Scopri milioni di ebook, audiolibri, riviste e altro ancora

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

La figlia modello

La figlia modello

Leggi anteprima

La figlia modello

Lunghezza:
673 pagine
12 ore
Pubblicato:
9 nov 2017
ISBN:
9788858974421
Formato:
Libro

Descrizione

Dalla regina incontrastata del crime, un thriller cupo e incalzante.

"Un thriller psicologico agghiacciante, che lascia il lettore completamente spiazzato di fronte alla verità. La figlia modello è il romanzo più ambizioso, emozionante e ben riuscito di Karin Slaughter.
Per il momento, almeno...
" James Patterson

"Feroce, profondo, avvincente: ogni suo romanzo è imperdibile." Kathy Reichs

"L'oscurità del passato è il tema principale di questo thriller agghiacciante. Il talento narrativo e l'empatia con cui Karin Slaughter indaga la psicologia dei personaggi vi terranno incollati alla pagina dalla prima all'ultima riga." Camilla Läckberg

Sono passati ventotto anni da quando una brutale aggressione ha sconvolto l’adolescenza di Charlotte e Samantha Quinn. Quel giorno la loro madre è stata uccisa, il padre, un noto avvocato difensore, non si è mai ripreso del tutto dalla tragedia e a poco a poco la famiglia si è disintegrata.
Charlie ha cercato di andare avanti con la propria vita, ha seguito le orme del padre e da brava figlia modello lavora con lui nel suo studio legale, ma i segreti legati a quella terribile notte nel bosco continuano a tormentarla.
Poi un gesto di inspiegabile violenza sconvolge la monotonia di Pikeville, la tranquilla cittadina di provincia in cui vive: una ragazza ha aperto il fuoco nel corridoio della scuola, uccidendo il preside e ferendo una compagna.
Per Charlie è come precipitare in un incubo. E non solo perché il primo testimone ad arrivare sulla scena del crimine è lei. Ciò che è accaduto l'ha colpita profondamente, spingendola a convincere il padre a occuparsi del caso. Ma l'ha anche riportata indietro nel tempo, a quel passato cui si illudeva di essere sfuggita.
Perché ciò che ha nascosto per quasi trent'anni si rifiuta di rimanere sepolto...

Questo ebook contiene un estratto di La ragazza dimenticata, il nuovo romanzo di Karin Slaughter.
Pubblicato:
9 nov 2017
ISBN:
9788858974421
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Autrice regolarmente ai primi posti nelle classifiche di tutto il mondo, è considerata una delle regine del crime internazionale. I suoi quindici romanzi, che sono stati tradotti in trentatré lingue e hanno venduto più di 30 milioni di copie, comprendono la fortunata serie che per protagonista Wil Trent, L'orlo del baratro, che ha ricevuto una nomination al prestigioso Edgar Award, e Quelle belle ragazze, il suo primo thriller psicologico. Nata in Georgia, attualmente vive ad Atalanta.


Correlato a La figlia modello

Libri correlati

Articoli correlati

Categorie correlate

Anteprima del libro

La figlia modello - Karin Slaughter

GIOVEDÌ, 16 MARZO 1989

COSA ACCADDE A SAMANTHA

Samantha Quinn sentì mille pungiglioni affondarle nelle gambe mentre correva lungo il vialetto desolato che conduceva alla fattoria. Il suono delle scarpe da ginnastica che colpivano il terreno rispecchiava i battiti veloci del suo cuore. Il sudore le aveva trasformato la coda di cavallo in una corda spessa che le sferzava le spalle e le ossa sottili delle caviglie sembravano sul punto di spezzarsi.

Corse con foga ancora maggiore, mandando giù a forza l’aria secca, lanciandosi in volata nel dolore.

Più avanti, Charlotte era ferma all’ombra della loro madre. Un’ombra che aveva sempre oscurato tutti. Gamma Quinn si elevava possente, con i suoi vivaci occhi azzurri, i capelli scuri e corti, la pelle bianca come il latte e una lingua tagliente che trovava sempre il modo di infliggere piccole e dolorose ferite nei punti più fastidiosi. Anche da così lontano, Samantha riusciva a scorgere la linea sottile delle labbra di Gamma, tese in una smorfia di disapprovazione mentre fissava il cronometro che aveva in mano.

Samantha sentiva risuonare nella sua testa il ticchettio dei secondi che passavano. Si costrinse a correre ancora più veloce. I tendini delle gambe lanciarono un lamento acuto. I pungiglioni si spostarono nei polmoni. La bacchetta di plastica divenne scivolosa nella sua mano.

Venti metri. Quindici. Dieci.

Charlotte si mise in posizione, voltando le spalle a Samantha e puntando lo sguardo dritto davanti a sé, poi cominciò a correre. Senza guardare, distese il braccio destro all’indietro, aspettando di sentire la staffetta nel palmo per poter scattare in avanti.

Era il passaggio alla cieca. Una consegna del testimone che richiedeva fiducia e coordinazione, e al momento nessuna di loro due si stava dimostrando all’altezza della situazione, nonostante i numerosi tentativi fatti nell’ultima ora. Charlotte esitò e guardò indietro. Samantha si lanciò in avanti. Il testimone di plastica scivolò sul polso di Charlotte, ripassando sulla stessa striscia di pelle graffiata che aveva segnato le venti volte precedenti.

Charlotte gridò. Samantha inciampò. Il testimone cadde a terra e Gamma lanciò un’imprecazione.

«Per me basta così.» Gamma si infilò il cronometro nel taschino della tuta. Si diresse a casa a passi decisi, le piante dei piedi nudi scorticate dalle erbacce del giardino incolto.

Charlotte si massaggiò il polso. «Stronza.»

«Cretina.» Samantha cercò di far entrare a forza dell’aria nei polmoni affaticati. «Non dovevi voltarti.»

«E tu non dovevi spaccarmi il braccio.»

«Si chiama passaggio alla cieca, non passaggio alla cacasotto.»

La porta della cucina si chiuse sbattendo. Entrambe guardarono la fattoria vecchia di un secolo, un monumento cadente e disordinato ai tempi che avevano preceduto l’avvento delle lauree in architettura e delle concessioni edilizie. Nemmeno la luce del tramonto riusciva a addolcirne gli angoli bizzarri. Negli anni l’edificio non aveva ricevuto alcuna cura, se non qualche imbiancata necessaria. Alle finestre dalle venature profonde erano appese logore tende di pizzo. La porta d’ingresso era di un grigio sbiadito, come un relitto rimasto esposto per centinaia di anni all’alba della Georgia del Nord. La linea del tetto era imbarcata, una manifestazione fisica del peso che quella casa era costretta a sopportare da quando la famiglia Quinn vi si era trasferita.

A separare Samantha dalla sua sorellina tredicenne c’erano due anni e una vita di battibecchi, eppure in quel momento lei aveva la certezza che stavano pensando la stessa cosa: Voglio tornare a casa.

Casa era un ranch di mattoni rossi che sorgeva più vicino alla città. Casa erano le camerette in cui avevano sempre dormito, che loro due avevano decorato con poster e adesivi, e nel caso di Charlotte anche con un pennarello indelebile. Casa aveva un giardino di forma quadrata, ben curato, e non zolle di terriccio brullo e smosso dalle galline che raspavano tutto il santo giorno, e un vialetto lungo cinquanta metri in modo da poter vedere chi stava per arrivare.

