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Quella lunga estate bollente: Harmony Bianca

Quella lunga estate bollente: Harmony Bianca

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Quella lunga estate bollente: Harmony Bianca

Lunghezza:
169 pagine
2 ore
Pubblicato:
Oct 20, 2016
ISBN:
9788858956823
Formato:
Libro

Descrizione

HEART OF MISSISSIPPI - Due sorelle oppresse da un oscuro segreto di famiglia. Due dottori in cerca di un nuovo inizio nelle calde notti del Mississippi. Due bollenti storie d'amore.



La vita tranquilla e ordinaria dell'infermiera China Davis viene completamente stravolta dall'arrivo del dottor Payton Jenkins nella piccola cittadina di Golden Shores. Il dottor Jenkins ha portato con sé da Chicago il suo stile di vita ribelle e anticonformista, comprensivo di yacht, auto sportiva e appartamento lussuoso con vista sulla spiaggia. Non esiste uomo sulla faccia della terra che sia più diverso da lei. E che la faccia sentire altrettanto desiderata. L'attrazione tra loro scatta immediata e anche le ultime difese di China vengono spazzate via dal modo di fare di quel medico così sopra le righe, deciso a vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo. Fino a quando Payton scompare senza dare alcuna spiegazione.



Miniserie "Heart of Mississipi" - Vol. 1/2
Pubblicato:
Oct 20, 2016
ISBN:
9788858956823
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Quella lunga estate bollente - Susan Carlisle

successivo.

1

Cosa stava facendo quel tipo? China Davis si fermò in attesa che l'automobilista parcheggiasse per poi infilarsi nel posto libero accanto e invece la rossa auto sportiva si fermò proprio a cavallo tra due posti.

Cosa? Occupava due spazi di quel piccolo parcheggio durante l'ora di punta della mattina? Così non le restava che andare a cercare un posto dall'altra parte del parcheggio del centro commerciale. Solo con un miracolo sarebbe riuscita a portare il caffè e le ciambelle fino all'auto senza rovesciarseli sulla divisa.

China osservò la targa dell'auto. Illinois. Un po' presto per la folla dei vacanzieri estivi. Era solo metà maggio e sperava ancora in qualche settimana di pace prima dell'invasione del popolo della spiaggia.

Vivere in una piccola cittadina sulla costa meridionale presentava i suoi vantaggi ma anche alcuni aspetti negativi. Per quattro mesi all'anno i locali dovevano vedersela con l'afflusso di turisti. E non aiutava che la località fosse attraversata solo da una via principale che andava proprio a tuffarsi nelle acque del golfo. E da lì l'automobilista sceglieva se costeggiare la spiaggia verso est o verso ovest.

Dolly's Donuts si trovava sulla strada principale e oltre a essere un luogo di ritrovo dei cittadini più anziani era anche il locale che offriva le migliori ciambelle della città. La madre di China le aveva spesso rammentato che la pazienza era una virtù. Forse, ma China aveva promesso alle colleghe le ciambelle calde e non voleva deluderle.

Entrò in fretta da Dolly e cercò di fare mente locale su ciò che doveva comprare. Guardò l'ora. Sarebbe arrivata in ritardo. Non le era mai successo. C'era coda al banco del piccolo negozio di Dolly, arredato in stile anni '50, gli sgabelli di metallo con la seduta arancione allineati davanti al bancone stretto e lungo.

China osservò l'uomo alto e spallato davanti a lei. Portava i capelli neri tagliati molto corti, come se stessero ricrescendo dopo essere stati rasati.

Un cliente è andato, ne mancano tre.

Tornò a osservare l'uomo. Indossava una maglietta polo piuttosto larga di un color salmone che gli donava e metteva in risalto il colore scuro della pelle.

Si spostò in avanti per vedere come mai la coda procedeva così a rilento e l'uomo davanti le lanciò un'occhiata così tagliente che subito tornò in fila al suo posto. Suo padre lanciava quelle stesse occhiate a lei e a sua sorella per rimetterle in riga.

Un altro era andato. China fece un passo avanti. Per fortuna il prossimo era il tipo davanti a lei.

«Qual è la ciambella più buona?» chiese l'uomo.

Oh, no! Aveva interpellato Roger sulle ciambelle. Se fosse uscita per l'ora di pranzo sarebbe stata fortunata.

«Vendiamo molte di queste» dichiarò il marito di Dolly con voce autorevole da dietro la cassa, indicando un vassoio di dolci glassati. «Ma le migliori, per me, sono quelle al doppio cioccolato. Facciamo una crema speciale...»

