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Delitto e castigo
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E-book751 pagine13 ore

Delitto e castigo

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Info su questo ebook

“Delitto e castigo”, il romanzo più famoso di Dostoevskij, e uno dei capolavori della letteratura mondiale, narra le vicende del giovane Raskolnikov, sullo sfondo cupo e claustrofobico di una Pietroburgo degradata che diviene l’immagine esterna della desolazione interiore che abita i personaggi. Raskolnikov divide il mondo in due categorie di uomini: da una parte gli “uomini superiori” che possono stare al di là di ogni valore costituito, e dall’altra gli uomini ordinari. Lui, appartenendo alla seconda, compie un gesto estremo per dimostrare al mondo di essere un “uomo superiore”, salvo poi subire le terribili conseguenze del suo gesto e accettare la sofferenza (il castigo) che ne deriva. Nel romanzo sono tre i filoni narrativi che si intrecciano: (la vita di Raskolnikov, le vicende dei Marmeladov e le vicende sentimentali di Dunja, sorella del protagonista) e che vanno a comporre il primo grande romanzo polifonico di Dostoevskij.
LinguaItaliano
Data di uscita27 lug 2020
ISBN9788831372138
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    Anteprima del libro

    Delitto e castigo - Fëdor Dostoevskij

    Fëdor Dostoevskij

    Delitto e castigo

    eBook

    (edizione integrale)

    Titolo originale: Prestuplénie i nakazànie

    Traduzione a cura di Claudio Carini

    (traduzione effettuata da una edizione di pubblico dominio in lingua francese)

    Recitar Leggendo Edizioni

    ©2018 audiolibro - ©2020 Ebook - Diritti riservati

    È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata

    RECITAR LEGGENDO EDIZIONI

    www.recitarleggendo.it

    ISBN Ebook: 978-88-31372-13-8

    Copertina a cura di Giuseppe Rossi

    La versione in audiolibro di questo testo può essere reperita presso:

    Recitar Leggendo Audiolibri

    https://www.recitarleggendo.it/072delitoecastigo

    INDICE

    Presentazione

    Fëdor Dostoevskij

    Delitto e castigo

    Parte prima

    1

    2

    3

    4

    5

    6

    7

    Parte seconda

    1

    2

    3

    4

    5

    6

    7

    Parte terza

    1

    2

    3

    4

    5

    6

    Parte quarta

    1

    2

    3

    4

    5

    6

    Parte quinta

    1

    2

    3

    4

    5

    Parte sesta

    1

    2

    3

    4

    5

    6

    7

    8

    Epilogo

    1

    2

    PRESENTAZIONE

    Recitar Leggendo Audiolibri è una iniziativa editoriale indipendente nata nel 2004 e curata da Claudio Carini, attore di prosa con oltre quarant’anni di esperienza nel campo della lettura ad alta voce. Da questa vasta esperienza nasce la linea editoriale della Casa Editrice, prevalentemente dedicata ai grandi classici: Ariosto, Dante, Boccaccio, Petrarca, Leopardi, Omero, oltre a quei moderni che sono ormai anch’essi dei grandi classici, come Calvino, Verga, Svevo, Pirandello.

    Con lo scopo di diffondere ulteriormente le opere immortali dei grandi classici, Recitar Leggendo ha avviato una collana di ebook le cui traduzioni sono pensate per la lettura ad alta voce. Tutti i testi della collana ebook, infatti, sono disponibili anche in audiolibro, sia in formato CDmp3 (nelle migliori librerie) che in formato download (scaricabile dai più importanti portali di audiolibri).

    Per conoscere il mondo Recitar Leggendo visita il sito:

    www.recitarleggendo.it

    Email: info@recitarleggendo.com

    Fëdor Dostoevskij

    (Mosca, 11 novembre 1821 – San Pietroburgo, 9 febbraio 1881)

    Fëdor Michajlovic Dostoevskij, rimasto orfano dela madre all’età di 16 anni, viene iscritto dal padre alla scuola del genio militare di Pietroburgo. Ma il giovane Fëdor, seguendo le sue attitudini letterarie, una volta ottenuto il diploma, rinuncia alla carriera militare per iniziare il lavoro di scrittore. Da più parti arrivano critiche incoraggianti alla sua prima opera: Povera gente che vede la luce nel 1846. Già fin da questo primo lavoro, lo scrittore sviluppa uno dei temi principali della successiva produzione: la sofferenza per l’uomo socialmente degradato e incompreso. Il suo secondo romanzo: Il sosia tratta della storia di uno sdoppiamento psichico che non ottiene però il consenso del primo romanzo. Successivamente pubblica su riviste alcuni racconti e romanzi brevi, tra i quali Le notti bianche.

