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Il Dio dal piede caprino
Il Dio dal piede caprino
Il Dio dal piede caprino
E-book457 pagine6 ore

Il Dio dal piede caprino

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Info su questo ebook

Questo thriller psicologico combina avventura romantica, suspense e ricerca del vero. Il ricco e scettico Hugh Paston, scosso dalla morte della moglie in un incidente automobilistico insieme al suo amante, capita per caso in una libreria antiquaria e fa amicizia con il libraio, che accende in lui l’interesse per la letteratura occulta. Con lo scopo di evocare Pan, il dio dal piede caprino, viene indotto a studiare i misteri eleusini e ad acquistare un antico monastero ormai in rovina. Mona Wilton, una giovane artista, lo aiuterà a rimettere a nuovo il monastero dove apparirà lo spirito dell’antico priore, Ambrosius, murato vivo nella cantina con l’accusa di aver praticato antichissimi riti pagani…
 
LinguaItaliano
EditoreVenexia
Data di uscita25 lug 2020
ISBN9788899863432
Il Dio dal piede caprino
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Autore

Dion Fortune

Dion Fortune (born Violet Mary Firth, 1890–1946), founder of the Society of the Inner Light, is recognized as one of the most luminous figures of 20th-century esoteric thought. A prolific writer, pioneer psychologist, powerful psychic, and spiritualist, she dedicated her life to the revival of the Western Mystery Tradition. She was also a member of the Order of the Golden Dawn, whose members included A. E. Waite, Aleister Crowley, and W. B. Yeats.

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    Il Dio dal piede caprino - Dion Fortune

    DION FORTUNE 

    Il Dio dal piede caprino

    Venexia

    Capitolo I

    Le doppie porte del numero 98 di Pelhalm Street si aprirono al giro di chiavi...

    Le doppie porte del numero 98 di Pelham Street si aprirono al giro di chiavi del proprietario che, a giudicaremdall’abbigliamento, tornava da un funerale.

    Il maggiordomo lo accolse nel corridoio per prendergli l’ombrello accuratamente chiuso e arrotolato, il cappello a cilindro con la fascia del lutto e l’impermeabile nero aderente, umidi di pioggia - non si può di certo tenere aperto un ombrello mentre si sotterra qualcuno - cercando di assumere un’espressione che combinasse la giusta misura di cordoglio e disapprovazione. Il problema non era di quelli facili e ci aveva pensato molto mentre aspettava il ritorno del padrone. Troppa partecipazione era senza dubbio inadeguata; d’altra parte, troppa disapprovazione sarebbe stata di cattivo gusto e, probabilmente, interpretata come una conoscenza intima di dolorose questioni private. Alla fine decise di tenere pronte entrambe le espressioni e di prendere spunto da quella del suo padrone. Ma quel volto impassibile, cadaverico, non gli suggerì nulla. In effetti, a giudicare da come il suo datore di lavoro gli porse il cilindro, il maggiordomo avrebbe potuto essere un attaccapanni piuttosto che un uomo, presumibilmente dotato di anima immortale. 

    Hugh Paston attraversò l’ampio salone interno ed entrò nel suo studio, chiuse la porta dietro di sé e si servì da bere. Ne aveva bisogno. Si gettò su un’enorme poltrona vicino al caminetto e stese i piedi verso il fuoco elettrico. Le suole delle sue scarpe, umide del terreno del cimitero, iniziarono a fumare ma lui non ci fece caso. Sedeva immobile, fissando il fuoco, cercando, se possibile, di risolvere esattamente lo stesso problema che aveva messo così a dura prova il maggiordomo. Era appena tornato dal funerale di sua moglie, morta in un incidente automobilistico. Non era un fatto insolito. Molti uomini hanno delle mogli e gli incidenti automobilistici sono frequenti, ma questo non era il solito incidente stradale.

    L’auto aveva preso fuoco e il proprietario del Red Lion Hotel, di fronte al quale era avvenuto l’incidente, aveva riconosciuto i corpi come quelli del signore e della signora Thompson, a lui ben noti in quanto frequentatori abituali del suo albergo. Un’incisione sull’orologio aveva invece identificato l’uomo come Trevor Wilmott, uno dei migliori amici di Hugh Paston, mentre la fede nuziale della donna aveva reso possibile riconoscere in lei la moglie di Hugh.

    Quale doveva essere l’atteggiamento di un marito allo stesso tempo oltraggiato e sofferente per la perdita? Di dolore e indulgenza o di disgustato rifiuto? Hugh Paston non lo sapeva. Sapeva soltanto di aver subito un forte shock, e che stava appena iniziando a riprendersi dallo sbigottito torpore che lo aveva anestetizzato contro la tensione prodotta dal colpo. Era stato colpito in ogni punto debole in cui è possibile colpire un uomo. Se Frida avesse lasciato un messaggio sulla sua toeletta per dire che stava fuggendo con Trevor Wilmott, avrebbe provato dispiacere e poi l’avrebbe perdonata. Ma non era così. Stavano tornando a casa e, al momento dell’incidente, aveva telefonato per dire che sarebbe arrivata in tempo per il tè e che Trevor avrebbe cenato con loro quella sera. La storia senza dubbio andava avanti da parecchio tempo; in effetti, stando a quello che diceva l’albergatore, doveva durare dai primissimi giorni del loro matrimonio. 

