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Grassetti: le corse, il pilota e l’uomo

Grassetti: le corse, il pilota e l’uomo

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Grassetti: le corse, il pilota e l’uomo

valutazioni:
5/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
390 pagine
4 ore
Editore:
Pubblicato:
14 set 2020
ISBN:
9788835894742
Formato:
Libro

Descrizione

Dal 1956 fino al 1974, nei circuiti nazionali e internazionali, correndo da protagonista coi grandi di tre generazioni: con Ubbiali, Liberati, Venturi; con Provini, Agostini, Pasolini, Bergamonti, Villa; con Duke, Dale, Hocking, Hailwood, Mc Intyre, Minter, Redman, Phillis; con Read, Saarinen, Sheene, Carruthers, su su fino ad incrociare Kenny Roberts... In sella, sempre da "ufficiale", alle mitiche Benelli, Bianchi, MV Agusta, Morini, Gilera, Morbidelli, Jawa, MZ, nonché da "privato di lusso" con la Yamaha, la storia sportiva e umana di Silvio Grassetti segna un'epoca indimenticabile per il motociclismo e non solo...
Editore:
Pubblicato:
14 set 2020
ISBN:
9788835894742
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Grassetti - Massimo Falcioni

Indice

Quasi una prefazione

La memoria che non muore

Prologo

A motori spenti

Capitolo 1

Alba bianca

Silvio, uomo della selva

Tempi di guerra

Capitolo 2

Scuole

Giri in strada

Il battesimo da spettatore

Capitolo 3

Gincane... E cosa sono mai?

Dalle gincane al Rumi

Prima gara

Capitolo 4

Il Leoncino

Lo schianto al Motogiro

Il nuovo duemmezzo

Capitolo 5

Il 1959

1960

Intermezzo - Lì, sul rettilineo di Pozzo

Oltre oceano: la Mototemporada argentina

Occhi fatati...

Nuove frontiere

Provini / Grassetti

Con la Bianchi

Capitolo 6

Le nozze

Imola ancora Imola

La leggendaria gara di Cesenatico

Montjuich e considerazioni

Scampoli del 62

...Il 1962 non è ancora finito

Capitolo 7

Il signor conte

Modena, il profumo della vittoria

Riccione, la coppa della vittoria

Un pilota solitario

Campione italiano con l’MV Agusta 500

Capitolo 8

... A piedi!

Nuova moto e nuovo compagna di squadra

Il gesto di Modena

Milano Marittima. Il respiro

Capitolo 9

La ferita inguaribile

Capitolo 10

Il ritorno. Morini e l’America

Di nuovo in Italia

Motemporada

La tappa di Cervia-Milano Marittima

La tappa di Imola

Altre gare

Mike, Ago, lo show-business e la giusta gloria

Capitolo 11

L’intervista

Morini toccata e fuga

Ritorno Benelli

Campione italiano nelle treemmezzo

Il penitente

Capitolo 12

Le Yamaha

Corona in pista

Jawa missile

La battaglia di Imola con Read

Abbazia e il secondo posto nel mondiale 350

Bis mancato

Capitolo 13

MZ

Il 1971: 2 vittorie iridate nella 250, ma il titolo sfugge

Fuochi ultimi

Le ultime parole del Paso

Dopo Monza

La Grassetti

Finale per non finire

Silvio Grassetti, gare e risultati

PICCOLA FOTO GALLERY

Grassetti su Benelli

Grassetti su Bianchi

GRASSETTI su MV AGUSTA

Grassetti su Morini

Grassetti su Honda

Grassetti su Jawa

Grassetti su MZ

Grassetti sulla sua Grassetti

Grassetti varie

Walter Bernagozzi

Un cenno sull’autore

Grazie, Silvio

Questo libro ci offre l’occasione per esprimere il nostro più vivo e sincero ringraziamento alle Case motociclistiche Benelli, Bianchi, Morini, MV Agusta, Gilera, Morbidelli, Jawa, MZ, Yamaha, dai titolari, ai direttori sportivi, ai tecnici e ai meccanici tutti; agli organizzatori, al personale medico, ai giornalisti, alla FIM e alla FMI, ai Moto Club, in particolare ai Moto Club "Silvio Grassetti di Arioso nella persona del presidente Dorino Pacini, e al Moto Club Silvio Grassetti" di Montecchio nella persona e nel ricordo del presidente Severino Ridolfi, ai fan di tutto il mondo, e a coloro che, in tutti questi anni, hanno saputo tenere alto il motociclismo e il nome di Papà che ha contribuito a creare questo Grande Sport che è oggi.