    Il 23 aprile 1849 viene arrestato per partecipazione a società segreta con scopi sovversivi e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo. In realtà, Dostoevskij aveva partecipato ad alcune riunioni non come attivista, ma come semplice uditore. Il 16 novembre dello stesso anno, insieme ad altri venti imputati viene condannato alla pena capitale tramite fucilazione, ma incredibilmente il 19 dicembre lo zar Nicola I commuta la condanna a morte in lavori forzati a tempo indeterminato. La revoca della pena capitale viene comunicata allo scrittore quando è già sul patibolo. Questo avvenimento lo segnerà per tutta la vita. Al trauma della mancata fucilazione vanno associate le sue ricorrenti crisi di epilessia.

    Verso l’inizio degli anni ‘60 dell’800 Dovstoevskij inizia un’attività giornalistica soggetta ad alterne fortune. Proprio in quel periodo la sua vita privata è costellata da ripetute disgrazie; nel 1864 muore la sua prima moglie e, poco dopo il fratello Michail, che gli lascia ingenti debiti da pagare. Nel 1866 scrive il suo capolavoro: ‘Delitto e castigo’, e l’anno successivo sposa la sua stenografa. Nel 1867 compie un lungo viaggio in Europa, a Firenze, dove comincia a scrivere L’idiota storia della sconfitta di un uomo «assolutamente buono». Tornato in Russia, pubblica nel 1873 ‘I demoni’. Tra il 1879 e il 1870 scrive ‘I fratelli Karamazov’, il suo romanzo più imponente e forse più ricco di drammaticità e moralità. Il romanzo ottiene subito un enorme successo. Lo scrittore è ormai famoso quando muore improvvisamente 9 febbraio 1881.

    È considerato, insieme a Tolstoj, uno dei più grandi romanzieri e pensatori russi di tutti i tempi. A lui è intitolato il cratere Dostoevskij sulla superficie di Mercurio.

    Delitto e castigo

    Delitto e castigo, il romanzo più famoso di Dostoevskij, e uno dei capolavori della letteratura mondiale, narra le vicende del giovane Raskolnikov, sullo sfondo cupo e claustrofobico di una Pietroburgo degradata che diviene l’immagine esterna della desolazione interiore che abita i personaggi. Raskolnikov divide il mondo in due categorie di uomini: da una parte gli uomini superiori che possono stare al di là di ogni valore costituito, e dall’altra gli uomini ordinari. Lui, appartenendo alla seconda, compie un gesto estremo per dimostrare al mondo di essere un uomo superiore, salvo poi subire le terribili conseguenze del suo gesto e accettare la sofferenza (il castigo) che ne deriva. Nel romanzo sono tre i filoni narrativi che si intrecciano: (la vita di Raskolnikov, le vicende dei Marmeladov e le vicende sentimentali di Dunja, sorella del protagonista) e che vanno a comporre il primo grande romanzo polifonico di Dostoevskij.

    PARTE PRIMA

    1

    In una caldissima sera del mese di luglio, un giovane uscì dalla stanzetta che aveva preso in affitto nel vicolo S., scese nella strada e lentamente, come esitando, si diresse verso il ponte K.

    Scendendo le scale ebbe la fortuna di non incontrare la padrona di casa. La sua stanzetta si trovava proprio nel sottotetto di un edificio alto cinque piani, e sembrava più un armadio che una stanza. La signora che gliela aveva affittata, vitto e servizi compresi, abitava in un appartamento al piano di sotto, e ogni volta che voleva uscire lui era costretto a passare davanti alla cucina della padrona, che aveva la porta quasi sempre spalancata sulle scale. Il giovane era costantemente in arretrato con l’affitto, e ogni volta che passava davanti a quella porta provava una sensazione morbosa di paura e di vergogna che gli faceva incupire il volto.

    Non aveva un carattere timido e non era neanche un vigliacco, ma da un po’ di tempo era piuttosto teso e irritabile, molto vicino all’ipocondria. Si era talmente chiuso in sé stesso e isolato che non voleva incontrare nessuno, tanto meno la padrona di casa. Era poverissimo; eppure, negli ultimi tempi, non gli pesavano più nemmeno le ristrettezze. Aveva smesso completamente di occuparsi dei problemi quotidiani, ed era deciso a continuare così. In fondo non gli importava nulla della padrona di casa e di quello che poteva fare contro di lui. Ma non sopportava l’idea di essere fermato sulle scale e di essere costretto ad ascoltare chissà quante stupidaggini, le richieste insistenti di pagare l’affitto e tutte le minacce e le lamentele che lo avrebbero obbligato a scusarsi, a mentire… no, no: meglio sgattaiolare giù per le scale senza farsi vedere da nessuno.

    Arrivato in strada si stupì di tutta quella paura e pensò sorridendo: «È mai possibile che mi spaventi per simili sciocchezze quando ho in mente dei progetti così ambiziosi? Mmh... già... Tutto è nelle mani dell’uomo, e per vigliaccheria l’uomo si lascia sfuggire tutto dalle mani... Questo è un assioma... Che strano! Chissà di che cosa ha paura la gente? Forse la gente ha paura delle novità, delle parole nuove... Ma io chiacchiero troppo. Non concludo mai niente proprio perché parlo troppo. Anche se, in fondo, si può dire anche che parlo tanto perché non concludo niente.

