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Italian Rhapsody. L’avventura dei Queen in Italia

Italian Rhapsody. L’avventura dei Queen in Italia

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Italian Rhapsody. L’avventura dei Queen in Italia

Lunghezza:
300 pagine
3 ore
Pubblicato:
Sep 12, 2020
ISBN:
9791280133250
Formato:
Libro

Descrizione

Italian Rhapsody racconta la storia dei Queen dagli esordi, approfondendo lo straordinario rapporto di amore reciproco tra la band e l’Italia, che nel 1984 regala ai fan nostrani due esibizioni di “Radio Ga Ga” al Festival di Sanremo e i meravigliosi concerti milanesi del 14 e 15 settembre.
Il volume riporta aneddoti, curiosità, interviste, testimonianze inedite, foto rare o mai pubblicate, e una preziosa raccolta di articoli tratti da riviste italiane che - a partire dagli anni ’70 e fino all’uscita del disco postumo “Made In Heaven” del 1995 - recensiscono gli album e raccontano gli straordinari show che il gruppo tiene in giro per il mondo.
E poi... una sezione dedicata ai vari progetti portati avanti negli anni da Brian May e Roger Taylor, i nuovi concerti a nome “Queen +” - prima con lo storico cantante rock blues Paul Rodgers e poi con il giovane Adam Lambert - fino all’uscita del pluripremiato “Bohemian Rhapsody”, film dedicato alla memoria di Freddie Mercury.
In appendice, tre testi dedicati ai Queen firmati dagli scrittori Fabio Rossi e Athos Enrile, e da Alessandro Cannarozzo, della community QueenItalia che ha fornito prezioso materiale.
INSERTO FOTOGRAFICO CON IMMAGINI INEDITE
Pubblicato:
Sep 12, 2020
ISBN:
9791280133250
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Italian Rhapsody. L’avventura dei Queen in Italia - Antonio Pellegrini

Manuela

Introduzione

"E poi c’è l’Italia! I Queen arrivarono in Italia solo nel settembre 1984, negli ultimi anni con Freddie. Volevamo andarci da tempo, ma ci dicevano che avrebbero rubato tutta l’attrezzatura! Alla fine facemmo due serate a Milano, e fu l’unica volta che suonammo lì. Ma, stranamente, l’Italia divenne un incredibile calderone ribollente di musica dei Queen, e ancora oggi, sia che sia un tour con i Queen, o un progetto solista, gli italiani si dimostrano eternamente entusiasti; e anche noi siamo permanentemente esaltati quando andiamo lì"¹.

Brian May

C’è un profondo legame di amore reciproco tra i Queen e l’Italia, come afferma lo stesso Brian May. Un rapporto che si è costituito nel tempo e che persiste ancora tanti anni dopo la morte di Freddie Mercury. L’obiettivo del presente libro è di celebrare questa profonda unione, raccontando i Queen, per la prima volta, da un punto di vista diverso rispetto alle molte biografie pubblicate: quello dei fan italiani.

Fino al 1984 i Queen non hanno mai varcato le soglie del nostro Paese non solo per la paura del furto dell’attrezzatura, come ricorda appunto May, ma per le tensioni socio-politiche che per tutti gli anni ’70 vi hanno imperversato, scoraggiando i concerti degli stranieri.

Gli Italiani dell’epoca seguono così i propri eroi musicali grazie a leggendarie riviste come Ciao 2001², che ne narrano le gesta, oppure assistendo alle loro esibizioni nei Paesi confinanti.

La prima parte di Italian Rhapsody racconta proprio questo periodo della band e ospita diversi brani tratti da riviste che, già da quegli anni, tengono informati gli appassionati nostrani sul fenomeno Queen.

Il nucleo è invece costituito dagli avvenimenti del 1984: l’anno d’oro dei Queen in Italia. Dopo due entusiasmanti esibizioni di Radio Ga Ga al Festival di Sanremo davanti a milioni di persone che seguono la trasmissione in tv, approdano a Milano per due fantastici show. Grazie ad approfondite ricerche e al contributo di alcuni addetti ai lavori e fan storici, è stato possibile ricostruire lo svolgimento di queste spettacolari performance, arricchendo il racconto con testimonianze, interviste e articoli estrapolati dai principali media dell’epoca.