    Seduto lì, a sorseggiare la sua bevanda fissando il bagliore impersonale del fuoco elettrico, Hugh Paston iniziò a ripassarsi gli eventi nella mente, chiedendosi che cosa provava e a che cosa fosse meglio pensare.

    Quando ebbe finito di riesaminare la sua vita con Frida alla luce di ciò che adesso sapeva, le suole delle scarpe avevano smesso già da tempo di fumare e stavano iniziando a spaccarsi. Aveva creduto che un tempo ci fosse stato amore tra loro, sebbene questo non avesse superato la prova del matrimonio. Continuava a chiedersi che cosa aveva ucciso quell’amore. Il matrimonio con lui era stata un’esperienza deludente per Frida? Sospirò, pensando che forse era proprio così. Per quanto ne sapeva, aveva fatto tutto il possibile, ma evidentemente non era stato abbastanza. Paragonò Trevor e Frida a Tristano e Isotta, e scacciò il pensiero.

    Si alzò di scatto. Di una cosa era sicuro, non poteva restare in casa. Sarebbe uscito per fare una passeggiata e, una volta stanco, si sarebbe fermato in un albergo da dovem avrebbe telefonato al suo domestico per farsi portare le sue cose. Si guardò attorno, il mobilio lineare e luminoso della stanza era discreto, pur riuscendo a essere allo stesso tempo austero e ingombrante, e le forme frastagliate nei disegni del tappeto e delle tende lo colpirono come tante punte di trapano del dentista. Uscì rapidamente nel vestibolo. Il maggiordomo non c’era, e prese cappello e cappotto senza il suo aiuto. Chiuse silenziosamente le grandi porte dietro di sé e si avviò di buon passo verso nord. Una volta attraversata Oxford Street, per dirigersi verso il nuovo quartiere Mayfair, rallentò il passo. Aveva mangiato e dormito pochissimo da quando le indagini avevano rivelato gli ultimi fatti e si sentiva sfinito. Stanco di procedere verso nord, e trovando squallido il quartiere, girò bruscamente a destra. In un attimo si trovò in una stradina stretta e tortuosa, piuttosto dimessa, su cui davano negozi di mobili di seconda mano e trattorie a buon prezzo.

    Hugh Paston avanzò lentamente con sempre meno forze, ma d’altra parte non aveva alcuna voglia di tornare al vuoto insopportabile di casa sua. Trovava interessante quella strada vecchia e singolare, capace di distoglierlo dalle cose sulle quali stava rimuginando da giorni. Il guazzabuglio di merce lo divertiva e si fermò a osservarlo. Nessuno lo infastidì o lo importunò perché comprasse; nessuno si curava della sua presenza. Proprio ciò che desiderava. Se si fosse spinto a passeggiare verso Mayfair, sarebbe stato continuamente fermato dai suoi amici, curiosi di avere notizie o imbarazzati e ansiosi di mostrarsi gentili. L’unica cosa che desiderava era di potersi trascinare lontano, in pace, a leccarsi le ferite.

    Si fermò a guardare una vetrina, ma fu spinto oltre dal cattivo odore che fuoriusciva dalla trattoria accanto; allora girovagò fino a una libreria che vendeva libri usati, sulla facciata della quale apparivano con caratteri sbiaditi le parole: T. Jelkes, Libraio Antiquario

    Le tavole con i libri da esporre sulla strada erano state ritirate a causa della pioggia, e fuori rimaneva solo un cesto accanto allo stretto passaggio che conduceva verso una porta a vetri verde. Il forte bagliore di una lampadina proprio di fronte al negozio rafforzava la luce fievole del tramonto temporalesco, permettendo di esaminare bene i libri nonostante l’oscurità circostante. Era una situazione vantaggiosa per una libreria che vendeva libri usati, pensò Hugh, perché la merce non aveva bisogno di molta luce per essere esposta e il proprietario poteva tranquillamente lasciare che fosse il comune a fornire l’illuminazione al posto suo. Iniziò a esaminare pigramente i volumi, certo che non sarebbe sbucato fuori un latino vivace o un avido ebreo per vendergli qualcosa.