Ma nessuno di loro aveva visto chi stava per arrivare, quando erano nella casa di mattoni rossi.

Erano passati solo otto giorni da quando le loro vite erano state distrutte, ma sembrava un’eternità. Quella sera, Gamma, Samantha e Charlotte erano andate a piedi alla scuola per le gare di atletica. Il padre era al lavoro, perché Rusty era sempre al lavoro.

Qualche ora dopo, un vicino di casa ricordava di aver visto passare lungo la strada una macchina nera che non aveva riconosciuto, ma nessuno aveva visto la molotov sfondare la finestra ad arco del ranch. Nessuno aveva visto il fumo che si levava dai cornicioni o le fiamme che lambivano il tetto. Quando era stato lanciato l’allarme, la casa di mattoni rossi era ormai ridotta a un ammasso di cenere.

Vestiti, poster, diari, pupazzi di peluche, compiti, libri, due pesci rossi, dentini da latte caduti, soldi avuti in dono per il compleanno, rossetti trafugati, sigarette nascoste, foto del matrimonio, foto di loro due da piccole, una giacca di pelle di un ragazzo, una lettera d’amore dello stesso ragazzo, audiocassette piene di canzoni, cd, un computer, un televisore, la casa stessa.

«Charlie!» Gamma era sul portico davanti alla porta della cucina, le mani sui fianchi. «Vieni ad apparecchiare la tavola.»

Charlotte si rivolse a Samantha e disse: «Ultima parola!», poi corse verso casa.

«Cretina» borbottò lei. Dichiarare ultima parola non significava averla.

Si diresse con lentezza esasperata verso casa, le gambe rigide, perché non era lei l’idiota incapace di allungare un braccio all’indietro e aspettare che il testimone le venisse messo in mano. Non capiva perché Charlotte non fosse in grado di imparare qualcosa di semplice come la consegna.

Samantha lasciò scarpe e calzini sul portico, accanto a quelli di sua sorella. In casa l’aria era stantia, immobile. Priva di amore, si disse quando superò la porta. Il vecchio inquilino, uno scapolo novantaseienne, era morto l’anno prima nella camera da letto al piano di sotto. Un amico di Rusty aveva permesso loro di vivere alla fattoria in attesa che l’assicurazione chiudesse la pratica. Sempre se la loro pratica poteva essere chiusa. In effetti erano sorte delle complicazioni, perché sembrava che quell’incendio doloso avesse qualcosa a che fare col lavoro di Rusty.

La giuria popolare aveva già espresso un verdetto, e forse per quello il proprietario del motel in cui si erano trasferiti la settimana precedente aveva chiesto loro di trovare un’altra sistemazione.

Samantha sbatté la porta della cucina, perché era l’unico modo per avere la certezza che si chiudesse. Sul fornello color verde oliva c’era una pentola piena d’acqua, e sul bancone di laminato marrone una scatola di spaghetti. La cucina era mal ventilata, umida, la stanza più priva d’amore di tutta la casa. Nessun oggetto presente lì dentro era coordinato con gli altri. Il frigorifero d’epoca scoreggiava ogni volta che si apriva lo sportello, intorno al tavolo di legno truciolato c’erano sedie così spaiate da risultare imbarazzanti, il secchio sotto il lavello tremava come se fosse dotato di una volontà propria e sull’intonaco dei muri storti erano rimaste delle chiazze più chiare nei punti in cui un tempo erano state appese delle vecchie foto.

Charlotte fece la linguaccia alla sorella mentre lanciava sul tavolo dei piatti di carta. Samantha prese una forchetta di plastica e gliela tirò in faccia.

Charlotte sussultò, ma non per l’offesa. «Porca vacca, è stato fichissimo!» La forchetta aveva roteato in aria con grazia ed era andata a infilarsi esattamente tra le sue labbra. L’afferrò e la porse a Samantha. «Se riesci a farlo di nuovo, i piatti li lavo io.»

«Se riesci a lanciarmela in bocca almeno una volta, io li laverò per una settimana.»

Charlotte chiuse un occhio e prese la mira. Samantha cercava di non riflettere su quanto fosse stato sciocco chiedere a sua sorella di tirarle una forchetta in faccia, ma proprio in quel momento Gamma arrivò con una grossa scatola di cartone tra le mani.

«Charlie, non lanciare posate a tua sorella. Sam, aiutami a cercare quella padella che ho comprato l’altro giorno.» Posò la scatola sul tavolo. Sopra c’era scritto TUTTO A 1 $. In casa erano disseminate decine di scatole mezze aperte. Avevano creato un labirinto nelle stanze e nel corridoio, ed erano colme di merce di negozi di seconda mano che Gamma aveva acquistato per pochi spiccioli.

«Pensate ai soldi che stiamo risparmiando» aveva dichiarato Gamma, mentre si provava una maglietta scolorita di Enid Strict, meglio nota come The Church Lady, con su scritto il tormentone: WELL, ISN’T THAT SPE-CIAL?

Almeno a Samantha pareva ci fosse scritta quella frase. Era troppo impegnata a nascondersi in un angolo insieme a Charlotte, umiliata al pensiero che la loro madre volesse mandarle in giro con addosso vestiti appartenuti ad altre persone. Calzini usati. Perfino biancheria intima usata, finché, grazie al cielo, Rusty aveva puntato i piedi.

«Santo cielo» aveva gridato a Gamma. «Perché non ci cuci addosso dei sacchi di iuta?»

E Gamma aveva sibilato: «E così ora pretendi anche che impari a cucire?».

I suoi genitori litigavano sulle novità perché non era rimasto più niente della vita di prima su cui litigare. La collezione di pipe di Rusty, i suoi cappelli, i suoi manuali di giurisprudenza impolverati sparsi per tutta casa. Le riviste e i documenti di ricerca di Gamma segnati con linee rosse, cerchi e annotazioni, le sue scarpe Keds lasciate accanto alla porta di casa. Gli aquiloni di Charlotte, le mollette per i capelli di Samantha. La padella della madre di Rusty non c’era più, così come la pentola verde per la cottura lenta che Gamma e Rusty avevano ricevuto in dono per il matrimonio, il tostapane che mandava odore di bruciato, l’orologio della cucina a forma di gufo con gli occhi che andavano a destra e a sinistra, i ganci cui appendevano le giacche, la parete cui erano attaccati quei ganci e perfino la station wagon di Gamma, che ora si ergeva come lo scheletro di un dinosauro nella caverna annerita che un tempo era stato il garage.

La fattoria aveva cinque sedie traballanti che erano rimaste invendute durante la svendita dei beni del vecchio contadino solitario, un tavolo da pranzo troppo dozzinale per essere definito d’epoca e un largo armadio a specchiera incastrato in una nicchia. Gamma aveva detto che sarebbe stato necessario pagare Tom Robinson per portarlo via.

Non c’era niente appeso nell’armadio, niente nei cassetti della stanza che fungeva da magazzino, niente sugli alti scaffali della dispensa.

Si erano trasferiti nella fattoria da due giorni, ma non avevano aperto quasi nessuna scatola. Il corridoio che partiva dalla cucina era ingombro di contenitori mal etichettati e sacchetti di carta marrone che non potevano essere svuotati finché gli armadi non fossero stati puliti, e gli armadi non sarebbero stati puliti finché Gamma non avesse costretto le figlie a farlo. Al piano di sopra, i materassi erano appoggiati direttamente a terra. Delle casse rovesciate fungevano da comodini e sopra c’erano due lampade da lettura per i libri presi in prestito alla biblioteca pubblica di Pikeville.

