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Il gorilla ce l'ha piccolo

Il gorilla ce l'ha piccolo

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Il gorilla ce l'ha piccolo

Lunghezza:
275 pagine
3 ore
Pubblicato:
3 set 2020
ISBN:
9788830514935
Formato:
Libro

Descrizione

LA GUIDA DEFINITIVA ALLA SESSUALITÀ DEGLI ANIMALI, UMANI INCLUSI, CHE PARTE DAL COMPORTAMENTO DEGLI (ALTRI) ANIMALI E CI FA CAPIRE QUALCOSA ANCHE SULLA NOSTRA SPECIE.

Tra gli impulsi del regno animale probabilmente nessuno è potente quanto quello sessuale. Non si tratta soltanto di un istinto naturale, ma di una forza che ha un ruolo centrale nella sopravvivenza e nell’evoluzione delle specie.
Tanto che, accanto al notissimo concetto di selezione naturale, Charles Darwin aveva formulato anche quello di “selezione sessuale”.
Perché, ovviamente, il sesso non è una prerogativa solo umana, ma, tra tante differenze e altrettante analogie, accomuna tutte le specie animali.
Così Vincenzo Venuto, biologo ed etologo accompagna il lettore in un meraviglioso viaggio attraverso il regno animale e ci fa capire la seduzione tramite cervi e pesci-palla, la fedeltà con i pappagalli, il corteggiamento con i delfini, l’atto sessuale con coralli, pipistrelli e salmoni, toccando, con esempi fantastici e numerosi, tanti altri temi, tra cui il tradimento, l’omosessualità, l’organizzazione sociale e perfino il lutto, nel commovente capitolo finale, attraverso gli elefanti. Senza trascurare di raccontare il comportamento di società umane vicine, come gli adolescenti di Milano, o lontane, come “gli uomini parrucca” della Papua Nuova Guinea e i pigmei Bayaka, o addirittura di un’altra specie umana, come il cosiddetto “uomo di Neanderthal”.
Tratto dal podcast di straordinario successo e impreziosito dalle illustrazioni di Nicoletta Pucci, Il gorilla ce l’ha piccolo è un libro sorprendente e indimenticabile.
Con dolcezza e ironia, un grande bagaglio di conoscenze e la capacità di condividerle, tra una curiosità, un racconto e un collegamento spiazzante, Vincenzo Venuto incanta chi legge, appassiona e fa riflettere, rivelandoci molte cose inattese e profonde sugli animali, e su quell’animale particolare che siamo noi esseri umani.

Per ascoltare il podcast:
storielibere.fm/il-gorilla/
Pubblicato:
3 set 2020
ISBN:
9788830514935
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Vincenzo Venuto (Milano, 1965) è un biologo con un dottorato di ricerca in scienze naturalistiche e ambientali. Nel 2000 lascia l’Università e i suoi studi di etologia per dedicarsi alla televisione prima come autore e poi anche come conduttore. I suoi programmi televisivi più importanti sono stati “Missione Natura” (La7), e “Alive: Storie Di Sopravvissuti” (Rete 4), “Life: Uomo E Natura” (Rete 4), “Melaverde” (Canale 5). “Il gorilla ce l’ha piccolo” è tratto dal podcast di grande successo di storielibere.fm.


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Anteprima del libro

Il gorilla ce l'ha piccolo - Vincenzo Venuto

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LA GUERRA DEI SESSI

L’evoluzione non seleziona i più adatti a sopravvivere, bensì i più adatti a riprodursi. Il desiderio sessuale è una forza che guida il comportamento di tutte le creature viventi che si riproducono sessualmente. Questa energia vitale, in 4 miliardi di anni, ha trasformato il nostro mondo popolandolo di creature sempre più complesse e numerose. Per farlo, maschi e femmine hanno combattuto una guerra silenziosa: la guerra dei sessi!

Dal podcast Il gorilla ce l’ha piccolo

Il sesso

Ogni creatura vivente, dai batteri all’uomo passando per i vermi, le amebe, i pesci, gli insetti, le lumache, fino alle balene, è spinta a riprodursi. Ma la riproduzione non necessariamente è legata al sesso. Un virus quando si attacca a una cellula le inietta il suo DNA, che inizia a duplicarsi migliaia di volte fino a generare migliaia di virus tutti uguali, che poi faranno scoppiare la cellula invasa, pronti a ripetere l’operazione su altre cellule. In questo caso il sesso non c’entra. Non ci sono virus maschi o femmine ma un unico essere che duplica se stesso milioni e miliardi di volte. Per un batterio è la stessa cosa: 1 si divide generando 2 cloni che poi diventeranno 4 e poi 8 e poi 16 ecc. Miliardi di esseri tutti uguali. Uguali è la parola da tenere a mente.