    Tutto era infatti immerso in una discreta indifferenza anglosassone nei confronti degli affari. Cercare in un cesto di libri da due penny è cosa divertente, purché non ci si preoccupi di sporcarsi. L’assortimento consisteva principalmente di materiale religioso antiquato e di narrativa dozzinale. Una biblioteca circolante locale si era evidentemente sbarazzata dei suoi volumi di scarto, e quando una biblioteca circolante decide che un volume è da scartare, è senza dubbio arrivata la sua ora. Hugh cercò incerto tra testi di letteratura in decomposizione, ma non riuscendo a decifrarne i titoli, decise di non mettere a rischio la sua vista per riuscirci.

    Una rilegatura blu, abbastanza pulita, sporgeva dalla confusione come un tronco nelle rapide ed estrasse il libro speranzoso. Era un’edizione in copertina rigida piuttosto malconcia di un famoso romanzo di cui era già da tempo uscita la ristampa tascabile. Vi si immerse grazie alla luce artificiale alle sue spalle. Dal nome dell’autore arguì che sarebbe stato più che leggibile e rimase intrigato dal titolo: Il prigioniero nell’opale. Evocava visioni.

    Trovò subito la sezione che dava il titolo al libro. Quel fatto mi permise di acquistare una nuova visione del mondo, lesse. Lo vidi come un enorme opale dentro il quale mi trovavo prigioniero. Un opale luminosamente opaco, tanto che ero vagamente consapevole dell’esistenza di un altro mondo al di fuori del mio.

    Il ritmo della prosa aveva un fascino singolare che lo incitò a proseguire, sperando di trovare dell’altro. Ma non fu così. A quel punto riprendeva la trama di un racconto poliziesco, in cui scorrazzava gaiamente l’amabile Hanaud.

    Hugh si chiese se per caso in quella copertina blu non fosse stato rilegato il libro sbagliato. A volte queste cose accadono in fase di stampa. Lo scorse rapidamente, non riuscendo a cogliere il significato della storia perché era troppo complicata.

    Decise quindi di leggere la fine, certo di trovarvi la soluzione così come in tutti i gialli, anche i più misteriosi. Un buon romanzo poliziesco era ciò di cui aveva bisogno in quel momento. Qualcosa di sufficientemente eccitante da catturare l’attenzione e di abbastanza intelligente da riuscire a mantenerla. Si immerse nella lettura e saltò di pagina in pagina, maledicendo quel mistero così ben preservato che lo sconcertava.

    Continuando così, non ci avrebbe messo molto a terminare il libro. Più volte si stupì del fatto che il testo sembrava non avere alcun legame comprensibile con il titolo, ed era ormai quasi convinto della sua ipotesi originale che si trattasse di un errore del rilegatore, quando s’imbatté in nun indizio e trovò, stupito e assorto, la descrizione di una messa nera celebrata da un sacerdote apostata e da una donna dissoluta. Ecco qualcosa che catturava l’attenzione e stuzzicava l’intelletto.

    Aprì la porta verde, facendo suonare un campanello squillante, ed entrò con la sua scoperta in mano. Il negozio era buio, a eccezione della poca luce che dal lampione si faceva strada attraverso i volumi allineati in vetrina. Nell’aria si respirava l’odore intenso dei libri antichi, confuso al debole effluvio di qualcosa di aromatico, pungente e dolce. Non era incenso, almeno quello usato in chiesa, e non si trattava di bastoncini o di carboni profumati.

    Conteneva elementi di tutti e tre, e qualcosa d’altro, che non riusciva a definire. Era un profumo molto debole, come se la corrente provocata dall’apertura della porta ne avesse sparpagliato le esalazioni nascoste negli interstizi tra i libri. Entrando al buio subito dopo aver letto della messa nera e dei relativi cattivi odori, quella fragranza lo colpì al punto da farlo sussultare, e si sentì come il protagonista del romanzo di A. E. Mason, come se l’involucro della terra si potesse rompere e filtrasse un lampo di luce.

    Per un istante l’ossessione dei recenti avvenimenti fu messa a tacere, il ricordo di quei momenti era scomparso dalla sua mente come se una spugna bagnata fosse stata passata su una lavagna, e la sua mente tornò improvvisamente ricettiva e vibrante, nell’attesa di ciò che stava per esserle trasmesso.

    Sentì muoversi qualcuno sul retro e lo strusciare di un cerino che veniva acceso. Evidentemente nella libreria non c’era energia elettrica. Poi una luce fioca e calda illuminò con un ampio raggio il pavimento, filtrando sotto una tenda che copriva un passaggio tra i libri, e poco dopo vide la figura di un uomo alto e curvo, con una specie di veste da camera, spostare la tenda ed entrare nella parte anteriore del negozio. 

    La tenda ricadde al suo posto e tutto piombò nuovamente nelle tenebre.

    Mi perdoni, disse una voce, accenderò una luce. Non mi aspettavo visite in una serata così umida.