Samantha e Charlotte lavavano a mano tutte le sere i pantaloncini da corsa, i reggiseni sportivi, i calzini e le magliette di Lady Rebels Track & Field perché erano tra i pochi, preziosi beni che erano scampati alle fiamme.

«Sam.» Gamma indicò il condizionatore incassato nella finestra. «Accendi quel coso, facciamo muovere un po’ l’aria, qui dentro.»

Samantha scrutò la grossa scatola metallica e alla fine trovò il tasto d’accensione. I motori ronzarono. Dell’aria fredda, mista a un sentore di pollo fritto, cominciò a passare sibilando per la ventola. Sam guardò fuori dalla finestra, verso il cortile laterale. Accanto al fienile semidistrutto c’era un trattore arrugginito e poco più in là un attrezzo agricolo indefinito giaceva mezzo sepolto nel terreno. La Chevette di suo padre era ricoperta di sporcizia, ma almeno non si era squagliata sul pavimento del garage come la station wagon di sua madre.

«A che ora dobbiamo andare a prendere papà al lavoro?»

«Si farà dare un passaggio da qualcuno al tribunale.» Gamma lanciò un’occhiata a Charlotte, che fischiettava allegra cercando di piegare un piatto di carta per trasformarlo in un aereo. «Ha quel caso.»

Quel caso.

Quelle parole le risuonarono in testa. Suo padre aveva sempre un caso, e c’era sempre qualcuno che lo odiava per questo. Non esisteva un solo presunto criminale dei bassifondi di Pikeville, in Georgia, di cui Rusty Quinn non fosse pronto ad assumere la difesa. Spacciatori, stupratori, assassini, scassinatori, ladri d’auto, pedofili, rapitori, rapinatori di banche. I loro fascicoli erano come romanzi pulp, tutti con lo stesso finale agghiacciante. In città Rusty veniva chiamato l’avvocato dei dannati, lo stesso soprannome che era stato dato a Clarence Darrow, anche se per quel che ne sapeva Samantha nessuno aveva mai dato fuoco alla casa di Darrow per aver salvato un assassino dal braccio della morte.

Era stata quella la causa dell’incendio.

Ezekiel Whitaker, un nero dichiarato ingiustamente colpevole dell’omicidio di una donna bianca, era uscito di prigione lo stesso giorno in cui una bottiglia piena di kerosene aveva sfondato la finestra ad arco dell’abitazione dei Quinn. E per rendere ancora più chiaro il messaggio, il piromane aveva scritto con la vernice spray COCCOLANEGRI all’imboccatura del vialetto di casa.

In quel periodo, invece, Rusty stava difendendo un uomo accusato di aver rapito e violentato una ragazza di diciannove anni. Uomo bianco, ragazza bianca, eppure gli animi si stavano scaldando parecchio perché l’uomo veniva da una famiglia di basso rango, mentre la ragazza da una molto rispettabile. Rusty e Gamma non ne avevano mai discusso apertamente, ma i dettagli del caso erano così raccapriccianti che i pettegolezzi che giravano in città erano passati da sotto la porta di casa e si erano mescolati nei condotti d’aerazione, giungendo alle loro orecchie come bisbigli notturni, quando loro due cercavano di prendere sonno.

Penetrazione con corpo estraneo.

Sequestro di persona.

Crimini contro natura.

Tra i documenti di Rusty c’erano fotografie che perfino quella ficcanaso di Charlotte preferiva non andare a cercare: alcune ritraevano la ragazza impiccata nel fienile accanto alla casa della sua famiglia. Dopo i traumi che aveva subito, non era più riuscita ad andare avanti e si era tolta la vita.

Samantha andava a scuola con il fratello della ragazza. Aveva due anni più di lei, ma sapeva bene chi era suo padre. Lo sapevano tutti, del resto. Per Samantha percorrere il corridoio del liceo, con gli armadietti allineati lungo le pareti, era come attraversare la casa di mattoni rossi mentre le fiamme le bruciavano la pelle.

Il fuoco non le aveva tolto solo la camera da letto, i vestiti e i rossetti rubacchiati. Samantha aveva perso anche il ragazzo a cui apparteneva la giacca di pelle, gli amici che la invitavano alle feste, al cinema e a dormire da loro. Perfino l’adorato istruttore di atletica che la allenava fin dalla quinta elementare aveva cominciato ad accampare scuse sostenendo di non avere più tempo per lei.

Gamma aveva detto al preside che avrebbe tenuto le ragazze a casa da scuola e dagli allenamenti per farsi aiutare a disfare gli scatoloni, ma Samantha sapeva che era perché dal giorno dell’incendio Charlotte era tornata a casa in lacrime ogni pomeriggio.

«E va bene, cazzo.» Gamma chiuse la scatola di cartone, abbandonando la ricerca della padella. «Spero che a voi ragazze non dispiaccia mangiare vegetariano, stasera.»

A nessuna delle due dispiaceva, perché non aveva alcuna importanza. Gamma era una cuoca tanto intraprendente quanto atroce. Detestava le ricette e dimostrava un’aperta ostilità nei confronti delle spezie. Come un gatto selvatico, rizzava i peli di fronte a qualsiasi tentativo di essere addomesticata.

Harriet Quinn non veniva chiamata Gamma per l’incapacità di un bambino precoce di pronunciare la parola mamma, ma perché aveva conseguito due dottorati, uno in fisica e l’altro in una materia altrettanto complessa che Samantha non riusciva mai a ricordare ma che, dovendo tirare a indovinare, aveva a che fare con i raggi gamma. Sua madre aveva lavorato per la NASA, poi si era trasferita a Chicago per lavorare al Fermilab prima di fare ritorno a Pikeville per occuparsi dei genitori in fin di vita. Se anche esisteva una storia romantica che spiegasse come Gamma avesse abbandonato una promettente carriera scientifica per sposare un avvocato di una piccola città, Samantha non l’aveva mai sentita raccontare.

«Mamma.» Charlotte si accasciò sul tavolo, prendendosi la testa tra le mani. «Mi fa male lo stomaco.»

«Non hai dei compiti da fare?»

«Chimica.» Sollevò lo sguardo. «Mi aiuteresti?»

«Non è astrofisica.» Gamma gettò gli spaghetti nella pentola piena d’acqua fredda sul fornello, poi girò la manopola per accendere il fuoco.

Charlotte incrociò le braccia. «Stai dicendo che siccome non è astrofisica dovrei riuscire a capirci qualcosa da sola oppure che siccome non è astrofisica, che è l’unica materia scientifica che conosci, non sei in grado di aiutarmi?»

«Nella tua frase ci sono troppe congiunzioni.» Gamma prese un fiammifero per accendere il gas. Un fruscio improvviso strinò l’aria. «Vai a lavarti le mani.»

«Mi sembrava una domanda valida.»

«Fila.»

Charlotte fece un sospiro teatrale, si alzò dal tavolo e percorse saltellando il lungo corridoio. Samantha sentì una porta che si apriva e si chiudeva, poi un’altra.

«Razzo!» ruggì Charlotte.

