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La ragazza nuova: Una missione per Gabriel Allon
La ragazza nuova: Una missione per Gabriel Allon
La ragazza nuova: Una missione per Gabriel Allon
E-book467 pagine5 ore

La ragazza nuova: Una missione per Gabriel Allon

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Info su questo ebook

Tradimento, inganno, vendetta. Una nuova, incalzante avventura di Gabriel Allon.
In un esclusivo collegio svizzero, tutti si chiedono chi sia la ragazzina che ogni giorno arriva a scuola scortata da un corteo di auto degno di un capo di stato. Si dice che sia la figlia di un ricchissimo uomo d’affari... In realtà suo padre è Khalid bin Mohammed, erede al trono dell'Arabia Saudita, che in patria è oggetto di aspre critiche per le sue idee illuminate. Quando la sua unica figlia viene rapita, il principe si rivolge al solo uomo che ritiene in grado di ritrovarla prima che sia troppo tardi. Gabriel Allon, ex restauratore e capo dell’intelligence israeliana, ha sempre combattuto contro il terrorismo, in particolare quello di matrice islamica, e proprio per questo considera Khalid, che ha in progetto di spezzare il legame tra il Regno e l'Islam radicale, un alleato prezioso. La decisione di accogliere la richiesta d’aiuto del principe lo coinvolgerà in una corsa contro il tempo per salvare la vita della bambina, e in una cruenta guerra segreta per il controllo dell’intero Medio Oriente.
LinguaItaliano
Data di uscita2 gen 2020
ISBN9788830509542
La ragazza nuova: Una missione per Gabriel Allon
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Autore

Daniel Silva

Pluripremiato autore regolarmente ai primi posti nella New York Times Bestsellers List, ha raggiunto il successo grazie alla fortunata serie che ha come protagonista Gabriel Allon: i suoi romanzi, tra cui La spia inglese, La vedova nera, La casa delle spie, L’altra donna, La ragazza nuova, L’Ordine e La violoncellista, pubblicati da HarperCollins, sono entrati nelle classifiche dei libri più venduti nel mondo e sono stati tradotti in oltre trenta lingue. Vive in Florida con la moglie, la giornalista televisiva Jamie Gangel, e i due figli Lily e Nicholas.

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    Anteprima del libro

    La ragazza nuova - Daniel Silva

    PARTE PRIMA

    RAPIMENTO

    1

    Ginevra

    Fu Beatrice Kenton la prima a mettere in dubbio l’identità della ragazza nuova. Lo disse in sala professori alle 15.15 di un venerdì di fine novembre. C’era un clima festoso e vagamente ribelle, come accadeva spesso il pomeriggio del venerdì. È forse superfluo ricordare che gli insegnanti sono la categoria di lavoratori più entusiasta dell’arrivo del fine settimana, persino in istituti d’élite come l’International School di Ginevra. Stavano parlando dei loro programmi per il weekend. Beatrice non partecipava alla conversazione perché non avrebbe fatto niente di particolare e non voleva che i colleghi lo sapessero. Aveva cinquantadue anni, non era sposata e tutta la sua famiglia si riduceva a una vecchia e ricca zia, che ogni estate la ospitava nella sua villa nel Norfolk. Il suo weekend si consumava tra una spesa al supermercato Migros e una passeggiata lungo il lago a beneficio del girovita che, come l’universo, era in continua espansione. La prima ora di lezione del lunedì era come un’oasi in un deserto di solitudine.

    Fondata da un’organizzazione che un tempo si era occupata di multilateralismo, l’International School era rivolta ai figli della comunità diplomatica. La scuola media, dove Beatrice insegnava Lettere, accoglieva studenti di oltre cento paesi diversi, e anche il corpo docente era piuttosto composito. Il capo del personale si dava un gran da fare perché si creassero dei legami di amicizia fra i dipendenti, organizzando cocktail, cene, escursioni, ma in sala professori il vecchio tribalismo tornava a farsi sentire. I tedeschi stavano con i tedeschi, i francesi con i francesi, gli spagnoli con gli spagnoli. Quel venerdì pomeriggio la signorina Kenton era l’unica inglese presente, oltre a Cecelia Halifax del dipartimento di Storia. Cecelia aveva una folta chioma di capelli neri e assumeva sempre delle posizioni prevedibili, che cercava di condividere con Miss Kenton appena possibile. Le piaceva inoltre tenere Miss Kenton al corrente della sua torrida relazione sessuale con Kurt Schröder, il genio della matematica di Amburgo, uno che girava sempre in Birkenstock e aveva rinunciato a una redditizia carriera di ingegnere per insegnare la matematica a ragazzini di undici anni.

