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La magia della luna
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E-book373 pagine6 ore

La magia della luna

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Info su questo ebook

Questo romanzo completa il ciclo di narrativa con il quale l’autrice intendeva insegnare la Tradizione Esoterica Occidentale. La storia si basa sul ritorno di Morgan Le Fay (v.La Sacerdotessa del mare) la cui presenza strega il medico Robert Malcolm. Quale Sacerdotessa di Iside ella lo riporta al Mondo Naturale che Malcolm ha abbandonato e, attraverso rituali nel suo tempio segreto, ridarà vigore all’anima di Malcolm e alla sua energia maschile. L’attrazione tra i due altera la polarità del medico che ne viene trasformato. La Magia della luna esplora l’interazione tra maschile e femminile, anima e animus, ed è uno studio approfondito sui legami tra l’umano e il sovraumano.
LinguaItaliano
EditoreVenexia
Data di uscita2 ago 2020
ISBN9788899863456
La magia della luna
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Autore

Dion Fortune

Dion Fortune (born Violet Mary Firth, 1890–1946), founder of the Society of the Inner Light, is recognized as one of the most luminous figures of 20th-century esoteric thought. A prolific writer, pioneer psychologist, powerful psychic, and spiritualist, she dedicated her life to the revival of the Western Mystery Tradition. She was also a member of the Order of the Golden Dawn, whose members included A. E. Waite, Aleister Crowley, and W. B. Yeats.

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    Anteprima del libro

    La magia della luna - Dion Fortune

    DION FORTUNE

    La magia della luna

    Venexia

    TITOLO ORIGINALE

    Moon Magic

    © 1995 by The Society of Inner Light

    Traduzione di:

    Tamara Topini

    Immagine di copertina di:

    Simone Pieralli

    © 2007 Copyright by Venexia

    Via Erodoto, 36

    00124 Roma

    www.venexia.it

    La magia della luna

    Introduzione

    Si dice che quando un romanziere immagina una situazione fa sì che essa accada. In ogni caso, quando immaginai il personaggio di Vivien Le Fay Morgan, o Lilith Le Fay, come a volte si faceva chiamare, creai una personalità che è ben lungi dall’essere un burattino nelle mie mani, anzi a dire il vero assume il comando della situazione.

    Ogni scrittore di narrativa sa che i personaggi possono prendere vita, e che se non lo fanno il romanzo sarà solo una storia fittizia. Ogni lettore con un po’ di esperienza nell’arte dello scrivere conosce la differenza tra un dialogo riportato e un dialogo semplicemente scritto.

    Lo scrittore veramente creativo riporta il dialogo che intercorre tra i suoi personaggi; ma nel caso di Lilith Le Fay ho fatto di meglio: ho lasciato che fosse lei stessa a parlare. Dopo la fine della Sacerdotessa del mare non è rimasta tranquilla nella sua tomba, ma il suo spirito ha continuato a manifestarsi. E non invano, perché mi ha costretto ad accettare di scrivere questo libro.

    Non avevo un’idea precisa di quella che sarebbe stata la trama. Sei volte ho iniziato a scrivere il libro e sei volte ho gettato quello che avevo fatto, finché i capitoli scartati non hanno raggiunto le dimensioni di un romanzo medio. Poi, alla fine, ho deciso di raccontare la storia in prima persona, e ho affidato il compito a Lilith Le Fay.

    Non avevo la minima idea della trama, e l’unico modo per scoprirla era continuare a scrivere. Né tanto meno avevo il minimo sospetto che sarebbe finito così. Alcuni, forse, lo definiranno un pezzo di scrittura automatica; non so se posso fregiarlo di tale nome, direi piuttosto di aver tenuto fede ai propositi del personaggio principale, ma in ogni caso non mi assumo alcuna responsabilità né per la trama né per i personaggi, creatori di loro stessi.

