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Nostalgia di futuro

Nostalgia di futuro

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Nostalgia di futuro

Lunghezza:
157 pagine
1 ora
Pubblicato:
27 lug 2020
ISBN:
9791220101394
Formato:
Libro

Descrizione

A volte per fare un passo in avanti nel futuro serve farne due indietro verso il passato. Il protagonista di Nostalgia di futuro ha 53 anni, vive a Milano, ha una moglie, due figlie, è insegnante d’italiano in un prestigioso istituto, passa alcune serate con gli amici ed ha del tempo per coltivare le sue passioni. Tra queste una è caduta nel dimenticatoio: la scrittura. Ma una sera arriva l’illuminazione. È tempo di rispolverare scritti giovanili, articoli, citazioni, di ricordare eventi accaduti nel proprio passato che hanno contribuito a forgiare la persona che è. 
In una divertente ed efficace ricostruzione di un puzzle pieno di pezzi di vita, dagli anni Settanta in avanti, dal Sud a Milano, dalla militanza politica all’impegno professionale, Teo Cavallo dà forma a un’opera multiforme, con salti continui tra presente e passato, un viaggio nella mente di un uomo desideroso di restituire al passato la sua dignità, senza rimanerne imprigionato, e di cogliere nei suoi frammenti quell’energia di un tempo necessaria per costruirsi un nuovo futuro

Teo Cavallo (Bari 1952), docente di Materie letterarie nelle scuole secondarie di Ostuni e Milano, dove vive con la sua famiglia da più di trent’anni, ha pubblicato, nel 1984, il saggio La filosofia di Francis Bacon tra scientia e sapientia e nel 1991, insieme a Raffaele Valentini, Storie sotto due cieli, una raccolta di composizioni liriche. Ha collaborato, tra gli anni Ottanta e Novanta, con la rivista milanese Malvagia e le riviste ostunesi La piazza e Abibis. Sempre attratto dalla vicinanza tra linguaggio letterario e linguaggio musicale, negli ultimi anni si è sempre più dedicato alla ricerca di quello che lega le note dei suoni alle parole di carta.
Pubblicato:
27 lug 2020
ISBN:
9791220101394
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Nostalgia di futuro - Teo Cavallo

Teo Cavallo

Nostalgia di futuro

EDIFICARE

UNIVERSI

© 2020 Europa Edizioni s.r.l. | Roma

www.europaedizioni.it

I edizione elettronica luglio 2020

ISBN 979-12-201-0139-4

Distributore per le librerie Messaggerie Libri

Uno

Mano

Tutto tocco

questa mano mia

fa miracoli

si ferma

solo

davanti

a se stessa

non può

toccarsi

come

il tempo.

Due

Quasi un prologo

Quella sera finalmente s’era deciso. Aveva preso in mano il registratore e s’era steso sul letto.

Voleva cominciare a scrivere. Aveva cinquant’anni, anzi ne stava per compiere cinquantatré: e si vedeva un po’ strano, quasi si vergognava ad avere ancora quel proposito da adolescente inibito e sognante. Praticamente un deficiente. Tanto che ormai lo nascondeva anche a se stesso, visto che gli altri, cioè la sua famiglia, quella di origine e quella sua, soprattutto Anna, sua moglie, che tanto ci aveva creduto, fino a tante rate di mutuo prima, ormai non sospettavano più che ci fosse ancora in lui quell’idea. Da adolescente solitario e che un po’ se la tira. Diciamolo. Ma quella sera s’era finalmente deciso.

Anche se c’erano tante rate di mutuo davanti.

Aveva cinquantatré anni, ma voleva scrivere.

Per questo aveva chiesto il registratore a sua figlia, e l’aveva pregata di sacrificare l’unica cassetta registrabile rimasta. Gli era parso l’ultimo strumento utilizzabile per cominciare.

Prima parlare, poi dettare.

E prima ancora organizzarsi per creare la solitudine, il silenzio o il buio, il fango e la polvere, il prima e il dopo, il bianco e il nero.

Le condizioni dello scrittore, insomma.

Per questo s’era assicurato che tutti stessero seguendo attentamente la tivù o studiando o correggendo pacchi di compiti, e poi s’era steso.

Chissà poi perché voleva scrivere.

Voleva scrivere per lasciare una traccia di sé alle generazioni future?

Ai figli? Ai figli delle sue figlie?

O voleva scrivere per far aumentare il suo peso specifico intellettuale nelle discussioni di lavoro o con gli amici?

A cena o durante un collegio dei docenti?

O piuttosto per migliorare la condizione economica della sua famiglia?

Voleva scrivere perché, scrivendo, sperava di trovare qualcosa dentro di sé che non aveva mai osservato, contemplato?

E che cosa, poi?

Ma perché voleva scrivere?

Lo scrittore stava parlando in quel momento col registratore appoggiato sul petto, steso sul letto.

Aveva spento tutte le luci. Chiuso la porta della camera. Solo voci nude di senso gli giungevano dal salotto televisivo alle orecchie che utilizzava solo come radar per fingere, di fronte ad un’incursione improvvisa di moglie e figlie, una stanchezza sufficientemente credibile. E intanto continuava a parlare al suo registratore.

Lo scrittore aveva bisogno di una storia, ma non aveva nessuna storia da raccontare. Lo scrittore non aveva niente da scrivere.

Ma perché voleva scrivere?

Fu allora che cominciò a parlare di se stesso. A se stesso.

