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L'ascesa di un Re: La leggenda di Drizzt 29

L'ascesa di un Re: La leggenda di Drizzt 29

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L'ascesa di un Re: La leggenda di Drizzt 29

Lunghezza:
562 pagine
7 ore
Editore:
Pubblicato:
11 set 2020
ISBN:
9788834436172
Formato:
Libro

Descrizione

I Compagni di Mithral Hall sono uniti nel corpo e nello spirito, ma non nelle idee. Il mondo sta cambiando intorno a Drizzt Do’Urden e i vecchi debiti devono essere saldati così come gli antichi torti devono essere raddrizzati. Ancora una volta, gli orchi e i nani si guardano con  odio e diffidenza.
Tos’un Armgo e Tiago Baenre si affannano a peggiorare le cose, come solo i drow saprebbero fare, nell’ombra ma con le spade sguainate.
Il re di Many-Arrows rappresenta l’immagine stessa della pace nel Nord e proprio per questo deve morire. Quando sale al trono un nuovo re degli orchi e Gruumsh invoca la guerra, le orde selvagge tornano a radunarsi.
Dopo decenni di pace, nel Nord, scoppia la guerra. Le spade dei nani ritrovano il loro nemico e, una volta che si bagneranno di sangue, quelle lame non verranno più rinfoderate. No, non prima che la Spina Dorsale del Mondo si tinga di rosso...
Editore:
Pubblicato:
11 set 2020
ISBN:
9788834436172
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

L'ascesa di un Re - R.A. Salvatore

autorizzata.

Prologo

Avevi mai visto una cosa del genere?» chiese Re Connerad Brawnanvil all’inviato di Citadel Felbarr. I due si trovavano su una piccola torre di guardia ai margini della valle chiamata Keeper’s Dale, intenti a guardare il cielo cupo. Il sole riusciva a malapena a penetrare la strana copertura di nubi. In effetti, era talmente poca la luce che filtrava attraverso la torbida e minacciosa oscurità là in alto, che nessuno in quelle terre del Nord riusciva ad avere una chiara visione di quanto lo circondava ormai da parecchi giorni.

«Nessuno ha mai visto una cosa del genere, mio buon re», rispose il burbero e anziano guerriero chiamato Lacero Dain. «Ma non pensiamo che sia una buona cosa».

«Sono quegli orchi», osservò Re Connerad. «I brutti scagnozzi di Obould. Sono quegli orchi, oppure il mondo è impazzito e gli gnomi portano barbe lunghe abbastanza da solleticare le dita dei piedi di un uomo alto».

Lacero Dain annuì, dichiarandosi d’accordo. Era quello il motivo per cui era stato mandato da Re Emerus Warcrown, dopotutto, poiché di certo il Regno dei Many-Arrows doveva essere la causa di quel deplorevole evento… o almeno, i nani delle Marche d’Argento erano tutti pronti a scommettere che gli scagnozzi di Re Obould ne conoscessero comunque la fonte.

«Hai avuto notizie da Citadel Adbar?» chiese Re Connerad, riferendosi alla terza comunità di nani delle Marche d’Argento.

«Sì, i Re Gemelli hanno visto quello che sta succedendo e stanno guardando al Buio Profondo per avere delle risposte».

«Credi che quei ragazzi siano pronti per un evento del genere, di qualunque cosa si possa trattare?» chiese Connerad, poiché Citadel Adbar aveva solo di recente incoronato due re, Bromm e Harnoth, i figli gemelli del vecchio Re Harbromm, che aveva regnato là per quasi due secoli fino alla sua morte recente, stando a quanto avevano raccontato i nani. I gemelli avevano ricevuto un’ottima educazione, ma non avevano visto granché in fatto di combattimenti o di complotti politici nel corso di quegli ultimi decenni decisamente tranquilli.

«Chi può dirlo?» rispose Lacero Dain, scuotendo solennemente il capo. Re Harbromm era stato un caro amico per lui e per gli altri di Citadel Felbarr, quasi un fratello per Re Emerus Warcrown. La perdita di quel grande sovrano, sepolto da poco, poteva dimostrarsi alquanto gravosa se ciò che stava accadendo, quell’oscuramento del cielo, si fosse rivelato così brutto come lasciava presagire.

Lacero Dain posò affettuosamente una mano sulla spalla di Connerad Brawnanvil. «Tu eri preparato?» chiese. «Quando Re Banak è morto e tu hai assunto il comando di Mithral Hall, sapevi cosa dovevi fare?».

Connerad sbuffò. «Non lo so neppure adesso», ammise. «Regnare sembra facile, visto da lontano».

«Non così tanto visto dal trono, quindi», concordò Lacero Dain, e Connerad annuì. «Bene, allora, giovane Re di Mithral Hall, che cosa sai adesso?».

«So di non sapere», rispose risolutamente Re Connerad. «E il non sapere probabilmente causerà dei problemi ai miei ragazzi».

«Intendi inviare dei ricognitori, allora».

«Sì, un gruppo, e tu andrai con loro, così da poter tornare a Felbarr per raccontare ciò che hai visto con i tuoi occhi».

Lacero Dain rifletté su quelle parole per qualche momento, poi rivolse un saluto al giovane Re di Mithral Hall. «Adesso sei pronto», disse, dando di nuovo un’energica pacca sulla spalla a Connerad. «Speriamo che i gemelli di Harbromm riescano a capire altrettanto rapidamente cosa fare».

«Sì, ma loro sono in due», rilevò Connerad. «Questo è inconfutabile».

Rivolse di nuovo lo sguardo verso il cielo, verso le turbolente nuvole di fumo o di qualche altra nefanda sostanza che trasformava la luce del giorno in qualcosa di più fioco della luce lunare e nascondeva del tutto le stelle.

«Questo è inconfutabile», ripeté, rivolgendosi più a se stesso che al suo ospite.