Un pensiero caloroso, per l’amicizia di sempre, va ai coniugi Lefebvre, a Carlo Sorcinelli (Springoil), a Luciano Battisti (Radiant), a Piero Pieri.

Monica e Lucia

Silvio e Marzia

Massimo Falcioni

GRASSETTI

le corse, il pilota e l’uomo

coautore, affinazione testo

Massimiliano Falcioni

Quasi una prefazione

La memoria che non muore

Per Silvio Grassetti, corridore di moto in auge negli anni sessanta fino ai primi settanta, occorrevano pagine di speciale pregnanza, che accettassero la sfida di andare oltre la solita cronaca sportiva. Occorreva un romanzo, che scendesse in pista anche lui, che si assumesse il rischio di dire, di dire forte, di dire al limite, di dire di più. Occorreva che la passione sfegatata per i motori a due ruote (il giovane tifoso Massimo Falcioni) si coniugasse al rigore senza peli sulla lingua dell’esperto analista (il veterano opinionista Massimo Falcioni) e riuscisse a stanare la memoria storica laddove si era cacciata, e con essa a ricreare, sulla pagina scritta, il potere tremendo e ammaliante della corsa antica. Partendo da lontano, dal periodo bellico, in quella Montecchio di Pesaro dove Silvio Grassetti nacque, il libro ricostruisce, anno dopo anno le tappe salienti, umane e sportive, di questo campione senza corona. Il lettore è letteralmente condotto dentro le curve degli asfalti cittadini e dei circuiti di una volta, dove i guard-rail tagliavano davvero, e la gente, attaccata alla pista, vedeva gli occhi vivi dei piloti; dove la morte era compagna di strada ogni volta che si correva; e dove le battaglie fra i coridor sembravano fatte apposta per diventare immediatamente leggenda. Dalle mitiche rivalità fra Grassetti e Provini - la gara memorabile di Cesenatico vinta da Grassetti dopo un fuoripista; ai famosi fatti fra Grassetti e Agostini a Modena; dai rapporti complicati con le grandi Case e i loro patron, i Benelli, Morini, il conte Agusta; alla presentazione, ricca di dettagli tecnici, delle altre protagoniste del libro: loro, il frutto più alto della tecnica e dell’ingegno, i gioielli da corsa: le moto italiane, tedesche, quelle dell’est Europa, le inglesi, le spagnole, con l’arrivo poi dei bolidi giapponesi mangiatutto... Il romanzo affresca quell’epoca di motociclismo eroico e indimenticabile, immortalata nei suoi rituali tipici e nelle sue insanabili contraddizioni di fondo. GRASSETTI non si sottrae all’arduo compito di reperire e ricreare la verità e non indora mai la pillola. Ci sono pagine sofferte e difficili per il lettore, questo va detto: ma così è a tragedia di Billy Ivy; così quella di Bergamonti; così difficile da accettare è quella Monza del 1973, dove in un sol colpo persero la vita Pasolini e Saarinen; e così duri sono i tre terribili incidenti di Silvio Grassetti, da cui il Leone di Montecchio rinacque ogni volta, come per un miracolo.

