…»

    Quelle parole facevano parte di un’antica leggenda elfica nata da chissà dove. I figli di Des, infatti, credevano che nelle Eterne Vie, dove venivano condotti una volta morti, il tempo fosse dilatato a dismisura o, forse, addirittura eterno.

    Elan si accorse che l'elfa si era scostata una ciocca di capelli dal viso eburneo e lo guardava dritto negli occhi con un mezzo sorriso e le labbra semi aperte. Visto che lui stava in silenzio l'elfa alzò un sopracciglio. «Continua» lo esortò ridacchiando incantata.

    Per non distrarsi di nuovo il ragazzo distolse a malincuore gli occhi dall'elfa e guardò davanti a sé, conscio che lei lo guardava ancora. «… insomma, noi ci affanniamo nella vita di tutti i giorni contemplando la natura sveglia. Ma è quando il sole caldo che rinfranca i nostri animi…» disse mimando il gesto della grande palla gialla che compiva il suo semicerchio nel cielo, «va giù e noi ci corichiamo al sicuro nei nostri giacigli, che il più bello spettacolo al mondo si desta. Si sveglia e canta di galassie lontane e universi infiniti, di mille cose infinitamente belle, e tu non puoi fare altro che sussultare di fronte alla magnificenza di tutto ciò. È il sipario planetario che si mostra in tutta la sua potenza a noi mortali che siamo solo granelli di polvere di stelle, in un mare infinito di musica eterna. Una musica che gli altri hanno ormai dimenticato come si ascolta. Ma noi, pochi sconfitti dalla vita, ancora ci sediamo a osservare lo spettacolo dell’universo, e viaggiamo sotto le stelle danzando al ritmo di questa musica celestiale, sentendo una storia infinita che non sapremmo tradurre in parole. Dopotutto, noi elfi siamo solo viaggiatori, per questo siamo nati, non per gloria, onore e potere, ma per viaggiare. Gli altri non capiscono».

    Elan si voltò a guardare l’elfa il cui sorriso si era allargato. «E da dove l'hai tirata fuori questa magia?»

    «È qui intorno a me, io non ho fatto nulla» rispose sinceramente.

    «Qualcuno una volta mi disse che la bellezza sta negli occhi di chi guarda, in verità» confessò lei.

    «È una bella frase, e credo porti del vero con sé» riconobbe Elan. Poi drizzò le orecchie e la guardò corrugando le sopracciglia in una finta espressione perplessa. «Aspetta… ci siamo appena conosciuti già vuoi infilarti sotto le pellicce con me?»

    L'elfa rise sommessamente, piegandosi all'indietro e reggendosi le ginocchia. Anche se avesse svegliato qualcuno – il quale avrebbe probabilmente rovinato quel momento magico – Elan avrebbe voluto sentirla ridere, immaginava potesse essere il suono più bello sulla terra.

    «Siamo elfi, cosa dovremmo fare?» Disse colpendolo sulla spalla, «Mi hai stupito parlando della musica del mondo e di tutte queste cose molto fiabesche ed epiche».

    Elan fece un'espressione disillusa. «Sì, certo. Ti burli di me».

    L'elfa soffocò un'altra risata. «No, dico sul serio. Hai dato voce e forma a sensazioni che ho sempre avuto anche io ma che non riuscivo a spiegarmi».

    Il ragazzo apprezzò quella risposta e tornò a guardare davanti a sé. L’elfa fece lo stesso e gli mise una mano sulla coscia. Elan quasi sussultò: era il primo contatto fisico che aveva con quella ragazza. Stette incollato alla volta stellata contemplando quell’infinità e godendosi la sensazione. «È la nostra natura, El, l’ignoto e l’avventura» concluse Tyralia.

    «El?» domandò l'elfo stranito.

    «Che c'è, non ti piace?»

    «No no, è…»

    «Beh, fattelo piacere perché non ho intenzione di chiamarti in altro modo».

    «Come vuoi allora» si arrese lui.

    L'elfa si alzò senza usare le mani. «Esatto, bravo». Tyralia lanciò un’altra occhiata alla notte poi iniziò a tornare verso il suo giaciglio seguita fedelmente dalla pantera.

    «Non fa freddo per stare da soli sotto le pellicce?» chiese Elan senza voltarsi.

    «No, non particolarmente, direi» bisbigliò l’elfa poi se ne andò.

    OMBRE NELLA NOTTE

    277° Donazione del Ventiduesimo Ciclo. Dono del Vento di Des, Cinquantatreesimo Momento di Sole. Fernad.

    Il vento soffiava veloce tra i capelli blu di Elan che sventolavano selvaggi, schiaffeggiandogli il viso scherzosamente e infilandosi in gola appena osava aprire la bocca. Dal momento che non sapeva cavalcare si trovava sul cavallo di Talo e si teneva ben stretto a lui mentre il poderoso animale abituato ai sentieri di montagna macinava miglia. Colheman invece sapeva cavalcare, lui aveva visto il Sinrhan, ci era nato, lì aveva imparato come stare in sella.

    Si erano lasciati le rocce dei Gorgonti alle spalle da poco meno di una settimana. Stavano attraversando il Fernad, dirigendosi verso sud-est. Geera, la pantera di Tyralia, non faticava affatto a tenere il passo, non capitava mai che restasse indietro, la resistenza del felino era fenomenale, anche se nulla in confronto al leone di Boldham che aveva una resistenza invidiabile persino da un cavallo, muscoli posteriori poderosi in un corpo leggero che avanzava con leggerezza e grazia. Un paio di volte Elan lo aveva visto correre, ed erano stati un momenti di pura ammirazione per i suoi occhi. I possenti muscoli dell'animale che si tendevano sotto la pelle a ogni slancio e la cresta di pelo bianco sul dorso conferivano un’aura di potenza regale al suo incedere.

    Cominciarono fin dai primi giorni a incontrare uomini, i Secondi nati dall'unione di nani ed elfi. Talo diceva che erano profughi dai confini più orientali del Fernad e qualcuno addirittura del Delberhin Nord, erano sfuggiti alla furia dei Ruggiti di Ghiaccio. Per fortuna nessuno prestava attenzione alla compagnia, d’altronde il

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