Le creature che si riproducono sessualmente (di solito) non possono fare una copia di se stesse perché hanno bisogno di un altro essere simile a loro per riprodursi. In questo tipo di strane creature troviamo due sessi: maschi e femmine, esseri simili che per potersi riprodurre devono incontrarsi e unire il loro patrimonio genetico. Ora non è che maschio e femmina si fondono uno nell’altro come succede nei personaggi di Dragon Ball, ognuno produce un gamete cioè una cellula sessuale capace di fondersi con l’altra. Le femmine producono grandi uova capaci di accogliere gli spermatozoi dei maschi. I gameti sono cellule strane perché al loro interno contengono solo la metà dell’informazione genetica che serve per generare un individuo completo. La mamma mette metà dei geni e il papà l’altra metà: quando i geni si incontrano e si fondono produrranno un individuo completamente diverso da chi lo ha generato. Diverso è l’altra parola chiave.

Perché tutto questo casino? Se la pulsione naturale è quella di riprodurci non era meglio fare tutto da soli senza tanti problemi?

La risposta è no perché grazie alla diversità possiamo evolverci, cambiare nel tempo e sopravvivere. Per capire bene questo punto provo a fare un esempio che riguarda la triste attualità. Immaginiamo che tutti gli esseri umani di questa Terra siano uguali. Immaginate, non lo so, miliardi di Charlize Theron che abitano il pianeta e si duplicano generando altre Charlize Theron. Un giorno arriva un virus e la meravigliosa creatura umana non è immune. Nel giro di pochissimo la mia amata attrice sparirà dalla faccia della Terra. Il coronavirus che sta imperversando in questi giorni nel mondo è un virus terribile perché è nuovo, la nostra specie non l’aveva mai incontrato prima eppure, grazie al fatto che non c’è un uomo uguale all’altro su questa Terra, il virus non riesce a ucciderci tutti. Nella diversità c’è il segreto della sopravvivenza e dell’evoluzione e il sesso è un motore di diversità.

Il gioco

Nel gioco del sesso si sfidano due squadre, quella dei maschi e quella delle femmine: le strategie dei due contendenti sono diverse ma entrambi hanno come unico obiettivo quello di riprodursi. La guerra nasce perché per diventare padri i maschi investono solo una manciata di spermatozoi, cellule a basso costo che potrebbero regalare a tutto l’universo femminile, le femmine invece ci mettono le loro uova preziose, grandi, ricche di nutrimento e rare, che non si possono certo donare a chiunque.

L’uomo è un buon esempio per capire come nasce questa guerra perché nella nostra specie l’investimento energetico per diventare genitori è veramente sproporzionato. Un uomo per diventare papà mette sul tavolo da gioco uno spermatozoo. In ogni millilitro di liquido seminale ci sono 20 milioni di spermatozoi; il volume dell’eiaculato va da 2 a 6 millilitri, per cui a ogni eiaculazione un maschio umano produce da 40 a 120 milioni di cellule seminali. Questo significa che teoricamente in un’unica eiaculazione potrei diventare papà di decine di milioni di bambini. Da quando sono adolescente produco spermatozoi tutti i giorni e li continuerò a produrre anche quando sarò vecchio.

Una femmina umana invece ha un numero finito di ovociti, ne possiede circa sette milioni quando si trova ancora nell’utero materno e non ne produrrà di nuovi. Alla nascita il numero crolla a due milioni e quando iniziano le mestruazioni gli ovociti nelle ovaie si saranno ridotti a circa 400.000. Dall’adolescenza alla menopausa, le ovaie rilasciano in tutto circa 500 ovuli in forma matura. Se però, calcolando che le mestruazioni arrivino all’età di dodici anni, che la menopausa arrivi a cinquantaquattro, e ipotizzando che non ci siano ovulazioni multiple, una femmina metterà sul piatto del gioco del sesso solo 42 ovociti buoni nell’arco di tutta la sua vita. Il maschio in ogni singolo giorno da quando nasce a quando muore mette sul piatto centinaia di milioni di spermatozoi. Ma l’investimento parentale, cioè la fatica che faccio per diventare genitore, non finisce certo con la produzione di cellule sessuali.