Gli venne in mente che poteva scrivere, anzi raccontare le storie che aveva già scritto, o addirittura ripubblicare, tali e quali li aveva scritti, qualche decennio prima, gli articoli che aveva spedito da Milano al giornale del suo paese, di Ostuni. S’era ricavato uno spazio tutto suo su La chiazza, la piazza, cioè. E ne aveva avuto di coraggio, ora che ci pensava, a mettere veramente in piazza quello che gli era accaduto dopo avere vinto quel concorso a cattedre per docenti nelle scuole medie, a Milano. Quello spazio era diventato, dopo qualche numero, addirittura la rubrica Vicino-lontano, l’ossimoro elegante ma doloroso nel quale un redattore ostunese esperto in marketing nostalgici lo aveva rinchiuso per un lustro della sua vita. E vicino e lontano erano le sbarre di una cella attraverso cui aveva creduto di poter rivedere tutto ciò che aveva perso o che gli sembrava ormai irrealizzabile: il paese, la giovinezza, la speranza di un mondo senza ingiustizie, venti chili in meno.

Accese la luce e cominciò a guardare il ripiano più nascosto della libreria della camera da letto. In un vecchio faldone erano raggruppati, uno nell’altro, quei vecchi articoli. Erano tenuti insieme da un elastico giallo che spuntava tra fogli di vecchi giornali e libri salvati da un macero che prima o poi sarebbe avvenuto.

Ora che ci pensava, non era un caso, quella sistemazione, per i suoi prodotti, sospesi in un limbo a scadenza indeterminata.

Li avrebbero ritrovati le figlie, dopo quel giorno che prima o dopo arriva per tutti?

O sarebbero stati messi in qualche vecchio baule e trasportati in solaio e forse sarebbe stato un nipote amante della ricerca a scoprirli?

Come avrebbe reagito?

Si sarebbe fatto probabilmente due risate. E avrebbe chiesto notizie di quel nonno che scriveva tante strane cose in una strana città di uno strano tempo.

Qualcuno gli avrebbe saputo rispondere?

Comunque, scadenza indeterminata. Ma certa.

Forse non era una buona idea quella di far risorgere il passato. Guardava quell’elastico giallo con un’attrazione peccaminosa.

Sarebbe servito a qualcosa?

O lo avrebbe fatto precipitare in quello stato accidioso che lo prendeva ogni qualvolta aveva pensato di iniziare a scrivere qualcosa?

Spense la luce e il buio coprì l’elastico i libri vecchi e gli anni Ottanta ormai passati, vecchi, inutilizzabili.

Lo scrittore continuava a parlare al suo registratore.

Di che cosa avrebbe parlato?

Di se stesso, dettò al microfono del registratore, che nel frattempo era finito a terra. E lui aveva assunto una posizione alquanto ridicola mentre sospirava quelle parole rivolto al pavimento. Ci fosse stata la pubblicità del milionario di Gerry Scotti a favorire l’incursione familiare, probabilmente la stanchezza sarebbe diventata lombalgia, influenza e quel registratore sarebbe stato scaraventato sotto il letto.

E mai più ricercato. Era convinto: in fin dei conti aveva sempre scritto della sua vita, del suo lavoro, della sua famiglia sul giornale. E qualcuno l’aveva perfino fermato, a Natale o sulla spiaggia al Pilone, per chiedergli della vicina di casa o della bambola viva della figlia.

Conveniva cominciare. A partire da come iniziavano le sue giornate. Con quella difficilissima preghiera del mattino. Non sapeva come si pregava.

Come si prega?

Si prega utilizzando le preghiere che sin da piccoli genitori, zii devoti, nonni e preti ti insegnano. E tu finisci per imparare.

A memoria. Proviamo, disse. E cominciò.

Ave, o Maria.

Come gli risuonava strana quella formula memorizzata quando ancora non sapeva leggere e scrivere. Maria se l’immaginava sempre vestita di bianco, in alto, poggiata su qualche impalcatura, con le mani giunte, quasi addormentata, in trance. In una grotta, come quella delle suore d’Ivrea, dove aveva frequentato la sua prima scuola, quella materna, di cui ricordava l’odore del brodino e dei cessi sporcati dai ragazzacci che non pulivano e non si pulivano bene, il panierino col profumo delle mele e delle arance e un orologio di carta del detersivo OMO, si chiamava così?

Affisso alla parete, altissimo, più in alto della Madonna, con le lancette fisse sempre sulla stessa ora, tanto che aveva pensato a qualche collegamento con lo sguardo misericordioso ma evidentemente ipnotizzatore di quella statua. Che bisognava guardare, e pregare. Cioè far finta di concentrarsi come facevano gli altri bambini, che forse pensavano tutti la stessa cosa: ma quando saremo grandi ce lo diranno perché da piccoli dobbiamo subire questa finta?

Non sarebbe più semplice dirci che vogliono da noi solo un po’ di silenzio?

E la messa ci sarà sempre, o un giorno il prete, visti i nostri progressi nel fare i buoni, si svestirà, raggiunto l’obiettivo, e ci manderà tutti a casa, perché abbiamo superato l’esame?

Intanto si rivedeva lì, davanti a quell’impalcatura bianca, che recitava, come l’interprete di un pezzo teatrale, le ultime preghiere imparate. Perché bisognava pregarla, la Madonna. Imitarla.

Congiungendo le mani e chiudendo gli occhi. Facendo finta di essere seri.

Non ci riusciva allora, non ci riusciva adesso, mentre incrociava le mani sul petto, stringendo il registratore che aveva assunto la tristezza della Madonna d’Ivrea.

Piena di grazia. O di grazie? In ogni caso, continuava la sua parafrasi per rendere intelligibile quelle parole che, col passare degli anni, s’erano alleggerite dei significati, anche del più elementare. Al

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