Miracolo, sì: perché proprio scansando il culto facile delle Ombrelline e affrontando direttamente le luci abbacinanti delle corse e le oscure ombre, attraverso la vita di un pilota unico e delle sue imprese straordinarie quale fu Silvio Grassetti, il romanzo riesce a celebrare il valore epico-fiabesco del motociclismo e, più in generale, il valore complesso della festa sportiva nella società di quel tempo e di tutti i tempi, compreso il nostro tempo. E lo fa in un confronto costante e serrato, mettendo a ferro e a fuoco gli schemi usuali e i facili entusiasmi, ponendo autorevolmente - sul tavolo della letteratura! - le tante questioni spinose, formulando quelle domande su cui si preferisce glissare (perché si corre?), esplorando il significato profondo della vittoria e della sconfitta, il significato stesso del rischio e dell’andare oltre il limite, giungendo a delineare quel particolare tipo umano così come si profila sotto il casco e in quella vita spesa in pista, una vita assai diversa da quella ordinaria: il destino mitico del corridore-centauro.

GRASSETTI è un libro sullo sport che sfuma necessariamente in cultura. Il congegno linguistico del romanzo è assemblato e tirato come una moto da gran premio (l’affinazione del testo* è a cura del narratore-poeta Massimiliano Falcioni) e raggiunge momenti di lirismo contemporaneo, concedendosi, in particolari punti-culmine - allo scopo di aderire il più possibile alla vertigine della velocità, al pathos frammentante dello schianto e all’ebbrezza del trionfo - veri e propri lussi avanguardistici.

Questo libro resta l’omaggio caloroso all’uomo, al pilota, al campione Silvio Grassetti, che non può e non deve essere dimenticato. In un certo senso, si offre come quella corona iridata che il pilota pesarese non ebbe mai: è la memoria che non muore.

Prologo

A motori spenti

La strada nazionale N62 che da Malmedy si snoda a serpentina per 60 chilometri fino alla piana ondulata di Liegi, quel sabato pomeriggio del 6 luglio 1974, è insolitamente deserta.

– Ça ne sert à rien que vous couriez comme ça: le pilote italien que nous transportons est presque mort. – Le parole rassegnate rivolte dalla giovane infermiera all’autista dell’ambulanza tutto preso nella guida fra il dedalo collinare delle cupe foreste della Vallonia, sono coperte dal tuono secco come uno schianto e dallo scroscio di pioggia che già inonda la strada annunciando il temporale, violento, da spazzar via come una sberla la cappa afosa, rara in quelle zone delle Ardenne anche nel pieno dell’estate.

Partita alle 17 in punto dall’ospedale della cittadina vallone, a un tiro di schioppo dal circuito che si snoda sulle colline boschive fra Spa e Francorchamps, dopo meno di un’ora l’ambulanza piomba su Liegi coperta fino all’orizzonte da una caligine dorata.

La Mercedes 230 del soccorso avanzato supera Pont Albert sopra la Mosa, dove un arcobaleno vivido è da poco annegato nelle sue acque torbide puntando a sirene spiegate su Boulevard Piercot per infilarsi nell’ingresso del pronto soccorso del Centre Medical universitario.

Dalla vicina Cattedrale gotica di San Paolo, la statua in marmo bianco di Lucifero, Le génie du mal, allunga la sua ombra sini- stra, fino all’ospedale, presagio di sventura.

Oltre quattro ore sotto i ferri. Il referto postoperatorio recita come un verdetto senza speranza: Silvio Grassetti, pilota di nazionalità italiana, trasportato in questo ospedale oggi pomeriggio dopo un incidente sul circuito di Spa-Francorchamps e qui sottoposto a intervento chirurgico, versa in gravi condizioni... Seguono le firme dei medici e un vademecum incomprensibile. Il chirurgo legge la breve relazione in lingua francese. Ogni parola è scandita a basso tono. Poi saluta con un mezzo inchino e una forte stretta di mano Marzia Vitali, la moglie di Silvio, al suo capezzale. E se ne va.

Una suora infermiera della Congregazione dell’Addolorata sintetizza in italiano, con tono gutturale, il quadro clinico: Frattura della base cranica. Frattura di entrambe le rocche petrose. L’attempata religiosa non aggiunge altro e se ne va anche lei, pregando con un filo di voce. Silvio è in rianimazione, con prognosi infausta, clinicamente senza speranza.

