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In catene. I giorni di Layne Staley e gli Alice In Chains

In catene. I giorni di Layne Staley e gli Alice In Chains

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In catene. I giorni di Layne Staley e gli Alice In Chains

Lunghezza:
715 pagine
10 ore
Pubblicato:
2 set 2020
ISBN:
9791280133120
Formato:
Libro

Descrizione

Gli Alice in Chains fanno parte dei Quattro Grandi del Grunge, con Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden. La loro storia, mai raccontata prima in Europa, è fatta di dura abnegazione, musica dalla profondità emotiva e autodistruzione, ma non solo. Layne Staley resta uno dei più grandi e rimpianti cantanti della sua epoca, in cui la band ottenne il primo Disco d'Oro del Seattle Sound. Dopo il bestseller Dirt, gli Alice In Chains piazzarono due lavori consecutivi in vetta alle chart statunitensi, stabilendo exploit discografici mai toccati prima; nonostante i testi espliciti su droga e sofferenza, hanno raggiunto il successo globale con oltre trentacinque milioni di album venduti e continuano a perpetrarlo ancora oggi.
Sebbene gli eccessi ne abbiano minato la carriera - reclamando le vite dell’iconico frontman Layne Staley e del bassista/fondatore Mike Starr - gli Alice in Chains hanno superato la prova del tempo, grazie al chitarrista/cantante Jerry Cantrell, autore principale, e all’affetto dei fan.
Dagli anonimi esordi - fra glam losangelino e metal d’annata - all’esplosione planetaria del grunge, fino alla scomparsa del tormentato vocalist, questi musicisti si sono imposti per l’eccezionale urgenza espressiva e l’intensità disarmante della loro musica, tuttora influente. L’irripetibile lascito artistico di Layne Staley - cantante, compositore, poeta, disegnatore - e dell’epopea che ha coinvolto gli Alice In Chains durante l’ultima età dell’oro del rock, quella di fine anni 80/primi 90, ha generato un’eco che continua a riverberarsi.
Il volume racconta tutto questo, basandosi su un lavoro giornalistico maniacale che raccoglie i fatti con interviste, articoli e recensioni, estrapolati da giornali, riviste, libri, documentari, film e siti web di tutto il mondo; un viaggio da Seattle a Los Angeles, arricchito da testimonianze inedite e interviste esclusive a colleghi e amici del vocalist - realizzate apposta da Giuseppe Ciotta per questo volume - che hanno reso tangibile quanto appreso dall’autore negli ultimi venticinque anni di studio continuo e appassionato sui fenomeni musicali, ma non solo, dei nineties; centinaia di note e approfondimenti riguardanti Layne Staley, gli Alice In Chains, gli altri gruppi di Seattle, la sua scena, i locali, le TV, le radio, i programmi, i magazine, gli strumenti musicali e gli elementi più importanti che hanno definito il contesto in cui la band ha prosperato; l’analisi critica e testuale di tutte le canzoni del complesso; le caratteristiche tecniche delle registrazioni; le curiosità e i dietro le quinte; la più ampia rassegna di concerti e rarità audio/video della formazione col suo storico frontman; un archivio di fonti e una bibliografia che abbracciano quarant’anni di rock.
È l'innocente e dolorosa storia su come Layne Staley e gli Alice in Chains siano emersi per restare.
Pubblicato:
2 set 2020
ISBN:
9791280133120
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

In catene. I giorni di Layne Staley e gli Alice In Chains - Giuseppe Ciotta

RASSEGNA STAMPA

L’acquario e il Waterfront di Seattle visti dal Puget Sound

(foto di Terry Ciotta)

PREFAZIONE

La Sua Storia, La Nostra Storia…

Con il grunge, noi appassionati di musica nati negli anni Settanta e arrivati all’età in cui spendevamo tutto quello che avevamo in dischi all’inizio dei Novanta, abbiamo un enorme debito di riconoscenza. E vi spiego perché. Fino all’esplosione dei quattro cavalieri dell’apocalisse della Città Smeraldo – Nirvana, Soundgarden, Pearl Jam ed Alice In Chains – siamo stati costretti a subire impotenti la solita fastidiosa solfa da parte di genitori e fratelli più grandi.

"Poveracci, siete arrivati tardi per il rock, ormai non c’è più nulla che faccia veramente Storia. Ai nostri tempi, invece... Avevamo i Beatles, i Rolling Stones, per non parlare di Doors, Pink Floyd e poi Black Sabbath, Led Zeppelin, David Bowie..." – esclamavano con tono paternalistico i primi.

"Sfigatelli che non siete altro, potete giusto trastullarvi con la lacca-music dei Poison, che tristezza! Noi invece abbiamo visto nascere il punk, gente tipo Sex Pistols, Clash, per non parlare dell’avvento dell’heavy metal, ma quello serio!" – ribadivano i secondi.

E noi zitti, incapaci di replicare. E se provavi a ribattere che, non so, Motley Crue e Guns N’ Roses non erano male, ti sentivi rispondere che quelle cose gli Aerosmith o i Kiss le facevano già quindici anni prima. Insomma, si subiva, con la triste convinzione che, come diceva Lester Bangs, il rock era ormai morto e sepolto e noi ce l’eravamo perso.

Ma poi arrivò il grunge e cambiò tutto. Ora anche noi stavamo assistendo direttamente, e non per sentito dire, alla Storia con la S maiuscola. Perché è innegabile che dischi come Nevermind, Badmotorfinger, Ten e Dirt abbiano cambiato per sempre l’approccio al rock e oggi siano universalmente riconosciuti come capolavori immortali, alla pari di quelli delle leggendarie band che li avevano preceduti e con cui ci tiranneggiavano genitori e fratelli maggiori.

Quando esplose il grunge avevo sedici, diciassette anni e come tanti miei coetanei – autore di questo libro compreso – ne venni rapito. Diventai un fan accanito del Seattle Sound, allargando la mia conoscenza anche ad altri gruppi del periodo, con la passione propria del collezionista: Screaming Trees, Melvins, Tad, Mudhoney, eccetera, eccetera. Ovviamente, pur piacendomi quasi tutte le band considerate grunge (ammesso che questo termine volesse poi dire veramente qualcosa, oltre alla provenienza geografica, l’attitudine meno da star, il cantato roco e le camicie di flanella), avevo la mia scala di valori. Dai, vi racconto il mio podio. Al terzo posto le Hole di quella pazza di Courtney Love, al secondo i Nirvana di quel genio di Kurt Cobain. Che volete che vi dica? Ho sempre amato disperatamente sia il punk, sia le melodie pop fatte bene.

Al primo posto, invece, e con ampio distacco, c’erano loro: gli Alice In Chains. Non lo so perché, visto che erano, almeno all’inizio, i più metal del lotto. Forse per quella chitarra sporca eppure sontuosa di Cantrell. Più probabilmente per l’incredibile voce di Layne, che sapeva toccarmi le corde del cuore. Certamente per i testi, che raccontavano una realtà che conoscevo fin troppo bene, quella delle dipendenze, e che per poco non distrusse la mia famiglia. La caduta giù nel buco che cantava Layne la vedevo ogni giorno fra le mura di casa, nella convivenza forzata con un tossicodipendente, e questo mi permetteva di comprendere che il frontman dei Chains non solo non stava mentendo ma era di una sincerità disarmante. E che la droga fa male, si porta via tutto, pure gli avanzi di te, che sia maledetta.

In questa casa editrice si è parlato spesso di fare qualcosa su Layne Staley e gli Alice In Chains. In Rock is Dead, il programma che conduco con Epìsch Porzioni sulle frequenze di Radio Popolare, abbiamo dedicato allo sfortunato cantante un’intera puntata. E ne abbiamo anche scritto nell’omonimo libro.