Il racconto prosegue con i grandiosi successi del Live Aid e del Magic Tour, per arrivare alla morte di Mercury per AIDS nel 1991, che ha tragicamente contribuito ad accrescere il mito dei Queen in Italia e nel mondo, fino al toccante Freddie Mercury Tribute del 1992, e al disco postumo Made In Heaven del 1995. Anche qui la narrazione delle vicende della band è arricchita dal resoconto proposto dai nostri media, che in occasione della scomparsa dell’artista si dimostra spesso inadeguato.

Negli anni ’90 si tengono tournée soliste, sia di Brian May che di Roger Taylor, che passano anche dal nostro Paese. Chiaramente, non si tratta più di concerti dei Queen, ma molti fan italiani hanno potuto sentire dal vivo le canzoni del gruppo per la prima volta proprio in quelle occasioni e ne conservano un ricordo speciale.

A metà degli anni 2000, i fan vengono colti da un avvenimento del tutto inaspettato: Brian e Roger si uniscono sotto la sigla Queen +, prima con lo storico cantante rock blues Paul Rodgers (già frontman dei Free e dei Bad Company) e poi con il giovane Adam Lambert (uscito da American Idol), per dar vita a nuovi tour mondiali. La spaccatura tra i seguaci del gruppo è netta: molti fan storici ritengono che i Queen siano morti con Freddie e che l’idea di avere un altro cantante sia decisamente inopportuna, altri pensano invece che Brian e Roger abbiano tutto il diritto di continuare a suonare la musica dei Queen e a portare alta la bandiera del complesso.

L’ultima parte del volume riassume gli avvenimenti legati a questa esperienza e i concerti italiani di queste formazioni.

Per concludersi poi con alcuni contributi inediti, scritti appositamente per questa pubblicazione da esperti italiani del mondo Queen e di musica a 360 gradi: Alessandro Cannarozzo³ presenta QueenItalia. La community italiana dei fan dei Queen di cui è administrator; Athos Enrile propone un interessante racconto dei Queen visti dal suo occhio di esperto di musica e lo contestualizza in tre momenti principali dagli anni ’70 ad oggi; Fabio Rossi traccia infine un interessante parallelismo tra Rory Gallagher e Brian May.

Desidero ringraziare alcune persone che hanno reso possibile la realizzazione del presente libro: Chinaski Edizioni – Francesca, Marco e Federico, tre professionisti molto diversi fra loro ma fantasticamente complementari (con cui nel 2016 ho pubblicato The Who e Roger Daltrey in Italia) – che da subito hanno creduto nel progetto; Alessandro Cannarozzo (nonché lo staff di Queenitalia e la community stessa), che ha supportato con entusiasmo questo lavoro e ha fornito tantissimo materiale relativo alle uscite stampa dei Queen nel nostro Paese, nonché un’intervista al promoter italiano che organizzò i concerti dell’84; gli amici scrittori Athos Enrile e Fabio Rossi che, oltre ai contributi in appendice, mi hanno dato un grande aiuto morale durante la scrittura; Eleonora Pradella, che ha reso disponibili due sue belle foto della conferenza stampa di Sanremo 1984 e una ricca testimonianza; Luca Cappi autore delle fotografie dei Queen in concerto nel 1984 a Milano; il collezionista Luca Ferrari che ha reso disponibili immagini del merchandising delle date italiane dell’84, il fotografo Thilo Rahn che ha fornito alcuni suoi preziosi scatti del tour con Paul Rodgers, Luigi Eordegh, che ha messo a disposizione alcune foto scattate al concerto di Zurigo 1980, Ferdinando Frega - collezionista italiano di fama internazionale - che ha reso disponibile l’immagine del tour poster di Milano ’84; e i tanti fan che hanno arricchito queste pagine con le loro testimonianze.

