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4 a 3: Italia-Germania 1970, la partita del secolo
4 a 3: Italia-Germania 1970, la partita del secolo
4 a 3: Italia-Germania 1970, la partita del secolo
E-book184 pagine3 ore

4 a 3: Italia-Germania 1970, la partita del secolo

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Info su questo ebook

Il 17 giugno del 1970 ventidue giovani uomini scendono in campo pronti a sfidarsi per la semifinale di una Coppa del Mondo. Undici sono tedeschi, e godono dei favori del pronostico. Gli altri sono italiani e sono pronti a vendere cara la pelle. Non sanno ancora che stanno per dare vita a quella che sarà unanimemente definita "la partita del secolo". La partita, però, per 92 minuti, era stata abbastanza noiosa. L'Italia era passata in vantaggio e si era difesa. Quando vincitori e vinti erano pronti ad abbandonarsi a gioia o rimpianto, però, Karl-Heinz Schnellinger, un difensore tedesco che giocava in Italia, si era ritrovato, nel tentativo di avvicinarsi all'uscita in attesa del fischio finale, in una zona del campo per lui inusuale. E aveva segnato l'unico gol della sua carriera in nazionale. Sarebbero stati i supplementari. Cinque goal in trenta minuti. Continui ribaltamenti. Leggenda. Maurizio Crosetti, una delle penne sportive più amate d'Italia, racconta Italia Germania 4 a 3 partendo dalle vite dei ragazzi che quel giorno scesero in campo allo Stadio Azteca di Città del Messico.
La più bella partita di sempre raccontata 50 anni dopo. La cronaca di un pomeriggio memorabile.
LinguaItaliano
Data di uscita11 giu 2020
ISBN9788830514959
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    Anteprima del libro

    4 a 3 - Maurizio Crosetti

    ragione.

    1

    ENRICO ALBERTOSI

    Il colletto della sua maglia è come quello di uno scolaro. In terza elementare diventi grande e puoi portare i pompon blu sopra la polo, anch’essa blu, e i pantaloncini corti, ma in prima e in seconda c’è il grembiule. Prima mignìn, sconda gatìn. Nero per i maschi con il colletto bianco di plastica, bianco per le femmine con il colletto azzurro. Le femmine portano quasi tutte le trecce ed è divertente tirarle a quelle sedute nel banco davanti. Vanno di moda anche i codini, ma Cati e Rossella hanno la coda di cavallo bionda e lunga e sono bellissime.

    Enrico Albertosi ha i baffoni di un pistolero western e lo stesso sguardo: una faccia da duello. Si muove come un enorme gatto sfrontato. Trasmette un senso di distanza, eppure potrebbe essere il tuo amico del cortile. Non come Zoff: lui, al massimo, è il mio maestro Filonzi.

    La prima parata importante, dopo mezz’ora. Sinistro secco di Grabowski deviato da Bertini e questo cambia tutto, perché manda l’UFO su una traiettoria imprevista. Sono belli i telefilm degli UFO, a un certo punto l’oggetto volante non identificato sbuca su da terra o da qualche misterioso anfratto e volteggia come una trottola triangolare: la forma è identica al giocattolo su Topolino, una trottola di gomma dura, bicolore, che ha una punta come quella del trapano e se la fai ruotare forte non si ferma mai. Non cade, ed è divertente provare a bloccarla con un colpo deciso del polso, lei si flette (la mia è viola e nera), sembra sbandare e perdere il controllo ma poi si rialza, diventa un moribondo nel sussulto d’agonia, quell’illusione prima della morte. Chissà se anche nonna Tina sarà sembrata un po’ guarita prima di raggiungere nonno Tino. Lei, Augusta. Lui, Augusto. Tina e Tino. Decisamente in famiglia tendiamo alla semplificazione. Nonno Tino mi osserva dal ritratto in divisa da ufficiale con la bustina in testa, la fascia blu Savoia e lo stesso sguardo severo di zio Ezio, che se a Natale sarò bravo mi regalerà il fortino con gli yankees in divisa e gli indiani, e forse ci sarà pure qualche cannoncino funzionante e la bandiera a stelle e strisce sulla torretta più alta.