    Mi è particolarmente difficile giudicarne i meriti viste le circostanze. Non lo ritengo una grande opera letteraria, ma senza dubbio si tratta di un oggetto interessante dal punto di vista psicologico. Inoltre, esso contiene una gran quantità di conoscenze particolari, riguardo a molte delle quali non sapevo nulla finché non le ho lette in queste pagine.

    Il punto di vista di Lilith Le Fay è puramente pagano, e lei è una ribelle nei confronti della società, poiché vuole causarne un cambiamento. Naturalmente potrebbe essere la rappresentazione del mio subconscio freudiano, e bisogna riconoscere che c’è molto di me in Lilith Le Fay, ma c’è anche molto che non fa parte di me.

    Se non altro non ho centoventi anni, non ancora almeno. Malcolm deriva invece da più fonti. 

    Non ho mai avuto il cattivo gusto di prendermi gioco dei miei amici. Ho conosciuto molti Malcolm in vita mia, e probabilmente ne conoscerò molti altri ancora prima che, come Lilith Le Fay, mi scomponga nelle particelle elementari, una volta ritiratosi il potere che mi sostenta.

    La casa, comunque, è reale. La sua porta mi è stata chiusa in faccia e non ci sono più tornata, tuttavia è un luogo consacrato.

    Temo che chi leggerà questa storia solo per svagarsi non la troverà molto divertente. Non è stata scritta per intrattenere. In realtà l’ho scritta per scoprire di cosa parlasse. Ci ho investito molto, e forse c’è in essa molto più di quello che io vi abbia messo. Si potrebbe persino dire che la sua scrittura sia stata una magia. Se è vero che ciò che viene creato nell’immaginazione vive nel mondo interiore, cosa ho creato con Lilith Le Fay? Malcolm può cavarsela da solo in questo mondo e nel prossimo, ma chi o che cosa è Lilith e perché, dopo che il primo libro che parlava di lei era stato completato, ha continuato a vivere e ad apparirmi? Ho forse creato un mio oscuro demone familiare?

    Lilith si considera una sacerdotessa della grande dea Natura, e come tale può rivendicare un diritto divino a dispetto di tutte le leggi dell’uomo. Questo è un argomento su cui non posso esprimere un giudizio, perché non ne so nulla. So solo che Lilith vive in un modo curioso, tutto suo; vive per gli altri, così come per me, e a chi legge queste pagine potrebbe sembrare una figura irreale intravista tra le nebbie della mente.

    A quanti le leggi e le convenzioni hanno fatto un torto crudele e inutile come a Malcolm? E allora non può esserci per loro una via di fuga sulle colline del sogno proprio come Lilith fa fare al suo amante? 

    Queste sono domande che tutti dovrebbero porsi, perché come Lilith canta a un uomo esausto: I sentieri del sonno e della notte sono dimenticati; noi possiamo fare l’eco alla preghiera che chiude quell’inno di invocazione:

    Apri la porta, la porta che non ha chiave,

    La porta dei sogni attraverso cui gli

    uomini vengono a te.

    O Pastore di capre, rispondimi!

    Dion Fortune

    PRIMA PARTE

    Uno studio sulla telepatia

    Capitolo 1

    L’elegante salone della facoltà di medicina era affollato per la distribuzione dei premi. 

    Sul palco, sotto la famosa finestra che commemorava la carità del fondatore, sedeva un lungo semicerchio di figure vestite di scarlatto, splendenti contro lo scuro sfondo rivestito di pannelli di quercia, mentre i cappucci delle toghe delle diverse università, cremisi, rosso ciliegia, magenta e varie sfumature di blu, rendevano la combinazione di colori ancora più sorprendente. Sopra i cappucci una fila di visi, bovini, da rapace e da volpe, e al centro, tutto sommato normale in mezzo a quella singolare raccolta di copricapi che ospitavano così tanti cervelli eccellenti, sedeva il preside che aveva appena presentato i premi. Giù, nel resto del salone la scura massa di studenti, amici e familiari fissavano questa collezione di uccelli del paradiso.