«Io sono un sacerdote di Gruumsh Occhio-solo», protestò l’orco dall’imponente statura.

«Sì, e speravo che la tua posizione denotasse almeno un po’ d’intelligenza», replicò Tiago Baenre con una risatina beffarda, spostandosi di lato.

«Siamo venuti a offrirvi una grande opportunità», disse Tos’un Armgo. «Il vostro Gruumsh non sarebbe contento?».

«Gruumsh…» cominciò a dire l’orco, ma Tos’un lo interruppe.

«Il dio degli orchi non nuoterebbe nel sangue degli umani, degli elfi e dei nani?».

Il grosso orco atteggiò le labbra a un sorriso sbilenco mentre squadrava Tos’un dalla testa ai piedi. «Uryuga ti conosce», disse lo sciamano, e Tiago sbuffò di nuovo davanti alla tipica abitudine dell’orco di riferirsi a se stesso usando il proprio nome.

«Tu parli degli elfi», proseguì Uryuga. «Tu conosci gli elfi. Vivi con loro!».

«Vivevo», lo corresse Tos’un. «Sono stato cacciato, e dalla stessa femmina che ha ucciso molti della tua specie nei pressi della grotta sacra».

«Questo non è ciò che racconta la mia gente».

Tos’un fece per rispondere, ma si limitò a sospirare. Qualunque cosa avesse fatto in quel momento, con la moglie Sinnafein là al fianco, di certo sarebbe andato a suo sfavore. Lui l’aveva lasciata sola ad affrontare gli orchi che li inseguivano nel suo tentativo di raggiungere Doum’wielle e condurla nel Buio Profondo, ma qualunque orco sopravvissuto a quello scontro di certo sapeva che lui non intendeva abbandonarla.

Uryuga ridacchiò e fece per proseguire, ma a quel punto fu Tiago a interromperlo. «Basta così», disse il figlio del Casato Baenre. «Guarda in alto, sciocco. Lo vedi? Abbiamo addirittura bloccato il sole. Ti rendi conto del potere giunto su queste terre? Se tu o il tuo cocciuto Re Obould non presterete ascolto alla nostra richiesta, allora rimpiazzeremo semplicemente entrambi e troveremo un altro re – e un altro sacerdote – che lo faranno».

L’orco raddrizzò le spalle e rimase là a torreggiare su Tiago con la sua imponente statura, ma se il drow ne fu intimidito, di certo non lo diede a vedere.

«Ravel!» chiamò Tiago, e si voltò di lato, facendo dirigere lo sguardo di Uryuga da quella parte, a guardare Uryuga – un altro Uryuga – che si stava avvicinando.

«Che cos’è questo?» chiese l’orco.

«Credi davvero che abbiamo bisogno di te?» lo schernì Tiago. «Ti ritieni davvero così importante da credere che un progetto per conquistare le Marche d’Argento si debba basare sulle scelte di un semplice sacerdote orco?».

«Un eminente sciamano», lo corresse Uryuga.

«Uno sciamano morto», replicò Tiago, estraendo di scatto dal fodero la spada affilata, simile a una scheggia del cielo stellato, e puntandola contro la gola di Uryuga.

«Io servo Gruumsh!».

«Vuoi incontrarlo? Adesso?». Tiago mosse appena un poco il polso e una macchia di sangue comparve sulla gola di Uryuga.

«Rispondimi», lo sollecitò il temibile drow. «Ma prima di farlo, pensa al magnifico spettacolo che ti perderai quando una marea di orchi avanzerà lungo le colline e le valli e si riverserà sulle grandi città del Luruar. Pensa al massacro di migliaia di nani, e tutto senza un solo colpo della pesante mazza di Uryuga. Poiché è questo ciò che faremo, con te vivo o morto. La cosa non ha importanza».

«Se la cosa non ha importanza, allora perché sono vivo?».

«Perché preferiamo che i sacerdoti di Gruumsh prendano parte alla guerra. La Regina Ragno non è nemica del grande e glorioso Occhio-solo e sarebbe lieta che lui fosse coinvolto in questa importante vittoria. Ma adesso mi sto stancando. Ti unirai a noi o preferisci morire?».

Detto a quel modo, e con una spada puntata alla gola, Uryuga non poté che fare un lieve ma definitivo cenno d’assenso.

«Non sono sicuro», disse comunque Tiago, lanciandosi un’occhiata alle spalle, verso il finto Uryuga impersonato da Ravel. «Credo che tu sia abbastanza brutto da gestire questo incarico». Mentre parlava, spinse in avanti la spada, appena un poco, penetrando con la punta affilata nella pelle dell’orco.

«Prendila», disse Tiago, voltandosi a guardare di nuovo lo sciamano. «Mi piacerebbe così tanto vedere le tue dita cadere a terra».

Ravel cominciò a ridere, ma Tos’un si mosse a disagio.

In un batter d’occhio Tiago liberò la spada, ma subito si protese in avanti e afferrò l’orco per il collo, facendolo abbassare con uno strattone. «Ti offriamo tutto quello che hai sempre desiderato», ringhiò, fissando la brutta faccia di Uryuga. «Il sangue dei tuoi nemici macchierà i fianchi della montagna, le case dei nani saranno invase dalla tua gente. Le grandi città del Luruar si prostreranno e tremeranno al suono degli stivali degli orchi. E tu osi esitare? Dovresti essere in ginocchio, a inchinarti davanti a noi, pieno di gratitudine».

«Parli come se questa guerra a cui tieni così tanto sia già stata vinta».

«Dubiti forse di noi?».

«Erano stati degli elfi drow a spingere il primo Re Obould a marciare su Mithral Hall», replicò Uryuga. «Una piccola banda con grandi promesse».

Tos’un si mosse a disagio. Lui aveva fatto parte di quel quartetto di facinorosi, sebbene, ovviamente, Uryuga, che non aveva più di trent’anni, difficilmente potesse conoscere quella lontana verità.