China iniziò a pensare ad altro quando Roger cominciò il suo monologo su come preparavano quella ciambella.

«Vado a prenderle quelle appena fatte.»

«Ottimo» replicò l'uomo davanti a lei, come se avesse tutto il tempo del mondo. E forse era così, ma lei no. La stavano aspettando in clinica e doveva arrivare puntuale. Lavorava sodo, e non di certo per ricevere richiami. Non voleva rogne.

Non appena Roger si fu allontanato, China si sporse in avanti e osservò a bassa voce: «Lei non dev'essere di queste parti altrimenti saprebbe che non bisogna mai fare domande a Roger».

Lui la fissò con aria di disapprovazione e China si rimise in fila dietro di lui, decisa a non rivolgergli più la parola.

Nel breve istante in cui lo aveva visto in faccia aveva capito che era magro e anche piuttosto pallido. A dire il vero, aveva l'aria di trascorrere molto poco tempo all'aria aperta. Tuttavia, aveva un volto interessante. Non era certo il tipo di bellezza che ricalcava i canoni di Hollywood ma si faceva notare.

«Ecco fatto» annunciò Roger. «Vuole anche del caffè?»

«Nero» si limitò a rispondere l'uomo con voce profonda.

Quando finalmente Roger gli porse il caffè e gli fece il conto, China tirò un respiro di sollievo e si avvicinò per essere servita. E mentre si spostava, l'uomo si voltò e le andò addosso.

«Mi scusi» borbottò lui con aria di superiorità.

«Mi dispiace» replicò lei, spostandosi per lasciarlo passare. Non voleva certo farsi notare ulteriormente. Probabilmente avrebbe dovuto tacere da subito.

E dopo che l'uomo dalle spalle larghe fu uscito, e lei ebbe ordinato, si voltò a guardarlo. Si dirigeva verso l'auto sportiva. Avrebbe dovuto immaginarlo!

Era uno di quelli che credeva di avere il diritto di parcheggiare dove voleva per il solo fatto di essere piuttosto attraente e di guidare un'auto sportiva!

Payton parcheggiò la Mercedes sul retro della clinica e osservò la casa di legno degli anni '40 che doveva essere stata ristrutturata da qualche anno e che ospitava la clinica. La Golden Shores Walk-in Clinic del Mississippi. Nulla a che vedere con le strutture all'avanguardia a cui era abituato né con il Pronto Soccorso di Chicago dove le ambulanze affluivano in continuazione con le sirene spiegate.

Francamente, non vi era nulla a Golden Shores che gli ricordasse la città che per tutta la vita aveva chiamato casa. Lì gli edifici non superavano i tre piani, mentre lui era abituato ai grattacieli e alle vetrate luccicanti. Le strade erano a due corsie, non a otto come le interstatali sempre affollate. Lì la vita scorreva più lentamente e la gente parlava piano, strascicando le parole. Ma era ciò che voleva. Rallentare il ritmo, godersi la vita. Un luogo dove guarire. Si era spostato a novecento miglia dalla famiglia e dagli amici per trovare la sua strada. Aveva pagato il suo pesante tributo al cancro e adesso doveva riprendere il controllo della situazione. Crearsi la vita che desiderava.

E non aveva immaginato che come prima cosa si sarebbe imbattuto nell'indigena carina, ma strana, in coda dietro di lui al negozio. Lei non era certo in sintonia con quel luogo tranquillo e rilassato. Comunque lui non era abituato a fare colazione con le ciambelle, perciò probabilmente non l'avrebbe più rivista.

Payton prese il caffè e le ciambelle e scese dall'auto. Un cartello indicava l'ingresso per i dipendenti. Si avviò verso la porta e, proprio mentre l'apriva, scorse un'utilitaria entrare a velocità sostenuta nel parcheggio. Ma non si soffermò ed entrò nella clinica.

Si chiuse la porta alle spalle e si avviò verso la reception da cui sentiva arrivare delle voci. Il pavimento di legno scricchiolava. Non c'erano le solite piastrelle bianche che si trovavano negli ospedali. C'erano delle piccole stanze, probabilmente gli ambulatori, lungo il lato sinistro del corridoio. Di fronte alla terza notò una stanza che avrebbe potuto essere un ufficio. Accanto a questa, e proprio prima della sala d'aspetto, una nicchia che sembrava un piccolo laboratorio. Sembrava di essere tornati indietro di trent'anni.

In fondo al corridoio c'era la sala d'attesa con un bancone alto sulla destra che serviva da reception e contro la parete vi erano alcune sedie che parevano dismesse da un ambulatorio ospedaliero.

