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Progetto Kinetics - Onda zeta
Progetto Kinetics - Onda zeta
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E-book451 pagine6 ore

Progetto Kinetics - Onda zeta

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Info su questo ebook

Neurologo idealista e appassionato ricercatore, Chuck Brenton è sempre stato affascinato dalle onde gamma, le più rare fra quelle prodotte dal cervello umano, ed è proprio dai suoi studi che scaturisce un’idea rivoluzionaria: se gli impulsi elettrici generati dai neuroni potessero essere imbrigliati per fare qualcosa di più che inviare segnali luminosi o grafici durante un EEG? Se potessero far muovere altri oggetti a distanza, magari tramite un’interfaccia meccanica che colleghi la mente e il mondo esterno? Matt Streegman, matematico e docente del MIT, capisce di poter fornire un contributo risolutivo al progetto e contatta il neuroscienziato per offrirgli il proprio aiuto e proporgli di formare una società. Nasce così la Forward Kinetics, e nel nuovo laboratorio comincia il lavoro di sperimentazione sui soggetti prescelti. I risultati sono strabilianti, ed è subito chiaro che abilità del genere potrebbero trasformare il mondo, sostituire paura e sofferenza con pace e stabilità. Ma un gruppo di individui senza scrupoli è deciso a impadronirsi di quei nuovi superpoteri e a usarli per i propri scopi... tutt'altro che pacifici.
LinguaItaliano
Data di uscita6 ott 2016
ISBN9788858957226
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    Anteprima del libro

    Progetto Kinetics - Onda zeta - Patrick Hemstreet

    successivo.

    Per Abby, Gideon ed Ezra

    1

    CHUCK

    Chuck, al secolo Charles Brenton, aveva un PhD in neuroscienze. Attribuiva il merito – o la colpa, a volte – del suo prestigioso dottorato a un padre artista e filosofo e a una madre musicista, i quali gli avevano trasmesso una profonda curiosità per i processi mentali che orientano le scelte di vita. Cosa spinge le persone a prendere determinate strade? Da dove nasce la vocazione, o anche solo la profonda attrazione per una certa attività? Rispondere a simili domande era la sua vocazione e aveva deciso la sua carriera, che adesso lo vedeva dietro una cattedra nel Traylor Research Building della Johns Hopkins University in qualità di docente ordinario della facoltà di neuroscienze Solomon H. Snyder.

    Si tolse gli occhiali, chinò la testa e tornò a studiare con le braccia conserte l'elettroencefalogramma sul monitor. Schermo piatto, display in 3D: un tempo gli EEG si componevano di semplici linee, ma quello che aveva davanti ricordava più la mappa topografica di una catena montuosa che i tracciati su carta segnati dai pennini di un sismografo.

    Quella particolare catena montuosa, resa in colori così brillanti da trasformare ogni picco in un gioiello, era una delle sue preferite e anche delle più rare. Onde gamma. Le aveva registrate quella mattina nel suo studio con una macchina EEG sperimentale realizzata da lui stesso. Il soggetto, una violoncellista, aveva eseguito una sinfonia complessa che non conosceva, in modo che alle facoltà mentali necessarie per apprenderla e suonarla si aggiungessero vista, udito e controllo corporeo. Il risultato di quell'esperimento di multitasking, si disse sorridendo, era una sinfonia di altro tipo, un crescendo di onde cerebrali: i cosiddetti ritmi gamma, che si verificano solo quando l'encefalo fonde diversi stati mentali invece di procedere rapidamente dall'uno all'altro.

    I ritmi gamma sono piccoli e vibranti gioiellini, picchi aspri e ravvicinati ma molto eleganti. Difficilmente durano a lungo. Di norma, infatti, il cervello esegue un concerto saltando da un assolo all'altro, mentre la violoncellista aveva generato un flusso costante di onde beta prima di passare a un ritmo gamma che era riuscita a mantenere per diversi passaggi, il più esteso dei quali si avvicinava a dodici secondi.

    Chuck aveva già lavorato con lei, tracciando i suoi EEG mentre eseguiva dei brani che conosceva bene. I risultati variavano, ma, pur muovendo il corpo, la violoncellista generava sempre delle sequenze incrociate di onde theta e beta, rispettivamente associate alla meditazione e alla concentrazione. Le onde non avrebbero dovuto sovrapporsi, ma le bastava chiudere gli occhi per immergersi nella musica e meditare mentre suonava.

    Anche quegli EEG erano molto interessanti, ma questo... ah, questo era eccezionale. Tese la mano e sfiorò con le dita il grafico 3D, come per sentire i ripidi picchi e le profonde valli che illuminavano il monitor.

    «Ricorda quando questi tracciati si facevano con pennini, inchiostro e rotoli di carta millimetrata?»

    Distolto dalle sue riflessioni, Chuck guardò in volto il suo assistente, Eugene Pozniaki, un dottorando al secondo anno del programma Snyder.