    La sala professori si trovava al pianterreno di un castello settecentesco che ospitava gli uffici dell’amministrazione. Le finestre con i vetri a piombo davano sullo spiazzo d’ingresso e, proprio in quel momento, giovani e privilegiati studenti dell’International School salivano su lussuose auto tedesche con la targa diplomatica. Cecelia Halifax, una chiacchierona, si era piazzata di fianco a Beatrice e blaterava qualcosa a proposito di uno scandalo avvenuto a Londra, in cui erano coinvolti l’MI6 e una spia russa. Beatrice l’ascoltava distrattamente. Stava guardando la studentessa nuova che, al solito, lasciava la scuola fra gli ultimi.

    Era un’esile ragazzina di dodici anni, bellissima, con profondi occhi castani e i capelli neri come le piume di un corvo. L’International School non prevedeva un’uniforme, cosa che Beatrice considerava un errore: c’erano solo delle norme generali sull’abbigliamento, che gli studenti più indisciplinati ignoravano tranquillamente senza essere ripresi da nessuno. Non la ragazza nuova, però, che indossava esclusivamente costosi capi di lana scozzese, il genere di vestiti che si vedono nelle vetrine di Burberry. Portava i libri in una borsa di pelle, non in uno zainetto di nylon, e metteva delle ballerine di vernice sempre lucide. Era una ragazza perbene e riservata. Eppure in lei c’era anche qualcos’altro, a giudizio di Beatrice. Era fatta di un’altra pasta. Era regale. Sì, quella era la parola giusta. Regale…

    Era arrivata due settimane dopo l’inizio della scuola – non certo l’ideale, ma succedeva spesso in un istituto come l’International School di Ginevra, una città dove le famiglie scorrevano una dopo l’altra come le acque del Rodano. David Millar, il preside, l’aveva inserita nel corso di Beatrice, già in sovrannumero di due studenti. Il documento di ammissione che le aveva dato era piuttosto povero di informazioni, anche rispetto agli standard della scuola. C’era scritto che la ragazza si chiamava Jihan Tantawi, che era egiziana e che il padre era un uomo d’affari, non un diplomatico. Il suo curriculum scolastico non era eccezionale: veniva giudicata intelligente anche se non particolarmente dotata. Un uccellino pronto a prendere il volo, aveva scritto David in un’ottimistica nota a margine. In realtà, l’unica cosa interessante di quel documento era il paragrafo dedicato alle esigenze particolari dell’allieva. Si capiva che la privacy era un motivo di grande preoccupazione per la famiglia Tantawi. E la sicurezza, aveva aggiunto David, era una priorità.

    Ecco perché nello spiazzo d’ingresso quel pomeriggio – come tutti i pomeriggi, del resto – era presente Lucien Villard, l’esperto responsabile della sorveglianza dell’istituto. Lucien arrivava dalla Francia, dove aveva lavorato per anni nel Service de la Protection, il nucleo della polizia a cui nel paese è affidato il servizio di protezione degli alti funzionari di governo e dei dignitari stranieri in visita ufficiale. Prima di lasciare la Francia aveva svolto un incarico all’Eliseo, dove si era occupato del presidente della repubblica. David Millar usava il notevole curriculum di Lucien come prova dell’impegno che la scuola dedicava alla sicurezza: Jihan Tantawi non era la sola a richiedere una particolare attenzione sotto questo aspetto.

    Ma nessuno andava e veniva dall’International School come la ragazza nuova. La Mercedes nera al suo servizio era adatta a un capo di stato o a un monarca. Beatrice non era un’esperta di automobili, però aveva l’impressione che la carrozzeria fosse blindata e che i finestrini fossero a prova di proiettile. Inoltre, dietro alla Mercedes c’era sempre un secondo veicolo, una Range Rover con quattro severi energumeni in completo scuro.

    «Chi credi che sia?» chiese Beatrice pensosa, guardando i due veicoli che si avviavano lungo il viale.

    Cecelia Halifax era perplessa. «La spia russa?»

    «La ragazza nuova» precisò Beatrice, aggiungendo subito, con aria dubbiosa: «Jihan».

    «Dicono che suo padre possieda metà del Cairo.»

    «Chi lo dice?»

    «Veronica.» Veronica Alvarez era un’impulsiva e focosa spagnola del dipartimento di Arte, nonché una delle fonti di pettegolezzo meno affidabili della scuola, seconda solo alla stessa Cecelia. «Dice che sua madre è imparentata con il presidente egiziano. È la nipote, o forse la cugina.»