«Gruumsh era dispiaciuto di quella guerra?» chiese Tiago con aria scettica. «Davvero? Il vostro dio era dispiaciuto di quel risultato, che aveva offerto alla tua gente un regno nelle Marche d’Argento?».

«Un regno che teniamo saldamente, ma che verrà distrutto, se falliremo nella nostra marcia».

«Perciò sei un codardo».

«Uryuga non è un codardo», rispose l’orco con un ringhio.

«Allora procediamo».

«Loro sono sette regni, noi solo uno», gli ricordò Uryuga.

«Non sarete soli», gli promise Tiago. Puntò il dito alle spalle di Uryuga, e l’orco si voltò lentamente, lanciando un’altra occhiata sospettosa al pericoloso drow prima di azzardarsi a distogliere lo sguardo. Mentre si voltava, tuttavia, le gambe quasi gli cedettero sotto il peso del corpo poiché in lontananza, oltre quell’alto promontorio spazzato dal vento, c’erano un paio di bestie che lo fecero rimanere senza fiato.

Un paio di draghi bianchi, montati da giganti dei ghiacci.

I quattro rimasero in vista solo per pochi attimi, poi proseguirono lungo una valle montuosa situata tra un paio di picchi lontani.

Uryuga si voltò, guardandolo a bocca aperta.

«Non sarai solo», gli promise Tiago. «Questa non è una piccola banda di elfi scuri che crea problemi. Io sono Tiago Baenre, nobile figlio del Primo Casato di Menzoberranzan e maestro d’armi del Casato Do’Urden. La luce del giorno è stata nascosta grazie al nostro potere, per facilitarci la marcia, e abbiamo già teso i nostri tentacoli in lungo e in largo creando una rete per acchiappare e arruolare chiunque sia desideroso di combattere. I draghi lo sono sempre e i giganti del ghiaccio di Shining White sono ansiosi di portare a termine ciò che la loro Dama Gerti aveva iniziato un centinaio di anni fa».

Uryuga scosse il capo, apparentemente incapace di cogliere i dettagli di quel riferimento a un secolo prima. Ma la cosa non aveva importanza. Non era così stupido da lasciarsi sfuggire ciò che esso comportava: i giganti avrebbero collaborato, e con un paio di draghi, a quel che pareva.

Draghi!

«Vai da Re Obould», ordinò Tiago. «Digli che è giunto il momento di procurare gloria a Gruumsh Occhio-solo».

Uryuga indugiò qualche attimo, poi annuì e si avviò.

«Un trucco convincente», si congratulò Tiago con Ravel quando i tre drow furono soli.

Ravel riprese l’aspetto di drow e annuì.

«Intendevo dire i draghi», spiegò Tiago. «E con i giganti del ghiaccio che li montavano. Ben fatto».

«Dovrà essere ben più di un trucco, se intendiamo conquistare il Luruar», interloquì Tos’un. «Questo non è un nemico da poco, con tre roccaforti di nani, una foresta piena di elfi, e tre potenti città».

«Mia sorella non fallirà in questo, e nemmeno lo farà l’Arcimago Gromph», gli assicurò Ravel con un tono di voce che lasciava trapelare un grande disprezzo.

«Sei rimasto qui troppo a lungo, figlio degli Armgo», disse Tiago a Tos’un con aria sdegnosa. «Dimentichi il potere e il raggio d’azione di Menzoberranzan».

Tos’un annuì e non replicò. Ma Tiago si sbagliava in una cosa, lui lo sapeva. Tos’un non aveva dimenticato nulla, né riguardo alla guerra tra i Many-Arrows e Mithral Hall, né riguardo a quella che c’era stata prima, quando la leggendaria e divina Matrona Madre Yvonnel Baenre, la bisnonna di quell’impudente vanesio, aveva avuto la testa spaccata a metà dal re dei nani di Mithral Hall.

Saribel guardò nervosamente Gromph Baenre. La sacerdotessa si sentiva davvero piccola, circondata com’era da un terzetto di creature dalla pelle azzurra.

Di certo l’arcimago non sembrava intimidito, e Saribel ne fu un po’ rassicurata… almeno finché non ricordò che Gromph non era amico suo. Suo alleato, forse, ma lei non si sarebbe mai fidata di quel vecchio al punto da considerarlo qualcuno su cui poter contare.

La sacerdotessa si strinse ancora di più nel mantello di pelliccia per proteggersi dall’ululante vento di montagna che la raggelava malgrado le magiche barriere contro il freddo che aveva posto su di sé.

Tornò a guardare Gromph.

Lui non sembrava nemmeno accorgersi del vento o del freddo. Procedeva rilassato… lui procedeva sempre rilassato, si disse, decisamente sicuro di sé, senza mai la minima esitazione o incertezza.

Lei lo odiava.

«Ricordi il loro nome?» chiese a quel punto Gromph, in modo del tutto inatteso, interrompendo le elucubrazioni di Saribel.

L’aveva fatto di proposito, lei lo sapeva, come se le stesse leggendo nel pensiero.

«Ebbene?» aggiunse Gromph in tono impaziente mentre l’agitata sacerdotessa cercava di calmarsi.

L’arcimago fece una risatina maliziosa e scosse il capo.

«Sono i fratelli di Thrym, così dobbiamo dire a Jarl Fimmel Orelson», sbottò Saribel.

«Tre dei dieci fratelli del dio dei giganti dei ghiacci», disse Gromph.

«Sì».

«Ricordi il loro nome?».

«La cosa ha importanza?».

Gromph si fermò di colpo e si voltò a guardare Saribel con un’espressione accigliata. «Sono settimane ormai che sto cercando di capire perché la Matrona Madre Baenre abbia deciso di approvare la scelta di Tiago di prenderti come moglie e perciò di accoglierti ufficialmente nel nostro Casato. Ho tentato di giustificarlo come un gesto per rafforzare i nostri legami con la nuova città di Q’Xorlarrin, per ricordare alla Matrona Madre Zeerith che il suo mondo sopravvive grazie al Casato Baenre». Fece una pausa e la guardò annuendo, come se la cosa dovesse bastare, ma poi aggiunse: «Davvero, mia giovane sacerdotessa, persino quella piacevole realtà non sembra valere il prezzo di dover subire la tua ottusità».