    Un fiammifero sfregò, poi si accese, ed egli vide di sfuggita una testa da avvoltoio, calva, con una frangia di capelli rossi brizzolati, un grande naso aquilino che sembrava sul punto di congiungersi con il pomo d’Adamo prominente nel lungo collo sottile, lasciato scoperto da un colletto morbido, basso e sgualcito, e una grande vestaglia Jaeger di cammello che avvolgeva tutto il resto.

    Dannazione!, ripeté la voce quando il fiammifero si spense.

    Quell’unica parola suggerì a Paston che si trattava di un uomo istruito, un gentiluomo, non troppo lontano dal suo mondo. Il proletariato non impreca in questo modo quando si brucia le dita.

    Un altro fiammifero prese fuoco e, riparandolo attentamente con l’ampia mano ossuta, l’individuo in vestaglia si allungò in tutta la sua altezza per accendere un lampadario a gas, appeso al soffitto al centro della stanza. Soltanto un uomo molto alto avrebbe potuto farlo e il proprietario della libreria, se di questo si trattava, aveva una struttura decisamente grande e scarna, vestita con abiti troppo larghi che gli pendevano indosso.  La vestaglia slacciata con i cordoni appesi lo faceva sembrare un grande pipistrello addormentato, appeso per le ali ricurve.

    Con un unico sguardo Paston ebbe la conferma della sua intuizione: gli abiti antichi e indescrivibili non erano vestiti usati venduti a poco prezzo, ma semplici abiti di tweed Harris. Con l’aumentare della luce, i suoi occhi videro i libri allineati intorno a lui e si accorse immediatamente che il cesto dei volumi da due penny non era affatto indicativo di quanto venduto nel negozio, ma che conteneva solo i testi scartati. Inoltre, il libraio doveva essere un esperto e forse anche un erudito.

    Hugh allungò verso di lui lo sporco volume blu che teneva in mano.

    Ho trovato questo nel contenitore da due penny, esordì.

    Il libraio lo guardò attentamente.

    Come è finito lì?, chiese quasi rivolgendo la domanda al libro stesso.

    Costa di più?, domandò Hugh Paston, intimamente divertito, chiedendosi se sarebbe stato costretto a litigare per qualche spicciolo aggiuntivo prima che il libro diventasse suo.

    No, no, certamente no, rispose il libraio. Se si trovava lì, lo pagherete due penny; ma non lo avrei esposto volontariamente a un tale affronto. Io i libri li rispetto.

    Improvvisamente alzò gli occhi e trafisse il suo interlocutore con uno sguardo penetrante. Provo per loro lo stesso sentimento che alcuni hanno per i cavalli.

    Sono il vostro companatico?, chiese Paston sorridendo.

    Proprio così, rispose il libraio. Devo incartarvelo?

    No, vi ringrazio. A proposito, avete nient’altro dello stesso genere?

    Fu come se una saracinesca di metallo, come quella all’entrata del suo negozio, calasse sul volto del libraio.

    Intendete qualcos’altro di A. E. Mason?

    No, intendo qualcos’altro su… ehm… le messe nere.

    Il libraio lo guardò con sospetto, per non essere sviato.

    "Ho Là-Bas di Huysmans, in francese."

    Non posso preoccuparmi di leggere in francese al momento. Voglio qualcosa di leggero. Ne avete una traduzione?

    Non c’è una traduzione, né mai ci sarà.

    Perché mai?

    I lettori inglesi non lo tollererebbero.

    È francese fino a questo punto?

    No.

    Temo di non capirvi. Avete qualcos’altro in inglese sullo stesso argomento?

    Niente di scritto.

    Niente di scritto di cui voi siate a conoscenza, suppongo.

    Niente di scritto.

    "Oh beh, immagino che ne sappiate ben più di me.

    Ecco i vostri due penny."

    Grazie. Buonanotte.

    Buonanotte.

    Paston si ritrovò fuori, nel buio, mentre cadeva una pioggia leggera. Non aveva alcuna intenzione di tornare a casa per quella notte e, poiché la pioggerellina sembrava preludere a un temporale, decise di trovare l’albergo più vicino che gli fosse andato a genio.

    Nell’istante in cui aveva lasciato la libreria, era ripiombato nel suo stato d’animo precedente, i ricordi erano riaffiorati come fantasmi nell’oscurità crescente, e desiderò ardentemente di tornare indietro, alla luce e tra la gente.

    Ma non tra i suoi amici. L’ultima cosa che desiderava era vedere i suoi amici. Non voleva persone che gli parlassero.

    Voleva soltanto osservarle muoversi intorno a lui, in piena luce.

    Sembrava che non ci fosse molta speranza di trovare un taxi in quel quartiere così mal messo, ma la strada era palesemente una scorciatoia verso altri posti, e infatti in quel momento vi girò un taxi. Paston gli fece un cenno e si avvicinò al marciapiede. Diede all’autista l’indirizzo di uno dei grandi alberghi vicini alla ferrovia e salì. Il taxi svoltò portandolo verso lo spazio e la luce di una strada principale. 