Nel corridoio c’erano cinque porte, nessuna delle quali seguiva una disposizione sensata. Una portava alla terrificante cantina, un’altra alla nicchia con l’armadio, una di quelle centrali per qualche strano motivo conduceva alla minuscola camera da letto in cui era morto il vecchio contadino, e un’altra era quella della dispensa. La porta restante era quella del bagno e nessuno di loro riusciva mai a ricordare quale fosse.

«Trovato!» gridò Charlotte, come se tutti stessero aspettando sue notizie con ansia.

«A parte la grammatica, un giorno sarà un bravo avvocato. Almeno spero. Farsi pagare per litigare è l’unico sistema grazie al quale vedrà il becco di un quattrino» commentò Gamma.

Samantha sorrise al pensiero della sua sorellina caotica e disorganizzata con addosso un tailleur e la ventiquattrore in mano. «E io cosa diventerò?»

«Tutto quello che vuoi, ragazza mia, basta che non resti qui.»

Negli ultimi tempi quell’idea tornava a galla sempre più spesso: Gamma desiderava che Samantha si trasferisse, che andasse via, che facesse qualsiasi cosa tranne ciò che facevano le donne in quella cittadina.

Gamma non si era mai trovata bene con le altre madri di Pikeville, neanche prima che il lavoro di Rusty li trasformasse in dei reietti. Vicini di casa, insegnanti, semplici passanti, tutti avevano un’opinione precisa su Gamma Quinn, e raramente era positiva. Era troppo intelligente, era una donna difficile, non sapeva tenere la bocca chiusa, si rifiutava di ambientarsi.

Quando Samantha era piccola, Gamma aveva preso l’abitudine di andare a correre. Come sempre le capitava, si era data all’atletica prima che fosse di moda, correndo maratone nei fine settimana, seguendo i corsi in videocassetta di Jane Fonda davanti alla tv. Ma non erano le sue doti fisiche a infastidire la gente. Era impossibile batterla a scacchi, a Trivial Pursuit e perfino a Monopoli. Conosceva tutte le risposte di Jeopardy!, sapeva distinguere un’apposizione del soggetto da un aggettivo, non sopportava la disinformazione, disprezzava i culti organizzati, e nelle occasioni sociali aveva la strana abitudine di tirar fuori argomenti bizzarri.

Sai che i panda hanno le ossa dei polsi ipertrofiche?

Sai che le capesante hanno delle file di occhi lungo il mantello?

Sai che il granito all’interno del Grand Central Terminal di New York emette una quantità di radiazioni maggiore di quella ritenuta accettabile per una centrale nucleare?

Se Gamma fosse felice, soddisfatta della propria vita, contenta delle sue figlie o se amasse suo marito erano informazioni sporadiche e sconnesse nel puzzle da milioni di pezzi che era quella donna.

«Perché tua sorella ci mette tanto?»

Samantha si tirò indietro con la sedia e diede uno sguardo nel corridoio. Tutte le cinque porte erano ancora chiuse. «Magari è finita giù nel gabinetto quando ha tirato l’acqua.»

«In una di quelle scatole c’è uno sturalavandini.»

Squillò il telefono, il trillo netto di un campanello all’interno di un apparecchio a disco d’altri tempi agganciato alla parete. Nella casa di mattoni rossi avevano un cordless e una segreteria telefonica per filtrare le chiamate in arrivo. Samantha aveva sentito per la prima volta la parola cazzo proprio alla segreteria. Era con la sua amica Gail, che abitava di fronte a loro. Il telefono stava squillando quando erano entrate in casa, ma Sam non aveva fatto in tempo a rispondere, così l’apparecchio aveva fatto gli onori di casa.

«Rusty Quinn, ti spacco il culo, amico. Capito? Ti ammazzerò, cazzo, stuprerò tua moglie e scuoierò le tue figlie come si fa coi cervi, maledetto buonista di merda

Il telefono squillò per la quarta volta, poi la quinta.

«Sam» fece Gamma in tono deciso, «non permettere che sia Charlie a rispondere.»

Lei si alzò da tavola, evitando di ribattere. Perché, se rispondo io invece va bene? avrebbe voluto dire a sua madre. Sollevò la cornetta e se la portò all’orecchio, e d’istinto abbassò il mento, serrando la mascella, pronta a ricevere un pugno. «Pronto?»

«Ehilà, Sammy-Sam. Passami la mamma.»

«Papà.» Disse il suo nome sospirando, ma poi vide Gamma scuotere la testa. «È appena andata a fare il bagno.» Si rese conto solo troppo tardi di aver usato la stessa scusa anche qualche ora prima. «Vuoi che le dica di chiamarti?»

«Mi sembra che tua madre sia un po’ troppo attenta all’igiene, ultimamente» commentò Rusty.

«Intendi da quando la nostra casa è andata a fuoco?» Le parole le uscirono di bocca senza che riuscisse a trattenerle. L’agente assicurativo della Pikeville Fire and Casualty non era l’unico a pensare che la colpa dell’incendio fosse in qualche modo di Rusty.

Lui ridacchiò. «Be’, apprezzo che tu sia riuscita a non sfogarti per tanto tempo.» Si sentì lo scatto del suo accendino. A quanto pareva, suo padre aveva dimenticato di aver giurato su una pila di Bibbie che avrebbe smesso di fumare. «Ascoltami, tesoro, quando mamma uscirà dalla vasca, dille che chiederò allo sceriffo di mandare lì una macchina.»

«Lo sceriffo?» Samantha cercò di nascondere il terrore che provava, ma sua madre continuava a darle le spalle. «Che cos’è successo?»

«Non è successo niente, tesoro. È solo che non hanno ancora preso il vecchio cattivaccio che ha dato fuoco alla casa, oggi è stato liberato un altro uomo innocente e c’è chi non ha gradito nemmeno questo.»

«Parli dell’uomo che ha violentato la ragazza che si è suicidata?»

«Le uniche persone che sanno cosa sia successo a quella ragazza sono lei stessa, chiunque sia l’autore del crimine e il buon Dio. Non credo di essere uno di loro e sono dell’idea che non dovresti pensarlo nemmeno tu.»

Samantha non sopportava quando suo padre assumeva quel tono da avvocato di campagna che pronuncia l’arringa finale. «Papà, si è impiccata in un fienile. È un fatto innegabile.»

«Perché la mia vita deve essere piena di donne cocciute?» Rusty posò una mano sul ricevitore e parlò con qualcun altro. Samantha sentì la risata roca di una donna. Lenore, la segretaria di suo padre. Gamma non l’aveva mai potuta sopportare.

«Okay» fece Rusty tornando a parlare con lei. «Tesoro, sei ancora lì?»

«E dove dovrei essere?»

«Riaggancia» disse Gamma.

«Piccola.» Rusty espirò del fumo. «Dimmi cosa devo fare per sistemare le cose, e lo farò all’istante.»

Era un vecchio trucco da avvocato: scaricare la responsabilità del problema addosso a un’altra persona. «Papà, io…»

Gamma sbatté le dita sul gancio, ponendo fine alla chiamata.

«Mamma, stavamo parlando.»

Le dita di sua madre restarono ferme sul telefono. Invece di darle una spiegazione, disse: «Rifletti sul significato della parola riaggancia». Tolse la cornetta di mano a Samantha e la sistemò al suo posto. «Come ben sai il gancio è una levetta che, liberata dal peso che la schiaccia, attiva il circuito, in modo tale che si possa effettuare o ricevere una chiamata.»