Saribel ingoiò amaro e ce la mise tutta per impedire alle proprie labbra di tremare, fin troppo consapevole che Gromph avrebbe potuto distruggerla con un semplice pensiero, in qualsiasi momento.

«Beorjan, Rugmark e Rolloki», disse.

«Qual è Beorjan?» chiese Gromph, e Saribel sentì di nuovo crescere la paura. I giganti erano tutti della stessa taglia, alti sei metri, e con una circonferenza vita e una muscolatura ugualmente impressionanti. Avevano tutti gli stessi capelli, lunghi e biondi, indossavano pellicce più o meno della stessa fattura, e portavano tutti un’enorme ascia a doppio taglio.

«Allora?» la sollecitò Gromph con impazienza.

«Non riesco a distinguerli», sbottò agitata, convinta di stare pronunciando le sue ultime parole con quell’ammissione.

E in effetti, Gromph la guardò per un bel po’ con aria minacciosa, finché uno dei giganti non cominciò a ridere.

«Nemmeno io ci riesco», ammise Gromph. «E sì che io li ho cresciuti». Anche lui cominciò a ridere… cosa che Saribel non avrebbe mai ritenuto possibile. Le diede una pacca sulla spalla e si riavviarono.

«Io sono Rugmark, Quarto Fratello di Thrym», disse il primo della fila.

«Io sono Beorjan, il Settimo Fratello di Thrym», disse quello a sinistra, dietro ai due elfi scuri.

«Io sono Rolloki, Fratello Maggiore di Thrym», disse quello accanto a Beorjan.

Ed essi erano convinti di ciò che dicevano, sebbene ovviamente quelle dichiarazioni non fossero vere. Quelli erano tre giganti che Gromph aveva costretto a sostenere la loro causa dietro richiesta della Matrona Madre Baenre. Erano bastati alcuni incantesimi di crescita e stabilità, alcune sedute con Methil durante le quali l’illithid aveva fornito ai tre nuove identità – che quelle creature un po’ ritardate non avevano potuto fare a meno di ritenere vere – ed ecco il risultato: tre sosia viventi dei leggendari dieci fratelli del dio dei giganti dei ghiacci, Thrym.

E tre strumenti decisamente potenti che la Matrona Madre Baenre avrebbe potuto utilizzare.

«Quella è la via d’accesso alla roccaforte dei giganti dei ghiacci di Shining White», disse l’arcimago, indicando più avanti lungo il sentiero. «Appena dopo la curva. Entrate come si deve e svolgete bene il vostro ruolo».

«Tu sei molto più bravo di me a fare queste cose, sei certo di non volerti unire….».

«Cara moglie di Tiago, considera questa una prova di idoneità per far parte del Casato Baenre», disse Gromph, portandosi molto vicino a lei. «Vedi, sono in grado di porre rimedio a qualunque danno la tua stupidità riesca a causare in queste trattative, o posso semplicemente distruggere Jarl Fimmel e rimpiazzarlo con un lacchè più idoneo alle mie esigenze, se tu non riesci a convincerlo. Perciò non mi preoccupo del risultato che otterrò».

«Ma tu dovresti preoccuparti di quello che otterrai tu», aggiunse Gromph, proprio mentre Saribel cominciava chiaramente a rilassarsi. «Se dovessi fallire in questa impresa, ci sono molte sacerdotesse che ambirebbero a prendersi Tiago Baenre come marito, immagino, e molti Casati per me più importanti di quello degli Xorlarrin, malgrado le vostre ridicole illusioni di riuscire a creare una città indipendente».

I giganti intorno a loro cominciarono a ridacchiare, e uno si batté l’enorme mazza sul palmo della mano.

«Sarebbe deprecabile per te deludermi in quest’impresa, cara la mia Saribel», fu tutto ciò che Gromph aggiunse prima di far schioccare le dita e andarsene, dileguandosi semplicemente nel nulla, o così almeno parve.

Saribel Xorlarrin trasse un profondo sospiro e ricordò a se stessa di essere una Somma Sacerdotessa di Lolth e la nobile figlia di un potente Casato drow… anzi, la principessa di una città. Quelli erano semplicemente giganti dei ghiacci, massicci e vigorosi, ma ottusi e privi di poteri magici.

Aveva preparato un incantesimo in grado di teletrasportarla quasi all’istante di nuovo alla caverna dove i drow avevano piazzato il loro campo base, ma adesso quella possibilità, visto l’ultimo avvertimento di Gromph, non sembrava una soluzione intelligente, non se avesse fallito in quell’impresa.

«Basta così», mormorò, per poi rivolgersi ai tre giganteschi compagni e dire in tono deciso: «Andiamo».

«È sgradevole», disse la Matrona Madre Quenthel Baenre, mentre procedeva accanto a Gromph lungo un passo di montagna situato in alto sulla Spina Dorsale del Mondo.

«Hai freddo?».

«La luce», spiegò lei. «La vastità di questo mondo senza confini».

«Siamo ai margini dell’incantesimo di Tsabrak», spiegò Gromph. «È più scuro nella parte centrale delle Marche d’Argento».

«È un posto orribile», disse la Matrona Madre Baenre. «Vorrei tanto essere a casa mia».

Gromph annuì, e non poté davvero dissentire. Procedette a tutta velocità verso il punto stabilito per l’incontro, che si trovava appena al di là della curva successiva, su un altopiano innevato. Dopo aver superato la curva, la coppia venne assalita da un forte vento e da pungenti raffiche di neve. Tale era la furia degli elementi, simile a quella di una tempesta, che Gromph e la matrona madre dovettero avanzare ancora di qualche passo prima di riuscire a scorgere i due che li stavano aspettando, sebbene si trattasse di due esseri decisamente enormi.