    Paston trasse un sospiro di sollievo.

    Poco dopo arrivarono di fronte all’ampia facciata dell’albergo. Entrò nel salone e ordinò un whisky e soda, accese una sigaretta e si dedicò al suo libro; il whisky lo aveva temporaneamente calmato, i suoi nervi non erano più così tesi. Leggeva rapidamente, seguendo con impazienza le peripezie dei detective e dei cadaveri. Non leggeva per interesse nella trama, ma per avere delle informazioni. 

    Informazioni sull’opale, sul suo prigioniero e sulla messa nera che aveva catturato la sua immaginazione incuriosendolo fino a tal punto.

    Da questa breve scorsa dedusse che le messe nere fossero una cosa piuttosto sporca, che per celebrarle erano necessari un prete apostata e una signora quanto meno di facili costumi. Non riuscì a scoprire esattamente che cosa si faceva, né il motivo per cui le persone si dessero tanta pena. La cerimonia in se stessa non lo interessava e, non essendo credente, non ne fu particolarmente scandalizzato; non era peggio di un teatro di varietà di Parigi. Gli sfuggiva il risvolto psicologico della cosa. Il vero motivo per cui aveva comprato il libro era il titolo, Il prigioniero nell’opale, in cui intuiva un accenno di fuga, un bagliore di fuoco proveniente dal cuore della pietra, le porte della vita socchiuse…

    Paston era giunto al termine del viaggio prima della fine dei suoi giorni. La vita si era dimostrata un vicolo cieco e, a meno che una porta non si fosse aperta velocemente di fronte a lui, non gli sarebbe rimasto nient’altro da fare che cadere nel precipizio che portava verso la fine del mondo. Il simbolismo del fuoco che guizza dal cuore della pietra con la sua luminosa opacità lo aveva affascinato, anche se il libro non conteneva alcuna spiegazione. L’autore l’aveva intravisto per poi perderne nuovamente le tracce.

    L’idea delle messe nere l’aveva intrigato, ma non le aveva dato troppa importanza. Ora lui, Hugh Paston, trovata la traccia, l’avrebbe seguita. Perché non avrebbe dovuto? Non aveva niente da perdere, nessuno di cui tenere conto. Se buttava via la sua vita era solo affar suo. 

    Per quanto riguardava la sua anima, non ne sapeva niente e non gliene importava molto. La sorte si era presa le persone che amava e lui era un uomo libero.

    Era stuzzicato dall’idea di seguire l’indizio che l’autore del Prigioniero nell’opale aveva fatto palesare per un istante davanti agli occhi dei suoi lettori. Ricordò le parole del libraio.

    Non c’erano altri libri sulle messe nere in inglese, ma aveva inteso che ne esisteva uno in francese, molto francese. Guardò l’orologio. Erano appena passate le nove. Perché non tornare indietro? E, se ci fosse stata una luce accesa nel negozio, far alzare il tipo bussando, offrendogli da bere e cercando di farlo parlare? Aveva il sospetto che l’uomo sapesse qualcosa sulle messe nere, altrimenti perché ne avrebbe prima parlato con autorità, per poi azzittirsi? 

    Hugh Paston afferrò il cappotto, peccò contro il suo sarto infilandosi il voluminoso romanzo in una tasca e lasciò l'albergo.

    Capitolo II

    La notte era limpida, ma le nuvole che passavano veloci sulla faccia della luna...

    La notte era limpida, ma le nuvole che passavano veloci sulla faccia della luna promettevano altri temporali. 

    Hugh Paston tirò su il colletto del cappotto e si incamminò a piedi per le squallide strade. Gli sembrava fuori luogo arrivare nella stradina con il taxi creando confusione e facendosi notare da tutto il quartiere. Inoltre, il riscaldamento dell’albergo gli aveva fatto venire mal di testa e aveva bisogno di sfogare la sua irrequietezza. Il fresco umido delle raffiche di vento in cui si imbatteva agli angoli delle strade era benvenuto, gli rinfrescava il volto e gli offriva qualcosa contro cui lottare. Anche il buio gli era gradito dopo la luce abbagliante e la confusione dell’albergo. Proprio come, qualche ora prima, aveva desiderato la luce e la folla, adesso accolse volentieri il buio e la solitudine, con stati d’animo che si alternavano in rapida successione. Si sentiva capriccioso, volubile, mentalmente e fisicamente febbricitante, pieno di vita che premeva senza trovare uno scopo o uno sfogo. Non sapeva quello che voleva, e se lo avesse ottenuto, non gli sarebbe piaciuto. Sospettava che la sua energia febbrile non sarebbe durata a lungo e che nell’arco di pochi minuti si sarebbe trasformata in un peso, come era accaduto spesso in passato; a quel punto l’unico suo desiderio sarebbe stato di lasciarsi cadere in un taxi per essere riportato a casa. Una volta lì sarebbe però tornata l’irrequietezza che gli avrebbe nuovamente impedito di dormire.