Concludo con una nota personale. I Queen sono la band con cui sono cresciuto, da quando li ho scoperti (tardivamente, per ragioni di età) nel 1991; e sono, e saranno sempre, una delle principali colonne sonore della mia vita, specialmente nei momenti più difficili, quando si ha bisogno di ascoltare qualcosa che faccia sentire a casa.

Buona lettura e... God Save The Queen!

1 Da Queen in 3d, la biografia fotografica dedicata ai Queen, firmata da Brian May nel 2017.

2 Ciao 2001 è stata una rivista settimanale fondata nel 1968 e pubblicata fino al 2000. Fu uno dei mezzi principali attraverso cui il rock progressivo e molta della popular music che ad esso seguì si diffusero in Italia, nonché uno dei principali strumenti di aggregazione per gli appassionati, grazie alla costante informazione garantita ai numerosi raduni e festival musicali che in quegli anni si diffondevano in tutto il Paese.

3 Autore del libro Champions Of The World – Le canzoni che hanno fatto la storia dei Queen, Arcana Edizioni.

1970 – 1974

Gli esordi

Nel 1968 il chitarrista Brian Harold May – nato il 19 luglio 1947 a Hampton (UK), studente dell’Imperial College di Londra – con il cantante Tim Staffell, decide di mettere su una band e affigge un annuncio per trovare un batterista.

Roger Meddows Taylor, di King’s Lynn (UK), classe 1949, nato il 26 luglio e studente di odontoiatria, risponde all’annuncio e viene scelto per entrare a far parte del gruppo che si può considerare progenitore dei Queen: gli Smile.

Nel 1970 Staffell lascia la band per inserirsi nelle fila degli Humpy Bong. A sostituirlo arriva Farrokh Freddie Bulsara (Zanzibar, 5 settembre 1946), amico di Staffell e anch’egli studente di arte e grafica all’Ealing Art College. Freddie cambierà presto il suo cognome in Mercury, in omaggio al messaggero degli dei. E sarà ancora lui, nonostante le perplessità dei compagni per l’ambiguità del significato, a convincerli a modificare il nome del gruppo in Queen.

Dopo aver suonato in alcune occasioni con vari bassisti, all’inizio del 1971 Freddie, Brian e Roger incontrano finalmente John Richard Deacon (19 agosto 1951, Leicester, UK), studente di elettronica, che diventerà membro stabile della band.

John è assai diverso caratterialmente dagli altri tre, molto più introverso e, più che del rock, è fan della black music; ma i quattro riescono a trovare un buon equilibrio.

In questo periodo i nuovi studi De Lane Lea sono in cerca di qualcuno che li testi; in cambio, le registrazioni verrebbero date gratuitamente alla band in questione. I Queen decidono di cogliere al volo la preziosa opportunità. Così a fine anno registrano un demo di cinque brani: Great King Rat, Liar, Keep Yourself Alive, The Night Comes Down e Jesus.

Iniziano quindi a proporsi a diverse etichette discografiche, ma senza successo, fino a quando non firmano un accordo di produzione con la Trident Audio Productions di Norman e Barry Sheffield.

Avendo frequentato la scuola d’arte, Freddie disegna il simbolo della neonata formazione, ispirandosi allo zodiaco: due leoni per Taylor e Deacon, un granchio che rappresenta il segno del cancro di May, due fate per se stesso, del segno della vergine. Al centro del logo, una lettera Q che contiene una corona; infine una grande fenice a sovrastare il tutto.

È il 13 luglio 1973 quando viene pubblicato, per la Trident/Emi, l’omonimo Queen, il loro primo disco, registrato presso i Trident Studios nei tempi morti, quando non erano utilizzati da artisti famosi come Bowie o i Beach Boys.

L’LP in UK raggiunge la 24° posizione. Il rilascio in America avviene il 4 settembre, dove si piazza solo all’83° posto.