    Non dovrebbe indossare una toga di quel colore con quei capelli, commentò una signora piccola e anziana, ovviamente proveniente dalla campagna, al goffo giovane al suo fianco che sedeva stringendo amorosamente tra le mani un diploma che gli conferiva il diritto di dare il peggio di sé al suo prossimo.

    Non aveva scelta. È il colore della sua università.

    E allora un uomo con i capelli di quel colore non avrebbe dovuto frequentare quell’università. 

    Il miscuglio di magenta e scarlatto era di certo una combinazione infelice per un uomo dai capelli rossi, ma il volto duro come il granito e altrettanto grigio sotto ai rossi capelli pettinati all’indietro che iniziavano a diradarsi sulle tempie, fissava lo spazio circostante dimentico e indifferente.

    Ha proprio l’aspetto di un macellaio, continuò la piccola e anziana signora.

    Ti sbagli, è uno dei medici.

    Non vorrei che fosse lui a prescrivermi medicine.

    Suppongo che non lo farebbe; non vengono somministrate molte medicine nel suo dipartimento.

    E allora cosa somministra?

    Nulla. Niente più di quello che potresti dare tu. A volte i chirurghi possono operare, altre volte no. Lui dice loro se possono o non possono farlo. È il tipo da cui prendono ordini. Se lui dice di procedere, procedono, se dice di lasciar perdere, lasciano perdere.

    Io spererei solo che mi lasciasse in pace, rispose la signora.

    Anche io, mamma, rispose il figlio con una risatina, prendendo mentalmente nota della battuta da riportare nella sala comune degli studenti. Poi con il canto di Dio salvi la regina la cerimonia ebbe fine e l’oggetto del loro interesse sfruttò la propria posizione all’estremità del semicerchio per allontanarsi dal palco prima dei suoi colleghi.

    L’estremità del palco in cui si trovava, tuttavia, era la più lontana dallo spogliatoio e si ritrovò nel corridoio che portava al refettorio con ancora indosso la veste appariscente, circondato da un mare di persone che si agitavano in cerca dei rinfreschi. Premuta contro di lui a causa della folla c’era una piccola e anziana signora che lo fissava con lo stesso interesse assorto e impersonale che si concede alle guardie a cavallo in servizio a Whitehall. Non abituato a questo genere di attenzione, giunse alla conclusione che si trattasse di una vecchia paziente.

    Buon pomeriggio, come va?, chiese con un secco cenno del capo.

    Molto bene, grazie, rispose lei con voce mite ma allarmata, poiché era ovvio che non si aspettava le rivolgesse la parola.

    Questa è mia madre, signore, intervenne il giovane accanto a lei.

    Uh, commentò l’uomo più anziano in modo sgarbato e improvvisamente, con sorpresa di tutti i presenti, si tolse la toga sfarzosa restando in maniche di camicia. Arrotolando le vesti sontuose le ficcò in mano al ragazzo sbigottito.

    Portale nella sala comune degli anziani, eh?, gli disse, e si avviò facendosi largo a spallate tra la folla, usando spietatamente i gomiti per aprirsi la strada.

    Che tipo bizzarro!, esclamò la signora.

    Ti puoi permettere di essere bizzarro quando hai una reputazione come la sua, le rispose il figlio.

    Non credo che mi piaccia, replicò la donna.

    A nessuno piace, spiegò il figlio, ma abbiamo piena fiducia in lui.

    Nel frattempo l’oggetto della disapprovazione della signora salì rapidamente una rampa di scale, tre alla volta, entrò in un laboratorio vuoto, prese una vecchia giacca di tweed da un piolo e vestito in questo modo assurdo e senza cappello uscì in un buio cortile interno da una porta laterale. Lo attraversò, calpestando la ghiaia con passi pesanti, spingendo un’infermiera a guardare fuori dalla finestra di un reparto e ad aggiungere un altro elemento alla leggenda delle eccentricità del famoso dottor Malcolm, e proseguì incurante per la sua strada, percorrendo vie secondarie verso la stazione della metropolitana. Una volta arrivato imprecò, poiché la sua agenda, con il portafoglio e l’abbonamento, era nel taschino della giacca rimasta nello spogliatoio, e quel che aveva nelle tasche ammontava esattamente a un penny e mezzo in monetine.