    Beatrice guardò Lucien Villard che attraversava lo spiazzo antistante l’ingresso. «Sai cosa penso?»

    «Cosa?»

    «Che qualcuno stia mentendo.»

    Con questa convinzione, Beatrice Kenton – una veterana che aveva combatutto tante battaglie nelle scuole private inglesi per poi trasferirsi a Ginevra in cerca d’amore e di avventure, senza trovare né l’uno né le altre – decise di intraprendere un’indagine segreta per determinare la vera identità della ragazza nuova. Cominciò inserendo il nome Jihan Tantawi nel motore di ricerca. Sullo schermo apparvero alcune migliaia di risposte, ma nessuna riguardava la splendida dodicenne che entrava in classe puntualissima all’inizio delle lezioni.

    Poi Beatrice tentò sui vari social, senza di nuovo rilevare tracce della sua allieva. Sembrava che la ragazza nuova fosse l’unica della sua età a non condurre una vita parallela nel cyberspazio. A Beatrice parve qualcosa di encomiabile, perché aveva visto con i suoi occhi le terribili conseguenze emotive e comportamentali provocate da un incessante scambio di messaggi, tweet e fotografie. Purtroppo non era un atteggiamento limitato agli adolescenti: neanche Cecelia Halifax riusciva ad andare in bagno senza postare su Instagram una sua foto ritoccata.

    Il padre, un certo Adnan Tantawi, era ugualmente inesistente nel mondo di Internet. Beatrice trovò solo qualche riferimento a una Tantawi Construction, a una Tantawi Holdings e a una Tantawi Development, ma niente su di lui nello specifico.

    Il documento di ammissione riportava un indirizzo esclusivo sulla rue de Lausanne, e Beatrice fece un giro da quelle parti un sabato pomeriggio. Era a pochi portoni di distanza dall’abitazione del famoso industriale svizzero Martin Landesmann. Come tutte le proprietà su quel lato del lago di Ginevra, era circondata da muri e controllata da diverse telecamere di sorveglianza. Beatrice sbirciò attraverso le grate del cancello e scorse un prato perfettamente curato che si stendeva davanti al portico di una magnifica villa in stile italiano. Subito le corse incontro lungo il viale d’accesso uno degli energumeni della Range Rover, dicendole di allontanarsi.

    «Propriété privée» gridò in un francese dal forte accento straniero, senza preoccuparsi di nascondere la pistola che teneva sotto la giacca.

    «Excusez-moi» mormorò Beatrice, allontanandosi in fretta.

    La fase successiva della sua indagine ebbe inizio il lunedì mattina seguente, che diede il via a tre giorni di stretta osservazione della nuova, misteriosa allieva. Beatrice notò che Jihan, quando veniva interpellata in classe, a volte era molto lenta nel rispondere. Notò inoltre che, da quando era arrivata, non aveva stretto amicizia con nessuno, e non ci aveva nemmeno provato. Beatrice si rese infine conto, nel leggere un insulso tema della ragazza, che Jihan aveva solo una vaga conoscenza dell’Egitto. Sapeva che Il Cairo era una grande città attraversata da un fiume, ma non di più. Suo padre, aveva scritto, era ricco. Costruiva grattacieli e palazzine di uffici. Poiché era amico del presidente egiziano, i Fratelli Musulmani non lo vedevano di buon occhio, e per questo si erano trasferiti a Ginevra.

    «Mi sembra tutto molto sensato» commentò Cecelia.

    «A me invece sembra» replicò Beatrice «che sia tutto inventato. Dubito che abbia mai messo piede al Cairo. Dirò di più: non sono nemmeno sicura che sia egiziana.»

    Poi Beatrice concentrò l’attenzione sulla madre. La vedeva perlopiù attraverso i finestrini antiproiettile della limousine, o nelle rare occasioni in cui scendeva dal sedile posteriore per salutare Jihan davanti all’ingresso. Aveva una carnagione meno scura della figlia e i capelli più chiari – una donna attraente, si disse Beatrice, ma non come Jihan. Tentò in tutti i modi di trovare una somiglianza di qualche genere, senza però riuscirci. Anche nei loro gesti c’era un’evidente freddezza; Beatrice non le aveva mai viste scambiarsi un bacio o un abbraccio affettuoso. Aveva anche notato un inequivocabile squilibrio: era Jihan, non sua madre, a comandare.