Enormi e bianchi.

E draghi.

Persone meno preparate della Matrona Madre e dell’Arcimago di Menzoberranzan sarebbero cadute a terra sulle ginocchia in quel momento, o sarebbero fuggite di corsa in preda al terrore.

«Non è una bella giornata, mago?» chiese il più grosso dei due, Arauthator, la Vecchia Morte Bianca, uno dei draghi bianchi più imponenti del Faerûn.

«Loro non la pensano così, Padre», disse l’altro, un giovane maschio grande appena la metà. «Loro sono piccoli e il vento è troppo freddo…».

«Silenzio!» ordinò la Vecchia Morte Bianca con una voce che fece tremare le montagne intorno a loro.

Era difficile veder impallidire un drago bianco, naturalmente, ma a Gromph e alla matrona madre parve che il giovane drago, il cui nome era Aurbangras, rimpicciolisse sotto il peso di quel tono imperioso.

«È una bella giornata, che prelude a una splendida alba», disse Quenthel. «Voi sapete qual è lo scopo del nostro viaggio qui?».

«Darete inizio a una guerra», disse semplicemente Arauthator. «E volete che io mi unisca a voi».

«Te ne offro l’opportunità, per la gloria della tua regina», disse Quenthel.

Il drago inclinò l’enorme testa munita di corna, guardandola incuriosito.

«Ci sarà un bel bottino, Vecchia Morte Bianca», proseguì imperterrita la matrona madre. «Troverai tutto ciò che riuscirai a portare via e anche di più. Questo è il tuo compito, giusto?».

«Che cosa sai, astuta sacerdotessa?» chiese il vecchio drago.

«Io sono la voce di Lolth nel Faerûn», rispose lei. «Che cosa dovrei sapere?».

Il drago ringhiò, soffiando fuori una nuvola di nebbia e ghiaccioli attraverso i denti seghettati.

«Sappiamo che la notizia è giunta ai draghi cromatici», disse Gromph, «perché si portino via il loro bottino di oro, gioielli e pietre preziose». Tacque e guardò il drago con aria astuta, per poi aggiungere in tono enigmatico: «Un mucchio tale da arrivare fino ai Nove Inferni».

Nel sentire quello, Arautathor si girò e il suo sguardo parve altrettanto freddo di una qualunque delle esalazioni di cui si serviva come arma.

«La vostra non è l’unica regina che cerca di trarre vantaggio», disse la matrona madre. «La Regina Ragno, nella sua saggezza, mi ha mostrato che i vostri obiettivi e i miei si incrociano qui, in questa terra delle Marche d’Argento. Ci sono opportunità per entrambi, e io vengo a voi fiduciosa. Concedeteci in prestito il vostro potere e condividete con noi il bottino. Per la vostra regina e per la mia».

Il drago emise un suono strano, come se una montagna fosse stata colpita da un attacco di singhiozzo, e ai due drow ci volle un attimo per rendersi conto che Arautathor stava ridendo.

«Farò parecchi viaggi a sud, per tornare alla mia tana», li informò il drago. «E ciascun ritorno sarà carico di tesori».

«Il tuo valore se li meriterà», concordò la matrona madre con un inchino.

Anche Gromph, saggiamente, si inchinò, ma non smise mai di guardare Quenthel mentre lo faceva. Lei gli aveva detto che quella sarebbe stata una facile conquista, a causa di qualche sommovimento nei piani inferiori di notevole interesse e importanza per i draghi cromatici del Toril.

A quel che pareva, lei aveva avuto ragione, e in una questione così importante come quella, la cosa serviva di nuovo a ricordare a Gromph che lui aveva contribuito a creare in Quenthel una potente creatura. Non molto tempo prima, lui aveva pensato di farla finita con lei, ma adesso non avrebbe neppure ritenuto possibile una cosa del genere.

«Quello», disse Ravel a Tiago, indicando un guerriero orco dalla corporatura massiccia che stava andando tranquillamente in giro per l’accampamento, come mostrato dalla sfera di cristallo.

«Davvero imponente», mormorò Tiago. «Potrebbe sopravvivere al mio primo attacco, forse, anche se verrebbe abbattuto al secondo colpo».

Ravel lanciò una strana occhiata al vanaglorioso guerriero drow, e scosse impercettibilmente il capo. «Se le cose vanno come ci aspettiamo, quello – Hartusk – sarà il nostro migliore amico».

«Nella sua piccola mente».

«È l’unica cosa che conta», disse Ravel. «Hartusk è un tradizionalista, un capo guerriero assetato di sangue, e non vede l’ora di combattere. Uryuga mi ha confidato che è stato Hartusk a guidare parecchie delle bande di razziatori che hanno attaccato gli umani, i nani e gli elfi nella regione. Sempre in tutta segretezza, naturalmente, poiché questo Re Obould», spiegò, indicando un’altra figura che sedeva al centro di una tavola imbandita, un orco coperto di gioielli, con indosso un abito viola bordato di pelliccia e con in testa una vistosa corona d’oro battuto in cui erano incastonate numerose pietre semipreziose, «non tollererebbe tali attività».

«Uryuga ha detto che questo re fittizio creerà dei problemi», disse Tiago. «Noi gli offriamo potenti alleanze e importanti conquiste, e lui si limita a scuotere la brutta testa».

«Re fittizio?».

«Un re degli orchi che ha paura di combattere?» disse Tiago con una risatina sprezzante.

«È più interessato all’eredità che gli viene dal suo omonimo e all’immagine del primo Obould Many-Arrows», spiegò Ravel. «Più della gloria della battaglia, Obould cerca il potere della pace».

«A cosa giungeranno questi orchi?» si lamentò Tiago.