    In questo ultimo mese non ho fatto altro che a dar voce ai miei pensieri, standomene sdraiato in un angolo per giorni e giorni... E adesso perché sto andando là? Sono davvero capace di fare questa cosa? Ed è forse una cosa seria, questa? Non è seria per niente. Perdo tempo con le mie fantasie, così, tanto per distrarmi! Ma sì, forse non faccio altro che giocare!»

    Faceva un caldo tremendo e c’era anche una gran calca; c’erano dappertutto impalcature, mattoni, calcina, polvere, e quel tipico tanfo estivo così familiare ai Pietroburghesi che non possono permettersi di affittare una casa in campagna. Tutto questo innervosì molto il giovane, il quale già di per sé aveva i nervi abbastanza scossi. Lo squallore era completato dall’insopportabile puzzo delle tante bettole che c’erano in quella zona, e dagli ubriachi che, nonostante fosse ancora giorno, gli si mettevano sempre in mezzo. Una smorfia di fastidio si disegnò sul volto del giovane che era decisamente bello con i suoi lineamenti fini, gli occhi scuri, la figura slanciata e più alta della media. Ma presto egli cadde come in una profonda meditazione che avrebbe potuto essere scambiata per una sorta di torpore, e continuò a camminare senza fare più caso a quanto lo circondava. Solo di tanto in tanto borbottava qualcosa tra sé, per quell’abitudine al monologo che si era riconosciuta poco prima. Si rendeva conto che i suoi pensieri si in garbugliavano, forse anche a causa della sua estrema debolezza, dato che erano già due giorni che non quasi toccava cibo.

    Era vestito in modo così trasandato che anche uno abituato a vestire sempre male si sarebbe vergognato di farsi vedere in giro con quegli stracci. D’altra parte, in quel quartiere la gente non faceva molto caso ai vestiti degli altri. La vicinanza della piazza del mercato, le tante bettole e il fatto che in quella zona ci fossero per lo più operai e artigiani che si ammassavano in quelle vie e in quei vicoli del centro di Pietroburgo, facevano sì che nessun incontro potesse risultare strano o sorprendente. In ogni modo il giovane aveva accumulato in sé tanto di quel disprezzo che, nonostante il suo carattere ombroso, non si vergognava affatto di farsi vedere vestito a quel modo. Certo, avrebbe preferito non imbattersi con qualche conoscente o qualche vecchio amico, persone che normalmente evitava di incontrare. Tuttavia, quando gli passò accanto un ubriaco che si trovava, chissà come e perché, sopra un enorme carro trainato da un gigantesco cavallo da tiro, e questo gli gridò all’improvviso additandolo: «Ehi, tu, cappellone tedesco!» - il giovane si fermò di colpo afferrando istintivamente il suo cappello. Era un cappello alto a forma di cilindro, alla Zimmerman, talmente vecchio e rovinato che aveva preso un colore rossastro, tutto bucherellato e pieno di macchie, senza più falde e piegato da un lato in modo indecente. Non provò vergogna, ma un sentimento molto diverso, qualcosa di simile allo sgomento. E borbottò turbato:

    «Lo sapevo, io! Ci avrei giurato! È la cosa peggiore che potrebbe capitare! Sono proprio sciocchezze come questa che possono rovinare tutto. Questo cappello da troppo nell’occhio... È talmente ridicolo che si vede lontano un miglio... Con questi stracci che ho addosso si abbina meglio un berretto qualunque, non questo orrore che mi sono messo sul capo. Roba così non la porta più nessuno. E la cosa più grave è che tutti se ne ricorderanno, rappresenterà un primo indizio. Bisogna passare il più possibile inosservati, sono i dettagli che contano... sono proprio i piccoli particolari di solito a rovinare tutto...»

    Aveva poca strada da fare; sapeva perfino quanti passi c’erano dal portone di casa sua: esattamente settecentotrenta. Li aveva contati, un giorno in cui ci aveva fantasticato sopra parecchio. A quell’epoca non immaginava ancora neanche lontanamente che un giorno sarebbe passato all’azione, si limitava ad accarezzare quel sogno spaventoso, pur continuando ad abbandonarsi ai suoi monologhi a proposito della sua indecisione e della sua incapacità di agire. In un certo senso si era convinto che stava andando a fare una specie di prova generale e quindi la sua agitazione aumentava ad ogni passo.