    Il tiro del tedesco è un UFO, allora, ma Enrico Albertosi (lui sarebbe Ricky, proprio come Augusto sarebbe Tino) gli va incontro con la mano destra, è così che il portiere del Cagliari campione d’Italia abbatte la navicella dei marziani: con una sberla. Anche a mamma ne scappa una, ogni tanto, ma poche. Lei è impulsiva. Papà lo ha fatto una volta sola, poi nonno Toni (che non è mica mio nonno, è un vecchio che sta in campagna dove abbiamo affittato una stanza vicino al fienile che si raggiunge arrampicandosi su una lunga scala di legno: però io e mia cugina Lorella abbiamo il divieto assoluto di usarla, altrimenti si cade e si muore stecchiti sotto il sole d’agosto), insomma nonno Toni, che ha visto il paraviré decollare come il Saturn V dalla mano di mio padre, gli ha detto: «I bambini non si picchiano mai». E deve averlo fatto con un tono così vero e profondo che papà lo ha ascoltato, e da quel giorno mai più ha alzato il pugno verso di me che non sono mica il pallone di Italia-Germania, dopotutto, e d’altronde lui è mio padre, mica Albertosi.

    Il portiere è una cosa strana, piena di solitudine. A quindici anni, Ricky Albertosi va a sostituire il Marinaio Grigoratto tra i pali della Pontremolese, e accidenti se lo fa bene. Invece io a quindici anni sono al ginnasio e corro in bici ma neanche tanto veloce. È meglio del Marinaio, l’Albertosi. Si tratta a questo punto di decidere se continuare col calcio oppure no, e la mamma del grosso gatto decide per il sì. Forse se lo sente. Io escludo che sul prato dell’Azteca il nostro Enrico abbia avuto il tempo di ripensare a quegli anni, o invece magari sì, perché la partita a volte si allontana dal portiere per poi riprenderlo come il risucchio dell’onda. Lunghe attese e stramberie. Si può pensare a qualcosa, in quei momenti, oppure bere un poco d’acqua dalla bottiglia appoggiata dietro il palo. Nell’intervallo scolastico nella succursale alle case FIAT (nascono tanti bambini in quegli anni del boom, forse persino troppi, le mamme e i papà fanno sempre l’amore e tutti siamo strapieni di nonni, nonne, zii, zie e cugini, e le aule delle scuole non bastano più e noi a Settimo Torinese andiamo a far lezione nelle case, al pianterreno degli appartamenti costruiti per gli operai della FIAT hanno ricavato delle aule, e dalla finestra del bagno spuntano tramonti bellissimi: facciamo i doppi turni come in fabbrica, siamo piccoli operai della scuola, dunque ci andiamo anche il pomeriggio), insomma in quell’intervallo tanto desiderato e troppo breve si tirano fuori i fruttini che rimangono incastrati fra i denti, e poi si beve usando il bicchiere di plastica telescopico: un oggetto che si richiude ad anelli concentrici come quelli di Saturno, affascinante pianeta ma mai quanto la luna, una forma di groviera su cui l’anno scorso hanno passeggiato il comandante Armstrong e il suo vice Buzz Aldrin. Il terzo astronauta, il pilota Collins, è rimasto a orbitare aspettando gli altri due come quando papà parcheggia la 128 a Porta Palazzo e aspetta che mamma faccia un giro veloce che veloce non è mai. Nel frattempo Collins ha conosciuto la faccia nascosta della luna, in un intervallo simile a quello in cui la palla è lontana da Albertosi e tutto sembra finito e perduto, ma poi quella torna indietro come il boomerang giocattolo che quest’anno a carnevale abbiamo tutti: ma credetemi, non torna mai indietro come fa nella pubblicità del Monello, e non è nemmeno come l’astronauta della Quercetti che lo spari in alto con l’elastico, poi il paracadute a spicchi rossi e bianchi si apre, e lui torna giù per davvero, e se non sei stato proprio gnugnu a spararlo in mezzo ai tetti o sopra i garage lo riavrai sano e salvo come l’equipaggio dell’Apollo 11 dopo che lo hanno tirato fuori dalla capsula.

    Siccome ogni intervallo finisce, e le cento lire di pizza rossa della panetteria Bonomelli se ne vanno via alla svelta, ecco che Enrico Albertosi si ritrova davanti Gerd Müller e anche Seeler, e gli tocca saltare come il micio sull’albero di Natale. È in forma, quel giorno, il nostro numero 1. La sua maglia è grigia come un pigiama. Lui è il primo portiere a colori del nostro calcio, non come il Ragno nero Cudicini oppure Dino Zoff. Nel Cagliari porta una casacca rosso fuoco, nel Milan l’avrà gialla come un pompelmo.