«A cambiare idea», rispose Ravel. Lo stregone drow fece un perfido sorrisetto mentre un’altra figura si dirigeva verso Obould, e quando i due furono vicini, la loro somiglianza risultò inequivocabile. «Lorgru, figlio maggiore ed erede proclamato di Obould», disse.

«Belween, secondo figlio illegittimo di Berellip», lo corresse Tiago, poiché lui conosceva il trucco, e sapeva anche che il vero Lorgru giaceva tranquillamente addormentato su un letto di muschio nel bacino del Fiume Surbrin, dopo avere sentito i morbidi e innegabili sussurri del veleno drow.

Ravel si mise a ridere.

Nell’accampamento degli orchi, il finto figlio di Obould si avvicinò al presunto padre portando il piatto e il bicchiere del re, il cui contenuto era stato adeguatamente controllato dagli assaggiatori di corte… una precauzione diventata decisamente importante nel corso dell’ultima settimana, dato che i cieli si erano oscurati e le voci che parlavano di una guerra imminente avevano cominciato a diffondersi tutt’intorno.

Il finto Lorgru si produsse in un saluto appropriato e se ne andò, e Re Obould cominciò a mangiare, annaffiando ogni boccone con grandi sorsate di pessimo vino.

«Re Obould sarà morto prima di domani mattina», dichiarò Ravel con certezza. «E così avrà inizio il conflitto tra i suoi numerosi figli, visto che l’erede verrà incolpato del suo assassinio».

«E nessuno di loro vincerà», disse Tiago.

«Nessuno di loro sopravvivrà , probabilmente», concordò Ravel, il cui sorriso lasciava intendere che avrebbe fatto il possibile per assicurarsi che accadesse proprio quello. «Hartusk rivendicherà il trono, e chi tra gli orchi oserà opporsi al potente capo guerriero, se verrà appoggiato dai drow di Menzoberranzan e da una legione di giganti dei ghiacci di Shining White?».

Tiago annuì. Era stato tutto così facile. Saribel non li aveva delusi, e Jarl Fimmel Orelson aveva chiamato gli altri clan di giganti della Spina Dorsale del Mondo, convincendoli a unirsi a loro. Essi erano ansiosi di combattere. La semplice esistenza del vasto Regno dei Many-Arrows aveva impedito ai clan dei giganti dei ghiacci di proseguire nelle loro scorrerie a danno degli abitanti delle Marche d’Argento, e gli orchi di certo non possedevano ricchezze o bestiame sufficienti a spingere i giganti a depredarli!

«Per noi è meglio che Re Obould non acconsenta alla richiesta di Uryuga», disse Ravel, strappando Tiago alle proprie elucubrazioni. Il maestro d’armi guardò l’amico stregone e gli fece segno di continuare.

«Obould sarebbe sempre stato un capo riluttante», spiegò Ravel. «Ogni volta che una città, o anche solo una piccola roccaforte, gli avesse offerto la pace, probabilmente lui sarebbe giunto a vedere la cosa come un motivo di vanto e ad accettare il trattato che gli veniva proposto. Lui è, e sarà sempre più di qualunque altra cosa, interessato a quel suo antenato e all’idea di una pacifica famiglia Many-Arrows. Ma Hartusk? No. Lui non vuole altro che sentire il sapore del sangue».

«Adesso però il regno potrebbe dividersi», lo mise in guardia Tiago. «Quelle bestie sono stanche delle linee immaginarie che tracciano i loro confini. Soprattutto gli orchi che vivono all’esterno della Fortezza Dark Arrow, dove Re Obould tiene quelli che sono più fedeli a lui e alla sua causa. Essi hanno parlato spesso della famiglia di Obould che vive nel lusso grazie al trattato firmato con i nani e con gli altri regni, e sono giunti a nutrire un profondo risentimento… assetati come sono di battaglie, di vittorie e di sangue. Il messaggio di Hartusk suonerà per molti come il vibrante appello di Gruumsh in persona».

«Obould verrà presto dimenticato, quindi», concordò Tiago. «Gettato nel mucchio di fuliggine della storia per essere scopato sotto l’angolo alzato di un sudicio tappeto di pelle, e per essere ricordato con nient’altro che dileggio».

«Centomila orchi marceranno, seguiti da legioni di giganti», disse Ravel, con gli occhi rossi che scintillavano alla luce della torcia.

«Tireremo fuori goblin, bugbear e orchi da ogni buco del Buio Profondo per rafforzare le loro fila», disse Tiago, tutto preso dall’eccitazione.

«E anche cose più scure», disse Ravel, e Tiago si mise a ridere.

Loro erano stati mandati là per dare inizio a una guerra.

I drow erano molto bravi a svolgere quella particolare incombenza.

Parte 1

Sotto cieli di desolazione

Quanto più facile diventa il mio viaggio quando so di percorrere una strada di rettitudine, quando so che la mia direzione è giusta. Senza il minimo dubbio, senza la minima esitazione, io procedo, desiderando ardentemente raggiungere l’obiettivo previsto, sapendo che quando sarò giunto là mi sarò lasciato dietro un percorso migliore di quello che ho fatto.

Così era stato quand’ero tornato a Gauntlgrym, a trarre in salvo un amico perduto. E così era stato quando avevo lasciato quel luogo oscuro per andare a Port Llast, a riportare i prigionieri liberati alle loro case e al luogo a cui appartenevano.

E così è adesso mentre vado a Longsaddle, dove Thibbledorf Pwent verrà liberato dalla sua maledizione. Senza esitazione alcuna, io procedo.

E che dire del viaggio che abbiamo programmato dopo questo, per andare a Mithral Hall, dai Many-Arrows… per dare inizio a una guerra?