Eppure, per rendere veramente merito a un gruppo così importante e rilevante nella storia della musica, serviva qualcosa di più. Anche perché Layne si è affermato ed è scomparso nell’era immediatamente precedente all’utilizzo massivo di internet, e le informazioni su di lui erano sempre arrivate col contagocce. Quindi, una biografia precisa e accurata non era solo utile, ma necessaria.

Sì, ma chi poteva imbarcarsi in un’opera così titanica? Serviva uno scrittore bravo e competente, magari un musicista, che possibilmente potesse recarsi a Seattle e a Los Angeles, per raccogliere materiale di prima mano, intervistando amici e conoscenti di Layne, visitare i suoi posti e recuperare tutto il possibile – e pure l’impossibile – pubblicato su di lui. Insomma, ci voleva il sogno di ogni editore che si rispetti: lo scrittore perfetto! Un sogno, appunto...

D’altronde, solo così si poteva pensare di raccontare un’epopea tanto spessa e pregna di significati quale è stata l’avventura artistica e umana del biondo cantante su questa terra, intrecciata indissolubilmente anche agli altri protagonisti e spiriti affini coevi, ma non solo, che ne hanno attraversato la strada o condiviso con lui successi, cadute, tour e stress da copertina.

Ovviamente, per tanto tempo non se n’è fatto niente. Pensate che desidero questo libro da almeno dodici anni. Era il 2007, quando a una riunione con i miei soci espressi l’idea di un tomo su Layne e gli AIC.

Poi è arrivato Giuseppe Ciotta. Giornalista siciliano, quarantatré anni, e chitarrista/cantante di diverse band in vista nella scena underground catanese degli anni Zero. Segni particolari? Una conoscenza mostruosa del grunge.

Altro da segnalare? Combinazione, stava partendo per Seattle e la West-Coast, ed era entusiasta di scrivere per noi In Catene, visto che gli Alice In Chains erano uno dei suoi gruppi preferiti. "Ed eravamo sulla strada, e non si poteva tornare indietro" – come cantava Jim Morrison in I looked at you.

Per oltre due anni, Giuse ha setacciato la vita di Layne Staley e la parabola artistica degli Alice In Chains. Ha intervistato amici, collaboratori, musicisti, persino il coinquilino di Staley nel periodo del disco con i Mad Season. Ne è venuta fuori un’opera monumentale, scritta con passione, rigore e professionalità, che ci restituisce Layne in tutte le sue tante sfaccettature e complessità. Un libro che commuove, fa arrabbiare, non consola ma comunque non smette mai di prenderci per mano. Una stretta forte capace di condurci al centro di quel suono magico che, per una volta, ci ha fatto sentire testimoni attivi di una Storia. Che sicuramente è stata la sua, ma un po’ è anche la nostra.

Federico Traversa

PROLOGO

The ghost town used to be my city¹

Seattle, giugno 2017

Qui il tramonto è di due tipi, dipende da dove l’osservi e dalle particolari condizioni climatiche. Se c’è il sole e ti trovi in centro – magari accanto all’acquario cittadino² e di fronte alla ruota panoramica – lo vedi irradiare tutto il porto antistante, coi raggi che rimbalzano sulle prue dei traghetti per poi dirigersi contro l’imponente vegetazione circostante. I riflessi sull’Oceano Pacifico, qui racchiuso nella strettoia naturale del bacino Puget Sound, sembrano piccole fiaccole scintillanti sull’acqua. Le montagne all’orizzonte – sulle quali svetta il monte Rainier – fanno da lenzuolo bianco per la proiezione degli ultimi luccichii che si tuffano nella neve, mentre il sole lentamente scompare. Adesso capisci perché Seattle è chiamata Emerald City³: tutte le gradazioni del verde, dalle più tenui alle più intense, si stagliano ai tuoi occhi, cullate dal tramonto via via più fioco. La luce sui maestosi boschi intorno alla città, sorta al loro interno, ha ripetuto la magia: sei stregato.

Oggi è uno di quei 200 giorni all’anno in cui, citando il chitarrista dei Pearl Jam Stone Gossard: Piove e/o nevica. Sembra che il sole sia rivestito da una coltre grigia e, se passeggi per lo U-District, lo guardi svanire dietro ai condomini residenziali e alle strutture legate alle attività universitarie. Puoi provare a rincorrerlo ma si nasconderà dietro l’Husky Stadium⁴, che prepara il confine del quartiere alle uscite per l’ondivaga autostrada I-5⁵. A fissarlo da qui, un tramonto uggioso è come la luce di una candela stretta da un bimbo nascosto sotto una grande coperta, mentre immagina di trovarsi dentro una capanna ad ascoltare storie di fantasmi. E di fantasmi, in giro per Seattle, ce ne sono tanti.

Per gli abitanti questa non è vera pioggia, è solo una leggera patina d’umidità che riveste le bellezze di un territorio che toglie il fiato. Forse anche lei è parte dell’incanto, come la brezza mattutina che ricopre una pianta di tenue rugiada e la rende più brillante. Alcuni lo considerano il clima ideale per fare jogging nel distretto universitario, in gran parte pedonalizzato. Soprattutto a giugno, che qui è simile alla nostra primavera.

Lo U-District è una vasta area di Seattle, quella in cui si trova il più grande campus della Washington University, e il suo centro è la Brooklyn Avenue. Facilmente raggiungibile sia dai bus urbani sia dalla metro, il cuore della zona dista solo qualche fermata dalla stazione di Capitol Hill – il quartiere più alla moda – e negli ultimi anni sta conoscendo una riqualificazione edilizia senza fine. È un luogo molto tranquillo. Dopo mezzanotte, chiusi i pub e i piccoli bar, non si trova più tanta gente in giro. I locali notturni qui non abbondano, come invece in altre parti della città. Di giorno, al contrario, gli studenti e le famiglie operaie e del ceto medio che ci vivono – in parte immigrati asiatici e mediorientali – ne ravvivano, con voci acute, le strade.

Seattle, estate 2001

Jeff Gilbert è un giornalista del mensile Guitar World. Nella seconda metà degli anni 80 era redattore per la rivista gratuita The Rocket⁶, in cui narrava gli entusiasmanti progressi della scena musicale di Seattle, sua amata città. Non si perdeva un concerto e, mentre lui cresceva professionalmente, alcuni suoi conoscenti maturavano artisticamente. Di conseguenza, entrò nello staff della nascente Sub Pop Records, rivoluzionaria etichetta indipendente che avrebbe lanciato Soundgarden, Nirvana, Mudhoney e spalancato le porte di Seattle al successo. In fondo, era una presenza costante nell’ambiente, musicisti e proprietari dei locali si fidavano di lui, molti gli erano amici.

In questo grigio pomeriggio nello U-District, però, quel glorioso passato pare rivivere solo nella sua testa. O forse anche in quella di qualcun altro, pensa Gilbert. C’è una strana presenza laggiù, dall’altra parte della strada: gli sembra il sopravvissuto di un’epoca lontana, simile a quella in cui il giornalista ha prosperato, ed è fuori posto nei pressi di un incrocio che è tutto uno strombazzare di allegri studenti. Inizia il nuovo anno accademico e, dopo i festeggiamenti all’Husky Stadium, gli universitari invadono le strade agghindati nelle loro divise, sventolando i gagliardetti delle confraternite e riempiendo di colori il quartiere. Circondata dalla gioventù saltellante, con le gote rosse sprizzanti salute e gli sguardi sereni di chi osserva il futuro da lontano, la strana figura spicca nella massa e, paradossalmente, appare ancor più sola.