    Dopo novembre venne dicembre, le vacanze invernali si avvicinavano, e Beatrice fece in modo di organizzare un incontro con la madre distaccata e riservata di quella sua misteriosa allieva. A fornirle il pretesto fu l’esito di un test sull’uso del vocabolario e dell’ortografia inglesi a cui aveva sottoposto Jihan – finita fra i peggiori della classe, ma comunque sopra al giovane Callahan, il figlio di un diplomatico americano che, a detta di tutti, era un madrelingua. Beatrice scrisse un’e-mail in cui chiedeva un colloquio con la signora Tantawi appena possibile e la inviò all’indirizzo indicato sul documento di ammissione. Trascorsi alcuni giorni senza ottenere risposta, la inviò di nuovo. A quel punto ricevette un leggero rimprovero dal preside, David Millar: pareva che la signora Tantawi non desiderasse avere contatti diretti con gli insegnanti di Jihan. Beatrice, allora, pensò di esprimere le sue preoccupazioni a David in un’altra e-mail, perché affrontasse l’argomento con la donna. Sospettava infatti che lui fosse al corrente della vera identità di Jihan, ma capì che non era il caso di sollevare la questione, nemmeno velatamente. Era più facile carpire dei segreti a un banchiere svizzero che al discretissimo preside dell’International School di Ginevra.

    Non le restava che affidarsi a Lucien Villard, il francese a capo della sorveglianza. Beatrice si rivolse a lui in un’ora libera di un venerdì pomeriggio. L’ufficio di Lucien si trovava nel seminterrato del castello, di fianco al ripostiglio messo a disposizione dello scaltro, piccolo russo che si occupava dei computer. Lucien era un tipo smilzo ed energico, un uomo di quarantott’anni dall’aria particolarmente giovanile. Metà delle donne dell’istituto lo desiderava, compresa Cecelia Halifax, che aveva fatto un tentativo infruttuoso con lui prima di portarsi a letto il teutonico genio matematico in sandali.

    «Mi chiedevo» disse Beatrice, appoggiandosi con finta noncuranza allo stipite della porta dell’ufficio di Lucien, «se non potessimo scambiare due parole a proposito della ragazza nuova.»

    Lucien sollevò gli occhi dalla scrivania e la guardò freddamente. «Jihan? Perché?»

    «Perché sono preoccupata per lei.»

    Lucien sistemò una pila di fogli sopra il cellulare che aveva di fronte. Beatrice non avrebbe potuto dirlo con certezza, ma ebbe l’impressione che si trattasse di un modello diverso da quello che usava di solito. «È compito mio preoccuparmi di Jihan, signorina Kenton. Non suo.»

    «Dica la verità, Jihan non è il suo vero nome.»

    «Come le viene in mente un’idea simile?»

    «Sono la sua insegnante. Gli insegnanti vedono e sentono.»

    «Forse non ha letto la nota contenuta nella pratica di Jihan, a proposito di discorsi a vanvera e di pettegolezzi. Le suggerirei di seguire quelle istruzioni. Altrimenti mi vedrò costretto a sottoporre la faccenda direttamente a Monsieur Millar.»

    «Chiedo scusa, non volevo…»

    Lucien alzò una mano. «Non si preoccupi, signorina Kenton. Resterà entre nous

    Due ore dopo, mentre i rampolli dell’élite diplomatica vagavano nel cortile del castello, Beatrice guardava dalla finestra con i vetri a piombo della sala professori. Come al solito, Jihan era fra gli ultimi ad andarsene. No, pensò Beatrice, non Jihan. La ragazza nuova… Stava saltellando leggera sull’acciottolato e faceva roteare la borsa dei libri, apparentemente ignara della presenza di Lucien Villard a pochi metri da lei. La donna l’aspettava vicino alla portiera aperta della limousine. La ragazza nuova le passò davanti senza rivolgerle nemmeno uno sguardo e si lasciò cadere sul sedile posteriore. Fu l’ultima volta che Beatrice la vide.

    2

    New York

    Sarah Bancroft capì di aver commesso un tragico errore nell’attimo in cui Brady Boswell ordinò un secondo Martini Belvedere. Stavano pranzando al Casa Lever, un esclusivo ristorante italiano in Park Avenue, dove il proprietario aveva affisso alle pareti una parte della sua collezione di serigrafie di Andy Warhol. Era stato Boswell a scegliere quel locale. Dirigeva un piccolo ma apprezzato museo di St. Louis e veniva a New York due volte all’anno per partecipare alle aste più importanti, approfittando dell’occasione per gustare le delizie gastronomiche della Grande Mela, in genere a spese di qualcun altro. Sarah era la vittima perfetta. Quarantatré anni, bionda, occhi azzurri, donna brillante, nubile. E per di più, come sapevano tutti nel ristretto mondo dell’arte newyorchese, ricca sfondata.