    «No» rispose. «E neppure tu. Nessuno usa più la carta millimetrata da almeno un decennio.»

    Con un sorrisetto ironico, Eugene gli porse una risma di moduli. «Questi sono i nuovi soggetti di studio che hanno superato il colloquio preliminare.»

    Chuck prese a sfogliarli. Un architetto, una specialista in progettazione computerizzata, un chitarrista classico, un progettista di videogame, uno scultore e... Mini?

    «Cosa c'è?» chiese Eugene, vedendolo sorridere.

    Chuck estrasse il modulo. «Minerva Mouse. È un'artista grafica al terzo anno del Maryland Institute. Suo padre è un amico di mio padre dai tempi dell'università. Dal modo in cui mi descriveva la loro amicizia, li ho sempre immaginati seduti a tarda ora in una fumosa caffetteria, entrambi con la coppola e persi in qualche discussione sul senso dell'arte e della vita.»

    «Minerva Mouse?» Eugene trattenne una risata.

    «Sì, lo so. E si fa anche chiamare Mini. Ma per carità, attenzione a non aggiungere una enne!»

    «Altrimenti diventa Minnie Mouse! Però, Doc, è inevitabile.» Eugene rise, ma, quando Chuck lo fulminò, si schiarì la voce e si aggiustò gli occhiali sul naso prominente. «Quindi pensa di inserirla nel programma?»

    «Probabilmente sì, in onore del suo vecchio. In archivio ci sono già i risultati di un paio di artisti grafici, ma Mini ha una personalità unica. Un'altra che mi sembra davvero interessante è la specialista CAD, oltre al progettista di videogame. Il chitarrista no, visto che abbiamo già raccolto parecchi dati sui musicisti. Puoi vedere se c'è qualche candidato che svolge lavori fisici?»

    «Per esempio?»

    Chuck tornò a guardare i ritmi gamma della violoncellista e li studiò per qualche istante. «Be', alcuni musicisti hanno generato delle interessanti combinazioni di onde alfa, theta e beta, oltre a donarci questa meraviglia, ma vorrei studiare meglio le differenze tra i soggetti che hanno un approccio... diciamo virtuale con la realtà e quelli che l'affrontano fisicamente ogni giorno. L'architetto e il progettista di videogame vanno benissimo per un estremo dello spettro, ma mi chiedo che tipo di attività cerebrale generi un giocatore di baseball, un pilota di aeroplani o magari un manovratore di macchine edili.»

    Eugene sorrise e annuì. «Vuole indagare le differenze tra chi progetta un edificio e chi lo costruisce?»

    Chuck sorrise e annuì a sua volta, imitando l'assistente.

    «Si rende conto» continuò Eugene mentre riprendeva i moduli, «che per un attimo siamo sembrati due pupazzi bobblehead vestiti da accademici?»

    «Preferisco definirci accademici d'azione. Quindi, forza, diamoci da fare. Comincia col procurarmi altre cavie da laboratorio.»

    Non appena Eugene uscì, Chuck tornò a studiare il tracciato cerebrale della violoncellista. Alfa, beta, theta e poi l'elusivo ritmo gamma. Scosse la testa e ci pensò sopra. Beta. Mentre suonava c'era da aspettarselo, ma le meditative onde theta? E il fatto che i ritmi si fondessero così?

    Scivolando con il dito sul touchscreen, spostò il grafico EEG sotto il video, in modo da rapportare le espressioni della donna all'aumento e decremento dei valori che creavano i picchi colorati. Tenendo d'occhio il tracciato, la osservò mentre studiava lo spartito per poi concentrarsi, eseguire ragionamenti complessi e quindi, dopo l'ultimo ritornello, appoggiarsi allo schienale, chiudere gli occhi e suonare il brano con emotività e vigore.

    Non era incredibile che l'attività cerebrale riuscisse a muovere dei pixel su uno schermo e, anni prima, dei pennini sulla carta?

    Si accigliò, avvertendo un'ispirazione prendere forma a poco a poco. Si appoggiò a sua volta allo schienale e toccò lo schermo per fermare il video. La violoncellista aveva gli occhi socchiusi e un lieve sorriso sulle labbra; il braccio destro si muoveva così rapido da risultare sfuocato.

    Era quello il momento in cui si generano i dodici secondi di onde gamma.

    L'archetto, il braccio, il viso, rispondevano tutti allo stesso impulso.

    Un pennino che tracciava linee sulla carta.

    E se... e se fosse stato possibile imbrigliare quegli impulsi elettrici in modo che non si limitassero a raggruppare pixel su uno schermo? E se avessero potuto spostare anche altri oggetti oltre ai cavetti metallici dei vecchi pennini?

    Chuck si ritrovò in piedi davanti alla porta dell'ufficio di Eugene senza neppure rendersene conto.

    «E se le onde cerebrali che una persona genera mentre avvita una lampadina potessero avvitare da sole la lampadina?»