Jeff Gilbert ha appena il tempo d’intristirsi davanti a quella visione. Uno schianto metallico lo fa soprassalire, disperdendo le allegre brigate di studenti, ora allarmati e con gli occhi spalancati in espressioni interrogative. Sembra sia successo qualcosa di brutto, oltre l’incrocio in cui ha scorto quella presenza, e il giornalista istintivamente si dirige lì a passo svelto, seguito e preceduto da tanti altri. Non appena la visuale glielo consente, la scena di un incidente d’auto gli si svela a poche decine di metri: una Pontiac Trans Am Firebird⁷ del ’77 si è letteralmente conficcata dentro un’ambulanza che tagliava l’incrocio dal senso opposto, in corsia d’emergenza. Non ci sono feriti e, per fortuna, il mezzo medico non trasportava alcun paziente. I passeggeri sono seduti sul marciapiede, un po’ spaventati ma sollevati, senza alcuna voglia di discutere sulle dinamiche di un incidente che – alla fine – li ha miracolati. Ci penserà la polizia, in arrivo.

Gilbert sta per defilarsi ma, all’improvviso, l’enigmatico soggetto che lo aveva colpito prima, dall’altra parte della strada, ricompare. Sembra anziano e si aggira con fare impacciato attorno all’auto in panne. Ha un aspetto molto trasandato, è magrissimo e ingobbito, cosa che non rende giustizia alla sua evidente altezza. Ha il viso consunto, gli occhi infossati e cerchiati da profondi solchi violacei. Ad eccezione di un copricapo in lana di colore chiaro, è vestito completamente di nero, con un lungo trench di pelle, jeans aderenti e anfibi ai piedi. Jeff Gilbert, per un attimo, si chiede dove non l’abbia già incontrato. Magari è il più vecchio rocker di Seattle ancora in vita, sorride fra sé e sé, e l’avrà visto a un concerto nel corso degli anni! La strana figura si china e comincia a raccogliere gli oggetti caduti fuori dall’auto, per portarli agli scossi proprietari. Ogni volta che si accovaccia per farlo, quelli raccattati prima gli cascano dalle tasche del trench. Sebbene ricca di solidale umanità, è una scena goffa e triste. Ancor di più quando Gilbert nota delle piaghe sul corpo dell’uomo, che si mostrano da sotto gli abiti ad ogni suo movimento. Forse gli manca il dito di una mano. Non ne è sicuro perché indossa dei guanti imbottiti ma lui ci giurerebbe, dal modo in cui stringe le cose pescate da terra. Si accorge pure che il tizio non è solo, uno più giovane ma parecchio tamarro gli gironzola intorno, fuori posto anche lui. Jeff Gilbert si avvicina ma un insalubre odore di sporco lo respinge. È il momento di andarsene ma riconosce una voce. Quella voce. Il vecchio rocker sta dicendo qualcosa al ragazzo accanto, biascicando fra le fessure create da alcuni denti mancanti. Per il giornalista è troppo, i dubbi lo attanagliano: Layne! Sei tu?.

C’è incredulità nella sua domanda ma anche tanta pena per non averlo riconosciuto subito.

Sulla scena è calato il silenzio, non ci sono più schiamazzi, né sfrusciare di bandierine, né rumori metallici. Solo il peso della gravità, che ti schiaccia a terra quando ciò che hai solo immaginato ti si para davanti in tutta la sua cruda realtà. Non può trattarsi di lui, Gilbert conosce Layne Staley da tanti anni, da ben prima che lo conoscesse il resto del mondo. Sa che il frontman degli Alice In Chains vive da qualche tempo in un condominio nei paraggi, lungo la vicina 8th Avenue, ma nessuno lo ha mai notato per strada. Sebbene il giornalista sia al corrente della perdurante e abominevole tossicodipendenza in cui Staley è sprofondato, sa anche che ha lottato numerose volte e con coraggio per liberarsene, quindi quell’uomo consumato non può essere il carismatico artista che lui ricorda.

La figura in nero lo scruta, stringendo il mento contro il collo: Ehi… – è l’unica cosa che riesce a dirgli con un roco borbottio, prima d’indossare un paio di occhiali scuri e scomparire dietro l’angolo. Il tamarro lo segue, come un cagnolino scodinzolante che saltella attorno al padrone.

Jeff Gilbert è paralizzato, solo le sirene della polizia lo scuotono dallo shock. Lui non lo sa, non può saperlo, ma sarà l’ultima volta in cui Layne Staley è stato visto vivo in giro⁸.

1 La cittadina fantasma che una volta era la mia città – Screaming Trees, Dying Days (dall’album Dust, 1996).

2 Ubicato sul molo 59 del porto turistico, il Seattle Aquarium è stato sede della festa per il lancio di Facelift (1990), album di debutto degli Alice In Chains e primo Disco d’Oro della scena grunge.

3 Città smeraldo.

4 Ospita il football universitario dei Washington Huskies, in passato era la casa dei Seattle Seahawks nella NFL.

5 Interstatale 5, principale autostrada della costa ovest in USA. L’unica a toccare sia il Canada sia il Messico.

6 Diretta da Charles Cross, biografo di Kurt Cobain, ha documentato la musica del Nord-Ovest dal 1979 al 2000.

7 Fra le auto sportive più amate dagli americani.

8 Ricostruzione basata su testimonianze dirette dell’ultimo anno di vita di Layne Staley, raccolte da Greg Prato in Grunge Is Dead: The Oral History of Seattle Rock Music (2009), da Mark Yarm su Everybody Loves Our Town - An Oral History of Grunge (2011) e da David De Sola per Alice In Chains - The Untold Story (2015). Eventi appurati grazie alle interviste esclusive per questo volume e alle verifiche svolte in prima persona a Seattle, presso i luoghi degli avvistamenti finali del cantante.

PARTE PRIMA

SUNSHINE

Ingresso principale del Moore Theatre, Seattle

(foto dell’autore)

CAPITOLO 1

Prendi un microfono e scappa

Layne⁹ Rutherford Staley era nato il 22 agosto 1967 a Bellevue¹⁰, Stato di Washington, a mezz’ora d’auto da Seattle. Sorta come sobborgo cittadino, Bellevue avrebbe poi conosciuto un’espansione tuttora in corso, trainata dal boom economico della città del grunge. A una dozzina di chilometri a est – lungo le sponde dello scintillante lago Washington – si trova Kirkland, circa 80.000 abitanti, fra cui i genitori di Layne a cavallo degli anni 60/70: Philip Staley e Nancy Layne. Rispettivamente 29enne e 19enne al momento della nascita del primogenito, si erano sposati sei mesi prima. Nancy, vincitrice del concorso di bellezza Miss Bellevue e studentessa al Cornish College of the Arts di Seattle, era la più grande di tre sorelle ed entrambi i suoi genitori si erano laureati all’Università di Washington. Phil era il primo di quattro figli, aveva frequentato l’Università di Denver ma poi scelse di diventare un venditore d’auto, seguendo le orme paterne e del nonno. Il futuro cantante degli Alice In Chains rappresenterà l’eccezione famigliare: si fermerà all’anno del diploma, senza partecipare alla graduazione.

Giunto al terzo anno d’età, nel settembre 1970 Layne accolse Elizabeth, sua unica sorella di sangue. Si legarono profondamente, condividendo parecchie esperienze, nonostante da piccoli fratelli e sorelle siano come cani e gatti. Non fu il loro caso, avevano una vicinanza davvero evidente, un tipo di affinità differente da quella col resto della famiglia. È a questo periodo che risale il precoce interesse di Staley verso la musica: ogni volta che partiva il carosello alla televisione, si bloccava e ne restava ipnotizzato. Da bambino era molto concentrato, s’immergeva completamente in qualunque cosa stesse facendo, giochi o disegni che fossero. Come ricorderà sua madre: avrebbe potuto anche piazzargli un sandwich sotto il naso e lui non se ne sarebbe accorto!

Dopo sette anni di matrimonio, nel 1974 il padre chiese il divorzio senza fornire motivazioni circostanziate, evidenziando soltanto che le nozze erano compromesse. Attraverso il suo avvocato, Phil propose un accordo per l’affidamento congiunto dei figli. Nancy non andò mai in tribunale, né contestò la versione del marito, che l’ebbe vinta. Nei fatti, però, fu lei a occuparsi della prole.