    Questo ciclo si era ripetuto negli ultimi giorni, e non aveva motivo per credere che le cose sarebbero cambiate; inoltre, più si sentiva stanco, più le varie fasi erano brevi ed estreme, e i cambiamenti violenti.

    In un momento di illuminazione nell’oscurità ventosa, si rese conto che ciò che lo aveva distrutto non era stata la fine del suo matrimonio. Quella era stata l’occasione, ma non la causa. Il problema bolliva in pentola già da parecchio tempo. Lo divertì accorgersi che proprio lui, che un tempo aveva letto testi di psicanalisi solo per avere qualcosa di cui parlare con gli amici della moglie ai pranzi alla moda, costituisse adesso il ritratto perfetto della disintegrazione di una personalità.

    Senza sapere come ci era arrivato, si ritrovò improvvisamente fuori alla libreria.

    Nonostante fosse tardi, tutte le luci erano accese, proprio come quando se n’era andato. Mise la mano sul chiavistello della porta a vetri; questa cedette ed egli entrò, udendo il campanello di avvertimento. Sentì muoversi qualcuno nella stanza sul retro. La logora tenda di saia fu spostata di lato, e comparve il libraio, battendo le palpebre al forte bagliore della lampadina e guardandolo interrogativamente. Per un attimo Hugh non si ricordò nemmeno perché fosse andato lì. La sua mente perdeva dei colpi e ciò lo spaventava. Con uno sforzo erculeo si fece coraggio e riuscì a dire incespicando: 

    Avevate detto di avere un altro libro sullo stesso argomento, credo che fosse in francese, sperando di salvare la situazione. A ogni modo, il libraio lo accolse come un cliente qualsiasi. Il suo volto non mostrò alcuna sorpresa per la stranezza della domanda o per l’ora tarda in cui veniva fatta. Se Hugh Paston fosse stato più attento, si sarebbe reso conto che l’assenza di stupore indicava che avrebbe anche potuto uscire allo scoperto, visto che le sue intenzioni erano chiaramente intuibili.

    Naturalmente, non poteva sapere che poco dopo la sua prima visita il libraio era uscito per la sua solita passeggiata dopo la chiusura e che, comprando il giornale della sera, aveva trovato una foto in cui il fotografo era stato abbastanza fortunato da riprendere chiaramente il volto di una persona in profondo lutto a un certo, sensazionale, funerale. Fissandolo, aveva detto tra sé e sé: Povero diavolo! Ecco perché voleva qualcosa di eccitante, ma non se la sentiva di sforzarsi a leggere qualcosa di difficile in lingua straniera.

    Il libraio studiò il visitatore per un istante, prima di rispondere.

    Ah, sì, esclamò alla fine, "intendete Là-Bas di Huysman.

    Ce l’ho qui. Il vostro accenno mi ha risvegliato l’interesse per questo libro, l’ho ricercato nei miei scaffali e ne ho riletto alcuni brani. Mi sono inoltre ricordato di essere stato un po’ precipitoso nel dirvi che non ci sono libri in inglese sull’argomento delle messe nere. Intendevo dire che non ci sono libri che valga la pena di avere. Non chiamerei libro una pura e semplice ricerca del sensazionale. Per quanto ne so, non c’è niente di specifico sulle messe nere, ma esistono uno o due libri che trattano argomenti molto affini. Tra questi vi posso citare, ad esempio, The Devil’s Mistress (1), oppure The Corn King and the Spring  Queen (2). Forse vi piacerebbe dargli un’occhiata. Li ho proprio qui, se foste così gentile da venire da questa parte".

    Spostò la tenda lacera che era appesa a coprire l’apertura tra gli scaffali dei libri, e Paston lo seguì nella stanza sul retro. Non era mai stato in una stanza sul retro di un negozio e l’esperienza lo incuriosì. Una metà del mondo non sa come vive l’altra metà, ed egli stava per dare un’occhiata a un lato della vita a lui sconosciuto. Sperò che questo lo distraesse.

    Si ritrovò in una stanza piuttosto piccola, con il soffitto troppo alto per le sue dimensioni. C’era una lampada a gas, ma non era accesa; la luce proveniva da una lampada a olio con sfumature verdi appoggiata su un tavolino, accanto a una vecchia poltrona di pelle vicino al caminetto. La lampada gettava un piccolo cerchio di luce tenue sulla poltrona. Il resto della stanza era immersa in una cupa, calda oscurità, poiché il fuoco nel camino vecchio stile era quasi spento. Tende di tessuto decorate con una frangia rada erano tirate con poca attenzione su un’alta porta finestra, che si trovava sulla parete di fronte al vano da cui erano entrati; accanto a esse c’era una porta socchiusa, attraverso la quale s’intravedeva l’angolo di un lavello. Le pareti erano ingombre fino al soffitto della merce di magazzino.