In 18 anni di gare, questo, per il 38enne Silvio Grassetti, corridore professionista dall’età di vent’anni, è il terzo incidente grave. E sarà l’ultimo. Ma non può finire così. Perché, per uno come Grassetti, partito dalla gavetta pagando di persona ogni gradino conquistato grazie al talento e alla tenacia, in pista non per vezzo ma per rispondere a una sfida soprattutto con se stesso ed esaudire la propria vocazione di pilota come missione e scelta di vita, l’epilogo della caduta in tragedia avrebbe il sapore della beffa. Ma la Signora dai denti verdi, particolarmente solerte con i piloti, era già lì, apprestandosi a ricevere il centauro italiano nel suo carro di fuoco. Adesso non restava altro che affidarsi al cielo e sperare che gli angeli del paradiso guardassero giù.

L’interrogativo è sempre lo stesso: perché? Perché l’incidente accade, perché si corre, certo. A quei tempi, ogni caduta e ogni uscita di pista poteva avere conseguenze drammatiche, era parte del gioco. Per un corridore la morte in pista è compagna di viaggio. Perché correre è l’obiettivo al quale il corridore tutto, o quasi, sacrifica.

Già, perché si corre? Per rubare al tempo un decimo di secondo. Per rincorrere sogni. Per farsi rapire dal brivido di un attimo che dura tutta un’esistenza. Enzo Ferrari diceva: Siamo nati con un’ansia di superamento e l’ambizione ci porta a tentare di primeggiare. La rivalità, anche crudele, è già agli inizi della vicenda umana, Caino e Abele. Dal primo contatto con gli altri emerge l’istinto del confronto, della emulazione, del superamento.

Le domande si moltiplicano. Le risposte non stanno nei giudizi morali che sconfinano nei moralismi. Le corse sono le corse. Si corre e basta. Forse anche per dare un senso alla sfida che ognuno sente dentro se stesso. Tagliare il traguardo è appagante, la vittoria inebria, l’applauso rapisce. Il pilota lega la sua vita al motore, alla moto, alla corsa: di qua la sfida e il successo, di là il rischio con conseguenze anche drammatiche, addirittura tragiche. Ai piloti, a tutti i piloti, apparentemente un club di svitati, la civiltà del motore deve molto. E non solo quella. Se il mezzo a motore è stato ed è anche una conquista di libertà, le corse sono state e sono la sua sublimazione e i piloti i vessilliferi e gli interpreti, con i campioni entrati nell’immaginario collettivo, venerati alla guisa degli eroi.

Sì, eroi. Perché in quei tempi straordinari e irripetibili, dove la corsa oltrepassava il confine tecnico e agonistico per trasformarsi in una sfida col destino in persona, anche l’ultimo dei corridori sapeva che ogni gara comportava grandi rischi fino al punto che ogni volta poteva essere anche l’ultima. Figurarsi i primi, i campioni protagonisti di lotte cruente, cui non era concesso alcun respiro, acclamati dalle folle presenti sui circuiti, in cerca di miti da consacrare. Vincitori e vinti venivano accumunati nell’apoteosi collettiva che, inevitabilmente, si ripeteva ogni volta, corsa dopo corsa. Così, alla fine di ogni gara e alla fine di ogni campionato chi era riuscito a superare, se non proprio indenne, comunque vivo, prove così aspre e selettive, veniva festeggiato e assurto alle glorie che oltrepassano i confini dello sport.

Lo spettatore si immedesima nel corridore, nella buona e nella cattiva sorte, come se la corsa in pista riesca a rappresentare la corsa della vita. E’ con tale fardello, dunque, che il campione punta al traguardo e continua a correre nonostante il rischio? E’ questo l’incarico attraverso il quale, sfidando la morte, il corridore porta al mondo il soffio di qualcosa di immortale?... E’ questo il significato dello sport, forse al pari dunque delle arti e delle manifestazioni più alte della nostra cultura: essere al contempo uno specchio e un ponte?...