    Seduto alla sua caotica scrivania, Eugene alzò lo sguardo e lo studiò perplesso. «Che cos'è, la lampadina delle brillanti idee?»

    «No. È un'ipotesi.»

    La sedia davanti alla scrivania era coperta di fogli e fascicoli traboccati dal piano al sedile. Chuck scaraventò tutto a terra con una manata, poi si sedette.

    Eugene indicò il pavimento. «Sa cos'ha appena fatto?»

    «Ho liberato la sedia e mi sono seduto.»

    «No. Ha fatto un casino. Un vero casino, Doc!»

    «Era già un casino. Io l'ho spedito dov'è giusto che sia.» Alzò la mano per farlo tacere, poi aggiunse: «Basta scherzare. Ascolta. Persino utilizzando gli antiquati elettrodi metallici, le onde cerebrali riescono ad attivare sia i lettori EEG digitali che i vecchi lettori analogici».

    Eugene aggrottò la fronte. «Be', attivare non è il termine giusto. I vecchi elettrodi facevano scattare...»

    «Non mi distrarre, Eugene. Dio mio, certo che sei proprio ottuso. Ciò che intendo dire è: se le onde cerebrali sono in grado di azionare i pennini, perché non immaginare che possano muovere anche altre cose, se dotate della giusta interfaccia?»

    L'assistente aprì la bocca, la chiuse, poi la riaprì. «Avvitare la lampadina, per esempio?»

    Chuck liquidò il commento con un gesto della mano. «Pessimo esempio. Non so perché l'abbia scelto. Ma prova a immaginare il nostro progettista... Come si chiama? Ah, sì, Sara. Bene, immaginiamo Sara seduta alla console del suo CAD per progettare la facciata di un palazzo. Tra muovere il mouse, aprire i programmi e via dicendo, perde un'ora per un solo infisso. Ma cosa accadrebbe se, invece di mouse e tastiera, l'interfaccia fosse un sistema EEG con ricetrasmettitori positronici al posto dei normali elettrodi? Un'interfaccia collegata al CAD.»

    Eugene batté le palpebre. «Collegata come? USB? Ah, no, meglio via Bluetooth, senza cavi.» Si schiarì la voce, poi si sfregò la radice del naso. «Ehm, scusi. Continui pure, Doc.»

    «Hai colto il punto del discorso, Eugene?»

    «Ma certo. Non sono completamente rimbambito. Sta parlando di telecinesi.»

    Chuck emise un respiro profondo e contò rapidamente fino a dieci. «No. La telecinesi consiste nella capacità di spostare gli oggetti con la mente. Io invece parlo di scienza, ovvero della possibilità di sfruttare gli impulsi elettrici dell'encefalo tramite un'interfaccia capace di imbrigliarli. Torniamo agli esami, Eugene. Come funziona l'EEG?»

    «Gli elettrodi rilevano gli impulsi cerebrali e li rendono graficamente come segnali di varie ampiezze. Come onde, ecco.»

    «Esatto. Ora, e se l'energia utilizzata per generare il grafico potesse essere sfruttata per creare anche qualcos'altro, tipo una vera e propria attività nel mondo esterno? Come il sistema di scrittura di Stephen Hawking ma ancora più potente.»

    Eugene si appoggiò allo schienale della sedia e fissò con uno sguardo vacuo un punto immaginario sopra lo schermo del computer. Chuck studiò la sua espressione: finalmente ci stava arrivando. Poi lo vide toccarsi la stanghetta degli occhiali, segno che stava per dire qualcosa. Si augurava solo che stavolta tirasse fuori qualcosa di sensato.

    «L'interfaccia dovrebbe essere interpretativa, vero?»

    «Sì, fino a un certo punto. Nel suo complesso, il cervello umano è esattamente questo: un'interfaccia interpretativa tra la mente e il corpo, o più in generale tra la mente e il mondo esterno. Quando usiamo il mouse per cliccare o trascinare qualcosa sullo schermo del computer, il cervello interpreta ciò che vogliamo ottenere e poi elabora il modo necessario per arrivare al risultato. In quei momenti, genera degli schemi d'impulsi elettrici molto specifici. C'è una differenza misurabile tra l'impulso che ci fa spostare il mouse e quello che ci fa cliccare il tasto.»

    «Be', sì, ma un conto è misurarli, un altro trasmetterli. Esisteranno delle ricetrasmittenti tanto raffinate?»

    Chuck aveva una gran voglia di alzarsi dalla sedia e mettersi a ballare nello studio, ma non sarebbe stato molto dignitoso per un docente universitario.

    «Non lo so, ma vorrei scoprirlo. E tu?»

    La reazione di Eugene fu più cauta. «Sì, certo. Ma come?»