    Aveva un temperamento troppo impaziente per tornare in ospedale; il tempo era insolitamente mite visto il periodo dell’anno, e decise di camminare sul Lungotamigi fino al suo appartamento in Grosvenor Road, non molto lontano per un uomo attivo ed energico come lui. Si incamminò sull’acciottolato, oltrepassando i depositi finché, risalendo i gradini nei pressi di un ponte, arrivò sul Lungotamigi.

    Stava piovendo, e i soliti che al crepuscolo si riunivano sulle panchine del Lungotamigi avevano trovato un rifugio occasionale in qualche corsia d’ospedale o nel ricovero di qualche opera pia; c’erano pochi pedoni a quell’ora, e l’ampio marciapiede del lungofiume era praticamente tutto per lui.

    Procedeva a grandi passi con la sua solita andatura veloce, godendo della freschezza dell’aria purificata dalla pioggia dopo il calore soffocante del salone in cui aveva trascorso quel noioso pomeriggio. Guardò il riflesso dei lampioni sull’acqua e i fanali di fonda dei pontoni ormeggiati qua e là; un rimorchiatore arrancava risalendo la corrente con le sue chiatte, e una lancia della polizia fluviale sbuffava lungo la corrente; la solita vita del fiume scorreva sotto gli occhi dell’uomo, dimentico per un momento della grande città, del grande ospedale e del quotidiano stritolamento della routine che si alternava tra Wimpole Street e i bassifondi.

    Con la repentinità che caratterizzava tutti i suoi movimenti, si fermò talmente all’improvviso che un altro pedone che si trovava dietro di lui dovette scartare di lato per evitare di finirgli addosso. Appoggiando i gomiti sul muretto in granito, seguì con l’immaginazione la marea che calava oltre i dock e i navigli e pensò a come sarebbe stato se avesse seguito il suo primo istinto di intraprendere una carriera in mare. Ora sarebbe stato un ufficiale di guardia su qualche nave: una vita mal pagata, dura e priva di comodità. La sua vita attuale era dura perché era un vero aguzzino con se stesso, ma non era mal pagata ed era tanto comoda quanto lui stesso le consentiva di essere.

    Ma questo non era molto. Non era un uomo che sapeva rendere le cose comode per se stesso o per gli altri. Sua moglie, invalida dalla nascita del figlio durante il primo anno di matrimonio, risiedeva in una località di villeggiatura vicino al mare, dove andava a trovarla abbastanza di frequente per il fine settimana. Lei aveva paura di queste visite e lui le detestava, ma era un uomo con un rigido senso del dovere, per cui continuarono anno dopo anno finché i suoi fiammeggianti capelli rossi iniziarono a striarsi di grigio e a diradarsi sulle tempie mentre allo stesso tempo il suo carattere impulsivo cominciò a calmarsi, ed egli fu in grado di congratularsi con se stesso per aver conquistato un po’ di autocontrollo.

    Gli anni di semi-celibato non erano stati semplici; dotato dalla natura di una fiera integrità e rettitudine, non sopportava l’idea di una relazione illecita. Inoltre, c’era in lui un orgoglio per la sua imperiosa volontà che gli causava un piacere perverso nel combattere con le bestie feroci di Efeso, e più la Natura cercava di forzare la porta del suo codice morale, più questa si serrava. Il risultato era ammirevole dal punto di vista etico, ma di certo non aveva addolcito il suo carattere o lo aveva reso un collega piacevole, o un compagno gradevole. I capelli rossi non vanno molto d’accordo con la repressione, e una costante irritabilità era la ricompensa per la virtù. Inoltre, non dormiva molto, e questo non migliorava le cose. Solo la sua enorme energia e il suo fisico robusto gli consentivano di portare a termine il lavoro di un trimestre.