Al tempo, la donna lavorava nel settore pubbliche relazioni di una banca, dov’era impiegato anche Jim Elmer, che le fu presentato da amici comuni durante il party natalizio del 1974. Non fu un colpo di fulmine ma i due presero ben presto a frequentarsi. Qualche mese dopo, l’uomo andò a prendere Nancy a casa, facendo la conoscenza dei due figli.

La sua prima impressione di Layne: Era un bimbo sensibile e sveglio, mi fu evidente quanto amasse la madre e la sorella¹¹.

All’epoca dell’ottavo compleanno di Staley, la sua mamma ed Elmer si sposarono e – di tanto in tanto – cominciò a far capolino Ken, il figlio che Jim aveva avuto dal primo matrimonio.

Come raccontato dallo stesso cantante: Riguardo alle seconde nozze di mia madre, non ci sono segreti profondi e oscuri. Ricordo solo che mi chiedevo dove fosse il mio vero padre, ma la maggior parte del tempo ero troppo occupato a correre in giro e a giocare¹².

Il ritratto che fece Ken Elmer del fratellastro è indicativo: Quando eravamo piccoli era sempre gentile e simpatico, intelligente e incredibilmente intuitivo, come sarebbe diventato evidente a tutti più tardi¹³.

Secondo Jim, il figliastro non era interessato agli sport e più cresceva, più non gli interessavano.

"Quando stavamo in salotto con mio padre a guardare le partite di football dei Seattle Seahawks – ancora Ken – Layne si annoiava molto e lasciava subito la stanza".

Era comunque un bravo studente, pur non eccellendo in tutte le discipline. Aveva il suo gruppetto di amici e non fu coinvolto in nessun dramma o evento spiacevole, durante quel periodo.

Qualcosa di significativo accadde nell’ottobre 1975, quando Elton John andò in tour in America e suonò per due notti al Seattle Center Coliseum. Jim voleva andarci, così portò Layne al suo primo concerto. Non appena le luci si abbassarono per l’inizio dello show, il luogo si riempì di un intenso profumo di marijuana. Incuriosito, il bambino si guardò attorno, poi fissò il patrigno e chiese: Lo senti anche tu quest’odore?.

Jim Elmer: "[Layne] Non si annoiò e stette lì a godersi la musica. Era un sold out, gli anni d’oro di Elton John!"¹⁴.

Sempre secondo Jim, non era difficile andare d’accordo con Layne, sebbene vivesse nella perenne attesa di una visita da parte del suo vero padre. Infatti, non volle essere adottato, nonostante finirà per utilizzare il cognome del patrigno per tutti gli anni della scuola. Non lo cambiò mai legalmente, però, come invece farà sua sorella Elizabeth.

Un evento importante per la famiglia del futuro cantante fu la nascita della figlia di Jim e Nancy, Jamie Brooke Elmer, nel gennaio 1978. A quel tempo Layne aveva già compiuto dieci anni, il fratellastro Ken nove ed Elizabeth sette.

A ridosso del suo dodicesimo compleanno, il Nostro bissò l’esperienza del concerto. Jim accompagnò lui e i figli dei vicini a un live dei Van Halen: Incominciò a interessarsi seriamente alla musica. Eravamo seduti in tribuna ma, quando il concerto ebbe inizio, si lanciò con gli amici nell’area del pogo. Fui costretto a seguirli per non perderli d’occhio¹⁵.

Anni più tardi, Staley dirà: "Ho iniziato suonando la tromba e il corno, tutte attività scolastiche. In seguito, passai alla batteria. Ascoltavo in cuffia le mie rock band preferite e cercavo di suonargli dietro. Avevo già deciso di fare il musicista per vivere ma solo intorno ai quindici anni realizzai che stavo diventando bravo, molto meglio di quando avevo cominciato. Poi, non so perché, mi venne voglia di cantare. Fu nel periodo in cui suonavo nella cover band dei miei amici alla high school"¹⁶.

Sua madre Nancy: "Cominciò con la batteria quando aveva pressappoco dodici anni. Un nostro conoscente ne aveva una e si era offerto di lasciargliela usare"¹⁷.

Layne Staley trascorreva i pomeriggi seduto dietro ai tamburi, insoddisfatto. Il cantante della cover band abbaiava come un cane malato, ma non si trattava di questo. S’insinuava in lui, inesorabile, la sensazione di non riuscire a esprimersi adeguatamente, picchiando sulle pelli. Di nuovo la mamma: Io sono un soprano e amo la lirica, così insegnai a Layne le armonie vocali. Una forte urgenza comunicativa premeva da dentro e lui doveva lasciarla uscire.

Il passaggio dalla batteria al microfono fu davvero curioso per Staley: "Stavamo suonando e volevo cantare una canzone ma, a quel punto, il cantante della cover band disse: ‘No, tu sei un batterista, i batteristi non cantano!’. Così ci azzuffammo, raccolsi tutti i pezzi della mia batteria e andai fino a un negozio di Downtown Seattle¹⁸, dove la scambiai con un effetto delay, un microfono e un accordatore. Tornato a casa, iniziai subito a provare. Fu terribile all’inizio, ma alla fine trovai il mio strumento"¹⁹.

Con il fratellastro condivideva una grande stanza al piano terra, letteralmente invasa dal suo drum-kit. Un giorno, Ken arrivò e la batteria era sparita. Lui, come altri, non aveva proprio idea del perché Layne avesse deciso di farlo. Durante i giorni seguenti, si accorse solo che il novello vocalist impiegava il tempo trascrivendo i testi delle canzoni di Scorpions e Van Halen, per cantarle seguendo i dischi. Un training durato circa un anno.

Nonostante l’interesse per la musica, Staley non tralasciava gli studi, perlomeno secondo la famiglia. Lui, però, l’avrebbe smentita: Non avevo tempo per quelle sovrastrutture che la società t’insegna e alle quali pretende tu prenda parte. Odiavo la scuola, non ero molto popolare fra gli studenti, né ero coinvolto negli sport. Mi piaceva il laboratorio di falegnameria industriale e andare sullo skate²⁰.

Fu all’inizio dell’adolescenza che Staley iniziò a dilettarsi con droghe leggere e alcol.

Jim Elmer: Si mise a frequentare la parte sbagliata della combriccola scolastica e a tornare a casa tardi. Stava combinando qualcosa, lo sentivamo, potevamo addirittura annusarlo: puzzava d’alcol²¹.

Durante un weekend, Layne e Ken si recarono a casa di alcuni compagni di scuola per guardare il film horror Venerdì 13. Qualcuno aveva comprato dell’erba e tutti, eccetto il fratellastro, la fumarono. Layne non lo faceva regolarmente, più che altro sperimentava, come molti adolescenti.

La madre: Fu intorno ai quattordici anni che si mise a provare le droghe leggere, in modo ludico e ricreativo. Dopodiché, ne rimase libero e quelli furono gli anni in cui lo ricordo più felice²². Nessuno, tra famigliari e amici, vide mai Staley alle prese con droghe pesanti in quel periodo, semplicemente beveva e perdeva interesse verso la scuola.

"Lo picchiavano, perché era davvero piccolo e magro per la sua età – ancora Nancy – Non faceva parte della scena studentesca, ed io gli lasciai la scelta se ritirarsi e ricominciare l’anno seguente, magari in un’altra scuola, oppure tenere duro e proseguire. Per fortuna, attraversò una fase di crescita improvvisa e, dall’essere il più basso fra i ragazzi della sua classe, divenne il più alto. Questo lo dissuase dall’idea di abbandonare l’istituto".

Le ragazze hanno iniziato ad accorgersi di me! – le disse.

Una volta che cominciò a crescere e a svilupparsi, le cose cambiarono. Jim: Fu coinvolto in diverse risse, che spesso finivano male. Incominciò a trascurare lo studio e ad avvicinarsi a quella controcultura legata alla musica rock e a quello stile di vita²³.