    Già, come? Chuck aveva modificato un eccellente sistema Brewster di monitoraggio degli impulsi cerebrali per interfacciarlo con i ricetrasmettitori positronici da lui potenziati: i BPT, Brenton Positron Transceivers, che sembravano piccoli LED dai colori brillanti ma che in realtà erano molto di più. Mentre le luci danzavano sui contorni della cuffia che li ancorava al cranio, le emittenti sparavano un flusso di positroni nel cervello per rilevare anche il più fievole impulso elettrico. Questo permetteva al suo sistema EEG di generare immagini in 3D e forse, cominciava a sperare, dei risultati ancor più importanti.

    Si. Può. Fare!

    Realizzare l'interfaccia si rivelò semplice... per Chuck ed Eugene, perlomeno. Con la fibra ottica, collegarono l'unità Brewster a quella che definirono la piattaforma attività, cioè la ricevente degli impulsi cerebrali del soggetto. Lo scambio dati tra l'unità e il computer avveniva già tramite USB, quindi installarono la piattaforma sul computer in uso. A quel punto occorreva un software dedicato, ossia una versione ampliata di quello con cui il Brewster misurava gli impulsi a cui aggiunsero un programma interprete per convertire i dati.

    I sei soggetti selezionati erano tutti esperti di computer e li usavano regolarmente per lavoro o per svago: l'ingegnere CAD/CAM Sara Crowell, il progettista di videogame Tim Desmond, due maniaci dei giochi scovati da Eugene tra gli studenti a cui faceva da mentore – e che aveva soprannominato Pinco e Pallino – uno scrittore di nome Pierce Flornoy e Mini Mouse.

    Chuck aveva sviluppato una procedura che partiva dai compiti più semplici, tipo spostare il puntatore o inserire parole in determinate stringhe, per arrivare a livelli specialistici. A quel punto i soggetti avrebbero interagito con i software complessi, realizzando così quella che Eugene definiva la piccola, grande magia.

    Il problema in cui subito incapparono era il più ovvio: la magia non esiste.

    O meglio, non quella che si aspettavano. Infatti, anche se Sara Crowell generava una perfetta onda beta mentre immaginava di spostare il puntatore cento pixel sulla destra, questi non eseguiva il comando come previsto e finiva regolarmente fuori dallo schermo. Anche Tim Desmond chiamatemi Troll si dimostrò capace di muovere il puntatore con la mente, ma era in grado solo di farlo oscillare, nonostante la sua onda beta fosse pronunciata quanto quella di Sara.

    Come se non bastasse, gli impulsi non rientravano nella stessa banda: alle onde da 10 hertz con 3 microvolt di potenza che generava Troll corrispondevano i 15 hertz con 6 di Sara. Questo significava che i loro risultati non erano tecnicamente confrontabili.

    Di conseguenza, decisero di ripartire da un livello più tradizionale. Tim e Sara ripeterono il test con un vero mouse sotto le dita, ma non collegato al computer. Potevano muoverlo fisicamente mentre immaginavano di spostare il puntatore sullo schermo. I risultati furono identici: la freccetta di Sara finì nell'iperspazio, mentre quella di Troll oscillò appena.

    Con gli altri soggetti accadde la stessa cosa: risultati diversi e sparsi dappertutto nella scala dei valori. Anche quando Chuck ed Eugene scomposero l'esperimento, cominciando con il semplice spostamento del puntatore tra due riquadri fissi, i risultati non furono mai ripetibili. E quando arrivarono a concludere che individui diversi generavano semplicemente impulsi cerebrali diversi, si ritrovarono ad affrontare un'altra difficoltà.

    Mini Mouse, che come Sara riusciva a spostare senza fatica il puntatore dal riquadro A al riquadro B, si presentò una mattina stanca morta a causa di un concerto rock. Seduta alla postazione con la cuffia neurale calcata sulla testolina vivace, cominciò il test con dei protocolli che aveva già superato con successo.

    «Oh no» gemette Eugene, passandosi le dita nei capelli riottosi per poi aggiustarsi gli occhiali sul naso. «Non è neppure uscita dal campo iniziale.»

    Dietro di lui, Chuck lanciò un'occhiata al tracciato EEG. «E lo stesso vale per le sue onde cerebrali. Guarda! Non capita spesso di vedere delle onde beta così fiacche.»

    «Sono solo stanca. Concedetemi una pennichella di cinque minuti e una tazza di tè e tornerò attiva come sempre.» Mini guardò i due neurologi attraverso l'apertura tra la torre dell'unità Brewster e lo schermo del computer. Il suo caschetto di capelli biondo ramati riluceva di gioielli positronici e il volto a forma di cuore aveva un'espressione seria che, nonostante la stanchezza, la faceva sembrare ancor più giovane dei suoi diciannove anni.

    «Ma certo» disse Chuck con aria assente. «Sì, Mini, vai pure. Che ne dici di riprendere tra un quarto d'ora?»

    «Perfetto» concordò lei, voltandosi per andare. «La cucina è sulla destra, giusto?»