    I suoi studenti lo odiavano perché li intimoriva e li incalzava senza tregua, eppure poteva avviare un’accesa discussione con un collega esaminatore per il voto di un orale che riteneva ingiusto. Non piaceva alle infermiere perché era severo, eppure avrebbe fatto di tutto per far ottenere loro un congedo per malattia se riteneva che ne avessero bisogno. I pazienti erano terrorizzati dai suoi modi bruschi e severi, eppure non aveva mai risparmiato né se stesso, né l’ospedale per loro; inoltre, buona parte del suo lavoro consisteva nel separare i malati di nervi dai casi veri, e certo non giovava alla sua già scarsa popolarità quando il suo dovere lo costringeva a dire al paralitico di professione di scendere dal letto e andarsene.

    Era vissuto accampato, anno dopo anno, in stanze ammobiliate; con libri, documenti e campioni in vari stadi di conservazione che si accumulavano intorno a lui, lasciando che la padrona di casa lo nutrisse come meglio credeva e che il suo sarto lo vestisse come preferiva. Era meno di una vita a metà, ma la metà che viveva, per quanto sterile per ciò che lo riguardava, si dimostrava fruttuosa per gli altri. Il cieco, lo zoppo, il muto, l’epilettico, il pazzo venivano liberati dalla loro schiavitù e riportati alla vita normale nel momento in cui quest’uomo, che non aveva mai toccato un bisturi, si metteva di fianco al chirurgo e gli indicava il punto preciso del cervello in cui si trovava la radice del problema che si esprimeva in così tanti modi bizzarri e grotteschi. Ciò che egli non sapeva del funzionamento della mente non era necessario sapere, ma ciò che sapeva della mente stessa era assai poco.

    Riprese a camminare, procedendo a grandi passi accanto all’acqua che scorreva scura e chiedendosi per quale motivo non aveva mai pensato prima di fare quella strada invece che prendere l’affollata metropolitana. Negli ultimi anni non si era preoccupato di avere una macchina propria, preferendo affidarsi ai taxi visto che un’auto era un’insopportabile seccatura all’interno della City e il parcheggio in ospedale era congestionato dai magnifici veicoli dei membri più giovani dello staff che potevano a malapena permetterseli, ma dovevano esibirli per prestigio. Lui invece, che aveva tutto il prestigio che un uomo poteva desiderare, si recava ai consulti in taxi.

    Gli piaceva camminare; ogni volta che andava a trovare sua moglie passava l’intera giornata passeggiando sulle dune, tornando la sera stanco a causa dell’aria aperta e dell’esercizio a cui non era abituato per poi addormentarsi in una poltrona accanto al fuoco, senza accorgersi dell’ironia della situazione. Aveva spesso pensato di fare un lungo viaggio a piedi, ma per un motivo o per l’altro non riusciva mai a prendersi una vacanza, facendo il lavoro di tre persone nel corso del mese di agosto quando l’ospedale era sotto organico, e causando il terrore dei malati cronici abituati a metodi un po’ più gentili. Non aveva interessi al di fuori della sua professione e nessuno svago al di là della lettura di letteratura internazionale sulla sua specializzazione.

    La sua era un’esistenza sgradevole, triste e difficile. Il suo lavoro era per lo più diagnostico, visto che nella sua specialità ben poche cure erano possibili. C’era stato un tempo in cui, per quanto potesse sembrare impossibile ai suoi colleghi, si preoccupava dei suoi casi; ma negli ultimi anni aveva iniziato ad accettare il volere di Dio con una certa filosofia, urlando una diagnosi e una prognosi e scacciando la questione dalla mente – tranne nel caso dei bambini. A volte pensava di rifiutarsi di prendere in cura bambini, ma non era possibile lavorando in ospedale, dove doveva occuparsi di tutti i pazienti che si presentavano. I bambini lo turbavano. Era in grado di cogliere il più debole segnale di problemi in fanciulli fino a quel momento dall’aspetto sano, e il loro futuro si stagliava davanti ai suoi occhi tormentandolo per giorni. Per questo motivo il suo modo di trattare i bambini era ancora più inopportuno di quanto non fosse il modo in cui trattava gli adulti; il bambino che strillava, la madre indignata e gli studenti disgustati formavano un quadro particolarmente sgradevole, soprattutto poiché si riteneva che una volta espresso il suo giudizio non potesse esservi appello né presso Dio né presso gli uomini: se lui diceva che il bambino sarebbe diventato zoppo, il bambino lo diventava. A volte sembrava quasi che la sua fosse una sentenza più che un parere.