    «Sei sicura di non volermi fare compagnia?» chiese Boswell portando il bicchiere alle labbra. Aveva il pallore di un salmone ben cotto, gli occhi cisposi e dei riporti grigi per coprire la calvizie. Il cravattino gli pendeva da un lato e anche gli occhiali di tartaruga erano leggermente storti. «Detesto bere da solo.»

    «All’una?»

    «Tu non bevi a pranzo?»

    Non più, anche se era seriamente tentata di rinunciare al voto di evitare gli alcolici durante il giorno.

    «Devo andare a Londra» disse Boswell quasi senza pensarci.

    «Ah, sì? Quando?»

    «Domani sera.»

    Non abbastanza presto, pensò Sarah.

    «Tu hai studiato a Londra, se non sbaglio.»

    «Al Courtauld» rispose Sarah sulla difensiva. Non aveva intenzione di passare tutto il pranzo a parlare del suo curriculum vitae. Nel mondo dell’arte era noto a tutti, almeno in parte, come il suo conto in banca.

    Sarah Bancroft si era laureata al Dartmouth College e aveva studiato Storia dell’arte al famoso Courtauld Institute of Art di Londra, per poi conseguire un PhD a Harvard. Alla fine di quel costoso percorso di formazione, interamente finanziato dal padre (un alto dirigente del gruppo bancario Citigroup), si era conquistata il posto di curatrice della Phillips Collection di Washington, dove percepiva uno stipendio da fame. Aveva poi lasciato la Phillips Collection in circostanze poco chiare e, come un Picasso acquistato a un’asta da un misterioso giapponese, era sparita dalla circolazione. Durante questo periodo aveva lavorato per la CIA, che le aveva affidato due pericolosi incarichi sotto copertura per conto di un mitico agente segreto israeliano di nome Gabriel Allon. Adesso era ufficialmente alle dipendenze del Museum of Modern Art, dove sovrintendeva alla principale attrazione del museo: una straordinaria collezione di opere moderne e impressioniste del valore di cinque miliardi di dollari, un lascito di Nadia al-Bakari, la figlia del multimiliardario investitore saudita Zizi al-Bakari.

    Ecco perché Sarah andava a pranzo con personaggi come Brady Boswell. Di recente aveva approvato il prestito di alcune opere minori di quella collezione al Los Angeles County Museum of Art, e Brady Boswell aveva chiesto di poterle esporre subito dopo a St. Louis. Non sarebbe stato facile ottenerle e Boswell ne era del tutto consapevole. Al suo museo mancavano la rilevanza e il prestigio necessari. E così, dopo aver finalmente ordinato, rimandava l’inevitabile rifiuto con banali chiacchiere. Sarah si sentiva sollevata. Non le piaceva arrivare allo scontro. Le era successo già troppe volte in vita sua.

    «Ho sentito una voce spiacevole sul tuo conto, l’altro giorno.»

    «Solo una?»

    Boswell sorrise.

    «A che riguardo?»

    «Pare che tu abbia avuto un secondo lavoro.»

    Esperta nell’arte dell’inganno, Sarah nascose con facilità il disappunto. «Davvero? Che genere di lavoro?»

    Boswell si piegò in avanti e abbassò la voce, come per farle una confidenza. «Dicono che tu sia stata la consulente artistica di KBM.» Erano le iniziali, note a livello internazionale, del futuro re dell’Arabia Saudita. «E che sia stata tu a fargli spendere mezzo miliardo di dollari per quel Leonardo d’incerta attribuzione.»

    «Non è d’incerta attribuzione.»

    «Allora è vero!»

    «Non essere ridicolo, Brady.»

    «Una negazione che vale una conferma» ribatté Boswell con giustificato sospetto.

    Sarah sollevò la mano destra come se stesse giurando solennemente. «Non sono, né sono mai stata, la consulente artistica di Khalid bin Mohammed.»

    Boswell ovviamente non le credette. Mentre mangiavano gli antipasti affrontò l’argomento del prestito. Sarah finse una certa indifferenza prima di dire a Boswell che per nessun motivo gli avrebbe prestato un quadro appartenente alla Collezione al-Bakari.

    «Ti chiedo solo un Monet, o due. O uno dei Cézanne.»

    «Mi spiace, ma è fuori discussione.»

    «Un Rothko? Ne hai tanti, uno in meno a te non cambia niente.»