    Con il cuore in subbuglio, e scosso da un tremito, si avvicinò a un enorme fabbricato, che dava da un lato su uno stretto canale e dall’altro sulla via. Era un edificio composto di piccoli appartamenti, abitati da artigiani, sarti, falegnami, cuoche, diversi tedeschi, ragazze che vivevano per conto proprio, piccoli impiegati e così via. Era un continuo andirivieni di gente attraverso i due portoni e nei due cortili dell’edificio. C’erano tre o quattro portieri; il giovane fu molto contento di non incontrarne nessuno, e senza farsi vedere sgattaiolò subito via verso destra, su per la scala buia e stretta che lui aveva già studiato in precedenza e la cosa gli andava a genio perché in quel buio nessuno avrebbe potuto riconoscerlo. «Se ho tutta questa paura adesso, cosa farò se un giorno dovessi effettivamente passare all’azione?...» pensò senza volerlo, avvicinandosi al quarto piano. Qui gli ostruirono il passaggio alcuni soldati in congedo, che si erano improvvisati facchini, e stavano trasportando dei mobili fuori da un appartamento. Lui sapeva che in quell’appartamento viveva un tedesco - un impiegato - con la sua famiglia, e prima di suonare alla porta della vecchia pensò: «Il tedesco sta traslocando, e quindi, al quarto piano, su questa scala e su questo pianerottolo, per un po’ di tempo, l’unico appartamento occupato sarà quello della vecchia. Meglio così… non si sa mai...» Il campanello trillò debolmente, come se fosse di latta e non di bronzo; in quelle case i campanelli sono quasi sempre così. Lui non si ricordava di quel suono, e fu come se quel trillo particolare gli ricordasse con chiarezza qualcosa... Aveva i nervi talmente scossi che fu preso da un tremito. Dopo una breve attesa, la porta si aprì a metà e da quella stretta apertura la padrona di casa lo esaminò con i suoi occhietti inquieti, che in quella oscurità sembravano due puntini luminosi. Ma, vedendo altra gente sul pianerottolo, si rassicurò e spalancò la porta. Il giovane si ritrovò in un’anticamera buia divisa in due da un tramezzo, dietro al quale stava un cucinino. La vecchia gli stava ritta davanti e lo guardava con aria interrogativa. Lei era piccola, ossuta, col naso appuntito, avrà avuto una sessantina d’anni e i suoi occhi avevano un’espressione cattiva. Era a testa scoperta e i suoi capelli, già grigi erano spalmati di grasso. Aveva il collo lungo e sottile, avvolto in uno straccio di flanella, e nonostante il caldo, aveva sulle spalle una pelliccia giallastra tutta spelacchiata. Tossiva e gemeva continuamente. Il giovane doveva averla guardata in un modo strano, perché negli occhi di lei ricomparve un’espressione diffidente. Ricordandosi che doveva apparire il più amabile possibile, lui si affrettò a fare un mezzo inchino e disse:

    «Sono uno studente e mi chiamo Raskòlnikov; sono stato da voi un mese fa.»

    «Ricordo, bàtjuška, ricordo bene,» disse la vecchia continuando a fissarlo con aria sospettosa.

    «E così... sono tornato per un altro affaruccio...» continuò Raskòlnikov, un po’ turbato e sorpreso da tutta quella diffidenza, e pensava:

    «Forse lei è sempre stata così, e magari l’altra volta non me n’ero accorto.»

    La vecchia rimase qualche istante in silenzio, come se riflettesse, poi si fece da parte e gli indicò una porta, dicendo:

    «Entrate, bàtjuška

    Entrò in una piccola stanza tappezzata di giallo, con gerani e tendine di mussola alle finestre, tutta illuminata dalla luce de tramonto, e in quel momento pensò, come per caso: «Anche allora, dunque, il sole splenderà così!...»; diede una rapida occhiata a tutta la stanza, per potersela ricordare bene. Ma, per la verità, non c’era nulla di particolare. I mobili, tutti molto vecchi e di legno giallo, consistevano in un divano dall’enorme spalliera convessa, un tavolo ovale davanti al divano, una pettiniera con un piccolo specchio messa vicino al muro tra le due finestre, qualche sedia lungo le pareti e due o tre stampe da quattro soldi, incorniciate di giallo, raffiguranti fanciulle tedesche che reggevano in mano degli uccellini. Tutto qui. In un angolo, davanti a una piccola icona, ardeva una lampada. Era tutto molto pulito, il pavimento, i mobili, tutto luccicava. «Opera di Lizavèta!» pensò il giovane. In tutto l’appartamento non si sarebbe potuto trovare un solo granello di polvere. «Le case delle vedove vecchie e cattive sono sempre molto pulite,» pensò ancora Raskòlnikov, e, incuriosito, diede un’occhiata alla tenda di cotonina che stava davanti alla porta che dava su una seconda, piccolissima camera, dove c’erano il letto e il cassettone della vecchia e dove lui non aveva ancora mai potuto gettare lo sguardo. Tutto l’appartamento era in quelle due stanze.

    «Che cosa volete?» disse con aria burbera la vecchietta, entrando nella stanza e piantandosi, come prima, proprio davanti a lui, e guardandolo dritto in faccia.

    «Ho portato una cosa in pegno, ecco qua!» e si cavò di tasca un vecchio e piatto orologio d’argento che sulla cassa aveva inciso un globo. La catenella era d’acciaio.

    «Ma il pegno dell’altra volta è scaduto. Il mese è finito da due giorni.»