In un atto sessuale tutti i centoventi milioni di spermatozoi del maschio entrano nel corpo della femmina e se il suo unico ovocita è pronto avviene la fecondazione. A questo punto, se il maschio scappasse, potrebbe diventare padre senza nessun altro dispendio energetico, invece per la madre la spesa energetica continua. L’ovocita fecondato si impianta nell’utero e il feto, attraverso la placenta, per nove lunghi mesi, assorbe dal sangue della mamma il nutrimento per crescere e l’ossigeno per respirare. Poi il bimbo viene partorito e, una volta fuori, si attacca al seno per diversi mesi prima di essere svezzato. Se non c’è un papà quel bimbo avrà bisogno di tutto l’aiuto possibile per crescere dall’unico genitore rimasto, cioè la mamma, per almeno quindici anni. Viste le prospettive, i maschi umani potrebbero avere moltissimi figli e le femmine molto pochi.

Per curiosità ho provato a cercare su internet chi nella storia ha avuto più figli tra gli uomini e chi tra le donne. L’uomo che ebbe più figli fu l’imperatore del Marocco, Mulay Ismā’īl ibn ‘Alī al-Sharīf, detto Il Sanguinario. Regnò dal 1672 al 1727 e fu sultano della dinastia alawide. L’imperatore ebbe 500 concubine con cui, secondo gli scritti di un diplomatico francese dell’epoca, generò 868 figli, di cui 343 femmine e 525 maschi. I numeri però non concordano con altre fonti che ne riportano 888, altre 1042, altre ancora 1171. Un bel numero, non c’è che dire, ma sinceramente con 500 concubine ce l’avrei fatta pure io!

Mi ha sorpreso molto di più la storia di una donna moscovita, specializzata (o condannata… fate voi) in parti gemellari, che nel Settecento mise al mondo ben 69 bambini. Se mettiamo sul piatto del gioco del sesso questi numeri impressionanti, 868 contro 69, c’è una vittoria schiacciante dei maschi. L’imperatore del Marocco, se avesse avuto mille concubine, avrebbe fatto anche di meglio, e senza nemmeno tanto sforzo, ma la contadina russa non so se avrebbe superato viva il suo record.

La sessualità nella nostra specie è molto più complessa del semplice concepire una creatura che abbia i nostri geni; tuttavia non pensiate che il desiderio sessuale, che guida molti dei nostri comportamenti, non sia simile a quello delle altre creature. Quella pulsione è stata premiata dall’evoluzione perché solo chi la sentiva molto forte poteva lasciare degli eredi.

Da un punto di vista evolutivo il successo di una rana, di un pesce, di un cervo o di un uomo si misura dal numero di figli che mette al mondo. Come dicevo nel capitolo introduttivo parlando di farfalle bianche o nere, un batterio, alga, pianta, fungo o animale che sia, può avere un patrimonio genetico meraviglioso, ma se non riesce a riprodursi, sparirà con esso.

La pulsione sessuale perciò spinge gli esseri viventi a fare sesso ma, come abbiamo visto, i maschi non spendono nulla e le femmine spendono tanto. Teoricamente, i maschi vincerebbero la gara evolutiva accoppiandosi con tutte, mentre le femmine solo con chi può garantire ai figli la possibilità di sopravvivere e di riprodursi a loro volta.

Nel gioco del sesso, perciò, le femmine scelgono e i maschi si fanno scegliere.

La scelta

Le femmine possono scegliere chi tra i maschi ha i geni migliori oppure chi investe tanto quanto loro nella riproduzione. Come si fa a capire se un maschio ha i geni migliori di un altro? Un ottimo indizio è la forza bruta.