«Lo sceriffo ci sta mandando una macchina» disse Samantha. «Cioè, papà glielo chiederà.»

Gamma sembrava scettica. Lo sceriffo non amava affatto la loro famiglia. «Devi lavarti le mani prima di cenare.»

Samantha sapeva che non aveva senso cercare di approfondire l’argomento, a meno che non desiderasse che sua madre andasse a prendere un cacciavite per aprire il telefono e spiegarle il funzionamento dei circuiti, cosa che era già accaduta in passato con innumerevoli altri piccoli elettrodomestici. Gamma era l’unica madre del quartiere in grado di fare da sola il cambio dell’olio della macchina.

Anche se ormai non vivevano più in un quartiere.

In corridoio, Samantha inciampò in una scatola. Si afferrò le dita del piede, stringendole come per strizzare via il dolore, e zoppicò fino al bagno. Incrociò sua sorella, che le diede un pugno su un braccio perché era la tipica cosa che divertiva Charlotte.

La piccola peste aveva chiuso la porta, quindi Samantha non riuscì subito a individuare quella del bagno. Il water era basso, perché era stato installato molto tempo prima, quando la statura delle persone era minore. La doccia consisteva in un’unità ad angolo con del muschio scuro che cresceva tra le fughe delle mattonelle. Nel lavandino c’era un martello a sfera che aveva lasciato dei segni di ghisa neri perché era lì da moltissimo tempo. Era stata Gamma a indovinare il motivo della sua presenza. Il rubinetto era così vecchio e arrugginito che bisognava colpire con forza la manopola per impedire che gocciolasse.

«Lo sistemerò nel weekend» aveva detto, fissando poi una ricompensa per se stessa alla fine di quella che senza dubbio sarebbe stata una settimana intensa.

Come al solito, Charlotte aveva lasciato un disastro nel piccolo bagno. C’erano pozze d’acqua sul pavimento e schizzi sullo specchio. Perfino il sedile del water era bagnato. Samantha fece per prendere i fazzoletti di carta dalla mensola, ma poi cambiò idea. La fattoria era stata considerata una soluzione temporanea fin dal primo istante, ma ora che suo padre aveva praticamente detto che avrebbe mandato qualcuno a presidiarla perché forse avrebbero dato fuoco anche a quella, pulire le sembrava uno spreco di tempo.

«Cena!» chiamò Gamma dalla cucina.

Samantha si sciacquò il viso. Sentiva i capelli pieni di sabbia. Aveva delle strisce rosse intorno ai polpacci e alle braccia, dove l’argilla si era mescolata al sudore. Aveva voglia di fare un bagno caldo, ma c’era una sola vasca in tutta la casa, di quelle con i piedini e un anello marrone scuro vicino al bordo, eredità del vecchio contadino che per decenni aveva lavato via la terra dalla sua pelle immergendosi lì dentro. Nemmeno Charlotte era disposta a entrare in quella vasca, e lei era una vera sudiciona.

«Qui dentro è troppo triste» aveva commentato sua sorella mentre usciva arretrando dal bagno al piano di sopra.

La vasca non era l’unica cosa che Charlotte trovava angosciante. C’era anche la cantina, umida e spaventosa. Poi c’erano la soffitta piena di pipistrelli, le porte degli armadi che scricchiolavano, la camera in cui era morto il vecchio contadino.

Nell’ultimo cassetto dell’armadio a specchio c’era una foto di quell’uomo. L’avevano trovata quella mattina, mentre facevano finta di pulire, e nessuna delle due aveva avuto il coraggio di toccarla. Avevano fissato il viso malinconico e rotondo del contadino e avevano provato un senso di inquietudine, anche se la fotografia era solo una tipica scena del periodo della Depressione, con un trattore e un mulo. Samantha non riusciva a togliersi dalla testa l’immagine dei denti gialli dell’uomo, anche se non capiva come fosse possibile vedere del giallo in una foto in bianco e nero.

«Sam?» Gamma era sulla soglia del bagno e guardava il loro riflesso nello specchio.

Nessuno le aveva mai prese per sorelle, ma non c’era dubbio che fossero madre e figlia. Avevano la stessa linea netta del mento e gli zigomi alti, le sopracciglia che formavano un arco perfetto, e che quasi tutti scambiavano per una perenne espressione distaccata. Gamma non era bella, ma colpiva, con i suoi capelli scuri, quasi neri, e gli occhi azzurri che scintillavano di gioia quando trovava qualcosa di particolarmente assurdo o divertente. Samantha era abbastanza grande da ricordare che c’era stato un tempo in cui sua madre prendeva la vita in modo molto meno serio.

«Stai sprecando acqua» le disse.

Samantha chiuse il rubinetto con il piccolo martello che poi rimise nel lavandino. Sentì il rumore di un’auto che avanzava sul vialetto. Doveva essere l’uomo mandato dallo sceriffo, il che era sorprendente, dato che Rusty non manteneva quasi mai la parola.

Gamma si mise alle sue spalle. «Sei ancora triste per Peter?»

Il ragazzo la cui giacca di pelle era bruciata nell’incendio, quello che una volta le aveva scritto una lettera d’amore ma che adesso non la guardava più negli occhi quando si incrociavano nei corridoi della scuola.

«Sei carina, lo sai, vero?» aggiunse Gamma.

Samantha vide le proprie guance arrossarsi nello specchio.

«Molto più carina di quanto io sia mai stata.» Le accarezzò i capelli con le dita, tirandoli indietro. «Vorrei tanto che mia madre fosse vissuta abbastanza a lungo per conoscerti.»

Samantha non sentiva quasi mai parlare dei suoi nonni. Da quel che aveva intuito, non avevano perdonato a Gamma di averli abbandonati per andare al college. «Com’era la nonna?»

Lei sorrise, ma fece fatica a mantenere quell’espressione. «Molto simile a Charlie. Intelligentissima, inesorabilmente allegra, sempre impegnata a fare qualcosa. Piaceva a tutti.» Scosse il capo. Nonostante i numerosi titoli di studio, Gamma non era mai riuscita a fare sua la scienza del piacere al prossimo. «Le erano venuti i capelli grigi già prima dei trent’anni; una volta mi disse che dipendeva dal fatto che il suo cervello lavorava troppo, ma come sai bene anche tu i capelli all’origine sono tutti bianchi. È la melanina che passa attraverso cellule specializzate chiamate melanociti a fornire i pigmenti ai bulbi piliferi.»

Samantha si appoggiò all’indietro, tra le braccia di sua madre. Chiuse gli occhi, godendo della melodia familiare della voce di Gamma.

«Lo stress o gli ormoni possono risucchiare i pigmenti, ma all’epoca la sua vita era piuttosto semplice: era una madre, una moglie e un’insegnante alla scuola domenicale, quindi probabilmente nel suo caso il grigio era dovuto a un tratto genetico, e di conseguenza potrebbe accadere anche a te o a Charlie, oppure a entrambe.»

Samantha aprì gli occhi. «Tu non hai i capelli grigi.»

«Perché io vado dal parrucchiere a fare la tinta una volta al mese.» La sua risata si spense un po’ troppo in fretta. «Giurami che ti prenderai sempre cura di Charlie.»