    Era un uomo abituato a camminare veloce, che percorreva a passo di carica i corridoi dell’ospedale, costringendo i carrelli e i portantini a evitarlo. Allo stesso modo percorreva il Lungotamigi quella sera, sorpassando e lasciando indietro gli altri passanti che andavano nella sua stessa direzione, quando si accorse che una figura indistinta più avanti manteneva in modo regolare la stessa distanza, senza essere superata. Doveva averla già percepita prima a livello subconscio, perché quando la notò a livello cosciente si accorse che la stava seguendo già da un bel tratto. L’affacciarsi di questa consapevolezza stuzzicò la sua immaginazione, poiché assomigliava moltissimo a un sogno ricorrente che gli si ripresentava da anni, ogni volta che si trovava sovraccarico di lavoro. In tali circostanze il suo sonno, già insufficiente, diventava del tutto carente, e si ritrovava in uno stato a metà tra il sonno e la veglia, non abbastanza addormentato da essere immerso nel sogno, né sufficientemente sveglio da sapere che stava sognando. Trascorreva le notti scivolando avanti e indietro lungo la linea di confine del sonno, talvolta effettivamente nel regno dei sogni, altre sbirciandovi più o meno coscientemente e osservando quello spettacolo di ombre come immagini di un film.

    Sognava sempre paesaggi e panorami marini, molto spesso terra e mare insieme, che attribuiva alle passeggiate sulle dune che faceva quando andava a trovare la moglie, e in queste scene non c’era mai nessuno, con una sola eccezione: occasionalmente faceva la propria comparsa una figura avvolta in un mantello, con un cappello a tesa larga. Lui attribuiva tale immagine a un cartellone pubblicitario del Porto Sandeman con luci colorate che si accendevano e si spegnevano su un edificio davanti al quale passava andando dall’ambulatorio in Wimpole Street al suo appartamento a Pimlico. Era abbastanza ovvio, abbastanza scontato; e sebbene la psicologia fosse per lui soltanto un’attività secondaria, e solo per diagnosi differenziali, aveva sufficiente esperienza di tali teorie per rintracciare una parte dei simboli nelle villette disseminate in mezzo alle dune alle spalle della cittadina di mare e l’altra nella pubblicità che aveva visto spesso. Egli ne attribuiva una parte alla repressione sessuale, un’ipotesi attendibile nel caso di molti cittadini rispettabili, e in particolare nel caso di un professionista come lui; e l’altra al desiderio inconscio per l’eccitante così originalmente pubblicizzato, un desiderio alquanto comprensibile in un uomo sovraccarico di lavoro che ha l’abitudine di preoccuparsi. Poiché entrambi i desideri erano repressi senza alcuna possibilità di compromesso, persino il dottor Rupert Annersley Malcolm, neurologo ed endocrinologo, si rendeva conto che essi potevano assalirlo improvvisamente e liberarsi nei suoi sogni. Che essi potessero fare ben di più non gli era mai passato per la testa.

    Vedere quella figura ammantata muoversi davanti a lui nella semioscurità lungo l’umido selciato londinese, come aveva spesso fatto nei suoi sogni, stuzzicò la sua immaginazione. Sapeva che si trattava solo di una donna con un mantello impermeabile, eppure fremeva al pensiero di incontrare la fantasia del suo subconscio esteriorizzata in quel modo. La figura si muoveva una ventina di metri più avanti e manteneva la distanza. Il dottor Malcolm affrettò il passo per raggiungerla e osservarla più da vicino, ma per quanto si muovesse il più velocemente possibile, il suo scatto non aumentava particolarmente la velocità né riduceva percettibilmente la distanza tra lui e la figura che ora stava seguendo poiché, visto il suo temperamento irascibile, il non riuscire nel suo intento aveva trasformato un interesse passeggero in un vero e proprio inseguimento.