Lasciamole per il momento sospese queste questioni, com’è sospeso fra la vita e la morte Silvio Grassetti in quel letto, nella piovosa Liegi in Belgio. E proseguiamo per gradi, passo dopo passo, cominciando a ripercorrere le tappe della sua carriera emblematica, da principio: quando i motori non erano accesi e tutto doveva ancora accadere.

Capitolo 1

Alba bianca

Per scherzare, già da tempo brinato nei capelli e nonno felice, Silvio Grassetti ricordava che lui era nato nello stesso giorno e mese di Valentino Rossi, e nello stesso anno di Jorge Mario Bergoglio: il 16 febbraio, come il Dottore; come il Papa, nel 1936.

– Eh, sarò anche nato lo stesso giorno e lo stesso mese di Valentino Rossi, ma con 43 anni in più e 9 titoli mondiali in meno! –

Aggiungeva con sottile malinconia e ironico. ...In quel 1936, dopo un inverno mite in quasi tutta Italia, pareva proprio che l’antico adagio Per San Valentino la primavera sta vicino trovasse conferma. Nessuno si ricordava un 14 febbraio così mite e soleggiato.

Ma all’alba del giorno successivo, da sud ovest, le folate del Libeccio, un Garbino secco da togliere il fiato arrivò sulle coste adriatiche, scontrandosi, nel tardo pomeriggio, con le correnti fredde dei venti di Bora. Fu il nevone.

Quasi simile a quello che tornerà 20 anni dopo, nel ‘56. Più di mezzo metro di neve a Pesaro, più del doppio sulla punta di Urbino, poco meno a Montecchio, la piccola frazione crocevia per la Romagna, a metà strada fra la città di Gioachino Rossini e quella di Raffaello Sanzio: dove Silvio Grassetti nacque in quell’alba bianca, il 16 febbraio del 1936.

Silvio, uomo della selva

I genitori di Silvio, entrambi di estrazione contadina, abitavano quella zona di pianura e colline fra Pesaro e Urbino, praticamente da sempre.

Come la gente di campagna, dove il progresso tarda o non arriva, Emilia e Ezio erano legati a quella terra da radici profonde e difficili da comprendere per chi è della città. Gente umile, dalla dura scorza e con il cuore d’oro, le cui abitudini si sono modellate attorno ai ritmi della natura da generazioni.

Tutti e due, il padre Ezio per la caccia e la madre Emilia per il rispetto che ispiravano, amavano i boschetti della zona: luoghi che a quei tempi erano quasi ancora del tutto incontaminati, pieni di querce secolari e di cinghiali selvatici.

Ed è forse anche per questo, che, dopo aver chiamato, nel ‘27, il primo loro figlio Giuseppe (Pino), in onore a San Giuseppe, e nel ‘29 il secondo figlio Antonio (Tonino), ispirati da Sant’Antonio Abate, decisero invece di chiamare il loro terzogenito: Silvio, l’uomo della selva. Un nome che parla da sé di una religione antica come quei boschi.

Da suo padre Ezio, Silvio prenderà, caratterialmente, oltre che il rigore e la sobrietà nel lavoro e nella vita, la resilienza, quella capacità di assorbire gli urti e di adattarsi alle situazioni difficili con umiltà, superando le avversità senza farsi travolgere. Ma non solo. Da suo padre e dal sangue della cultura contadina, Silvio riceverà quel senso quasi fatalistico degli avvenimenti, e la qualità davvero preziosa - anche in uno sport di sfide al limite come sono le corse - quale è il pudore: quasi sempre scambiato dai più per superbia.

Silvio diventerà un campione, certo; ma mai di loquacità. Tale e quale papà Ezio.

– Una parola è troppa e due sono poche, – ammoniva suo padre.

Invece, è proprio dalla madre Emilia che Silvio Grassetti erediterà il carattere battagliero, l’indole della sfida, come anche, diciamo così, l’arte del kintsugi, che insegna a rinascere ogni volta, rincollando pazientemente pezzo per pezzo, e con un collante d’oro, la ceramica rotta.