I miei passi rallenteranno, mentre l’eccitazione che provo nel vivere quest’avventura insieme ai vecchi amici si attenuerà sotto il peso dell’oscurità che ci sta davanti? E se non riesco ad accettare le affermazioni di Catti-brie circa il fatto che la razza degli orchi sia irrecuperabile, o a concordare con Bruenor quando insiste nel dire che la guerra è già iniziata sotto forma di incursioni degli orchi, allora cosa lascia presagire questa discordanza per l’amicizia e l’unione dei Compagni di Mithral Hall?

Non ucciderò dietro ordine di qualcun altro, nemmeno di un amico. No, prima di estrarre le mie lame, debbo essere convinto nel cuore e nell’anima di colpire per giustizia o per difesa, per una causa per la quale valga la pena combattere, valga la pena morire, e cosa ancora più importante, valga la pena uccidere.

Questo è fondamentale per la persona che sono e per come ho deciso di vivere la mia vita. Non è sufficiente che Bruenor dichiari guerra agli orchi dei Many-Arrows e dia inizio alla rappresaglia. Non sono un mercenario, non mi faccio comprare dalle monete d’oro o dall’amicizia. Deve esserci qualcosa in più.

Deve esserci il mio consenso alla decisione di combattere.

Mi godrò il viaggio verso Mithral Hall, immagino. Circondato dagli amici che mi sono più cari, mentre percorriamo ancora una volta insieme quelle nuove strade. Ma probabilmente il mio passo sarà un po’ meno rilassato, un po’ più pesante a causa dell’esitazione procuratami dalla coscienza.

O non dalla coscienza, forse, ma dalla confusione, poiché di certo non sono convinto, per quanto non sia neppure dubbioso.

Per farla semplice, non sono sicuro. Poiché sebbene le parole di Catti-brie – così lei dice e così io credo – vengano da Mielikki, esse non sono ancora quelle che sento nel cuore… e questo dev’essere d’importanza fondamentale. Sì, persino più dei sussurri di una dea.

Qualcuno definirebbe questa insistenza il non plus ultra della tracotanza, della pura e semplice arroganza, e forse in un certo senso potrebbe avere ragione. Per me, tuttavia, non si tratta di arroganza, ma di un senso di profonda responsabilità personale. Quando scoprii per la prima volta la dea, fu perché la descrizione di Mielikki pareva corrispondere a ciò che avevo nella mente e nel cuore. I suoi principi erano in linea con i miei, o così almeno sembrava. Altrimenti, lei non avrebbe significato per me più di qualunque altro nel cosiddetto pantheon delle razze del Toril.

Poiché io non voglio che sia un dio a dirmi come mi devo comportare. Non voglio che un dio guidi i miei movimenti e le mie azioni… no. E nemmeno voglio che le leggi di un dio decidano ciò che io so essere giusto o vietino ciò che so essere sbagliato.

Poiché di certo non debbo temere la punizione di un dio per seguire un percorso che so essere in linea con quello che ho nel cuore. Anzi, considero questo modo di giustificare il proprio comportamento decisamente superficiale e pericoloso. Sono un essere in grado di ragionare, dotato di una coscienza e di una comprensione di ciò che è giusto e sbagliato. Quando mi allontano da quel percorso, quella che ne risulta maggiormente ferita non è qualche divinità invisibile e ultraterrena le cui regole vengono inevitabilmente trasmesse – e spesso interpretate in modo soggettivo – da sacerdoti e sacerdotesse mortali con carenze umanoidi. No, quello maggiormente ferito dalle digressioni di Drizzt Do’Urden è Drizzt Do’Urden.

Non può essere altrimenti. Non avevo sentito la chiamata di Mielikki quand’ero entrato a far parte del malinconico gruppo di Artemis Entreri, Dahlia e degli altri. Non erano state le istruzioni di Mielikki che mi avevano fatto allontanare da Dahlia, finalmente, sulle pendici del Monte Kelvin… a meno che quelle istruzioni non fossero le stesse scolpite nel mio cuore e nella mia coscienza.

Il che, se è vero, mi riporta esattamente al momento in cui ho trovato Mielikki.

In quel momento, non ho trovato una madre soprannaturale che teneva l’asticella dei fili che reggevano un burattino di nome Drizzt.

In quel momento, ho trovato un nome per ciò che ritengo vero. E quindi, insisto nel dire che la dea è nel mio cuore, e che io non debbo guardare oltre per decidere come comportarmi.

O forse sono semplicemente arrogante.

Ma va bene così.

Drizzt Do’Urden

Capitolo 1

L’estate dello scontento

«C he cosa stanno facendo adesso quei cani?» chiese Re Bromm di Citadel Adbar quando i ricognitori tornarono a riferire.

«Niente di buono, questo è altrettanto certo del sederino lustro di un bambino goblin», rispose il fratello gemello, Harnoth, che regnava insieme a lui su Citadel Adbar.

I gemelli si guardarono e annuirono cupamente… entrambi capivano che quella era la loro prima vera prova come sovrani che governavano in coppia. Avevano avuto i loro battibecchi diplomatici e militari, questo era certo: una trattativa commerciale con Citadel Felbarr che era quasi sfociata in uno scontro tra Bromm e il negoziatore principale di Re Emerus, Parson Glaive; una disputa territoriale con gli elfi di Moonwood, i quali avevano assunto un atteggiamento talmente ostile che i capi di Silverymoon e Sundabar avevano dovuto recarsi a nord per intervenire; persino alcune schermaglie con quelle fastidiose canaglie dei Many-Arrows, e con bande di razziatori di cui facevano parte giganti e altre bestie… ma se i ricognitori erano corretti nella loro valutazione, allora di certo i Re gemelli di Citadel Adbar non avevano ancora sperimentato nulla di quell’importanza.

«Centinaia, hai detto?» chiese Bromm a Ragnerick Gutpuncher, un nano giovane ma di notevole esperienza come ricognitore.

«Parecchie centinaia», rispose Ragnerick. «Stanno inondando l’Alta Valle del Surbrin con la puzza degli orchi, miei re. Stanno già premendo sulla foresta di Moonwood… ci sono frecce che volano fuori dai rami e fumo che si alza nel cielo cupo».