A fine estate, quando le giornate si accorciano e alla sera l’aria si fa più fresca, nel bosco è possibile ascoltare una specie di muggito acuto. È il bramito del cervo nobile (Cervus elaphus). I maschi che per gran parte dell’anno hanno vissuto da soli o con altri maschi iniziano ad avvicinarsi alle femmine, che sono pronte per accoppiarsi. Questa è la stagione degli amori. L’aria è carica di testosterone e lo si può addirittura annusare perché i maschi, per rendersi irresistibili, si cospargono della loro urina. Il bramito, un verso possente, informa i contendenti sulle dimensioni di chi lo emette, perché più il suono è profondo più l’animale è grande. I piccoli si ritirano senza rischiare. In questo periodo, le grandi corna, che sono cresciute per un anno intero alimentate da un morbido velluto, sono dure e acuminate e si sono trasformate in armi micidiali pronte per combattere. Alcune femmine si sono radunate vicino a un vecchio maschio con la voce profonda e il collo possente, ma dal bosco arriva un contendente altrettanto grande e forte ma più giovane. Il vecchio lo vede e per dissuaderlo dall’avvicinarsi inizia a scavare con le corna e le zampe, però il giovane non si fa intimorire e si avvicina. Adesso gli animali sono fianco a fianco, vicini, si guardano e si annusano. Stanno cercando di capire chi è il più forte. Nessuno si arrende e allora inizia il combattimento. I due, uno di fronte all’altro, arretrano, alzano la testa e con una piccola rincorsa si scontrano. Il suono delle ossa delle corna che si incastrano una nell’altra fa venire i brividi. Le punte sfiorano la pelle e gli occhi dell’avversario. Gli animali si spingono e cercano di affondare le punte delle corna l’uno nella carne dell’altro.

Il giovane, seppur forte, non riesce a tener testa al vecchio, che è ancora vigoroso ma soprattutto ha l’esperienza di mille battaglie. Il vecchio spinge, il giovane nel tentativo di divincolarsi porge il fianco rischiando di essere incornato, ma con un guizzo riesce a fuggire. Il vecchio ha vinto. Le femmine hanno osservato imperturbabili la battaglia. Se il vecchio avesse perso, lo avrebbero abbandonato e si sarebbero concesse al più forte. La cosa non ci deve stupire, perché le femmine dopo l’atto sessuale non avrebbero avuto nessun aiuto pratico nell’allevamento dei figli, tuttavia la loro progenie, con i geni del più forte, sarebbe sopravvissuta anche senza un papà.

Vi sembrava facile la vita dei maschi, eh? In realtà chi ha un harem lo deve gestire, controllare, difendere e per farlo non ha il tempo neppure per mangiare e dormire, ma solo per combattere. La vita del cervo, con tutti quegli spermatozoi a disposizione, perciò, non è così semplice perché è logorante e solo in pochi la possono sopportare. Solo 1 cervo su 100 si riproduce, gli altri, i più deboli, stanno a guardare.

Questa strategia per cui le femmine scelgono il maschio più forte senza aver nessun aiuto in cambio è abbastanza comune nei mammiferi. La ritroviamo negli elefanti marini, nei leoni, negli impala, negli stambecchi. Che i geni più forti siano all’interno dell’animale più forte è abbastanza intuitivo, ma nel mondo animale questa scelta qualche volta è molto più raffinata. Prendiamo per esempio un pavone.

Vidi un pavone maschio selvatico per la prima volta nel Parco nazionale di Bandhavgarh in India. Stavamo girando una puntata di Missione natura e lavoravo con un autore un po’ cocciuto che si chiama Tommaso. La puntata era incentrata sulle tigri ma naturalmente filmammo tutti gli animali del parco: cervi pomellati, orsi, sambar e i pavoni. A Tommaso piaceva tanto l’idea che mi avvicinassi a un pavone selvatico e io volentieri l’avrei accontentato ma il pavone, nonostante la coda gigante, vola.

«Ma va’, come fa a volare? E poi anche se volasse sarebbe lento» diceva Tommaso. Dopo un centinaio di tentativi sotto un sole micidiale in cui il pavone volava via prima di entrare nell’inquadratura con me, volevo strozzare Tommaso, ma in effetti per uno che non si intende di animali può sembrare strano che quest’uccello riesca a spiccare il volo con delle penne così ingombranti.