    «Vi pagherò gli interessi per un altro mese; abbiate pazienza.»

    «Bàtjuška io sono libera di vendere il vostro oggetto fin da questo momento, se voglio.»

    «E quanto mi date per l’orologio, Aléna Ivànovna?»

    «Voi mi portate sempre cianfrusaglie di poco valore. L’ultima volta, per quell’anellino, ho sborsato due biglietti, ma si può comprare nuovo dal gioielliere per un rublo e mezzo.»

    «Datemi quattro rubli, lo riscatterò, è di mio padre. Presto avrò dei soldi.»

    «Un rublo e mezzo, e gli interessi anticipati, prendere o lasciare.»

    «Come?... Un rublo e mezzo!» esclamò il giovane.

    «Se non volete...» E la vecchia gli restituì l’orologio. Lui lo prese, talmente arrabbiato che voleva andarsene via; ma cambiò idea, ricordando che non sapeva più dove andare e che non era andato lì solo per il pegno.

    «Date qua!» disse sgarbatamente.

    La vecchia cercò le chiavi in tasca e andò nell’altra camera, dietro la tenda. Rimasto solo in mezzo alla stanza, il giovane tendeva l’orecchio e rifletteva. Sentì aprire il cassettone, e pensò: «Dev’essere il primo cassetto, lei, dunque, tiene le chiavi nella tasca di destra... tutte in un mazzo, con un anello di acciaio... E una delle chiavi è più grossa di tutte le altre, almeno di tre volte ed è dentellata; non può essere del cassettone... Quindi dev’esserci anche un baule o una cassaforte... Ecco una cosa interessante... tutti i bauli hanno delle chiavi così... Ma come è ignobile tutto questo...»

    La vecchia tornò.

    «Ecco qua, bàtjuška: calcolando dieci copeche al mese per rublo, per un rublo e mezzo mi dovete pagare un mese anticipato quindici copeche. Poi, facendo lo stesso conto, per i due rubli dell’altra volta mi dovete dare venti copeche. In tutto, quindi, fanno trentacinque copeche. Quindi, per il vostro orologio vi spettano un rublo e quindici copeche. Eccoli, prendete.»

    «Ma come! Soltanto un rublo e quindici copeche!»

    «Proprio così.»

    Il giovane non stette a discutere e prese il denaro. Guardava la vecchia e non si decideva a uscire, come se volesse ancora dire o fare qualcosa, ma non sapesse nemmeno lui che cosa...

    «Aléna Ivànovna, forse tra pochi giorni vi porterò ancora un oggetto... d’argento... Un bel portasigarette... appena me lo restituirà un amico...» Si confuse e tacque.

    «Ne parleremo quando me lo porterete, bàtjuška.»

    «Addio... Voi ve ne state sempre sola in casa, vostra sorella non c’è?» domandò con la maggior disinvoltura possibile, passando nell’anticamera.

    «E a voi che ve ne importa di lei?»

    «Dicevo così, tanto per dire... e voi, subito... Addio, Aléna Ivànovna!»

    Uscendo, Raskòlnikov era in preda ad un turbamento che aumentava sempre più. Scendendo le scale si fermò varie volte come per qualche pensiero improvviso. Una volta in strada, esclamò:

    «Dio mio! Com’è disgustoso tutto questo! Ma è possibile, possibile che io... No, è assurdo, una vera assurdità!» disse con decisione. «Come ho potuto mettermi in testa un’idea così orribile! Come posso essere così infame, lurido, schifoso, abietto, abietto! E pensare che per tutto il mese io...»

    Ma non riusciva a esprimere a parole tutto il suo turbamento. Quel senso di infinito disgusto, che aveva cominciato a opprimere e assillare il suo cuore fin dal momento in cui stava andando dalla vecchia, ora aveva preso tali proporzioni, si era svelato in modo così evidente, che non sapeva più come sfuggire alla propria angoscia. Camminava sul marciapiede barcollando come un ubriaco, senza accorgersi dei passanti, urtandoli; e ritornò in sé solo quando aveva cambiato strada. Si guardò intorno e vide una bettola lì vicino, per entrare nella quale bisognava scendere una scala fino a un interrato. Proprio in quel momento stavano uscendo dalla porta due ubriachi, che sostenendosi tra loro e insultandosi risalivano sulla strada. Senza pensarci due volte, Raskòlnikov scese giù. Non aveva mai messo piede in una bettola, ma adesso gli girava la testa, e aveva una gran sete. Aveva voglia di una birra fredda, anche perché pensava che tutta quella debolezza improvvisa fosse dovuta alla fame. Si accomodò in un angolo scuro e sporco, davanti a un tavolino tutto appiccicoso, ordinò della birra e bevve con avidità il primo bicchiere. Si sentì subito meglio e con le idee più chiare, e si disse con fiducia: «Sono tutte sciocchezze, non c’è motivo di agitarsi! Mi sono solo sentito poco bene, tutto qua! Basta un bicchiere di birra, un pezzo di biscotto, e in un attimo, la mente recupera le forze, le idee si schiariscono, i propositi si rinsaldano!» Aveva già un’aria allegra, come se si fosse liberato improvvisamente di un qualche peso, e si mise a guardare con aria amichevole i presenti. Ma sentiva che quell’improvviso ottimismo aveva qualche cosa di innaturale