Secondo Ken Elmer: Non voglio dire che a Layne non piacesse avere gente attorno, ma di certo non era un gregario. Ha sempre fatto parte della sua natura essere così distaccato. Ai tempi, se ne stava parecchio per conto suo²⁴.

Quando ebbe compiuto quindici anni, si trovò protagonista della prima accesa discussione con la madre. La famiglia aveva già caricato tutto in auto, pronta a trascorrere una settimana estiva nella rigogliosa natura che circonda Seattle, ma lui non voleva seguirli, intendeva restare a casa da solo. La discussione degenerò, con Layne che iniziò ad apostrofare pesantemente Nancy. Suo malgrado, Jim fu costretto a intervenire, mollandogli un ceffone: era la prima volta che lo faceva e non l’avrebbe più rifatto. Si sentì incredibilmente male per quel gesto, perché il ragazzo – pur vedendolo arrivare – non fece nulla per evitarlo. Anni dopo, patrigno e figliastro avrebbero parlato dell’incidente, scusandosi a vicenda. Purtroppo, il peggio doveva ancora venire. Non appena i genitori partirono per la vacanza, dandogliela per vinta, si sparse in giro la voce che casa di Layne era vuota e avrebbe ospitato un open party. Un semplice passaparola oppure fu Staley a organizzare la festa? Poco importa. Fatto sta che un centinaio di giovani fuori controllo si ritrovarono a casa sua, danneggiandola e facendo uno schiamazzo tale che un vicino chiamò la polizia. Quando i genitori tornarono, il ragazzo – divorato dai sensi di colpa – confessò tutto fra le lacrime. Non avrebbe potuto fare altrimenti. Nonostante avesse impiegato due giorni per ripulire la casa, non c’era riuscito con tanto successo e, fin dal loro ingresso, Nancy e Jim cominciarono a sospettare che fosse accaduto qualcosa. Non lo punirono, convinti del pentimento.

Qualche mese dopo, ricevettero una chiamata dal Dipartimento di Polizia di Lynnwood²⁵, a una ventina di chilometri da Kirkland. Era buio, pioveva forte e la famiglia era già riunita a tavola per la cena, in attesa di Layne. L’ufficiale di polizia con cui parlarono disse loro che il ragazzo si trovava in centrale, non in stato di fermo né in arresto, ma aveva chiesto aiuto ai poliziotti per chiamare casa affinché qualcuno andasse a prenderlo. Nancy rispose al poliziotto che il figlio sapeva benissimo dove fosse casa sua, che il piatto lo stava aspettando a tavola, e anche loro. Il poliziotto provò ad insistere ma la donna fu risoluta: Gli dica che può tornare a casa da solo o, se vuole, lo accompagni lei. Noi non abbiamo alcuna intenzione di venire a prenderlo!²⁶.

Layne Staley tornò a casa solitario, al buio e sotto la pioggia, osservando il cielo plumbeo mentre attendeva speranzoso che passasse il bus per Kirkland, riparandosi e riprendendo fiato tra una fermata e l’altra. Arrivò a casa e fu ignorato, mangiò la sua cena e andò a letto. Non scappò mai più.

Attorno ai sedici anni, prese a svolgere il suo primo lavoretto: lavapiatti in un ristorante italiano. Non era interessato a diventare cuoco, lo faceva per dimostrare responsabilità alla famiglia e, soprattutto, per avere qualche soldo in tasca.

Ken: Fu allora che iniziò sul serio a concentrarsi sul canto, quasi quotidianamente. Cantava, cantava e cantava, nella sua stanza, tutto il giorno. Per me era solo divertimento, forse non capivo ma sono certo che Layne stesse costruendosi un obiettivo su cui focalizzarsi, qualcosa che gli avrebbe dato una direzione. La scuola non gliela stava fornendo. Penso fosse una chiave per trovare se stesso, la musica lo stava appassionando così tanto da farlo crescere e sbocciare²⁷.

Layne voleva sentirsi al sicuro e sicuro. Sicuro di qualcosa, sicuro di se stesso. Di fronte al microfono ci riusciva e, piano piano, cominciò a svitare quel tappo che lo attanagliava da dentro e a far sgorgare – prima a fiotti, poi come un fiume in piena – quella voce che trascinerà via con sé le frustrazioni accumulate nella sua giovane vita.

Il 1984 volgeva al termine e James Bergstrom, batterista 16enne, stava indugiando alla Shorewood High School di Shoreline²⁸, in un giorno più freddo del solito. I corridoi dei licei statunitensi si somigliano tutti: lunghi e stretti, scanditi da colonne di armadietti che si alternano da un lato all’altro, interrotti solo dalle porte delle classi che ospitano i corsi. Ken Elmer lo spiava da giorni, visto che aveva qualcosa in mente per lui. Bergstrom suonava in una band chiamata Sleze. Si dilettavano – come molti teenager del tempo – fra l’hard & heavy classico (Scorpions, Ozzy Osbourne), il glam metal losangelino (Motley Crue, W.A.S.P.) e il thrash (Anthrax, Slayer). Non avevano un cantante ed erano impegnati a imparare a suonare, piuttosto che a cercarsene uno.

Ehi, James! – Ken non si rese conto che stava strillando come un incredulo fan al cospetto di un’inarrivabile rockstar, e Bergstrom si scoprì in imbarazzo. Non distolse lo sguardo dal piccoletto solo perché temeva che riprendesse a urlare. A quell’età, una differenza di un paio d’anni è quasi un abisso ghettizzante a sfavore di chi è più giovane, guardato con sufficienza e distacco. Con la faccia contrita e seccata, James gli prestò attenzione.

"Layne, il mio fratellastro, suona la batteria ma vorrebbe diventare un cantante – gli spiattellò a raffica Ken, cercando di riprendere fiato – Dovreste chiamarlo e dargli una chance. Insomma, io penso che lui faccia schifo, quindi non è colpa mia se non dovesse andar bene… Però sarebbe carino se lo provaste!"²⁹.

Bergstrom rimase spiazzato ma ne parlò subito col chitarrista degli Sleze, Johnny Bacolas³⁰, un simpaticone d’origini greche che diventerà il miglior amico di Staley.

Decisero di dargli una chance nella loro sala prove a Richmond Beach³¹. La prima cosa che li colpì di Layne fu il look: ricordava Vince Neil, il curatissimo vocalist dei Motley Crue, magro e coi capelli biondi gonfi di lacca. Gli Sleze, ansiosi di sentirlo cantare, erano affascinati dal modo calmo di parlare sottovoce e dal physique du ròle di Staley. Il suo abbigliamento sembrava uscito da uno di quei negozi sgargianti che andavano per la maggiore lungo il Sunset Boulevard di Los Angeles, mecca dell’hair metal, che al glam delle origini stava tentando di aggiungere il sound e la tecnica del rock più pesante. Il nome, va da sé, derivava anche dall’estrema cura che i musicisti mettevano nell’acconciarsi i capelli, estremizzando la loro immagine al punto tale che David Bowie e Marc Bolan – progenitori del glam – a confronto parevano irreprensibili chierichetti. Tutto ciò esponeva il fianco ai critici: Se in sala prove impiegaste lo stesso tempo che passate dal parrucchiere, almeno sareste capaci di scrivere canzoni decenti!.

Il grunge, che avrebbe spazzato via dalle classifiche quel genere spesso fatto d’immagine e vuoto di contenuti³², era ancora di là da venire e quindi – critici o meno – gli amanti del rock avevano poche alternative all’epoca.

Rotto un po’ il ghiaccio, i ragazzi si lanciarono in un paio di cover dei Motley Crue e degli W.A.S.P. Il talento vocale di Staley era ancora acerbo ma conquistò subito tutti. Wow! Il ragazzo sa cantare! – sembrarono dirsi, con sguardi complici, Bergstrom e Bacolas.