Quelle ultime parole risuonarono minacciosamente nella sala, poiché le implicazioni comportate dal cielo buio che continuava a incombere sulle Marche d’Argento erano difficili da ignorare.

«Attaccheranno Mithral Hall, questo è certo», disse Bromm.

«Dobbiamo mettere subito in guardia Emerus e Connerad», concordò il fratello.

«Mithral Hall è parecchio lontana», si lamentò Bromm, e Harnoth non poté dissentire. Le tre roccaforti del Luruar abitate dai nani erano collocate più o meno in fila, con Adbar a sud-ovest di Felbarr, e a una distanza più o meno simile a sud-est da Mithral Hall, con la maggior parte del percorso che le collegava appena più a sud della foresta conosciuta con il nome di Glimmerwood. Per andare da una roccaforte all’altra bisognava percorrere una distanza di oltre centocinquanta chilometri, almeno una settimana di cammino… ma probabilmente due volte tanto, visto il terreno accidentato. Le tre roccaforti erano anche collegate sottoterra, attraverso gallerie che passavano nella parte superiore del Buio Profondo, ma persino in quel caso la marcia sarebbe stata lunga e difficile.

«Dobbiamo andare», disse Harnoth. «Non possiamo starcene qui seduti a lasciare che i nostri compagni affrontino da soli l’attacco… e probabilmente siamo gli unici a essere al corrente della cosa».

«No, Connerad lo sa già, credo», replicò Bromm. «Ha un esercito di orchi che lo sta assediando a nord. Lui lo sa».

«Ma noi dobbiamo sapere se gli serve aiuto», disse Harnoth, e Bromm annuì. «Mi recherò con una schiera di soldati fino a Felbarr, passando attraverso le gallerie, e se ci sarà bisogno di noi, proseguiremo fino a Mithral Hall».

«Il Buio Profondo», commentò cupamente Bromm. «Sono anni che non passiamo più di là, se non per andare a Sundabar. Sarà meglio che la schiera sia ben nutrita».

«E tu bloccherai l’accesso ad Adbar», concordò Harnoth, annuendo.

«Sì, è già ben protetta, e magari vado là a controllare meglio e a cacciare semplicemente quegli orchi dai margini della foresta di Glimmerwood. La prossima volta che discuteremo con gli elfi per accaparrarci qualche pezzo di terra, non lasceremo che dimentichino ciò che abbiamo fatto per loro».

«Centinaia», disse Harnoth cupamente».

«Bah, sono solo orchi», replicò Bromm, agitando la mano con fare sprezzante. «Magari li scuoieremo e useremo la loro pelle per costruire delle belle strade da Adbar fino a Felbarr, e fino a Mithral Hall».

Davanti a quella battuta, Re Harnoth scoppiò in una sonora risata, ma a poco a poco ignorò l’assurdità della cosa e si concesse di prendere in considerazione proprio quella possibilità.

«Siamo pronti a farci sentire!» annunciò a Re Connerad alla Generalessa Dagnabbet, figlia e omonima di Dagnabbit, e nipote del famoso Generale Dagna. Si trovavano su un alto picco a nord di Mithral Hall, a guardare giù verso l’Alta Valle del Surbrin, dove le acque del grande fiume erano opache e piatte sotto il cielo cupo e la robusta vegetazione della foresta di Moonwood – la parte a nord-est di quella più grande di Glimmerwood – era immersa nell’oscurità.

«La Brigata Gutbuster è impaziente di colpire qualcosa, mio re!» gridò Bungalow Thump, a guida della famosa Brigata Gutbuster come guardia del corpo personale di Connerad. Dal gruppo tutt’intorno si levò un coro di acclamazioni.

Ma Re Connerad stava scuotendo la testa. Guardò la moltitudine di orchi che si trovava nell’altopiano là in basso. C’era qualcosa che non andava. Gli orchi, schierati in due fazioni contrapposte, si stavano muovendo come se fossero uno sciame d’api, fondendosi in un’enorme nuvola nera che rendeva la valle altrettanto buia del cielo sopra di loro.

«Adesso, mio re», lo supplicò Bungalow Thump. «Quei pazzi stanno combattendo tra loro. Riusciremmo ad abbatterli a centinaia».

Poi si fece avanti, portandosi al fianco di Connerad per proseguire, ma Dagnabbet lo intercettò e lo spinse indietro.

«Che cosa ne pensate?» chiese la giovane nana.

«Che cosa ne pensi tu?» chiese Connerad alla sua generalessa, la quale avrebbe ben presto assunto il comando della guarnigione di Mithral Hall, stando a quanto si diceva.

«Penso che sia trascorso troppo tempo da quando la mia ascia si è abbattuta su di un orco», replicò Dagnabbet con una risatina astuta.

Connerad si costrinse ad annuire, ma era ben lontano dal concordare pienamente con quanto lasciava intendere la dichiarazione della generalessa. Non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione che qualcosa là non fosse come sembrava.

«Non dobbiamo lasciar passare troppo tempo prima di andare», disse Bungalow Thump. «C’è parecchia strada da fare per scendere a valle».

Re Connerad guardò Dagnabbet e poi Bungalow Thump, e l’espressione ansiosa che vide sul volto dei due gli fece temere di comportarsi con eccessiva prudenza. Stava forse venendo meno alle proprie responsabilità di sovrano per una semplice questione di paura? Stava vedendo ciò che voleva vedere così da poter evitare di correre rischi?

Mentre borbottava tra sé, rimproverandosi per la propria debolezza, l’ordine di scendere a valle quasi gli uscì di bocca… quasi, ma Connerad si trattenne e si costrinse a concentrarsi con maggiore attenzione sul caos che regnava là in basso davanti ai suoi occhi, e in quel momento di chiarezza conobbe la

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