«Charlotte sa badare a se stessa.»

«Dico sul serio, Sam.»

Il tono insistente di sua madre le diede un fremito. «Perché?»

«Perché sei sua sorella maggiore ed è compito tuo.» Afferrò entrambe le mani della figlia tra le sue, lo sguardo saldo nello specchio. «Stiamo passando un brutto periodo, piccola mia. Non voglio mentirti e dire che le cose andranno meglio. Charlie ha bisogno di sapere che può contare su di te. Devi metterle il testimone in mano con sicurezza, sempre, ovunque lei sia. La devi trovare. Non aspettarti che sia lei a trovare te.»

Samantha sentì la gola serrarsi. Sua madre stava parlando di qualcos’altro, qualcosa di più importante di una gara di staffetta. «Stai per andartene?»

«Ma certo che no» si stizzì Gamma. «Ti sto solo dicendo che devi essere una persona utile, Sam. Credevo avessi ormai superato la fase sciocca e teatrale dell’adolescenza.»

«Non sono…»

«Mamma!» gridò Charlotte.

Gamma fece voltare Samantha. Le posò le mani callose sulle guance. «Piccola, non vado da nessuna parte. Non riuscirai a liberarti facilmente di me.» Le diede un bacio sul naso. «Da’ un altro colpo a quel rubinetto prima di venire a tavola.»

«Mamma!» urlò ancora Charlotte.

«Santo cielo» si lamentò Gamma uscendo dal bagno. «Charlie Quinn, non gridare come una ragazzaccia di strada.»

Samantha prese il martelletto. Il sottile manico di legno era perennemente bagnato, come una spugna dura. La testa rotonda e arrugginita aveva lo stesso colore dell’argilla in giardino. Diede un colpo al rubinetto e aspettò, per avere la certezza che non gocciolasse.

«Samantha?» la chiamò Gamma.

Lei si accigliò. Si voltò verso la porta aperta. Sua madre non la chiamava mai usando il suo nome per esteso. Perfino Charlotte era costretta a sentirsi chiamare Charlie. Gamma sosteneva che un giorno gliene sarebbero state grate: lei stessa era riuscita a farsi riconoscere finanziamenti e a pubblicare molti più articoli firmandosi come Harry al posto di Harriet.

«Samantha.» Il tono di Gamma era freddo, come un avvertimento. «Per favore, assicurati che il rubinetto sia ben chiuso e vieni in cucina alla svelta.»

Samantha guardò di nuovo nello specchio, come se il suo riflesso potesse spiegarle cosa stava succedendo. Quello non era il modo in cui sua madre si rivolgeva alle figlie, nemmeno quando spiegava loro la differenza tra il manico e la levetta a molla della sua piastra per capelli.

Senza riflettere, Samantha avvolse le dita intorno al martelletto e si avviò in corridoio tenendolo dietro la schiena.

Le luci erano tutte accese. Il cielo, fuori, era diventato buio. Immaginò le sue scarpe da corsa accanto a quelle di Charlie sul portico della cucina, il testimone di plastica abbandonato da qualche parte in giardino. Sul tavolo c’erano piatti di carta, forchette e coltelli di plastica.

Si sentì un colpo di tosse profondo, forse di un uomo. O forse di Gamma, perché negli ultimi tempi era così che tossiva, come se il fumo dell’incendio in qualche modo le fosse penetrato nei polmoni.

Un altro colpo di tosse.

A Samantha si rizzarono i peli sulla nuca, in allerta.

La porta sul retro era dall’altra parte del corridoio, e il vetro smerigliato era circondato da un alone di luce soffusa. Si guardò dietro le spalle mentre continuava a camminare. Vedeva la maniglia. Immaginò di girarla, anche se si stava allontanando sempre di più. A ogni passo si chiese se era una sciocca o se invece avrebbe dovuto preoccuparsi sul serio. O magari si trattava solo di uno scherzo, perché sua madre adorava prendere in giro le figlie, per esempio incollando degli occhioni sul cartone del latte nel frigo oppure scrivendo Aiuto, sono intrappolato nella carta igienica all’interno di un rotolo.

C’era solo un telefono in casa, quello a disco in cucina.

La pistola di suo padre era nel cassetto della cucina.

I proiettili erano da qualche parte in uno scatolone.

Se avesse visto il martello, Charlotte si sarebbe messa a ridere. Samantha se lo infilò dentro i pantaloncini da corsa. Il metallo era freddo contro la schiena, la maniglia umida era come una lingua arrotolata. Sollevò la maglietta per nasconderlo mentre entrava in cucina.

Sentì il corpo irrigidirsi.

Non era uno scherzo.

C’erano due uomini in cucina. Mandavano odore di sudore, birra e nicotina. Indossavano guanti neri e passamontagna.

Samantha aprì la bocca, ma l’aria della cucina era densa come cotone e le serrò la gola.

Uno dei due uomini era alto. L’altro era più massiccio, più tozzo. Portava un paio di jeans e una maglietta nera, mentre quello alto aveva una maglietta scolorita di qualche concerto, dei jeans e un paio di scarpe da ginnastica blu alte alla caviglia con le stringhe rosse slacciate. Il più basso sembrava più pericoloso, ma era difficile capirlo, dato che l’unica cosa che Samantha riusciva a scorgere dietro i passamontagna erano le bocche e gli occhi.

Non che li guardasse negli occhi.

Scarpe Alte aveva un revolver.

Maglietta Nera aveva un fucile e lo teneva puntato alla testa di Gamma.

Sua madre aveva le mani sollevate. «È tutto a posto» disse a Samantha.

«Neanche per sogno.» Maglietta Nera aveva la voce roca e vibrante di un serpente a sonagli. «Chi altro c’è in casa?»

Gamma scosse la testa. «Nessuno.»

«Non raccontare balle, stronza.»

Si sentì tamburellare. Charlotte era seduta a tavola e tremava così forte che le gambe della sedia sbattevano sul pavimento come il becco di un picchio contro un albero.

Samantha lanciò uno sguardo verso il corridoio, verso la porta, verso l’alone di luce fioca.

«Vieni qui.» L’uomo con le scarpe da ginnastica blu fece cenno a Samantha di sedere accanto a Charlotte. Lei si mosse lentamente, piegando con attenzione le ginocchia, tenendo le mani sopra il tavolo. Il manico di legno del martello sbatté contro il sedile della sedia.

«Cos’è stato?» Gli occhi di Maglietta Nera scattarono verso di lei.

«Scusate» sussurrò Charlotte. Sul pavimento c’era una pozza di urina. Lei se ne stava a testa bassa, oscillando avanti e indietro. «Scusate, scusate, scusate.»

Samantha le prese la mano.

«Diteci cosa volete» fece Gamma. «Ve lo daremo, così ve ne potrete andare.»

«E se volessi quella?» Gli occhietti da rapace di Maglietta Nera si puntarono su Charlotte.

«Per favore» disse Gamma. «Farò tutto quel che volete. Tutto.»

«Proprio tutto tutto?» ripeté Maglietta Nera con un tono inequivocabile.

«No» intervenne Scarpe Alte. La sua voce sembrava più giovane, nervosa, o forse spaventata. «Non è per questo che siamo qui.» Il suo pomo d’Adamo si mosse sotto il passamontagna quando cercò di schiarirsi la voce. «Dov’è tuo marito?»