    Eugene, molto più attento di Chuck e della ragazza, si affrettò a fermarla. «Mini, aspetti! La piattaforma. La cuffia. Dobbiamo disconnetterla.»

    Lei si fermò giusto un attimo prima di combinare l'irreparabile e si tastò i capelli. «Ah, sì! Scusatemi. Oggi sono fin troppo disconnessa.» Ridacchiò mentre Eugene le toglieva la cuffia, poi uscì dal laboratorio continuando a sghignazzare.

    Fermo in mezzo alla sala, con la cuffia in mano, Eugene la guardò mentre si allontanava. «È sempre così?»

    «Come?» Chuck alzò bruscamente lo sguardo dai dati sul display dell'unità Brewster. «Oh, sì. Voglio dire, no. Lei... possiamo definirla una ragazza piuttosto imprevedibile. Oggi, a quanto pare, il suo problema è la carenza di sonno.» Scosse la testa e borbottò tra sé: «Allora le differenze non dipendono soltanto dalle variazioni tra singoli individui, che rendono le onde cerebrali di alcuni più forti di quelle di altri. Il discorso è ancora più complesso».

    Eugene, però, l'aveva sentito. Il suo sguardo andò dalla porta del laboratorio al monitor, poi posò la cuffia sul suo sostegno sferico. «Sperava di dover solo aggiustare il tiro, vero?»

    «Solo...» ripeté Chuck, sbuffando e scuotendo di nuovo la testa. «Anche se il discorso si limitasse all'ampiezza delle onde generate da ogni soggetto, non ho idea di come regolare i parametri. Non so quanto Mini o Sara potrebbero andare fuori dagli schemi o quanto incremento sia necessario dare a Tim...»

    «Troll» lo corresse Eugene, ricordandogli il soprannome che il creatore di videogame si era attribuito.

    «... o agli altri. Ma, per calcolare una deviazione standard da una norma bisogna prima stabilire la norma, cosa che siamo ben lungi dal fare. Quindi, non sappiamo come far funzionare la faccenda.»

    Eugene ci pensò sopra. «Be', magari lo sa qualcun altro. Forse, se prepariamo una relazione sulla nostra ricerca e la presentiamo alla comunità scientifica...»

    «Ci riderebbero in faccia» commentò Chuck con una smorfia.

    «No, Doc, perché mai?» obiettò Eugene. «Ha già dimostrato una cosa: che le onde cerebrali possono fare magie.»

    Chuck mise un dito davanti al naso del suo assistente. «Non usare questo termine. Non è magia.» Per qualche ragione, la sola parola lo irritava come non mai.

    «Okay. Diciamo allora che le onde cerebrali possono far succedere qualcosa. Così va meglio?»

    No, non andava affatto meglio, ma non importava, perché non stava succedendo proprio un bel niente. Mini tornò un po' più carica dopo la pennichella e il tè, ma la pausa servì solo a ribadire il problema: non c'erano basi per stabilire l'energia generata da un soggetto con le sue onde cerebrali e quindi nessun modo di calcolare un differenziale che permettesse di regolare l'interfaccia.

    «Spazzatura» mormorò Chuck, studiando i risultati del test di Mini. «Roba da buttare»

    «Non sono d'accordo: si tratta pur sempre di dati» obiettò di nuovo Eugene. «Risultati di un test scientifico che andrebbero documentati e, secondo me, pubblicati. Chissà, forse è solo questione di concentrazione. Forse è possibile insegnare ai soggetti a moderare o controllare le loro onde cerebrali.»

    «Non credo che funzioni così, Eugene. Quando Mini o Sara interagiscono con la piattaforma, generano entrambe onde beta. Ma in una banda diversa e non ho idea del motivo, né di cosa fare. Servirebbe... un regolatore. Qualcosa che intervenga sull'energia cerebrale in entrata aumentandola o riducendola in modo dinamico. Così, per esempio, se Sara e Pierce avvitassero la lampadina metaforica, il sistema riceverebbe sempre lo stesso quantitativo di energia.»

    Eugene scoppiò a ridere.

    «Che cosa c'è?»

    «Pensavo all'intervista all'NPR che rilascerà settimana prossima per il programma Science Friday. Mi pare quasi di sentire Ira Flatow che le chiede di descrivere il suo ultimo progetto.» Tese la mano con un microfono immaginario. «Bene, dottor Brenton, a quale affascinante ricerca sta lavorando ultimamente alla Johns Hopkins? E lei: Be', Ira, stiamo cercando di capire quanta energia mentale ci vuole per avvitare una lampadina

    Suo malgrado, Chuck rise. E continuò a ridere anche mentre tornava in ufficio, dove si sedette per compilare delle note. Naturalmente, non aveva la minima intenzione di parlare del suo esperimento sulle onde cerebrali di fronte ai microfoni di una radio nazionale.