Proprio Johnny, trent’anni dopo, ha rievocato per me quella prima prova con Layne Staley: Penso che Layne fosse la quintessenza del vocalist, come Jim Morrison. Fu un vero colpo per noi! Rappresentava il frontman in ogni suo aspetto, pareva nato per essere un cantante solista. Provai questa sensazione fin dal primo giorno in cui cantò con noi, quando eravamo solo degli adolescenti. Aveva già le qualità della star³³. L’ottima impressione continuò quando, educatamente, Layne chiese di potersi sedere un po’ alla batteria. La sua abilità stupì tutti e lui suonò a menadito Red Hot dei Motley Crue³⁴. Fu l’inizio di alcune belle amicizie. James Bergstrom cominciò a uscire spesso con lui, passando la notte a casa sua a guardare L’Esorcista o ad ascoltarlo esercitarsi nelle cover. A quel periodo risale l’uso smodato di Staley dell’effetto delay sul microfono, che produce un leggero ritardo nell’emissione del segnale, creando una sorta d’eco immediata sulla voce. Sarebbe diventato un must del suo stile.

Ormai 17enne, Layne iniziò a frequentare il cosiddetto anno da Senior³⁵ alla Meadowdale High School di Lynnwood, a mezz’ora d’autobus da Kirkland.

Il ricordo di Rick Throm, suo insegnante di falegnameria industriale: Sembrava un solitario, non aveva molti amici in classe ma ascoltava attentamente ciò che gli spiegavi e lo metteva in pratica, divertendosi. Quando gli chiesi cosa volesse fare da grande, mi rispose che sarebbe diventato una rockstar.

Sul serio? replicai a quel punto, sinceramente incuriosito Accendi la radio e fammi sentire a quale tipo di musica somigliate!.

Be’, il genere musicale che suoniamo non lo trasmettono… – rispose Layne.

Ok, vediamo se ho capito bene: vorresti diventare famoso con una musica che il grande pubblico non ascolta… Forse faresti meglio a pensare a qualcosa di più concreto!³⁶.

Il docente non fu di grande incoraggiamento, a differenza dei genitori.

"Volevamo aiutarlo, visto che era sempre in continuo movimento tra una prova, un concerto e la distribuzione dei volantini della band; così, gli regalammo una vecchia Volkswagen VW Dasher usata – racconterà Jim Elmer – L’unica cosa che gli chiedemmo fu quella di non avere niente a che fare con le droghe e col sordido ambiente che spesso si accompagnano al mestiere della rockstar"³⁷.

Il 4 febbraio 1985, al centro per le attività studentesche della Shorewood High School³⁸, gli Sleze si esibirono su un palco che pareva quello di una band satanista, addobbato con croci rovesciate e simboli equivoci. Loro stessi erano talmente truccati e agghindati in stile glam metal che sembrava fosse Halloween! Stupirono l’audience con una serie di cover che, oltre agli amati W.A.S.P. e Motley Crue, comprendeva anche Slayer, Armored Saint e Anthrax. Staley, però, era molto nervoso.

"Andava avanti e indietro sul palco e spesso dava le spalle alla platea, cantando rivolto verso il batterista – rammenta Johnny Bacolas – Nonostante l’inesperienza, portò l’esibizione fino in fondo, senza stonare o dimenticare i testi. Eravamo esaltatissimi e convintissimi che avremmo sfondato! A quel punto, iniziammo tutti a fumare erba"³⁹.

Fu l’esordio live di Layne Staley come cantante, se si eccettuano le selezioni – non superate – per la Battle of the Bands cui avrebbero voluto partecipare a Lynnwood.

Alla fine dell’anno scolastico 1984/85, il Nostro fu insignito del premio Studente Maggiormente Coinvolto nell’ambito dei lavori di falegnameria industriale che tanto lo appassionavano alla Meadowdale High School. A premiarlo, il professor Throm: Stava davvero sbocciando e la classe se ne accorse, dato che erano proprio gli studenti ad assegnare quei premi⁴⁰. Il futuro singer⁴¹ degli Alice In Chains avrebbe dovuto diplomarsi quell’anno ma rimase indietro di un corso e non gli fu possibile. Per recuperare, lo mandarono nella stessa scuola dove stava studiando la sorella Elizabeth e questo fu tutto, riguardo alla sua educazione formale.

Tim Branom⁴², un amico musicista più maturo degli Sleze e che presto ne avrebbe registrato le demo, assistette di frequente alle prove dei ragazzi e andò ai loro sparuti concerti: "Il look e il sound della band erano un misto di glam metal, tipo Motley Crue e Poison, e formazioni new-wave in stile Duran Duran. L’intera idea dietro al gruppo era solo quella di divertirsi. Tre di loro erano compagni di mio fratello minore e frequentavano la nostra stessa scuola, la Shorewood High. Come Sleze, avevano già suonato un paio di show e si erano appena messi a scrivere qualche canzone, con dei testi scherzosi e buffi. Il cantante, Layne Staley, era un po’ più grande di loro e credo fosse stato appena cacciato dal suo istituto, così passava spesso del tempo nel nostro. Talmente tanto che, in seguito, la gente avrebbe pensato che frequentasse la Shorewood! Nel 1986, infatti, Layne fece da cavaliere alla nostra amica Kelly Thomas⁴³ per il ballo di fine anno e, a quel punto, gli studenti si erano abituati a vederlo in giro"⁴⁴.

"La prima volta che lo incontrai – mi racconta ancora Tim Branom – fu alle prove degli Sleze, nel tardo pomeriggio. Arrivava direttamente dal suo lavoro nella vicina Lynnwood, da Burgermaster, dove gli facevano indossare un cappellino da impiegato. Questo era un grosso problema per qualcuno che portava i capelli gonfi e cotonati come Staley! Di conseguenza, si presentò in sala, poi si tolse il cappello e, prima che chiunque potesse vederlo con la chioma piatta e schiacciata, trascorse dieci minuti a pettinarsi i capelli con la spazzola, fino a farli tornare di nuovo ‘normali’. Perlomeno secondo lui, visto che erano enormi! Questo divenne un rituale quotidiano, noi chiamavamo il suo problema ‘capelli da cappello’! Fu un periodo innocente, senza grossi obiettivi, problemi di ego o d’altro tipo, a parte quello dei ‘capelli da cappello’ di Layne!".

Nella seconda metà degli anni 80, presso l’opinione pubblica americana, cominciava a farsi largo il P.M.R.C.⁴⁵ fondato da Tipper Gore, moglie del futuro vice-presidente nell’epoca Clinton. Era una sorta di lobby volontaria, oggi scomparsa, creata dall’alta borghesia americana parecchio bigotta. Vi facevano parte perlopiù le mogli annoiate di uomini ricchissimi e di alto livello. Agli inizi del 1985, non avendo di meglio da fare, il P.M.R.C inviò un esposto alla commissione del Senato, denunciando diversi musicisti in vista – tutti di area rock e rap – rei d’inserire nei loro testi allusioni sessuali, inni alla droga, messaggi satanici e incitamenti alla violenza. Una vera e propria forma di censura istituzionalizzata, che mirava a un rigido controllo dei contenuti veicolati dall’industria discografica. Il famigerato adesivo in bianco e nero con la scritta Parental Advisory - Explicit Content⁴⁶, che da allora campeggia su molti album, lo dobbiamo a loro.

Frank Zappa e altri artisti guidarono la protesta contro il P.M.R.C. e se ne cominciò a parlare in ogni angolo degli Stati Uniti. I talk-show mattutini e pomeridiani si gettarono a capofitto sulla questione.