Queen è un disco abbastanza embrionale sotto certi punti di vista, caratterizzato da sonorità hard rock e glam rock, che contiene comunque grandi pezzi rock come Keep Yourself Alive di May, dove il chitarrista può mostrare per la prima volta al mondo il suo personalissimo stile nel suonare il suo strumento, gradevoli ballate come Doing All Right di May e Staffell, o pezzi più elaborati come Liar, di Freddie.

La stampa del nostro Paese presenta i Queen al pubblico italiano con una recensione uscita a febbraio 1974 su Super Sound. L’articolo ha toni positivi ed è molto dettagliato, anche se chi scrive crede di avere a che fare con un trio e dimentica la presenza di Brian May, attribuendo a Freddie il ruolo di chitarrista!

Queen - Queen

Da Super Sound del 4 febbraio 1974

La stampa inglese sostiene che il 1974 sarà l’anno dei Queen, un gruppo di recente costituzione che sta riscuotendo un grande successo nel Regno Unito e che presto avremo l’opportunità di conoscere anche noi, con il loro primo LP che uscirà a febbraio.

L’ascolto del loro primo album ci ha rivelato un gruppo con uno stile piuttosto interessante; il maggior merito consiste nel fatto che sono riusciti a creare un sound decisamente personale e molto carico di freschezza. I dieci brani di questo LP presentano una certa originalità e soprattutto una notevole pulizia, anche nelle parti più aggressive. Certo devono affinarsi un po’, devono risolvere alcune carenze nell’arrangiamento, ma, per il resto, questa loro prima prova si può considerare abbastanza positiva. Sono solo in tre, precisamente troviamo Freddie Mercury alla chitarra, voce e chitarra solista, John Deacon al basso e Roger Taylor alla batteria.

Il primo brano si intitola Keep Yourself Alive ed è uno dei migliori esempi della via che i Queen stanno seguendo. Si apre con un riff velocissimo della chitarra, filtrata con effetti tipici della batteria elettronica, che acquista corposità e grinta con l’entrata della voce piuttosto interessante di Mercury, che cambia impostazione ad ogni strofa, con un piacevole risultato: raramente abbiamo trovato una così grande disinvoltura ed originalità in motivi così semplici come linea armonica.

Segue una dolcissima ballata dal titolo Doing All Right, con la voce solista che produce armonie molto eteree, su un contesto calmo e pacato valorizzato da un piacevolissimo arpeggio all’acustica; improvvisamente il brano si trasforma in un rock aggressivo ma pulito, con un ottimo lavoro alla chitarra, per poi ritornare brevemente alla linea iniziale.

Due brani di Mercury completano la facciata; il primo si chiama Great King Rat, un rock con un assolo della chitarra buono, ma un po’ sporco.

Il secondo motivo di Mercury si chiama My Fairy King, un brano con bellissime costruzioni armoniche che ricordano vagamente i migliori Genesis.

Pure di Mercury è Liar, primo solco del retro. Come al solito c’è un’ottima costruzione armonica ed una serie di piacevoli fraseggi delle varie chitarre sovraincise, purtroppo alla lunga saltano [nel testo originario si legge soltanto ma non ha alcun senso, nda] fuori delle carenze nell’arrangiamento e il pezzo cade di tono.

Segue The Night Comes Down, con un trascinante dialogo iniziale fra il basso e l’acustica che sfocia nella parte cantata, piuttosto intimista dove Freddie rivela doti vocali notevoli, raggiungendo toni di grande limpidezza specie sugli acuti. Ottimo il basso nel finale che sfuma in Modern Times Rock’n’Roll, opera di Taylor. Si tratta di un motivo ben impostato, anche se rivela tutti i difetti tipici di questo stile.

Il quarto solco Son And Daughter è un rock piuttosto noioso e caotico.

Concludono l’album altri due motivi di Mercury: il primo si chiama Jesus, che solo i veloci fraseggi della chitarra riescono a mantenere su livello discreto.