    «Brady, ti prego.»

    Terminarono amabilmente il pranzo e si lasciarono sul marciapiede di Park Avenue. Sarah decise di tornare a piedi al museo. Dopo uno degli autunni più caldi che si potessero ricordare, a Manhattan era finalmente arrivato l’inverno. Solo Dio sapeva come sarebbe stato il nuovo anno. Il pianeta sembrava oscillare tra due estremi, e così Sarah: agente segreto nella guerra globale al terrorismo un giorno e curatrice di una delle principali collezioni d’arte del mondo l’indomani. Nella sua vita non c’era spazio per le vie di mezzo.

    Ma quando svoltò in Fifty-Third Street si rese conto all’improvviso di essere profondamente annoiata. Certo, era un personaggio invidiato nell’ambito museale internazionale. Ma la Collezione al-Bakari, con il suo fascino e le grandi aspettative che ne circondavano l’inaugurazione, bastava a se stessa. Sarah non era che il suo attraente volto pubblico, e di recente aveva dovuto sorbirsi troppi pranzi con gente come Brady Boswell.

    Nel frattempo la sua vita privata aveva subìto un netto declino. Malgrado i numerosi ricevimenti e gli incontri con possibili finanziatori, non era riuscita a conoscere un uomo dell’età giusta e realizzato dal punto di vista professionale. Di quarantenni ne aveva frequentati parecchi, ma nessuno che volesse impegnarsi in una relazione stabile – quanto odiava quell’espressione – con una donna non più giovanissima. Gli uomini della sua età volevano una ninfetta di ventitré anni, una di quelle svenevoli creature che sfilavano in leggings per le strade di Manhattan con il tappetino da yoga sotto il braccio. Sarah temeva di essere sulla soglia di una nuova fase della sua vita di donna. Nei momenti peggiori si vedeva fra le braccia di un ricco signore di sessant’anni che si tingeva i capelli e si faceva iniezioni di botulino e testosterone, con dei figli di primo letto che la disprezzavano, considerandola una rovinafamiglie. E immaginava che, dopo lunghe cure per la fertilità, sarebbero riusciti ad avere un figlio, al quale avrebbe dovuto provvedere da sola in seguito alla tragica morte del marito durante il suo quarto tentativo di scalare l’Everest.

    Il brusio della folla nell’ingresso del MoMA la rimise momentaneamente di buon umore. La Collezione al-Bakari era al secondo piano, mentre il suo ufficio si trovava al quarto. Sul registro del cellulare c’erano dodici chiamate perse, la solita roba: richieste di interviste, inviti a ricevimenti e inaugurazioni, un giornalista di una rivista scandalistica a caccia di pettegolezzi.

    L’ultimo messaggio era di un certo Alistair Macmillan: chiedeva di poter fare una visita privata della collezione. Non aveva lasciato i suoi contatti, ma non era un problema. Sarah era una delle poche persone al mondo ad avere il suo numero di cellulare. Esitò un attimo prima di telefonargli: non si parlavano dai tempi di Istanbul.

    «Temevo che non mi avresti richiamato.» Nel suo accento c’era un mix di Arabia e Oxford, e il tono era pacato, con un fondo di stanchezza.

    «Ero fuori a pranzo» rispose Sarah.

    «In un ristorante italiano di Park Avenue con un uomo di nome Brady Boswell.»

    «Come lo sai?»

    «Due dei miei erano seduti a qualche tavolo di distanza da voi.»

    Sarah non li aveva notati. Negli otto anni trascorsi da quando aveva lasciato la CIA aveva ovviamente perso un po’ del suo smalto.

    «Riesci a organizzarla?» chiese Macmillan.

    «Cosa?»

    «Una visita privata alla Collezione al-Bakari.»

    «Non mi sembra una buona idea, Khalid.»

    «È la risposta che mi ha dato mio padre quando gli ho detto che volevo concedere alle donne del mio paese il diritto di guidare.»

    «Il museo chiude alle cinque e mezzo.»

    «Quand’è così, arriverò alle sei.»

    3

    New York

    Era il Tranquillity, il secondo motor yacht più grande del mondo, a far venire qualche ripensamento perfino ai suoi più strenui difensori in Occidente. Il futuro re l’aveva visto per la prima volta, o così si raccontava, dalla terrazza della villa del padre a Maiorca. Affascinato dalla linea slanciata dell’imbarcazione e dalle sue peculiari luci di navigazione blu, aveva mandato subito un suo emissario a indagare se fosse in vendita. Il proprietario, un oligarca russo multimiliardario di nome Konstantin Dragunov, sapeva riconoscere un’opportunità quando si presentava e aveva chiesto cinquecento milioni di euro. Il futuro re si era detto d’accordo, purché il russo e tutti i suoi ospiti lasciassero immediatamente lo yacht. Cosa che avevano fatto usando l’elicottero in dotazione alla nave, incluso nel prezzo di vendita. Il futuro re, uno spietato uomo d’affari, aveva mandato al russo un conto piuttosto salato per il carburante.