    Il suo primo impulso fu di mettersi a correre, ma sapeva che tale atteggiamento non sarebbe sfuggito ai tutori della legge, e non aveva alcun desiderio di finire davanti alla corte di giustizia con l’accusa di comportamento oltraggioso, visto che era poco probabile che accettassero la spiegazione che stava semplicemente verificando l’analisi di uno dei suoi sogni. Perciò ci diede dentro con determinazione, convinto che, prima o poi, avrebbe superato agevolmente qualsiasi donna. Era un uomo che non sapeva cosa farsene delle donne, e il sentimento era reciproco per quel che ne sapeva.

    Questa donna, tuttavia, continuava a restargli davanti e, sebbene stesse lentamente riducendo la distanza che li separava, era chiaro che, pur favorito dai semafori, era improbabile che la raggiungesse a meno di non continuare a camminare ancora a lungo. Il dottor Malcolm si accorse di non poter fare di più senza attirare l’attenzione della polizia; infatti vide un’agente, a cui la divisa non donava per niente, che lo osservava con sospetto.

    Poi si verificò la cosa che tanto temeva, il semaforo divenne verde per colei che stava inseguendo e divenne rosso prima che lui riuscisse a raggiungerlo; il traffico lasciato libero si riversò sul ponte in una massa compatta, e la figura avvolta nel mantello scomparve tra le ombre del crepuscolo londinese, lasciandolo con un inesprimibile senso di perdita, di frustrazione e di vuoto. Altri cinque minuti, a un passo leggermente più rilassato, e si ritrovò al suo appartamento in Grosvenor Road, scelto perché a buon mercato quando ancora cercava di farsi una posizione sul lavoro e mantenuto per abitudine, indifferenza e mancanza di stimolo ad andar via. Nella comodità trascurata del suo appartamento si spogliò e si asciugò, perché aveva sudato molto per lo sforzo compiuto nella leggera umidità della sera. Allora, e solo allora, si meravigliò del passo con cui la donna si era mossa.

    A letto, più tardi quella stessa sera, si chiese se la fatica supplementare della lunga camminata per tornare a casa sarebbe stata sufficiente a far apparire la figura ammantata nello scenario del sogno in cui aveva girovagato quasi ogni notte nelle ultime due settimane. Ma quella notte passò rapidamente con un sonno molto più normale di quello che aveva sperimentato per giorni. Era come se tutta la noia repressa della sua esistenza priva di gioia fosse sfociata nel suo bizzarro interesse per la figura di una donna sconosciuta, intravista nella luce del crepuscolo.

    Poiché il trimestre era terminato, il giorno seguente si accinse a trascorrere il fine settimana con la moglie; ma questa, povera creatura, avendo uno dei suoi brutti attacchi, di certo non desiderava la sua compagnia, quindi fu libero di fare la sua solita passeggiata sulle dune e di estenderla oltre il solito tratto. Fece ritorno alla villetta in mattoni rossi quando il sole stava tramontando, esausto, perché la passeggiata era stata protratta in modo inopportuno a causa dell’imprevista libertà dal condividere il pasto serale con sua moglie e la sua dama di compagnia. Nella sua camera, accanto al fuoco, gli erano stati lasciati dei panini e una bottiglia di latte, ma i sandwich erano asciutti e arricciati ai bordi, così bevve il latte e lasciò il resto là. Cadde quindi in un sonno agitato nella poltrona di vimini accanto al camino.