La prima apparizione televisiva di Layne Staley avvenne proprio allora. Si trovava con Johnny Bacolas fra il pubblico del programma locale Town Meeting della Komo Television, quel giorno incentrato proprio sul P.M.R.C. e la minaccia deviante che il rock sembrava rappresentare per i teenager. Interpellato da un giornalista, Layne rispose edulcorando la realtà: "Suono in una band heavy metal chiamata Sleze, i nostri testi sono positivi e non contengono parolacce, né parlano di droga o sesso. Vogliamo solo essere liberi d’esprimerci, per questo siamo contrari alle forme di controllo come il P.M.R.C."⁴⁷.

Subito dopo la band si esibì a West Seattle, sulla spiaggia di Alki Beach. Una performance tutto sommato insignificante, se non per il fatto che ad osservarli c’era un batterista 19enne chiamato Sean Kinney: Mio padre era un poliziotto e mia madre un’impiegata comunale. Quando divorziarono, cominciai a cacciarmi nei guai. A essere onesto, fui tirato su da mia sorella maggiore, visto che loro erano sempre assenti per lavoro. Per fortuna, mio nonno era un musicista, che ebbe la bella e folle idea di piazzarmi alla batteria nella sua cover band country chiamata Cross Cats. Ve lo immaginate? Un batterista 13enne con una band di ultracinquantenni! Fatto sta che feci il mio ingresso nel mondo della musica, con tanto di mini-tour regionale; siccome ero protetto dal nonno, i miei genitori acconsentirono. La cosa pazzesca è che quella è stata la mia unica band oltre agli Alice In Chains!⁴⁸.

Finito il concerto ad Alki Beach, Sean avvicinò Staley : Sei molto bravo ma la tua band fa schifo, soprattutto il batterista. Il biondo singer rimase più stuzzicato che infastidito da quel capellone arrogante. Dovresti scegliere me!⁴⁹ – aggiunse Kinney, congedandosi e lasciandogli un bigliettino col suo numero di telefono.

I due si risentiranno soltanto due anni dopo.

Un’altra figura importante fece capolino nella vita di Layne in quei giorni, e cioè Nick Pollock, che diventò chitarrista degli Sleze – con Bacolas che si spostò al basso. Nick rimase subito colpito da Staley: Era fortissimo! Quando mi diedero una musicassetta per imparare le loro canzoni, non potevo crederci: perbacco, questo ragazzo fa sul serio! Era davvero un tipo positivo, e la sua voce presentava già quel qualcosa fuori dal comune che l’avrebbe resa immortale⁵⁰.

L’ingresso di Pollock – un altro che, come il resto degli Sleze, oltre all’aspetto musicale curava molto anche la propria immagine – portò ben presto il gruppo a guadagnare un certo seguito femminile. I ragazzi uscivano insieme, si cacciavano nei guai, si spalleggiavano con le ragazze, bevevano e fumavano in compagnia.

"Quel periodo, pieno di divertimento ed eccitazione, è il miglior ricordo che ho di Layne. Fu quando tirammo su la band – mi ha confidato Johnny Bacolas – Eravamo ragazzi e condividevamo i riti d’iniziazione tipici di quell’età, quelle ‘prime volte’ importanti che ti legano per sempre. Come stare in un gruppo: la prima volta in studio di registrazione, la prima volta sul palco, la prima volta in cui riuscimmo ad avere una sala prove tutta nostra. Era una situazione esaltante! Stavamo sempre insieme, eravamo molto vicini. Amavo questa cosa, tutti quanti l’amavamo".

Nick Pollock: Layne era davvero un ragazzo sensibile, si prendeva sempre cura di chi aveva attorno, che lo conoscesse o no. Sul palcoscenico, però, diventava il tipico cantante rock anarchico e senza nessun imbarazzo nel mandare al diavolo la gente, se ne aveva voglia! Noi adoravamo scherzare con lui perché, come molti sanno, aveva un senso dell’umorismo molto acuto e fuori dal comune. L’unico incidente accadde quando Staley prese in giro Pollock per via del suo cognome: "Spesso mi chiamava ‘Polak’⁵¹ e a me non piaceva, m’infastidiva molto ma lui sapendolo – ci sguazzava. Un giorno, non ne potei più e mi misi a urlare: ‘Ruther! Ruther!’. Ignoravo di stare toccando un nervo scoperto. Odiava il nome che gli avevano affibbiato i genitori, nessuno infatti lo chiamava Rutherford ma io ancora non lo sapevo. Andò completamente fuori di testa, non l’avevo mai visto così arrabbiato!"⁵².

Layne gli urlò di non chiamarlo mai più in quel modo – in pubblico come in privato – e lo fece scendere dalla sua macchina, lasciandolo a piedi in mezzo alla strada.

Il futuro cantante degli Alice In Chains odiava talmente tanto il suo secondo nome che, a diciotto anni, andò in un tribunale cittadino e lo cambiò legalmente in Layne Thomas⁵³ Staley. Benzina sul fuoco per le tensioni mai sopite con la madre, che raggiunsero il punto di non ritorno. Nick Pollock: Era troppo dura con lui. Lo scoraggiava e lo mortificava in tanti modi e credo fosse responsabile della sua alienazione. Io ho la mia versione su quanto è successo perché c’ero quando litigavano.

I dissapori sempre più frequenti portarono all’allontanamento di Layne dalla casa di famiglia.

"Non credo fosse una sua scelta anche se, alla fine, sembrava contento di andarsene. Fu in seguito ad un ultimatum di Nancy – prosegue Pollock – Lei non sarà affatto d’accordo con me, avrà il suo punto di vista ma questo è il mio"⁵⁴.

Jim Elmer, paradossalmente, la pensava come lui: C’era stato un ultimatum, al culmine di una lunga serie di litigi di cui non ne potevamo più. Layne aveva ripreso a fumare erba, con due sorelline in casa. Gli dicevamo che non gli era consentito, che quello era un luogo libero dalle cattive abitudini. Se voleva continuare a farlo, non poteva più viverci. Non fu una cosa che accadde dall’oggi al domani, all’improvviso. Sapeva cosa ci aspettavamo da lui in termini di comportamenti e, probabilmente, alla fine si rese conto che non avrebbe potuto accontentarci⁵⁵.

A quel punto – sebbene non sapesse dove stare – il cantante se ne andò, passando da un divano all’altro, prima quelli dei vicini e poi quelli dei compagni di band. Anche gli Sleze furono costretti a lasciare lo scantinato di casa Bergstrom a Richmond Beach, dove provavano, perché i ritmi più professionali che si erano imposti cominciavano a renderli sgraditi al vicinato. I Bergstrom tirarono un sospiro di sollievo: oltre a essere ferventi cristiani, si erano più volte intromessi negli affari della giovane band, portando all’allontanamento di almeno un paio di componenti in passato, perché ritenuti cattive influenze sul figlio James.

I contesti familiari all’interno dei quali gli Sleze si erano mossi scomparirono, così come iniziò a scomparire la loro adolescenza con l’approssimarsi dell’età adulta.

Cogliendo la palla al balzo, Layne Staley cominciò a pressare i compagni per convincerli a trasferirsi con lui a Ballard, quartiere a nord-ovest di Seattle. Gli era giunta voce che, proprio nei pressi del ponte che dà il nome alla zona, avevano aperto un enorme complesso di sale per le prove, dove si poteva pure dormire in quanto operativo ventiquattr’ore su ventiquattro. Sarebbero stati vicini al pittoresco sobborgo di Fremont, alcova di hippie e alternativi dove – nel raggio di poche decine di metri – convivono una statua di Lenin (sì, avete letto bene) e la scultura di un gigantesco e mostruoso Troll (avete letto bene di nuovo!).

"Il Music Bank era un luogo per suonare, composto da quarantacinque sale e situato nella periferia di Seattle – mi ha spiegato Tim Branom – La prima sala prove degli Sleze era davvero minuscola, come un piccolo ripostiglio; si poteva a malapena farci entrare la batteria di James Bergstrom e giusto un paio di altre persone contemporaneamente. Credo la pagassero soltanto 60 dollari al mese di affitto!".