Bella invece Seven Seas Of Rhye, che chiude l’LP. È una brevissima ballata con ottimi spunti del pianoforte, poi coperto dall’entrata degli altri strumenti. Peccato che la sua limitatissima durata non consenta ai Queen di concludere a dovere un brano che pareva nato sotto interessanti auspici.

L’LP, a parte alcuni pezzi della seconda facciata, rivela quindi una notevole originalità e cerca di aprire un discorso un po’ fresco nell’ambito del panorama stantio della musica inglese.

Zed

Non poteva mancare Ciao 2011, che dedica all’album un breve articolo il mese successivo.

Queen

Da Ciao 2001 del 24 marzo 1974

I Queen sono in quattro e fanno del rock stereotipato, ma con maggiore entusiasmo e freschezza di altri. La figura più rappresentativa dei Queen è il cantante e compositore Freddie Mercury, che suona ogni tanto anche il piano. Il chitarrista Brian May ed il bassista John Deacon sono difficili da giudicare, tanto rassomigliano alla massa; spicca invece l’eccellente batterista Roger Meddows-Taylor.

Il disco si ascolta volentieri: sprazzi acustici e melodici sono inframezzati con un certo gusto e senza eccessivo contrasto. Piaceranno in particolare Keep Yourself Alive, Doing All Right, The Night Comes Down e Jesus".

Al momento dell’uscita, l’LP viene sostanzialmente ignorato dal pubblico e dalla stampa d’oltremanica, finché la band non dà inizio, in autunno, a un tour inglese di supporto ai Mott The Hoople⁴.

Secondo un articolo del Record Mirror, il gruppo, sebbene suoni in quest’epoca solo in piccoli club, già si reca ai concerti in limousine!

L’8 marzo 1974 viene dato alle stampe il secondo album, intitolato semplicemente Queen II, che conquista il quinto posto in classifica nel Regno Unito. In USA esce un mese dopo e si piazza al 49°.

Le due facce del vinile vengono chiamate lato bianco e lato nero, e riportano rispettivamente foto del gruppo in abiti bianchi o neri. Il primo lato ospita canzoni mediamente tranquille, mentre il secondo presenta brani di fantasia con suggestioni talvolta più scure. La fotografia usata come cover, e scattata da Mick Rock, propone un’iconografia della band che ricorrerà altre volte nella storia del gruppo, ad esempio nel video di Bohemian Rhapsody e in quello di One Vision.

Spesso sottovalutato dal pubblico di massa, il disco è invece un piccolo capolavoro che presenta già i semi delle tematiche musicali successivamente esplorate dalla band. All’interno, alcune meraviglie come le ballate Father To Son e White Queen (As It Began) di Brian May, o l’hard rock con venature glam di Ogre Battle e la hit Seven Seas of Rhye, immortalata per sempre da una spettacolare esibizione a Top Of The Pops" di febbraio, entrambe scritte da Freddie.

In Italia, Ciao 2001 ne pubblica la recensione.

Queen II – EMI

Da Ciao 2001 del 3 novembre 1974

Il complesso della regina costituisce il rock delle nuove generazioni. Questo è il loro secondo album, stampato in Italia con notevole ritardo e senza neppure troppa convinzione, e invece fra i pochi rockers dell’Inghilterra muzak, a mio avviso, a poter sperare di garantirsi un discreto seguito anche da noi. Guidati da un chitarrista, Brian May, che alla durezza del suono sa accompagnare una certa duttilità compositiva e qualche trovata originale, il quartetto convince almeno chi ha bisogno di un rock immediato, senza fronzoli. Led Zeppelin e Slade dietro alla porta, ma accorta distribuzione degli strumenti, con largo impiego di tastiere [in realtà erano tutte chitarre!, nda], corali a bocca chiusa, interpretazioni vocali misurate".