    Il principe ereditario aveva sperato, forse ingenuamente, che l’acquisto dello yacht rimanesse un fatto privato, almeno fino a quando avesse trovato le parole per spiegarlo a suo padre. Ma, appena quarantott’ore dopo che era entrato in possesso della nave, un tabloid di Londra aveva pubblicato un resoconto particolarmente accurato della vicenda, con tutta probabilità grazie all’aiuto dello stesso oligarca russo. I media ufficiali del paese del futuro re, cioè dell’Arabia Saudita, avevano chiuso un occhio su quella storia, ma i social e l’intera blogosfera si erano scatenati. A causa di un crollo del prezzo del petrolio sui mercati internazionali, il futuro re aveva imposto severe misure di austerità ai suoi amati sudditi, provocando un brusco abbassamento del loro tenore di vita, fino a quel momento piuttosto elevato. Persino in Arabia Saudita, dove l’ingordigia reale era un tratto distintivo della quotidianità nazionale, l’avidità del principe non era stata vista di buon occhio.

    Il suo nome completo era Khalid bin Mohammed bin Abdulaziz Al Saud. Cresciuto in un lussuoso palazzo grande come l’isolato di una metropoli, aveva frequentato una scuola riservata ai maschi della famiglia reale e si era poi trasferito a Oxford, dove oltre a studiare Economia si era dedicato a mietere vittime fra le donne occidentali e a bere grandi quantità di alcol, a lui proibito. Era suo desiderio trattenersi in Occidente ma, quando il padre era salito al trono, era tornato in Arabia Saudita per diventare ministro della Difesa, un’impresa particolarmente notevole per un uomo che non aveva mai indossato un’uniforme né impugnato un’arma, a parte un falcone.

    Il giovane principe aveva subito avviato una guerra devastante e costosa contro il vicino Yemen, protetto dall’Iran, e aveva imposto sanzioni al Qatar, facendo sprofondare la regione del Golfo nella crisi. Inoltre, aveva congiurato e complottato all’interno della corte per indebolire i rivali, con la benedizione del padre. Anziano e malato di diabete, il re sapeva che il suo regno non sarebbe durato a lungo. Ed era consuetudine della casa regnante che un fratello succedesse a un fratello. Ma il re aveva scardinato quella tradizione nominando il figlio principe ereditario, e quindi primo in linea di successione al trono. A soli trentatré anni Khalid bin Mohammed era così diventato il sovrano di fatto dell’Arabia Saudita, nonché il capo di una famiglia il cui patrimonio netto superava il trilione di dollari.

    Il futuro re sapeva tuttavia che la ricchezza del suo paese era in gran parte un’illusione, che la sua famiglia aveva sperperato una montagna di soldi in palazzi e ninnoli vari, e che nel giro di una ventina d’anni, quando il passaggio dai combustibili fossili alle fonti di energia rinnovabile fosse stato completato, il petrolio del sottosuolo arabo sarebbe stato privo di valore come la sabbia che lo copriva. Lasciato ai suoi metodi e alle sue pratiche abituali il regno sarebbe tornato a essere quello che era prima, un’arida landa percorsa da nomadi guerrieri del deserto.

    Per evitare un futuro così catastrofico al suo paese, KBM si era quindi deciso a tirarlo fuori dal VII secolo e a portarlo nel XXI. Con l’aiuto di una società di consulenza americana aveva messo a punto un piano di sviluppo economico, pomposamente chiamato La via verso il futuro, che prevedeva per l’Arabia Saudita una forma di economia moderna, sostenuta da una grande volontà innovativa, da investimenti stranieri e da un forte spirito imprenditoriale. La cittadinanza coccolata e viziata non avrebbe più potuto contare sul supporto costante del governo e sui benefici di cui godeva dalla culla alla tomba. Tutti avrebbero dovuto lavorare sodo per mantenersi, studiando altro rispetto al Corano.