    Anzi, visto il punto in cui erano arrivati, non aveva intenzione di parlarne proprio con nessuno.

    2

    MATT

    Matt Streegman lanciò un'occhiata all'orologio sopra la porta dell'ufficio e si accorse che era troppo buio per vederlo. Pazienza. Sedeva davanti al computer, con lo schermo panoramico che gli inondava il volto di luce azzurra: guardò la barra del menu e apprese che era l'una e dieci di mercoledì notte. Anzi, di giovedì mattina, ormai.

    Il lungo e deprimente weekend del Ringraziamento era iniziato. Non per la prima volta, desiderò poter entrare in modalità di animazione sospesa e dormire fino a lunedì senza doversi muovere, interagire con le persone o pensare. Ecco l'aspetto peggiore dei weekend: pensare. Di quel particolare weekend, invece, l'aspetto peggiore erano sicuramente le persone.

    Non gli restava che portarsi a casa il lavoro, distraendosi di quando in quando con i giochi che mettevano a dura prova il suo cervello di livello Mensa. In genere, durante i finesettimana ammazzava il tempo andando a casa di Dado – o meglio, Daisuke Kobayashi – per aiutarlo o anche solo per guardarlo mentre realizzava i robot più incredibili. Ma ora, purtroppo, anche lui aveva deciso di approfittare delle feste per fare visita ad alcuni parenti a Charlotte. Nessuna gioia su quel fronte.

    Qualcuno bussò alla porta dell'ufficio. Un'ombra si stagliò al di là del vetro a bolle, a destra della porta.

    «Sì?» Matt si sfregò gli occhi e guardò il codice che aveva appena generato. Nel tempo che la guardia notturna impiegò per aprire, scovò tre errori di sintassi.

    «Ah, salve dottor Streegman. Uhm, si sta facendo tardi, lo sa?» La guardia, un ragazzone di nome Zack Truman, lo guardò dispiaciuto dalla porta.

    «Sì, me n'ero accorto. Stavo giusto finendo.» No, stavo giusto combinando un macello con questo codice.

    «Sarebbe fantastico se potesse sbrigarsi, professore. Il campus chiude fino a lunedì e ci è stato chiesto di evacuare l'edificio.»

    «Sto per andarmene.» Matt sorrise e alzò una mano non appena Zack aprì bocca. «Non si scusi, so che sta solo facendo il suo lavoro. Mi dia dieci minuti per salvare tutto e mi leverò dai piedi.»

    Zack guardò il computer. «Non intenderà lavorare anche il giorno del Ringraziamento? Dovrebbe andare dalla famiglia, o magari organizzare qualcosa con gli amici. Bere zabaione e mangiare tacchino, non...» Il modo in cui indicò lo schermo era più che eloquente.

    Matt sapeva per vie traverse che Zack si era appena sposato. Pertanto, come tutte le persone felici, tendeva a proiettare sugli altri la sua visione estatica del mondo. Non si rendeva conto che qualcuno poteva non avere degli amici con cui festeggiare, né la voglia di trascorrere una vacanza obbligata con un surrogato di famiglia.

    In ogni caso, mettersi a discutere non aveva senso. Non appena Zack chiuse la porta e proseguì il suo giro di perlustrazione, Matt caricò nel cloud il programma a cui stava lavorando e poi lo copiò sulla chiavetta. Quindi spense tutto, prese il portatile e uscì prima ancora che la guardia ritornasse.

    A casa, la spia della segreteria telefonica lampeggiava accusatoria. Ti hanno chiamato sette volte e non hai neppure ascoltato i messaggi. Vuoi provvedere o devo restare accesa all'infinito?

    Per un attimo pensò di ascoltarli: il dito indugiò sui tasti, ma poi lo ritrasse. Sapeva che almeno tre erano di Chelsea, sua sorella, che gli chiedeva dove diavolo era finito e quando contava di farsi sentire. Meglio lasciar perdere, prendere l'iPhone e aprire l'app che lo collegava all'NPR. In genere a quell'ora andava in onda la replica di Science Friday e quando constatò che era appena iniziata, posò il cellulare sul tavolo, prese dal frigo una vaschetta di pollo speziato e la sbatté nel microonde.

    Pochi minuti dopo, cullato dalle voci alla radio, Matt si lanciò all'assalto della sua porzione di cibo precotto chiedendosi se dopo avrebbe dovuto farsi una doccia oppure no. Dormiva in piedi e faticava persino a masticare. Questo, però, non gli impedì di spazzolare via tutto; quando finì, posò il piatto nel lavello e spense la luce della cucina.

    Doccia o dritto a letto?

    «... il suo lavoro» disse Ira Flatow alla radio. «Ho letto il suo articolo Una mente musicale e sono rimasto molto colpito dalla descrizione delle onde gamma generate dalla sua amica violoncellista.»

    Onde gamma?

    Matt si fermò in mezzo al salotto. Chi stava intervistando Ira Flatow?