    A quell’ora c’era poca gente nella bettola. Dopo i due ubriachi nei quali s’era imbattuto sulla scala, era uscita tutta una brigata di cinque uomini con una ragazza e una armonica. Una volta usciti, il locale piombò nel silenzio. Erano rimasti: un tale seduto davanti alla sua birra, già leggermente brillo, che a giudicare dall’aspetto poteva essere un piccolo borghese; il suo compagno, un tipo grasso, enorme, con una gran palandrana e la barba bianca, completamente sbronzo, che sonnecchiava sulla panca e che ogni tanto, all’improvviso, si metteva a schioccare le dita, ad allargare le braccia e a saltellare con la parte superiore del corpo senza alzarsi dalla panca, canticchiando una stupida canzoncina di cui ricordava a malapena i versi, come per esempio:

    Accarezzò la moglie per un anno intero,

    Oppure, di colpo, svegliandosi di nuovo:

    Per la Podjàèeskaja s’avviò,

    la sua bella di un tempo vi incontrò...

    Ma nessuno condivideva la sua allegria; il suo taciturno compagno guardava tutti quegli scatti con ostilità e diffidenza. C’era anche un altro tipo, il cui aspetto poteva essere quello di un funzionario in pensione. Se ne stava seduto in disparte, davanti al suo bicchiere, bevendo un sorso ogni tanto e guardandosi intorno. Anche lui sembrava piuttosto agitato.

    2

    Raskòlnikov non era abituato alla folla, anzi, come si è già detto, negli ultimi tempi non amava la compagnia. Ma ora, improvvisamente, si sentiva attratto dalle persone. Era come se in lui ci fosse qualcosa di nuovo; provava un forte desiderio di compagnia. Era stanco di quel mese passato in quella tetra ed angosciosa solitudine e aveva voglia di un po’ di aria nuova, di ambienti nuovi, qualunque essi fossero; e si tratteneva con piacere in quella bettola, nonostante fosse così squallida.

    Il padrone del locale stava in un’altra stanza, ma veniva spesso in quella principale, scendendo da una scaletta; la prima cosa che si notava erano i suoi eleganti stivali ingrassati, con grandi risvolti rossi. Indossava una palandrana e un panciotto di raso nero, unto e bisunto; era senza cravatta e aveva il volto spalmato d’olio come una serratura. Dietro il banco stavano un ragazzetto sui quattordici anni e un altro più giovane, che serviva ai tavoli. C’erano cetrioli affettati, biscotti scuri e pesce tagliato a pezzettini; il tutto mandava un pessimo odore. Si soffocava, al punto che non si poteva stare a lungo seduti, e ci si poteva ubriacare soltanto a respirare quel tanfo di vino.

    Capita, a volte, di incontrare degli sconosciuti che ci interessano improvvisamente fin dal primo sguardo, anche prima di scambiare una sola parola. Raskòlnikov ebbe proprio un’impressione del genere nei confronti del cliente che sedeva un po’ in disparte e somigliava a un funzionario a riposo. Il giovane, in seguito, ricordò più volte quella prima impressione, alla quale diede quasi il significato di una premonizione. Continuava a guardare in direzione del funzionario, anche perché questi, a sua volta, lo guardava fisso e si intuiva che aveva una gran voglia di attaccar discorso. L’impiegato guardava invece gli altri ch’erano nella bettola, compreso il padrone, come se fosse abituato a vederli, con un’aria nello stesso tempo annoiata e altezzosa come se si trattasse di persone di condizione e di mentalità inferiore, con le quali, secondo lui, non valeva la pena di parlare. Era un uomo che aveva già passato la cinquantina, di media statura, robusto, brizzolato e con una vasta calvizie; il suo volto era gonfio a causa della costante ubriachezza, giallo, quasi verdastro, e sotto le palpebre gonfie luccicavano due occhietti arrossati, stretti come fessure ma pieni di vita. Aveva qualcosa di molto strano; nel suo sguardo brillava come una sorta di fervore misto a intelligenza, insieme però ad una luce di follia. Indossava una vecchia marsina nera, tutto rattoppata e ormai senza bottoni. Ne restava attaccato solo uno, e lui lo teneva allacciato, non rinunciando, evidentemente, alle buone abitudini. Dal panciotto di cotone sporgeva un davanti della camicia tutto sgualcito, unto e pieno di macchie. Aveva il volto rasato al modo degli impiegati, ma non era rasato di fresco, tanto che cominciava a spuntargli una peluria grigiastra. Anche nei suoi modi traspariva un’attitudine burocratica. Sembrava però un tipo molto inquieto, a volte si arruffava i capelli, e a volte, come preso dalla malinconia, appoggiava il capo alle mani, con i gomiti appoggiati sulla tavola sporca e appiccicosa. Finalmente, guardò dritto in faccia Raskòlnikov e disse con voce alta e ferma:

    «Sono forse indiscreto se oso entrare in conversazione con voi, illustrissimo signore? Malgrado il vostro modo semplice di vestire, la mia esperienza mi fa riconoscere in voi un uomo istruito. Io ho sempre apprezzato l’istruzione unita ai buoni sentimenti. Sappiate inoltre che io sono un consigliere titolare. Il mio cognome è Marmelàdov, consigliere titolare. Posso chiedervi se siete mai stato funzionario?»