    Pile di libri impolverati riempivano gli angoli del pavimento. Un piccolo tavolo da cucina, coperto con una tovaglia dozzinale a quadri bianchi e blu, occupava il centro della stanza, ed era l’unico mobile a non essere ingombro di libri. Una sedia di legno, sistemata vicino al tavolo, indicava che si trattava del tavolo su cui mangiava. L’assenza di un’altra sedia era indice della beata condizione di scapolo.

    Il focolare, sotto la struttura portante di marmo del caminetto, era un meraviglioso pezzo in ferro battuto con alte mensole lungo le pareti interne da ambo i lati, su una delle quali era posta a scaldare una scura teiera di terracotta, mentre sull’altra era appoggiato un piatto con disegni di tipo cinese. Il tutto era completato da un tappeto grigio, vecchio e sporco, di pelle di capra e da un insieme di ferri per il caminetto eccezionalmente pesanti.

    Dirimpetto alla poltrona e alla lampada, dall’altro lato del camino, si trovava un grosso divano di pelle con le molle rotte, dello stesso genere della poltrona, anch’esso pieno di libri. Il libraio si sbarazzò dei libri buttandoli per terra con un colpo della mano.

    Se volete essere così gentile da accomodarvi…, e lo invitò a sedersi indicando le molle rotte. Hugh Paston si sedette e le trovò molto meglio di quanto si era aspettato, scoprendo con sorpresa che un divano di questo tipo, pur con le molle rotte, era decisamente più comodo delle sedie di casa sua. Si lasciò cadere all’indietro, e si rilassò.

    Mi dispiace impedirvi di cenare, si scusò.

    Non c’è problema, rispose il libraio, non avevo ancora iniziato a cucinare. Avevo soltanto preparato il tè. Posso, ehm, offrirvene una tazza, se volete farmi l’onore? Sembra un peccato prepararlo e mandarlo sprecato.

    Hugh Paston accettò, non volendo offenderlo. Il tè non era una delle sue bevande preferite neanche nei momenti migliori, e questo di certo non lo era. La sua mente si volse al brandy invecchiato e si chiese se al momento in cui avrebbe fatto ritorno al suo albergo sarebbe stato troppo tardi per ordinarne uno. Il libraio prese due grosse tazze con una sottile linea d’oro tutto intorno e uno strano fiorellino dorato sul fondo. Hugh si ricordò di averne viste di simili nel capanno degli attrezzi della casa in cui aveva trascorso la fanciullezza. Era convinto che venissero usate solo per misurare diserbanti e insetticidi. A ogni modo, nessuno le usava per bere.

    Il libraio vi versò un po’ di latte da una bottiglia, e buttò dentro dello zucchero con un arnese che sembrava un cucchiaio di piombo. Dal becco rotto della teiera scura fece scendere poi lo zampillo di un fluido di color mogano intenso.

    Questa, affermò il libraio tendendogli una tazza, è una bevanda da uomo.

    Hugh Paston rimase alquanto perplesso udendo una frase del genere, riferita poi a una tazza di tè, ma non appena l’assaggiò ne comprese il motivo. Era caldo, forte, ricco di tannino. Tutto considerato aveva tanto gusto quanto un cocktail e non aveva la benché minima somiglianza con il tè così come lo si intendeva nel salotto di sua moglie.

    Per Giove, esclamò, questo sì che è buono. Credo che mi abbiate salvato la vita.

    Ne volete un’altra tazza?

    Sicuro.

    Altro tè fu versato e bevuto in un silenzio socievole: Hugh Paston con la sua marsina da un lato del caminetto e il vecchio avvoltoio con la sua vestaglia polverosa, dall’altro. Hugh ebbe l’improvvisa intuizione che quello che vedeva di quell’uomo non era semplicemente l’aspetto esteriore, come a Mayfair. Se lo si penetrava, si andava a toccare l’uomo reale e curiosamente sentì di averlo fatto, creando un contatto e un legame di fiducia simile a quello di un bambino.

    Il vecchio aveva occhi di un blu intenso, affondati sotto arcate sopracciliari simili a quelle di un gorilla e sovrastati da sopracciglia folte come dei baffi. Era ben sbarbato, e la ruvida pelle abbronzata ciondolava sulle mascelle formando delle pieghe, alla maniera di un bracco. La bocca era larga, con le labbra sottili, e buffa, come quella di un cammello.

    A prima vista aveva pensato che avesse intorno agli ottanta anni, ma in realtà era un sessantacinquenne mal ridotto e trasandato, che sembrava molto più vecchio di quanto non fosse a causa della sua vestaglia, un indumento generalmente associato agli invalidi.