Fu l’inizio del coinvolgimento di Layne al Music Bank, il più grande insieme di edifici adibiti a usi musicali dell’intera Seattle, ben prima che la città conoscesse la sua esplosione artistica. Purtroppo, il Music Bank sarebbe entrato negli annali dello Stato di Washington per altri motivi.

9 È il cognome da nubile di sua madre, che ebbe la stravagante idea di usarlo come nome proprio per il primogenito. Negli States è possibile sbizzarrirsi a piacimento con gli appellativi, registrandoli legalmente.

10 Dalla rubrica Nascite del quotidiano The Seattle Times, 23 agosto 1967. Risolve la confusione sul luogo che ha dato i natali a Layne Staley, spesso indicato in Kirkland, dove invece ha vissuto da ragazzo con la famiglia. A quei tempi, prima della sua esplosione demografica (da 15.000 abitanti circa negli anni 60 ai 150.000 di oggi), Bellevue era considerata una piccola periferia di Kirkland, come mi hanno spiegato direttamente sul posto. È il motivo per cui, nei registri pubblici, si faceva comunque riferimento a quest’ultima.

11 David De Sola, Alice In Chains - The Untold Story, St. Martin’s Press (2015).

12 Jon Wiederhorn, Alice In Chains: To Hell and Back Rolling Stone (edizione americana), 8 febbraio 1996.

13 David De Sola, Alice In Chains - The Untold Story.

14 Ivi.

15 Ivi.

16 Intervista concessa da Layne Staley a Jon Wiederhorn di Rolling Stone, nel dicembre 1995. Uscita integralmente solo in seguito con il titolo Famous Last Words, sul numero di settembre/ottobre 2002 del bimestrale Revolver, magazine americano di hard rock ed heavy metal. Oggi è reperibile sul web.

https://www.facebook.com/frostflake09/posts/670173623076067:0.

17 Greg Prato, Grunge Is Dead: The Oral History of Seattle Rock Music, ECW Press (2009). Pubblicato in Italia nel 2012, dalla casa editrice Odoya, col titolo Grunge Is Dead - Storia Orale del Grunge.

18 Zona centrale di Seattle, in cui sarebbe nato il movimento grunge.

19 Jon Wiederhorn, Famous Last Words.

20 Idem.

21 David De Sola, Alice In Chains - The Untold Story.

22 Tom Scanlon, Alice In Chains Singer’s Legacy Lives on Through Music The Seattle Times, 24 agosto 2007. https://www.seattletimes.com/entertainment/alice-in-chains-singers-legacy-lives-on-through-music/.

23 David De Sola, Alice In Chains - The Untold Story.

24 Ivi.

25 Cittadina di circa 40.000 abitanti, nell’area metropolitana di Seattle, sebbene Lynnwood faccia parte della Contea di Snohomish e non di King.

26 David De Sola, Alice In Chains - The Untold Story.

27 Ivi.

28 Cittadina di 53.000 abitanti, all’estremità nord-ovest della Contea di King, di cui Seattle è capoluogo.

29 Greg Prato, Grunge Is Dead.

30 In seguito bassista degli Alice n’ Chains. Rimarrà vicino a Layne e vivranno insieme a Seattle, dal 1994 al ’95. Staley aiuterà Bacolas e Bergstrom a lanciare i Second Coming, collaborando all’album d’esordio L.O.V.Evil (1994) e dal vivo. Nel 1998, la band si stabilirà temporaneamente a Los Angeles per il secondo e omonimo disco, da cui sarà tratta The Unknown Rider, inclusa nella colonna sonora di The Sixth Sense (Il sesto senso, 1999). I Second Coming andranno in tour con Van Halen, Kid Rock e Lenny Kravitz, ma Johnny resterà in contatto con Layne fino alla fine. Sciolto il gruppo, Bacolas si affermerà come produttore, lavorando a X-Factor USA nel 2011. Valente polistrumentista e videomaker, nel 2015 fonderà a Seattle i The Rumba Kings, unendo le sue radici mediterranee alla musica gitana. Dopo essersi sincerato delle mie intenzioni, Johnny Bacolas ha condiviso con me i suoi ricordi, aiutandomi in modo decisivo nel raccontare Layne Staley come individuo e artista.

31 Area balneare di Shoreline, che a quel tempo denominava l’intera zona.

32 Ovvio che il giudizio non valga per tutti i protagonisti di quella temperie, spesso semplificata dai critici in unico calderone indistinto, sotto la voce hair metal, glam metal o pop metal. Come accadrà col grunge, infatti, band diverse fra loro per stili e intenti furono accomunate solo a causa del look o della provenienza geografica. Al di là di ciò, Motley Crue e W.A.S.P. erano tra i migliori da L.A. e gli Hanoi Rocks, finlandesi, fra i più validi in Europa.

33 Intervista esclusiva dell’autore a Johnny Bacolas per questo libro.

34 Dal secondo album di Nikki Sixx e soci, Shout at the Devil (1983), che li affermò a dispetto delle critiche.

35 Quarto e ultimo anno di liceo in America.

36 David De Sola, Alice In Chains - The Untold Story.

37 Ivi.

38 Dove gli Sleze, ormai rodati, bisseranno la performance il 12 giugno 1985.

39 Greg Prato, Grunge Is Dead.

40 David De Sola, Alice In Chains - The Untold Story.

41 Cantante.

42 Polistrumentista, cantante, autore e produttore, negli ultimi trent’anni ha lavorato con decine di artisti pop, rock e metal, fra cui Layne Staley (per gli Sleze/Alice n’ Chains), Mike Starr e Jerry Cantrell (nei Gipsy Rose), Cloud Nine, Fifth Angel, The Brian Jonestown Massacre e Days of the New; ha affrontato tour mondiali e – da solista, semplicemente come Branom – ha realizzato vari singoli e un EP, Blind (2016). Ha curato le riedizioni per alcuni lavori di Johnny Cash, Bob Marley e Luciano Pavarotti. Cresciuto a Seattle e buon amico dei Nostri, Tim visse con Layne al Music Bank e ospitò Jerry nella sua sala prove, quando il chitarrista era appena arrivato nella Città Smeraldo.

All’alba dei ’90, Tim Branom si trasferì a Los Angeles, dove tuttora risiede e collabora con la BMI, rinomata agenzia artistica. Aiuterà Nancy Layne McCallum – madre di Staley – a organizzare il Layne Staley Fund Benefit Show, che si svolge ogni anno a Seattle, partecipando nel 2003 e nel 2004 sia come direttore artistico, sia come musicista. Attualmente, sta progettando un tributo multimediale dedicato ai compianti musicisti degli Alice In Chains. Con signorile disponibilità, mi ha fornito materiale indispensabile per questo libro, oltre a farsi intervistare in esclusiva, guidandomi attraverso Seattle e Los Angeles. Branom mi ha spronato in modo maniacale a raccontare minuziosamente i dettagli da lui forniti. Era rimasto scottato dalle inesattezze con le quali, secondo lui, David De Sola avrebbe riportato le sue parole in Alice In Chains - The Untold Story.

43 Una foto celebrativa di quel ballo scolastico, con la ragazza e Layne Staley, è rintracciabile sul web.

44 Intervista esclusiva dell’autore a Tim Branom per questo libro.

45 Parental Music Resource Center (Centro d’Informazione Musicale per Genitori).

46 Avvertenza per i genitori - Contenuto esplicito.

47 Paul Andrews, Parents Artists Disagree Over Rock-Labeling Issue The Seattle Times, 4 ottobre 1985.

48 Intervista di Sean tratta da un promo CD per la stampa (1996). Disponibile su YouTube.

49 Chris Gill, Dirt Guitar Legends, n° 117 dell’edizione americana. Ripreso poi da Faceculture.tv, un canale YouTube.

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