Perché i maschi le hanno? Perché le femmine vogliono i migliori! Il pavone maschio quando incontra una femmina si pavoneggia in un’impressionante parata in cui dispiega la sua enorme coda a ventaglio. Le femmine di solito fanno finta di nulla, ma in realtà lo osservano attentamente mentre si muove altezzoso. Visto che non può perdere tanto tempo con quelle che non sono interessate, la prima cosa che fa dopo aver aperto la coda è girarsi di spalle mostrando la parte non decorata. Se la femmina si incuriosisce, si muove e si mette di fronte al maschio per osservarlo meglio. Lui a questo punto tiene la coda alta dispiegando al meglio tutte le penne che di tanto in tanto scuote con vigore per dimostrare la sua forza. Gli ocelli delle penne, il luccichio brillante e la corona sulla testa dovrebbero ammaliare la probabile partner con una sinfonia di forme e colori, ma le femmine non si fanno incantare così facilmente e guardano ogni dettaglio senza farsi stregare dallo spettacolo. Quelle penne sono cresciute per diversi mesi e se il maschio in quel periodo non avesse mangiato o fosse stato male sarebbero più corte; se poi avesse dei vermi i colori sarebbero spenti e se avesse degli acari gli ocelli sarebbero frastagliati. Se ogni minimo dettaglio è perfetto allora il maschio non solo è in salute ma è forte e i suoi geni sono di prima qualità, perché si è portato in giro quella coda voluminosa riuscendo persino a sfuggire ai predatori. La femmina perciò si potrà concedere avendo la sicurezza che i figli che nasceranno saranno forti come il papà! Quella coda non mente, non può mentire! In cambio, anche in questo caso, la mamma avrà solo pulcini forti che dovrà allevare da sola.

La vedova gigante o vedova codalunga (Euplectes progne) è un uccello africano. Il maschio è tutto nero, con le spalle rosse e una coda così lunga da far invidia a quella del pavone. Per attrarre le femmine nel suo territorio il maschio fa un volo di parata lento e coreografico. Le femmine, piccole e marroncine, passano, lo guardano e se rimangono colpite si concedono senza avere in cambio null’altro che un rapporto sessuale. Per verificare che siano proprio le femmine a guidare l’evoluzione rendendo le code dei maschi lunghissime, Malte Andersson, uno zoologo dell’Università del Nebraska fece un esperimento. Dopo aver osservato molti maschi in natura ne catturò alcuni. A certi accorciò la coda mentre ad altri la allungò appiccicando i pezzi tagliati agli altri maschi. A questo punto nell’area di studio c’erano maschi con la coda normale, maschi con la coda lunghissima e maschi senza coda. Quelli che ebbero più successo, neanche a dirlo, furono quelli con la coda artificialmente allungata. In quella stagione si riprodussero solo loro. Questo esperimento dimostra che è la scelta delle femmine che guida la forma dei maschi e il loro handicap.

Troviamo più o meno lo stesso handicap del pavone e della vedova nei maschi di granchio appartenenti al genere Uca. In questo caso non c’è una coda sproporzionata ma una chela molto più grande, che di solito è quella sinistra. A causa di questa caratteristica i granchi Uca sono anche chiamati granchi violinisti perché sembra che trasportino un violino. La chela serve per combattere, per difendere la tana, ma soprattutto per ammaliare le femmine. Più la chela è grossa, più il povero maschio ha difficoltà a vivere e più le femmine si concedono.

Nel caso del pavone e del granchio non è l’ambiente che guida l’evoluzione, ma sono le femmine. Quella che Charles Darwin chiamava selezione sessuale è l’evoluzione guidata dalle femmine, per cui se loro si mettono in testa di concedersi solo a quelli che sopravvivono a un difetto fisico, come una chela gigante o una coda maestosa, i maschi sono condannati a portare un fardello sempre più grande. Finché non arriva inesorabile la selezione naturale.

È rischioso portare un handicap fisico al limite, perché potrebbe guidare una specie all’estinzione. Il megalocero (Megaloceros giganteus) era un enorme cervo che visse diverse migliaia di anni fa. Era alto due metri al garrese e i maschi avevano un palco che poteva raggiungere i tre metri e mezzo di ampiezza. Questi mammiferi popolavano un’area vastissima che andava dall’Europa all’Asia centrale. I più antichi ritrovamenti fossili risalgono a 400.000 anni fa e circa 10.000 anni fa questi enormi cervi si estinsero. Non si conosce bene il motivo per cui ciò avvenne, ma ci sono diverse ipotesi tutte legate a quelle corna così ingombranti che le femmine hanno

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