A partire dal mese di marzo il gruppo è impegnato in una nuova tournée nel Regno Unito, questa volta come headliner, e, per la prima volta, negli USA, qui ancora come supporting band dei Mott The Hoople. In queste date i Queen, in particolare Freddie e Brian, iniziano a vestirsi con elaborati abiti bianchi e neri creati dalla stilista Zandra Rhodes. È proprio in questo periodo che il pubblico inizia a notare l’attenzione che il gruppo pone nel bilanciare gli aspetti sia musicali che visivi dei propri show e, probabilmente anche per questo, si rende conto di avere di fronte qualcosa di speciale e unico nel suo genere.

La rivista italiana Super Sound dedica la copertina e un articolo interno al concerto del 31 marzo 1974 al Rainbow di Londra e ipotizza una data a fine anno in Italia, che di fatto non si terrà. Lo spettacolo londinese viene raccontato con toni entusiastici e, talvolta, con un linguaggio ricco di metafore mirabolanti. La fotografia della pagina di cui dispongo è piccola e in certi punti rende la lettura assai difficoltosa, pertanto non sono certo dell’interpretazione di alcune parole. Viene però in soccorso l’edizione del 2014 su doppio vinile o doppio cd di Live at the Rainbow ’74 che riporta finalmente, oltre ad un mix dei concerti del 19 e 20 novembre 1974, anche la registrazione di questo fantastico show.

Esclusivo da Londra: Queen in concert

Da Super Sound del 20 aprile 1974

Chi è stato al Rainbow sarà rimasto complessivamente soddisfatto dell’esibizione musicale e dell’espressione artistica dei W Queen. Il concerto era sold-out, segno evidente che il complesso si sta facendo strada operando in modo delicato e preciso in quel tessuto della musica dove il gusto del pubblico è tanto importante quanto l’esigenza artistica incorruttibile.

Alle 21 in punto Freddie Mercury and Co. salgono sullo stage: fischi e applausi. Freddie è una sposina tutta in bianco: rallegra subito e piacevolmente il pubblico con un paio di tracks che lasciano capire all’istante le sue buone possibilità vocali e la disposizione alla scena aperta e allegra. Senza dubbio costituisce l’elemento spettacolare del gruppo.

Ogre Battle termina tra tanti applausi; lodiamo però anche l’abilità del tecnico delle luci che ravviva il pezzo coi riflettori verdi, lasciando giocare i fasci di luce vivi e densi qua e là, smorzandoli poi improvvisamente in una luce verde ma diffusa e brillante.

Brian May alla chitarra e Deacon John al basso sono gelati dalla concentrazione e dall’attenzione che danno ai pezzi; ma Freddie, che suona il piano solo di tanto in tanto, ha tutto lo spazio che vuole per le pose del corpo. È piacevole e divertente vederlo correre, fare una statua improvvisa, mimare il menestrello felice di un’ora tutta rock.

Son And Daughter ci riporta al primo album. Riscopriamo la dialettica musicale vivacizzata dalla regola della corsa sullo stage e polarizzata nel ritmo tipico, anche se non originale, fatto di oscillazioni musicali continue fino alla caduta corta di uno spartito triste-allegro che normalmente serve da respiro.

White Queen torna in cima ai pensieri laddove trema la creatura gentile e crudele, il prisma cristallino che ci regala l’orizzonte o la nebbia, densa fin dentro il cervello: è un inno alla regina bianca.

Great King Rat è una track più spettacolare, più vivace, le forme artificiose dell’esibizione diventano più naturali.

Viene poi un pezzo molto bello, The Fairy Feller’s Master Stroke. Vicino al palco molti si stanno già muovendo, qualcuno alza le braccia e sgonfia con disarmonia le pulsazioni virili che gli danno alla testa o al cuore o ai fianchi: chissà!

Con Keep Yourself Alive finalmente si raggiunge una compartecipazione più sentita e generale: accompagniamo i Queen battendo le mani, riassumiamo cantando il titolo della track, la vecchia filosofia che traduce in termini di pensiero l’attaccamento naturalisticamente egoistico alla vita.

C’è un breve assolo poi di Roger Meddows-Taylor alla batteria. Biondo, veloce, un po’ basso, non ha bisogno di tanta forza

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