    Il principe aveva capito che la forza lavoro di quella nuova Arabia Saudita non avrebbe potuto essere composta da soli uomini. Ci sarebbe stato bisogno anche di donne, il che voleva dire che avrebbero dovuto essere rimossi gli impedimenti e le restrizioni di natura religiosa con cui erano state tenute quasi in stato di schiavitù. Garantì loro il diritto di guidare, negato da sempre, e quello di partecipare a eventi sportivi in cui fossero presenti dei maschi.

    Ma non si accontentò di piccole riforme in materia di religione. Pretese di riformare la religione in sé. Promise solennemente di interrompere i grandi flussi di denaro che alimentavano la diffusione del Wahhabismo – la versione saudita e puritana dell’Islam sunnita – e di dare un pesante giro di vite al sostegno che i sauditi fornivano ai gruppi terroristi jihadisti come al-Qaeda e l’ISIS. Quando un importante editorialista del New York Times scrisse un lusinghiero ritratto del giovane principe e delle sue ambizioni, l’establishment clericale saudita, l’ulema, cominciò a schiumare di una sacra rabbia.

    Il principe ereditario fece incarcerare alcuni fanatici religiosi e, incautamente, anche alcuni moderati. Fece inoltre imprigionare i sostenitori della democrazia e dei diritti delle donne, e chiunque osasse criticarlo. Arrivò perfino a radunare più di cento membri della famiglia reale e dell’élite imprenditoriale saudita, chiudendoli nel Ritz-Carlton Hotel, dove vennero sottoposti, in stanze prive di porte, a duri interrogatori, in qualche caso condotti dallo stesso principe ereditario. Alla fine vennero tutti liberati, ma solo dopo aver consegnato oltre cento miliardi di dollari. Il futuro re disse che quei soldi erano frutto di corruzione e di tangenti, e dichiarò che i vecchi metodi di fare affari nel regno saudita erano finiti.

    Tranne, ovviamente, per il futuro re, che accumulò un’impressionante ricchezza personale con sorprendente rapidità, spendendola in modo eccessivo e stravagante. Comprava tutto ciò che desiderava, e ciò che non poteva comprare se lo prendeva. Chi rifiutava di piegarsi ai suoi voleri riceveva una busta che conteneva un proiettile calibro 45.

    Tutto questo aveva provocato, soprattutto in Occidente, un profondo ripensamento. Politici ed esperti di Medio Oriente si chiedevano se KBM fosse un vero riformatore, o se fosse invece l’ennesimo sceicco del deserto impazzito per il potere, che sbatte in cella gli oppositori e si arricchisce alle spalle del popolo. Voleva davvero riformare l’economia dell’Arabia Saudita? Voleva davvero che il suo regno smettesse di dare sostegno all’integralismo islamico e al terrorismo? O stava soltanto cercando di fare colpo sul bel mondo di Georgetown e di Aspen?

    Per ragioni che Sarah non era stata in grado di spiegare ad amici e colleghi, all’inizio si era schierata fra gli scettici. Aveva mostrato quindi, comprensibilmente, una certa titubanza quando Khalid, nel corso di un viaggio a New York, aveva chiesto di incontrarla. Alla fine aveva acconsentito, ma solo dopo aver ricevuto l’autorizzazione dalla sicurezza di Langley, che la sorvegliava a distanza.

    Si erano incontrati in una suite del Four Seasons, senza guardie del corpo né assistenti. Sarah aveva letto i molti articoli del Times che lodavano KBM e visto le foto che lo ritraevano con la veste e il copricapo tradizionali. In giacca e cravatta, tuttavia, aveva un’aria ancora più solenne: un uomo di potere, colto, sofisticato, sicuro di sé. E ricchissimo, ovviamente, dotato di un patrimonio inimmaginabile. Le aveva spiegato che intendeva utilizzarne una piccolissima parte per costruirsi una collezione d’opere d’arte di livello mondiale. E voleva che Sarah gli facesse da consulente.

    «Cos’ha in mente di fare con questi quadri?»

    «Esporli in un museo che intendo costruire a Riyad. Sarà» aveva aggiunto in tono grandioso «il Louvre del Medio Oriente.»

    «E chi lo visiterà?»

    «Le stesse persone che visitano quello di Parigi.»

    «Turisti?»

    «Sì, naturalmente.»

    «In Arabia Saudita?»

    «Perché no?»

    «Perché gli unici turisti che ammettete sono musulmani in pellegrinaggio alla Mecca e a Medina.»

    «Per ora» aveva detto lui in tono pungente.

    «Perché ha scelto me?»

    «Non è lei la curatrice della Collezione Nadia al-Bakari?»

    «Nadia era uno spirito riformatore.»

    «Lo sono anch’io.»

    «Mi spiace»

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