    Enrico Albertosi è campione d’Europa, anche se nel ’68 a Roma ha giocato Zoff perché lui aveva un dito rotto. Invece in Messico è tornato titolare dopo aver vinto lo scudetto con una squadra che schiera un eroe omerico di nome Luigi Riva (sarebbe Gigi, come Tino e Ricky) e gioca sopra un’isola, lontano da tutto. Un’isola a forma di piede. Per vincere lo scudetto con i gol dell’astuto Odisseo, Albertosi ha dovuto raccogliere nella sua porta appena undici palloni, una miseria. È proprio forte la difesa di quel Cagliari, con Pierluigi Cera libero e Comunardo Niccolai stopper, sì, Niccolai, quello delle autoreti. Quest’oggi sta fuori e guarda, così non fa danni. Nella nazionale di Valcareggi (Ferruccio, ma per tutti Uccio come Tino, Ricky e Gigi) lo stopper titolare è Roberto Rosato. Il suo vice è un destino cupo di nome Poletti.

    Il Marinaio Grigoratto non avrebbe mai alzato sul legno la schiacciata di testa di Uwe Seeler, testa quasi pelata tra l’altro, testa di un campione grandissimo e abbastanza vecchio: è grassotto e corre che pare gobbo. In quel balzo, Albertosi mette tutto di sé: l’istinto, la scaltrezza, l’agilità gommosa, il colpo d’occhio. Ricky zompa come il pupazzo delle scatole a sorpresa, e con le reni manda il pallone di Seeler sopra la traversa. Il tedesco non si dà pace, sa di essere arrivato all’ultimo giro di giostra. Quel portiere col grembiule gli ha appena spedito da un’altra parte il pallone della vita. L’azione prosegue, la Germania batte il calcio d’angolo, i puntini si uniscono e formano la figura di un altro gol, quello di una storia che sembra finita e invece continuerà verso la leggenda.

    I francesi, che il portiere lo chiamano gardien, guardiano, sanno quello che dicono. Enrico Albertosi sta a guardia del risultato e della quiete dopo l’uno a zero, quello che succederà dopo conta poco. Presidia il confine aspettando i tartari, occupa la fortezza con pazienza, forse con rassegnazione, sapendo che quello che è già scritto non si potrà cambiare.

    La mamma di Enrico aveva ragione a incoraggiarlo in questa bizzarra idea del calcio, e a insistere. Ne è venuto fuori un campione unico, figlio della tradizione matta dei guardiani, quelli senza logica apparente. Quelli simpatici, baciati dalla grazia al momento della nascita. Perché Zoff o Jašin lo si può anche diventare, passo dopo passo, parata dopo parata, ma Albertosi bisogna esserlo. Sarà radiato dal calcio dopo 532 presenze in serie A per non avere denunciato la proposta di truccare una partita contro la Lazio, al tempo del primo scandalo delle scommesse. Albertosi sbaglierà e pagherà. Poi interverrà uno sconto di pena, ma dopo due anni senza calcio non gli sarà più possibile continuare. A un certo punto si parla di andare ai Cosmos, quelli di Pelé e Beckenbauer, invece Ricky chiude la sua storia in C2, come guardiano dell’Elpidiense. Tutto quel futuro è già contenuto nelle pieghe di Italia-Germania, nella tentazione di lasciarsi scivolare fuori dalla partita come un naufrago stremato e arreso. E invece no. Enrico Albertosi si prende il tempo di far invecchiare Seeler, di patire Müller, di insultare Rivera e poi guardarlo mentre cerca una soluzione diversa, oltre il muro delle maglie bianche.

    Avrà ancora modo, Albertosi, di chiudere male la carriera nel Milan per colpa di un pallone troppo leggero, conseguenza di un accordo commerciale con lo sponsor, accordo siglato – pensa te! – proprio dal dirigente Gianni Rivera, un pallone che il portoghese Duda gli manderà addosso in volo. Sfarfalla, quel pallone quasi di plastica, e Albertosi non può fermarlo, non può o non sa, e da quel giorno comincia a invecchiare. Ma il cuore resta sempre bambino come all’Azteca, capace di emozionarsi come quando gli dicono che la Juventus sta per comprare lui e Gigi Riva, che poi però rifiuta e mette nei guai pure Enrico, piazzandogli la carriera su un binario diverso, e alla fine alla Juve ci andrà Zoff. Dino Zoff, che non accetta Albertosi come secondo al mondiale del ’78 e lo dice chiaro e tondo a Bearzot: «Lui è meglio di no, grazie lo stesso, mister». E Ricky muto, deluso ma muto, lui che a Dino avrebbe portato anche la valigia, ma il sommo campione non vuole pressioni né ombre e allora amen.