    «Mi chiedevo, dottor Brenton, se ha avuto qualche altra intuizione da quando ha pubblicato quell'articolo.»

    Brenton. Dove aveva sentito quel nome? Perché l'aveva già sentito, vero?

    «Sì, qualcuna.»

    «Qualcuna?» incalzò il giornalista.

    Brenton rise. «Non voglio passare per reticente, glielo giuro. È solo che ciò a cui sto lavorando sembra più fantascienza che scienza vera e propria.»

    «Ottimo. Sentiamo.»

    «Be', mentre Erica suonava, mi sono chiesto se le stesse onde che possono creare dei tracciati elettronici su uno schermo o far muovere dei pennini sulla carta non possano fare qualcosa di più con la giusta interfaccia, come spostare fisicamente degli oggetti.»

    «Oggetti tipo droni?»

    «Non solo. Ciò che intendo dire è che quando siamo impegnati in un'attività, l'encefalo elabora tutti i passi necessari per svolgerla e questo genera degli impulsi elettrici che descrivono quell'attività in termini di onde cerebrali. Perché non provare a imbrigliarli per permetterci di eseguire dei compiti senza muovere un dito?»

    Il giornalista rise. «Sì, direi che sembra proprio fantascienza. E quali applicazioni avrebbe una simile tecnologia?»

    Matt si risedette sul divano senza neppure accorgersene.

    «Direi che il limite è il cielo» rispose Brenton. «Immagini solo che cosa potrebbe significare per i disabili. Pensare a un'azione, tipo spostare la sedia a rotelle, guidare una macchina, accendere il computer, e vederla accadere nella realtà. Immagini cosa potrebbe fare uno scienziato del calibro di Stephen Hawking, se fosse in grado di svolgere un compito semplicemente volendolo. Per non parlare dei tetraplegici: tramite le onde cerebrali potrebbero interagire con il mondo esterno e con i loro cari, scrivere, creare opere d'arte o musica... in una parola, vivere

    Matt era sbalordito.

    Lucy.

    Il suo pensiero andò subito a lei, sua moglie, il suo universo, immobile in un letto d'ospedale prima che la morte la ghermisse sottraendola ai suoi cari e a lui. Anche se non si era mai svegliata, il suo cervello – così acuto, così pronto – continuava a funzionare, generando EEG rilevabili e analizzabili ma privi di significato apparente. Possibile che Brenton fosse in grado di coglierlo? E se gli avesse sottoposto i grafici che rappresentavano l'unica attività possibile per lei e il professore vi avesse trovato dei pensieri coerenti... quali potevano mai essere? Come viveva Lucy da quando il corpo non riusciva più a tradurre in azioni concrete gli impulsi della mente?

    « Oppure provi a immaginare» continuò Brenton, «la possibilità di effettuare operazioni nello spazio senza dovervi mandare per forza degli astronauti o dei robot. Le navicelle spaziali potrebbero essere costruite in modo tale da permettere a un tecnico di controllarle tramite l'interfaccia, magari persino di ripararle.» Rise di nuovo e aggiunse: «Lo so, questo suona davvero fantascientifico. Ma ci sarebbero anche delle applicazioni commerciali: in teoria, le onde cerebrali potrebbero azionare delle macchine con molta più precisione delle mani umane o persino dei bracci robotici».

    «E quali ostacoli ha incontrato?»

    «Per ora, ne nomini uno qualunque e probabilmente avrà indovinato» rispose Brenton ridacchiando. «Ma il problema maggiore è proprio l'interfaccia. O, più precisamente, il sistema traduttore.»

    Matt si rese conto che il cuore gli batteva follemente nel torace. Non avevano un hardware e un software adeguati per la traduzione degli impulsi? Dimenticando la doccia, il sonno e qualunque altra esigenza corporea, non perse nemmeno una parola quando Brenton descrisse i problemi che aveva incontrato con l'ampiezza relativa delle onde cerebrali generate da persone diverse... e anche dalla stessa persona in condizioni psicofisiche diverse.

    «Il nostro obiettivo, quindi, è sviluppare un'interfaccia che ci permetta di stabilire dei valori base, dai quali sarà possibile partire per compensare le varianze presenti nell'energia generata dalle onde cerebrali dei soggetti.»

    «E come si può fare?» chiese Flatow.

    «Matematicamente» mormorò Matt tra sé. «L'unico modo è matematicamente.»

    Lui lo sapeva meglio di chiunque altro, visto che l'aveva fatto. O meglio, era riuscito a descrivere matematicamente la varianza nelle oscillazioni delle onde cerebrali di Lucy. Seduto accanto a lei in ospedale, aveva lavorato senza sosta agli algoritmi guardando i suoi EEG che gli parlavano in un linguaggio che non riusciva a interpretare.