Tempi di guerra

Per iscrivere all’anagrafe il figlio neonato, Ezio Grassetti fu costretto ad attendere una settimana, che si aprisse con i badili una rotta per salire su a piedi agli uffici comunali di Sant’Angelo in Lizzola, allora il capoluogo, posto proprio sulla sommità del colle.

Ed è per questo che l’impiegato dell’anagrafe registrerà la data 24 febbraio e non il 16 come avrebbe dovuto, facendo così nascere Silvio otto giorni dopo!

...Correva il quarto mese dell’Anno XIV dell’E.F., cioè febbraio del 14° anno dell’Era Fascista, obbligatoriamente scritto abbreviato, e con numero romano.

Erano tempi incerti in cui si viveva fra illusioni e timori, sogni di gloria e dura realtà: tuonava il cannone per la politica espansionista coloniale e si cantava Faccetta nera.

Il 9 maggio, sull’onda della vittoria della guerra d’Etiopia, Mussolini proclama l’Impero. E’ il punto più alto del regime. Grazie anche alla fabbrica del consenso, ottiene il massimo di spinta popolare.

In quel 1936, l’anno in cui Silvio Grassetti nasceva, il culto del Duce era al culmine. Le leggi eccezionali del '26 dominavano, radicalizzando il carattere totalitario e antidemocratico del regime.

Sposati agli inizi del 1927, con tre figli nati nel 1927, nel 1929, nel 1936, Ezio ed Emilia hanno un bel da fare per tirare avanti dignitosamente.

Non hanno tempo né interesse per la politica, e non credono alle promesse dei paradisi in terra. Il comunismo non li convince, anche per quel poco che si sa sulla dittatura portata in Russia dalla rivoluzione bolscevica del '17. Ma non accettano neppure il regime fascista.

Rifiutano l’iscrizione al partito, le manifestazioni di piazza e le cerimonie coatte. Anche se i figli Pino e Tonino, sin dall’età di 6 anni, sono inquadrati nella scuola come figli della lupa, e poi, passati gli otto, come balilla. Indossano la divisa e fanno il saluto fascista.

Come nel resto d’Italia, nel paesino di Montecchio o si era fascisti o si era esclusi, anche se qui la violenza delle camicie nere era per lo più solo una minaccia, con i rais locali vanitosi tromboni ma senza il colpo in canna. Comunque sempre dittatura era e chi non si toglieva il cappello di fronte alla radio e alla voce del Duce veniva preso di mira subendo intimidazioni e l’onta dell’olio di ricino.

Ezio ed Emilia sono credenti cattolici. A modo loro, certo.

La domenica vanno con i figli alla messa di Don Gino che ha sempre qualche parabola pronta per rincuorare i fedeli. Quando capita, offrono loro, a casa, un bicchiere di vino al prete che si dilunga sul male delle ideologie: di quel che fanno i fascisti in italia, i nazionalsocialisti in Germania, i comunisti in Russia. Di buono resta solo la Fede, dice.

La domenica, nei crocicchi del paese, gli uomini parlano di sport.

Si racconta ancora del trionfo di Binda, Girardengo, Piemontesi, Belloni nei mondiali di ciclismo di Adenau, al Nurburgring, nel '27. Di quando Nuvolari nella Mille Miglia del ’30 beffa Varzi, spegnendo i fari della sua Alfa Romeo 6C 1750 e proseguendo al buio per superarlo di sorpresa sul traguardo. Del mondiale dei pesi massimi a New York, vinto da Primo Carnera al Medison Square Garden, nel '33, quando poi Mussolini lo fece affacciare sul balcone di Piazza Venezia con l’uniforme della milizia fascista. Di quando la Nazionale vinse i mondiali di calcio del ’34. Dei titoli tricolori nel 1927-28-30-31 di Tonino Benelli sulla 175 monocilindrica con distribuzione a cascata d’ingranaggi e albero a camme in testa, progettata dal fratello maggiore Giuseppe e costruita negli opifici pesaresi. Delle vittorie e dei titoli italiani del 1933 e del ’36 (nel ’39 arriverà il titolo di campione europeo della 500 - l’attuale MotoGP) dell’altro campione pesarese Dorino Serafini.