    Non era una poltrona particolarmente comoda, inoltre scricchiolava a ogni suo respiro disturbandolo ma, nonostante tutto, si accorse che il sogno che gli era sfuggito per tutta la settimana stava per arrivare, e resistendo a tutte le tentazioni di muoversi e svegliarsi, rimase a osservare sulla soglia del sonno le immagini mutevoli che si formavano e si dissolvevano per poi creare di nuovo forme sempre più definite. All’inizio riguardavano frammenti della vita di tutti i giorni. La sua padrona di casa, l’addetta alle pulizie in ospedale, la dama di compagnia della moglie, l’anziana domestica che era in parte infermiera in parte governante.

    Attese con pazienza, sapendo che la sua mente era solita liberarsi delle impressioni superficiali prima di rivelare i meandri più nascosti. Un residuo lento a scomparire della sua coscienza, disciplinato dalla sua educazione scientifica, notò che stava osservando una processione di donne anziane, insignificanti, prive di fascino. Poi comparve la donna poliziotto che aveva incontrato sul Lungotamigi, e le sue speranze aumentarono; ma essa non fece altro che prendere il suo posto nel corteo.

    Dei rumori sul pianerottolo lo svegliarono momentaneamente e udì la voce vagamente lamentosa di sua moglie provenire dalla porta aperta della sua camera. Evidentemente non si prospettava una buona nottata. Il suo primo istinto fu quello di andare lì e fare ciò che poteva, ma sapeva per esperienza che questo non avrebbe fatto altro che innervosirla e turbarla. Il dottore del posto era competente; avrebbe saputo cosa non andava, e avrebbe fatto tutto ciò che era possible per quella sventurata che passava dal letto al sofà e alla sedia a rotelle sin dallo sfortunato tentativo di dare la luce a suo figlio.

    Il minimo disturbo era stato sufficiente per svegliarlo temporaneamente dal torpore indotto dalla lunga giornata trascorsa all’aperto. Si accese una sigaretta e fissò il fuoco; la sua mente riandò alla notte di 20 anni prima che aveva trasformato la ragazza vivace, aggraziata e innocente che aveva sposato in un’invalida nevrotica, obesa e semiparalizzata.

    Non inveiva contro il destino, ormai aveva smesso da tempo, ma si limitò a restare seduto mentre la sigaretta bruciava tra le sue dita macchiate dal tabacco ripensando a quei momenti.

    In effetti non dava la colpa al fato. In un certo senso dava la colpa a se stesso, come se avesse commesso un macroscopico errore di valutazione nel formulare una diagnosi.

    Era vero che entrambi avevano desiderato con impazienza il figlio che aveva causato quella devastazione, ma questo non sembrava fare alcuna differenza. Alla fine la responsabilità era la sua, se non fosse stato per lui non ci sarebbe stato nessun bambino: la logica di tutto questo era incontestabile. Ma non serviva a niente soffermarsi a pensare a come sarebbero dovute andare le cose. Quello era un lusso costoso che aveva richiesto il pagamento nei giorni della depressione. Solo con un controllo rigoroso della mente e dell’immaginazione era possibile tenere a bada le bestie di Efeso. Aveva scoperto il trucco qualche anno prima sulla sua pelle, ed era sempre una sorpresa per lui rendersi conto che i suoi colleghi del reparto psichiatrico non vi avevano mai pensato.

    Per allontanare la mente da questo pericoloso argomento, richiamò alla mente l’immagine del Lungotamigi in una mite e umida notte invernale, l’ultima delle foglie cadute del platano che creava un disegno sul selciato e il fiume che scorreva rapido, scuro e pieno di gorghi. Rivisse quel momento ancora una volta con vivida immaginazione, tornando sempre più indietro, all’attimo in cui aveva avuto inizio, via via che il suo sapore si impadroniva di lui. Riusciva a vedere la scena della distribuzione dei premi: gli studenti che salivano per prendere i loro diplomi, dinoccolati, vivaci e goffi allo stesso tempo, ragazzi immaturi a cui erano affidate responsabilità troppo grandi per un essere umano passibile di errare. Considerò i loro volti e si chiese su quanti di loro avrebbe fatto affidamento per collocare una trappola per topi, figurarsi per esprimere

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