    D'impulso prese il portatile, ma poi esitò. Avrebbe dovuto aprire la cartella di Lucy e recuperare dei file che non studiava da anni oppure lanciarsi su Google e cercare tra gli ospiti di Science Friday? Alla fine decise di andare direttamente sul sito della NPR e scoprire chi era quel professore. Forse, esisteva persino la trascrizione dell'intervista.

    Il nome dello scienziato era Dr. Charles Brenton, della Johns Hopkins. Questo, però, ampliava parecchio le ricerche, visto che esistevano università e cliniche Johns Hopkins da Baltimora negli USA a Nanchino in Cina, passando per l'Europa. Tuttavia, la sede centrale di Baltimora era la più probabile. Scaricò la trascrizione dell'intervista e avviò una ricerca online sul dottor Brenton.

    Bastò qualche link per ritrovarsi davanti la foto del buon dottore, uno scienziato del dipartimento di neuroscienza H. Snyder. E lì, s'imbatté nella prima sorpresa: Brenton era molto più giovane di quanto si aspettasse, persino più giovane di lui. Aveva un volto fanciullesco, i capelli troppo lunghi e un sorriso che senza dubbio spingeva sua madre a cucinargli ancora i biscotti.

    Mamma e papà sanno chi è diventato, professore?

    Nel frattempo era riuscito anche a scovare la relazione di cui parlava Ira Flatow, Una mente musicale. Prese a studiarla e, a metà del documento, sentì farsi strada una delle sue ispirazioni matematiche. Passò alla cartella di Lucy e aprì il file LM_alg_001. Con occhi lucidi, contemplò le equazioni basate sugli impulsi cerebrali di sua moglie morente.

    I grafici nella relazione di Brenton riguardavano invece le onde cerebrali di molti soggetti diversi. Se ci aveva visto giusto, se le sue osservazioni e i suoi calcoli erano corretti – ed era pronto a scommetterci – sarebbe stato relativamente semplice applicare a quei grafici gli algoritmi basati sugli EEG di Lucy. E se tutto fosse andato come sperato, una volta finito avrebbe scoperto il modo di calcolare dei valori base validi per ogni soggetto.

    Aprì un nuovo documento e cominciò a lavorare.

    Le vacanze del Ringraziamento non cominciavano così male, dopotutto.

    3

    SOCI IN AFFARI

    «C'è un tizio che l'aspetta in ufficio» disse Eugene.

    Chuck alzò lo sguardo dalla diagnostica che stava eseguendo sull'ultimo aggiornamento del software dell'unità Brewster. «Un tizio in ufficio. Nulla di più preciso?»

    «Dice di chiamarsi Streegman. Dottor Streegman del MIT di Boston. Sembra che abbia sentito l'intervista a Science Friday

    «Avrebbe guidato sette ore solo per quell'intervista?»

    «Dice che potrebbe avere ciò che le serve.» Eugene si strinse nelle spalle. «Non se la prenda con me, Doc. È lui che fa il misterioso.»

    «Bene. Proprio ciò di cui avevo bisogno: un altro piccolo mistero. Ecco» borbottò Chuck, alzandosi e indicando la sedia all'assistente. «Continua tu. L'aggiornamento sta controllando le subroutine di trasporto. Quando ha finito, carica l'ultima sessione di Sara e vediamo se quelle onde theta hanno ancora il singhiozzo.»

    Con le mani infilate nelle tasche dei jeans si avviò ciondolando nel corridoio che portava al suo ufficio, chiedendosi cosa potesse mai avere per lui un professore del Massachusetts Institute of Technology. Aprì la porta e con una rapida occhiata studiò l'uomo davanti alla finestra; voltato di spalle, contemplava assorto il panorama come se stesse accadendo qualcosa di speciale su uno dei tetti che si estendevano a perdita d'occhio fino a East Madison. Era di altezza media, probabilmente sulla quarantina, aveva un'aria da nerd, pantaloni color kaki, blazer e mocassini.

    In piedi sulla porta in jeans, felpa e vecchie All Star, Chuck si sentì per un attimo indegnamente casual.

    Si schiarì la voce e tese la mano. «Dottor Streegman? Sono Chuck Brenton. A cosa devo l'onore?»

    Streegman parve tornare di colpo al presente. Si voltò e gli strinse la mano. Il suo sorriso fu tardivo e superficiale, come se non sorridesse più da un pezzo. Sembrava anche in carenza di sonno e sulla guancia aveva un classico taglietto da rasatura. Non si usano i rasoi quando si dorme in piedi, professore.

    «Dottor Brenton, grazie per avermi ricevuto subito.»

    Chuck si produsse nella solita serie di convenevoli. «Prego, si accomodi. Gradisce un caffè? Magari un tè?»

    Streegman chiese un caffè con tutta la gratitudine di chi ha davvero bisogno di un po' di caffeina.

    «Quindi è venuto in macchina da Boston solo per vedermi?» chiese Chuck mentre gli porgeva la tazza.

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