A Pesaro, nei paesi intorno e nella vicina Romagna le corse de el mutor, specie quelle motociclistiche, erano già popolari e molto seguite sin dai primi anni del '900.

Lo sport era il tema favorito dalla propaganda del regime. Ma la passione sportiva non bastava alla gente a far dimenticare la propria dura condizione.

Nell’agosto del ’36 il governo concede un aumento dei salari dal 5% al 10% , che non recupera neppure il deprezzamento della lira e dell’aumento dei prezzi imposti da una economia di guerra.

Nel 1936 l’Italia non arriva ai 43 milioni di abitanti con Roma e Milano poco sopra il milione. Nell’VIII Censimento del 1936, a Montecchio, si contano 568 abitanti, 1098 coi dintorni. Nel 1939 Gilberto Mazzi cantava: Se potessi avere, 1000 lire al mese... illudendosi di trovarli raggiungendo la felicità. La guerra in Etiopia conclusa il 5 maggio era costata oltre 40 miliardi di lire. 5000 sono i morti italiani e 10000 i feriti. L’economia annaspava e la vita peggiorava, e anche il livello della democrazia.

Nel 1936 un bracciante agricolo guadagna 7 lire al giorno. Un operaio meno di 300 lire al mese. L’impiegato 400 lire. Il pane costa 1,60 al chilo, 3 la pasta, 2 la farina bianca, 6 l’olio, 1,80 il vino sfuso, 6 lire lo zucchero. Un paio di calze da donna di nylon, 18 lire.

Quando Silvio nasce, il padre Ezio non ha ancora compiuto 36 anni e la madre Emilia ne ha 31. Pino, il fratello maggiore di Silvio ha nove anni, Tonino sette. I genitori di Ezio ed Emilia erano agricoltori mezzadri, nella morsa delle vicende a cavallo della grande Guerra.

La politica natalista e familista del regime aumenta solo le bocche da sfamare e non porta i miglioramenti annunciati.

Prima della Guerra ’15-’18 - ma poco cambierà per il trentennio successivo - a Montecchio, nelle Marche e in gran parte d’Italia la vita si svolgeva come nell’800.

La maggior parte della gente lavorava i campi. I più vivevano fra miseria e prepotenze, sotto il giogo padronale, senza diritti e falcidiati da malattie come la tubercolosi.

L’età media era sui 25 anni, principalmente per l’alta mortalità infantile. Insomma, un circolo vizioso, senza via d’uscita. Da qui, il detto di qui tempi: O schiavo, o brigante o emigrante!.

Solo per il rotto della cuffia, essendo della classe 1900, Ezio Grassetti non era stato chiamato alle armi, né nella prima né nella seconda guerra mondiale, e neppure nella campagna d’Africa del ’35-'36.

Prima del 1915, da ragazzino, Ezio Grassetti andava garzone per le campagne, nelle stalle a badare buoi e mucche, ferrava cavalli, riparava crivelli, vomeri, carriole e barrocci, parava le greggi sui colli, andava a seminare e a falciare il grano e a raccoglierlo nei covoni, batteva le spighe sull’aia e faceva anche lo scarriolante lungo gli argini del Foglia, dell’Apsella e del Metauro dopo le fiumane: faceva quel che c’era da fare, di giorno e di notte.

E volgeva lo sguardo oltre il Foglia e oltre le colline, deciso a cercare lavoro e dignità fuori Montecchio.

Prima era finito carbonaio sui monti della Tolfa, sopra Civitavecchia: un lavoro di fatica e rischi, abbandonato dopo due stagioni infernali per aver visto morire bruciato un suo compagno di sventura. Poi aveva perduto il cielo nelle

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