    «No, sono uno studente...» rispose il giovane, abbastanza stupito sia dal tono retorico del discorso, sia dal modo così diretto con cui era stato interpellato. Quel fugace desiderio di poco prima di avere contatti con la gente, sparì subito appena quell’estraneo si rivolse a lui, e provò subito quel sentimento di irritazione e repulsione verso qualsiasi estraneo che mostrasse l’intenzione di entrare in contatto con lui. Il funzionario esclamò:

    «Uno studente, quindi, o forse ex studente? Proprio come pensavo! Esperienza, egregio signore, una lunga esperienza!» e in segno di vanto si toccò con un dito la fronte. «Siete stato studente o avete già frequentato una facoltà! Ma permettete...» Si alzò barcollando, prese il vassoio, il bicchiere e si sedette un po’ di traverso, al tavolo del giovane. Era alquanto brillo, ma parlava scioltamente e con proprietà di linguaggio, confondendosi solo di tanto in tanto in certi punti e perdendo il filo del discorso. Si era gettato su Raskòlnikov quasi con irruenza, come se non avesse parlato con nessuno per un mese intero. E cominciò, quasi solennemente:

    «Egregio signore, la povertà non è vizio, e questo è vero. So che anche l’ubriachezza non è una virtù, ed è ancor più vero. Ma la miseria, egregio signore, la miseria è un vizio. In condizioni di povertà si può conservare intatta la nobiltà dei propri sentimenti, ma nella miseria nessuno ci può riuscire. Quando si è precipitati nella miseria non si viene nemmeno buttati fuori a bastonate, ma si viene semplicemente spazzati via da ogni consorzio umano con la scopa, per aggravare l’offesa; ed è giusto così, perché nella miseria nera io per primo sono pronto a offendere me stesso. Ecco perché tanta gente si dà al bere! Egregio signore, circa un mese fa il signor Lebezjàtnikov ha picchiato la mia consorte, e la mia consorte è molto diversa da me, capite? Permettetemi inoltre di domandarvi, così, per semplice curiosità: vi è mai capitato di passare la notte sulla Neva, sui barconi da fieno?»

    «No, non mi è mai capitato,» rispose Raskòlnikov. «Che volete dire?»

    «Ebbene, io vengo da là, ed è già la quinta notte...»

    Si riempì il bicchierino, bevve e si fece pensieroso. Effettivamente, qua e là si vedeva della paglia sul suo vestito e perfino tra i suoi capelli. Probabilmente non si cambiava e non si lavava da cinque giorni. Le mani, in particolare, erano sudice, unte, arrossate, con le unghie nere.

    Quel suo discorso sembrava aver risvegliato l’attenzione generale, anche se controvoglia. Dietro il banco i ragazzi si misero a ridacchiare. Il padrone sembrava che fosse sceso apposta dal piano di sopra per ascoltare quel tipo stravagante, e si sedette un po’ in disparte, sbadigliando pigramente, ma con una certa gravità. Si vedeva che Marmelàdov, da quelle parti, era piuttosto popolare. E probabilmente quel suo modo di parlare alquanto lambiccato derivava dalle frequenti chiacchierate in quella bettola con degli sconosciuti. In certi bevitori abituali questa abitudine diventa una necessità, in special modo per quelli che in famiglia vengono maltrattati. Proprio per questo, quando sono in compagnia di altri bevitori fanno di tutto per conquistarsi l’approvazione e la stima degli altri.

    Il padrone gli disse ad alta voce:

    «Di’ un po’, buontempone. E perché non lavori, perché non vai in ufficio, se sei un funzionario?»

    «Perché non vado in ufficio, egregio signore?» ribatté Marmelàdov, rivolgendosi a Raskòlnikov, quasi fosse stato lui a chiederglielo, «perché non vado in ufficio? Credete forse che il cuore non mi pianga per questo mio inutile vagabondare? Quando un mese fa il signor Lebezjàtnikov picchiò con le sue mani la mia consorte, e, io stavo buttato da qualche parte ubriaco fradicio, credete che non ne abbia sofferto? Perdonate, giovanotto, vi è mai capitato... ehm... anche solo di chiedere soldi in prestito senza speranza?»

    «Sì, mi è capitato... ma come sarebbe a dire senza speranza?»