Negli occhi si Gamma si accese qualcosa. Collera. «È al lavoro.»

«E allora perché la sua macchina è qui davanti?»

«Abbiamo solo un’auto, perché…»

«Lo sceriffo…» Samantha ricacciò indietro quell’ultima parola, accorgendosi troppo tardi che non avrebbe dovuto dirla.

Maglietta Nera la fissò. «Che hai detto, ragazzina?»

Lei abbassò la testa. Charlotte le strinse forte la mano. Lo sceriffo aveva mandato un uomo, e sarebbe arrivato presto. Rusty le aveva assicurato che avrebbe mandato una macchina, ma d’altra parte Rusty diceva un sacco di cose che poi si rivelavano sbagliate.

«È solo spaventata. Perché non ci spostiamo nell’altra stanza? Possiamo parlarne, vedere cosa volete voi ragazzi» propose Gamma.

Samantha sentì qualcosa di duro colpirle il cranio. Sentì il sapore delle otturazioni che aveva nei denti. Le fischiarono le orecchie.

Il fucile. Quell’uomo le stava premendo il fucile contro la testa. «Stavi parlando dello sceriffo, ragazzina. Ti ho sentito.»

«Non è vero» intervenne Gamma. «Voleva solo…»

«Zitta!»

«Ma…»

«Ti ho detto di chiudere quella cazzo di bocca!»

Samantha sollevò lo sguardo mentre il fucile si voltava verso Gamma.

Sua madre distese le braccia, ma lentamente, come se cercasse di spingere le mani nella sabbia. All’improvviso tutti cominciarono a muoversi al rallentatore, spostandosi a scatti, come se i loro corpi fossero diventati d’argilla. Samantha osservò le dita di sua madre che si stringevano una dopo l’altra intorno al fucile a canne mozze, con le unghie ben curate, con un callo spesso sul pollice, nel punto in cui teneva la matita.

Si udì uno scatto quasi impercettibile.

La lancetta dei secondi di un orologio.

Una porta che si chiudeva.

Un percussore che sbatteva contro l’innesco della cartuccia di un fucile.

Forse Samantha sentì quello scatto, o forse intuì soltanto il suono, perché stava fissando Maglietta Nera nell’attimo in cui lui premette il grilletto.

Un’esplosione di rosso invase l’aria.

Il sangue arrivò fino al soffitto, si riversò sul pavimento. I filamenti caldi e rossastri dei tendini schizzarono sulla testa di Charlotte e sporcarono un lato del viso e del collo di Samantha.

Gamma cadde a terra.

Charlotte gridò.

Samantha sentì la bocca aprirsi, ma ogni suono rimase intrappolato nel suo petto. Non poteva muoversi. Le grida di Charlotte divennero un’eco lontana. Ogni cosa perse colore. Rimasero sospesi, in bianco e nero, come la foto del vecchio contadino. Del sangue nero era stato come nebulizzato sulla ventola del condizionatore bianco. Piccole chiazze scure punteggiavano il vetro della finestra. Fuori, il cielo della sera era scuro come il carbone, c’era solo la minuscola lucina di una stella lontana.

Samantha si toccò il collo con le dita. Granelli. Ossa. Altro sangue, perché tutto era ricoperto di sangue. Sentì una pulsazione nella gola: era il suo cuore o erano brandelli di quello di sua madre che battevano ancora sotto le sue mani tremanti?

Le urla di Charlotte aumentarono, trasformandosi nel suono lacerante di una sirena. Il sangue nero divenne rosso sulle dita di Samantha, la stanza grigia tornò a mostrare i suoi colori vividi, accecanti, mostruosi.

Morta. Gamma era morta. Non avrebbe mai più detto a Samantha di andare via da Pikeville, non l’avrebbe più sgridata per aver sbagliato una domanda semplice a un esame, per non essersi impegnata al massimo sulla pista, per non essere stata paziente con Charlotte, per non essersi dimostrata una persona utile agli altri.

Samantha sfregò le dita tra loro. Aveva in mano un pezzo di un dente di sua madre. Le risalì in bocca un fiotto di vomito. Era accecata dalle lacrime, il dolore le si riverberava dentro come se le stessero ruotando una forchetta nel corpo.

In un istante, il mondo era cambiato per sempre.

«Zitta!» Maglietta Nera diede a Charlotte uno schiaffo così forte che quasi la fece cadere dalla sedia. Samantha l’afferrò, aggrappandosi a lei. Tutte e due singhiozzavano, tremavano, gridavano. Non poteva essere vero. La loro mamma non poteva essere morta. Di sicuro tra poco avrebbe aperto gli occhi e incominciato a spiegare il funzionamento del sistema cardiovascolare mentre, con tutta calma, ricomponeva il suo corpo pezzo per pezzo.

Sapete che in media il cuore fa circolare nel corpo cinque litri di sangue al minuto?

«Gamma» mormorò Samantha. Il colpo di fucile le aveva squarciato il petto, il collo, il viso. La parte sinistra della mascella non c’era più, così come una porzione del cranio, del suo splendido, complesso cervello, del sopracciglio dalla curva che le dava quell’aria distaccata. Nessuno avrebbe più spiegato niente a Samantha. Nessuno si sarebbe più chiesto se avesse capito o no. «Gamma.»

«Cristo!» Scarpe Alte si dava dei colpi furiosi al petto, cercando di scrollarsi di dosso i pezzi di ossa e tessuti. «Cristo santo, Zach!»

Samantha si voltò di scatto.

Zachariah Culpepper.

Quelle due parole si accesero nella sua mente come un’insegna luminosa. Furto d’auto, crudeltà contro gli animali, atti osceni, comportamento inappropriato con un minore.

Charlotte non era l’unica a leggere i documenti dei casi di suo padre. Rusty Quinn aveva salvato Zach Culpepper da pene molto severe, e le fatture insolute di quell’uomo erano state una fonte costante di tensione tra lui e Gamma, soprattutto da quando la loro casa era stata distrutta dalle fiamme. Culpepper gli doveva oltre ventimila dollari, eppure Rusty non insisteva per farseli dare.

«Che cazzo!» A Zach non era sfuggito il fatto che Samantha l’avesse riconosciuto. «Cazzo!»

«Mamma…» Charlotte non si era resa conto che era cambiato tutto. Riusciva solo a fissare Gamma, tremando così tanto che le battevano i denti. «Mamma, mamma, mamma…»

«Va tutto bene.» Samantha cercò di accarezzare i capelli di sua sorella, ma le dita le restarono impigliate tra le ciocche intrise di sangue e ossa.

«Non va bene proprio un bel niente.» Zach si strappò via il passamontagna. Era un uomo dall’aria dura, con la pelle segnata dalle cicatrici dell’acne. Aveva degli schizzi rossi intorno alla bocca e agli occhi, dove la vampa di ritorno gli aveva sporcato il viso. «Porca puttana! Perché hai dovuto dire il mio nome?»

«N-non ho…» balbettò Scarpe Alte. «Scusa.»

«Non lo diremo a nessuno.» Samantha abbassò lo sguardo, come se potesse fingere di non averlo visto in faccia. «Non diremo niente, lo giuro.»

«Ragazzina, ho appena fatto esplodere la tua mamma. Pensi davvero che ne uscirete vive anche voi?»

«No» intervenne Scarpe Alte. «Non è per questo che siamo qui.»