    Lui, da parte sua, guardando l’uomo di fronte a sé, stimò che avesse poco più di trent’anni, ma che qualunque fosse veramente la sua età, non avrebbe più avuto l’aspetto di un giovane. Si chiese se fosse stato profondamente innamorato della donna che era morta con il suo amante, e concluse di no. Aveva uno sguardo bramoso e inquieto, che non si vede sul volto di uomini che hanno amato, anche se sfortunati in amore. Questo, pensò, era un uomo inappagato. La vita gli aveva dato tutto quello che voleva, ma niente di cui aveva bisogno. La sua diagnosi fu manca canza di vitamine spirituali e un’anima rachitica. Giudicò che in quell’uomo c’era troppo idealismo perché iniziasse a bere, ma che si sarebbe dimostrato impetuoso e stravagante in tutte le sue azioni, a meno che una mano salda non si fosse posata su di lui. Probabilmente si sarebbe lanciato a capofitto in un matrimonio sbagliato, o in una relazione disastrosa con qualche donna di cui non gli importava niente.

    Per quanto lo riguardava, provava un disprezzo profondo per Mayfair e per il modo di essere dei suoi abitanti. Il suo disprezzo era genuino e non era dovuto al fatto di non farvi parte. Era convinto che chi era nato a Mayfair non sarebbe mai stato in grado di tenersi a galla nel mondo vero, a meno di non essere fornito di una ciambella, vale a dire di denaro ereditato.

    Il vecchio osservò attentamente il suo visitatore e vide che si stava calmando e rilassando; non essendo estraneo lui stesso agli alti e bassi della vita, si accorse che stava per avvenire una reazione che lo avrebbe presto fatto sentire più morto che vivo. Si chiese che cosa si poteva fare per aiutarlo a superare quel brutto momento.

    "Mi chiedo se potrei offrirvi un piatto di minestra, signore.

    Si sta facendo tardi e, non so a voi, ma a me sta venendo fame."

    Sì, per Giove, adesso che me lo dite, ho fame anch’io.

    Il vecchio si mosse verso la porta accanto alla porta finestra, accese un bruciatore, e Paston vide un piccolo cucinino incassato, piccolo come la cucina di bordo di una nave. Lo scoppiettio rivelava la presenza di una stufa a gas dietro la porta, e in pochi minuti si udì un magnifico sfrigolio.

    Il vecchio rientrò con un altro piatto e lo mise a scaldare vicino al fuoco. Il pesante bollitore fu riposto nella mensola. Uova e pancetta vanno bene?, chiese.

    Perfetto. Non potrebbe esserci di meglio.

    Due uova?

    Sicuro.

    In un lasso di tempo sorprendentemente breve, il libraio riapparve con un vassoio da tè di latta, carico, e iniziò a gettare alla rinfusa sul tavolo che si trovava al centro della stanza un insieme eterogeneo di cose. Ogni cosa era rozza ma pulita, a eccezione dei coltelli, che non venivano smacchiati e arrotati da anni.

    Il vecchio li guardò dubbioso. Poi si volse verso il caminetto, e liberandolo dei libri con lo stesso semplice gesto con cui aveva liberato il divano, iniziò a usarne una parte per pulire i coltelli, sbattendoli con violenza avanti e indietro sulla superficie di marmo bianco, dopodiché saggiò i bordi con il dito e li riportò in tavola.

    C’è una cosa da dire sui caminetti di marmo per pulire i coltelli, affermò, fanno risparmiare il sapone. Ora siamo pronti. Volete venire? Affondò la mano in un’enorme pila di libri che si ergeva in un angolo, cercò a tastoni lì in mezzo per un istante, poi diede una scossa ai libri facendoli rovesciare sul pavimento, e tirò fuori una seconda sedia, che portò fino al tavolino.

    Si sedettero.

    Hugh pensò che in vita sua non aveva mai sentito un odore buono come quello di quella pancetta, o visto qualcosa che sembrasse allettante quanto i bordi croccanti delle uova fritte, mentre il libraio li serviva dalla padella in cui erano stati cotti.

    Cominciarono a mangiare. Il vecchio non sembrava incline alla conversazione, né tanto meno lo era Hugh, che si sentiva come se fosse a digiuno da una settimana.

    Mangiarono in silenzio. Alla fine del pasto il suo ospite rimise la teiera nera al suo posto, sulla mensola della parete interna del caminetto, dopo averla riempita con l’acqua

    del bollitore. Poi gettò ogni cosa sul vassoio, con un terribile rumore e depositò il suo carico in cucina.

    Odio la spazzatura, concluse dopo aver reso questo servizio all’igiene. Dopodiché ritornò accanto al fuoco, ora scoppiettante, e iniziò a riempirsi la pipa.

    Note:

    (1). L’amante del diavolo.

    (2). Il re grano e la regina primavera.

    Capitolo III

    Hugh Paston era mezzo addormentato con la sigaretta accesa, le gambe allungate...

    Hugh Paston era mezzo addormentato con la sigaretta accesa, le gambe allungate sullo sgabello

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