    «Cioè, completamente senza speranza, sapendo già da subito che non si otterrà nulla. Ecco, per esempio voi sapete già da prima e con assoluta certezza che un tipo, un rispettabilissimo cittadino non vi darà neanche un soldo; e perché poi, mi domando, dovrebbe darvene? Tanto, sa benissimo che non glieli restituirete. Forse per compassione? Ma il signor Lebezjàtnikov, sempre al passo con le idee nuove, spiegava proprio l’altro giorno che ai nostri tempi la compassione è perfino proibita dalla scienza, e che così si sta facendo in Inghilterra, dove c’è l’economia politica. E dunque io mi domando: perché mai dovrebbe darvene? Ebbene, pur sapendo in anticipo che non vi darà nulla, voi tuttavia vi mettete in cammino e...»

    «Ma perché andarci?» interruppe Raskòlnikov.

    «Ma perché non sapete a chi rivolgervi! Ognuno dovrà pur avere un posto dove andare. Poiché in certi momenti bisogna assolutamente avere un posto dove andare! Quando la mia unica figlia andò la prima volta a farsi iscrivere alla polizia, anch’io andai... Perché mia figlia vive col biglietto giallo...» egli aggiunse come tra parentesi, guardando il giovane con una certa inquietudine. «Non è nulla, egregio signore, non è nulla!» s’affrettò a dichiarare apparentemente con calma, quando i due ragazzi scoppiarono a ridere dietro il banco e perfino il padrone accennò un sorriso. «Non è nulla! Questo crollare di teste mi confonde le idee, tutti sanno tutto e i segreti vengono sempre a galla, prima o poi, e io considero tutto questo non con disprezzo, ma con rassegnazione. Ebbene: sia pure! ‹Ecce homo!› Permettete, giovanotto: potete voi... Ma no, per esprimermi in modo più efficace: non: potete voi, ma: oserete voi, guardandomi in questo momento, affermare che io non sono un porco?»

    Il giovane non rispose nulla. L’oratore riprese molto serenamente e perfino con una certa aria di dignità, aspettando che le risatine intorno si spegnessero. «Ebbene io sarò anche un porco, ma lei è una signora! Io ho l’aspetto di una bestia, mentre Katerìna Ivànovna, la mia consorte, è una persona istruita ed è figlia d’un ufficiale dello Stato Maggiore. Sì, sì, lo ammetto, io sono un perditempo, ma lei ha un cuore nobile, ed è stata educata ai più nobili sentimenti. Eppure... oh, se avesse avuto pietà di me! Egregio signore, egregio signore, ogni uomo dovrebbe avere un posto dove andare, ogni uomo dovrebbe avere un posto dove si prova pietà per lui! Katerìna Ivànovna, invece, benché magnanima, è ingiusta... E benché io stesso comprenda che quando mi tira per i capelli lo fa solo per compassione, poiché (non mi vergogno a ripeterlo) lei mi tira per i capelli, giovanotto,» confermò in tono ancora più dignitoso, udendo di nuovo delle risatine intorno a sé, «ma, Dio mio, se almeno una volta lei... Ma no! No! Tutto questo non serve a nulla, ed è inutile parlarne! Non serve a nulla!... Poiché già più d’una volta il mio desiderio è stato soddisfatto, già più volte sono stato compatito, e tuttavia... la mia natura è questa, non ci posso fare nulla: io sono un animale!»

    «Altro che!» osservò sbadigliando il padrone.

    Marmelàdov batté con forza il pugno sulla tavola.

    «Questa è la mia natura! Lo sapete, sapete voi, caro signore, che mi sono bevuto perfino le sue calze? Non le scarpe, giacché questo sarebbe ancora in certo qual modo nell’ordine delle cose, ma le calze, mi sono bevuto le sue calze! E mi sono bevuto anche la sua sciarpa di pelo di capra che le avevano regalato, ed era proprio sua, non mia; e abitiamo in un buco freddo e umido, e quest’inverno lei s’è raffreddata e ha cominciato a tossire: a tossire sangue, già. E abbiamo tre figli piccoli, e Katerìna Ivànovna sfacchina da mattina a sera, strofina e fa il bucato e lava i bambini, perché lei è abituata fin da piccola alla pulizia, e lei è debole di polmoni ed è predisposta alla tubercolosi, e io tutte queste cose le sento. Credete che non le senta? E più bevo, più le sento. Proprio per questo bevo, perché nel bere io cerco compassione e sentimento... Bevo perché voglio soffrire il doppio!» E, come in preda alla disperazione, chinò la testa sul tavolo. Poi proseguì risollevandosi:

    «Giovanotto, sul vostro viso io leggo come una specie di tristezza. L’ho notata appena siete entrato e per questo vi ho rivolto la parola. Poiché, raccontandovi la storia della mia vita, non voglio mettermi in ridicolo di fronte a questi cialtroni che mi conoscono da tempo, ma mi rivolgo a un uomo sensibile e istruito. Dovete sapere che la mia consorte è stata educata in un istituto provinciale per fanciulle nobili, e che alla licenza ballò con lo sci