«Io sono venuto a cancellare qualche debito, ragazzo.» Gli occhi grigi e spietati di Zach esplorarono la stanza ruotando come una mitragliatrice. «Adesso comincio a pensare che sia Rusty Quinn a dover pagare me.»

«No» fece Scarpe Alte. «Ti ho detto…»

Zach lo mise a tacere sbattendogli il fucile in faccia. «Mi sa che non stai cogliendo il quadro generale. Dobbiamo lasciare la città, e ci vuole un mucchio di soldi. Lo sanno tutti che Rusty Quinn tiene i contanti in casa.»

«La nostra casa è stata bruciata.» Samantha sentì le parole prima di rendersi conto che era stata lei a pronunciarle. «È bruciato tutto.»

«Cazzo!» urlò Zach. «Cazzo!» Afferrò Scarpe Alte per un braccio e lo trascinò nel corridoio. Tenne il fucile puntato verso le ragazze, il dito sul grilletto. Si sentì un mormorio concitato che Samantha distinse chiaramente, ma la sua mente si rifiutò di assegnare un significato alle parole.

«No!» Charlotte cadde a terra. «Non essere morta, mamma. Ti prego. Ti voglio bene. Ti voglio tanto bene.»

Samantha guardò verso il soffitto. C’erano delle linee rosse che si incrociavano sull’intonaco come stelle filanti. Le lacrime le scivolavano lungo il viso, inzuppando il colletto dell’unica maglietta che si era salvata dall’incendio. Lasciò che il dolore le attraversasse il corpo, poi lo allontanò da sé a forza. Gamma era morta. Erano sole in casa con il suo assassino, e l’uomo dello sceriffo non sarebbe mai arrivato.

Giurami che ti prenderai sempre cura di Charlie.

«Charlie, alzati.» Tirò sua sorella per un braccio, distogliendo lo sguardo perché non riusciva a guardare il petto dilaniato di Gamma, le costole spezzate che sbucavano come denti dal suo corpo.

Sai che i denti di squalo sono fatti di tartaro?

«Charlie, alzati» sussurrò ancora Sam.

«Non ce la faccio. Non posso lasciare…»

Sam sollevò di peso sua sorella sulla sedia. Premette la bocca contro l’orecchio di Charlie e le disse: «Quando puoi, corri». Parlò così piano che la voce si perse nella gola. «Non voltarti indietro. Corri e basta.»

«Cosa state dicendo, voi due?» Zach spinse il fucile contro la fronte di Sam. Il metallo scottava. C’erano pezzi di pelle bruciata di Gamma sulla canna. Ne sentì l’odore, che era come quello della carne alla griglia. «Che cosa le hai detto di fare? Di scappare? Di cercare di andarsene?»

Charlotte emise un rantolo, portandosi una mano alla bocca.

«Che cosa ti ha detto, bambolina?» chiese ancora Zach.

Il tono con cui si rivolse a sua sorella fece rovesciare lo stomaco di Sam.

«Andiamo, tesoro» riprese lui, facendo scorrere lo sguardo sul petto esile di Charlie, sulla vita sottile. «Non vogliamo essere amici?»

«S-smettila» balbettò Sam. Sudava, tremava. Come Charlie, stava per perdere il controllo della vescica. La canna rotonda del fucile era come un trapano che le affondava nel cranio.

Eppure trovò il coraggio di dire: «Lasciala stare».

«Stavo parlando con te, stronza?» Zach le premette l’arma contro la testa fino a farle sollevare il mento. «Eh?»

Sam strinse forte i pugni. Doveva fermarlo, doveva proteggere Charlie. «Lasciaci in pace, Zachariah Culpepper.» Restò sconvolta dal suo stesso coraggio. Era terrorizzata, ma ogni briciolo di paura era intriso di una collera irrefrenabile. Quell’uomo aveva assassinato sua madre e ora guardava sua sorella con lussuria. Aveva già detto che non sarebbero sopravvissute. Pensò al martello che aveva infilato nei pantaloncini, lo immaginò conficcato nel cranio di Zach. «So benissimo chi sei, pervertito del cazzo.»

Quell’appellativo lo fece trasalire. La rabbia gli distorse i lineamenti. Aumentò la stretta sul fucile, al punto che le nocche gli diventarono bianche, ma la sua voce era calma quando le disse: «Ti strapperò via le palpebre, così sarai costretta a guardare quando affetterò la fragolina di tua sorella con il coltello».

Lei piantò gli occhi nei suoi. Seguì un silenzio assordante. Sam non riusciva a distogliere lo sguardo. Il terrore le squarciava il cuore come la lama di un rasoio. In vita sua non aveva mai incontrato nessuno di una crudeltà tanto assoluta.

Charlie cominciò a piagnucolare.

«Zach» disse Scarpe Alte. «E dai, amico.» Aspettò. Tutti aspettarono. «Avevamo fatto un patto, no?»

Zach non si mosse. Nessuno si mosse.

«Avevamo fatto un patto» ripeté Scarpe Alte.

«Certo» fece Zach, rompendo il silenzio. Lasciò che Scarpe Alte prendesse il fucile dalle sue mani. «Un uomo vale tanto quanto la sua parola.»

Fece per voltarsi, ma poi cambiò idea. Allungò una mano di scatto, come una frusta, e afferrò il viso di Sam, stringendole il cranio come se fosse una palla, spingendola indietro così forte che la sedia cadde e lei andò a sbattere la testa contro il lavandino.

«Adesso pensi ancora che sia un pervertito?» Il palmo le schiacciava il naso, le dita le scavavano gli occhi come aghi incandescenti. «C’è qualcos’altro che vorresti dire su di me?»

Samantha aprì la bocca, ma non aveva fiato per gridare. Il dolore le devastava il viso mentre lui le affondava le unghie nelle palpebre. Afferrò il suo polso tozzo, cercò di colpirlo con un calcio alla cieca, di graffiarlo, di prenderlo a pugni, di fermare il dolore. Il sangue le scorreva lungo le guance. Le dita di Zach tremavano, mentre premevano così forte che Sam sentiva i bulbi oculari rientrare verso il cervello. Lui incurvò le dita, cercando di strapparle le palpebre, e Samantha sentì le unghie che le laceravano gli occhi.

«Fermati!» urlò Charlie. «Basta!»

La pressione si arrestò con la stessa rapidità con cui era iniziata.

«Sammy!» Il respiro di Charlie era caldo, terrorizzato. Toccò il viso di sua sorella. «Sam, guardami. Ci vedi? Ti prego, guardami!»

Sam cercò di dischiudere le palpebre con cautela. Erano lacere, quasi a brandelli. Le sembrava di guardare attraverso un velo di pizzo.

«Che cazzo è questo?» chiese Zach.

Il martello. Le era caduto dai pantaloncini.

Lui lo raccolse da terra, esaminò il manico di legno e lanciò uno sguardo significativo a Charlie. «Secondo te cosa potrei farci?»

«Basta!» Scarpe Alte afferrò il martello e lo lanciò

Hai raggiunto la fine di questa anteprima. per continuare a leggere!
Pagina 1 di 1

Recensioni

Cosa pensano gli utenti di La figlia modello

0
0 valutazioni / 0 Recensioni
Cosa ne pensi?
Valutazione: 0 su 5 stelle

Recensioni dei lettori