    Quanta libertà, all’inizio e alla fine della storia. Enrico Albertosi sopravvissuto ai Ridolini della Corea, lui che ha avuto in sorte di raccogliere in fondo alla rete il pallone del dentista (o forse non lo era) Pak Doo-ik ai mondiali d’Inghilterra, eppure non è scomparso e anzi è sopravvissuto. Eccolo qui infatti in mondovisione, gentili telespettatori, in diretta da Città del Messico, sono le ore 16 locali, le 23 in Italia, e Albertosi è in piedi sull’attenti mentre suonano gli inni e tra poco si comincia. Nei suoi occhi c’è tutto. Ci sono i sette gol che verranno e quelli che non verranno più. C’è l’odore del cavallo davanti al sulky che Enrico sta guidando in una corsa al trotto per beneficenza (i puledri, le donne, le sigarette, tutto quanto ha impastato questa tumultuosa avventura): Enrico è già un appesantito sessantenne, il cuore decide di imbizzarrirsi, tachicardia inarrestabile, coma farmacologico, una ripresa quasi miracolosa. In rianimazione chiede che gli levino la mascherina dal volto, altrimenti non potrà baciare la sua Betty.

    Ci sono, in quegli occhi da micio, anche le esibizioni negli intervalli degli Harlem Globetrotters, quando la leggenda del calcio azzurro Enrico Albertosi dovrà parare i palloni tirati da dieci metri da qualche volontario tra il pubblico, e in quei momenti lui diventerà come Buffalo Bill, che nell’ultima sua triste stagione lavorava in un circo: anche nonna Tina comprò il biglietto quando il grande William Cody venne a esibirsi a Torino e lo avrebbe raccontato sempre, lei così timida, lui così bello in quel profondo senso di fine che lo avvolgeva come un mantello.

    2

    ROBERTO BONINSEGNA

    Il primo pallone di Italia-Germania lo tocca lui. Un colpo secco, di punta, verso Sandro Mazzola, come tutte le domeniche nell’Inter. Ma lui in Messico non dovrebbe neanche esserci.

    Il destino gli fa giocare una semifinale di Coppa del mondo solo perché un altro si è beccato un colpo nei testicoli, per scherzo. Il titolare azzurro è Pietro Anastasi detto Pietruzzu, siciliano della Juventus, formidabile in acrobazia: uno dei due gol della finale ripetuta del Campionato europeo lo ha segnato proprio Anastasi, due anni prima. La nazionale di Valcareggi è quasi senza Juve, perché è l’epoca dell’Inter e del Cagliari. Ma Pietruzzu non si discute. Poi succede che il massaggiatore azzurro Spialtini dia ad Anastasi un colpo al basso ventre come si fa, per gioco, tra ragazzi: dolore fortissimo, ricovero in ospedale, operazione d’urgenza e addio mondiali. A Boninsegna squilla il telefono alle cinque di mattina. «Roberto, preparati che vieni in nazionale.» Ma lui pensa a uno scherzo, come quando i giornali scrissero di una sua fuga d’amore con Raffaella Carrà, figurarsi. Ma stavolta è tutto vero, e invece della Carrà gli tocca Gigi Riva.

    Lo chiamano Bonimba. È la stagione dei soprannomi perché un cognome non basta, il giocatore è un dio e ha bisogno di essere nominato in un lampo, i titoli dei giornali sono più efficaci così. «Hai il culo basso, e quando corri mi ricordi il nano Bagonghi» dice Gianni Brera a Boninsegna: così nasce Bonimba, un rimbalzo di consonanti che riempiono la bocca.

    Lui è un corpo compatto, cosce grosse e lucide che i pantaloncini tirati su disegnano meglio. Ha la faccia di un giovane pugile e le orecchie a sventola. Io ho otto anni, lo guardo e penso che c’è speranza anche per me: da piccolo le mie orecchie erano pure peggio. Poi sono andate a posto, non così per Bonimba che le ha all’infuori anche adesso che è vecchio, e la faccia da boxeur gli si è perfezionata nel tempo.

    Corre al centro dell’area e si lancia nei tagli di campo che divide con l’enormità di Riva, il quale però è opaco per lunghi momenti della sfida, preso da altri pensieri, forse per quella donna sposata che gli abita il cuore, la sua Dama Bianca: i giornali lo hanno saputo e lo hanno scritto, e Gigi è diventato d’ombra.

    Corre ovunque, Bonimba, e probabilmente vede la bordura di fiori bianchi che fa da perimetro al campo. Lui sa dove andare, lo sente come ogni vero centravanti. Ed è così

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