Le chiacchiere s'interruppero non appena fece la sua comparsa e tre paia di occhi lo fissarono. «Salve, sono il dottor Jenkins, immagino mi steste aspettando.»

Tutt'a un tratto le tre donne cominciarono a parlare. E fu quella di mezza età, con i capelli corti e rossi, che con un cenno della mano fece tacere le altre due. «Salve, sono Jean, la direttrice. E lei è Robin.» Indicò la giovane donna a sinistra che sembrava appena uscita dal college e gli sorrideva quasi fosse stato un leccalecca. «È una delle nostre infermiere. E lei...» continuò, indicando la donna di mezza età seduta al banco della reception, «... è Doris. Sapevamo del suo arrivo e siamo liete che sia qui.»

«Grazie. Sono contento anch'io. Abbiamo solo un'infermiera?»

«Veramente no. China sarà qui a momenti. Non è da lei arrivare in ritardo.»

«Ehi, qualcuno mi dia una mano per favore» gridò una voce che gli parve vagamente familiare proveniente dalla stessa porta da cui era entrato lui. «Non vi dico che razza di idiota avevo davanti da Dolly» aggiunse la voce senza volto.

Era la stessa donna incontrata al negozio di ciambelle. Procedeva lentamente, tenendo in equilibrio i sacchetti e i bicchieri del caffè, mentre la borsetta le scivolava giù dalla spalla. Aveva i capelli castani e lisci che le arrivavano all'altezza del mento e che dondolavano mentre camminava. Era minuta, e sembrava quasi una fatina, soprattutto con la divisa rosa.

La voce si avvicinò. «Ha occupato due posti al parcheggio. E ha fatto domande a Roger, quando tutti sanno che non si deve assolutamente...» Si bloccò quando lo vide e sgranò i grandi occhi color cioccolato. «Tu qui?»

«Già, l'idiota...» replicò Payton con voce divertita.

Le altre donne ridacchiarono sommessamente.

«Cosa... cosa ci fa qui?»

«Sono il dottor Jenkins. Il nuovo medico» si presentò, fissandola con due occhi della stessa sfumatura delle acque profonde dell'oceano.

Jean fece un passo avanti. «Vedo che vi siete già conosciuti. Lascia che ti aiuti con quella roba.»

China le porse il sacchetto con le ciambelle e il vassoio con i quattro caffè. «Avevo promesso caffè e ciambelle» mormorò, incapace di distogliere lo sguardo dal medico.

«Lo vedo» replicò lui seccamente, guardando il vassoio con i caffè. «Per fortuna mi sono fermato da Dolly perché vedo che non mi avevi contato.»

China si sentì avvampare. Perché ce la metteva tutta per farla sentire in colpa? La porta alle sue spalle suonò tutt'a un tratto e lei non ebbe il tempo di scusarsi. Non era mai stata così contenta di vedere un paziente.

«Dottor Jenkins, le mostro il suo studio» intervenne Jean. «Tu, Robin, fa accomodare il paziente nell'ambulatorio uno. Quando è pronto, dottore, possiamo cominciare.»

Il medico fissò China un secondo ancora prima di seguire Jean lungo il corridoio e lei, tirando un sospiro di sollievo, si sedette accanto a Doris.

«Se il buon giorno si vede dal mattino...» scherzò Doris.

«Solo tu potevi commentare così il mio più completo imbarazzo.»

«Tesoro, così è la vita. Adesso va a lavorare e vedrai che andrà tutto bene.»

Il suono del campanello della porta annunciò l'arrivò di un altro paziente e mentre China metteva via la borsetta e da parte la colazione, Doris fece l'accettazione alla signora che era appena entrata con il figlio di otto anni.

Subito dopo China li fece accomodare nell'ambulatorio due, prese le funzioni vitali del piccolo paziente e annotò sulla cartella i sintomi elencati dalla madre.

«Il medico sarà da lei tra qualche minuto» le spiegò, prima di uscire e posare la cartella sul carrello appena fuori dalla stanza. E quando si voltò per tornare in sala d'attesa, si scontrò contro un muscoloso petto maschile e sentì una mano grande posarsi sulla sua spalla e sostenerla.

«È un'abitudine quella di andare a sbattere addosso alle persone?» le chiese una voce virile da sopra la testa.

China fece un passo indietro e sollevò lo sguardo sull'insopportabile medico. «Scusi, non volevo. E comunque la risposta è no.» China prese la cartella e gliela porse. «Il paziente la sta aspettando.»

La sua bassa risata la seguì fino in fondo al corridoio. Scrollò il capo. Evidentemente fare una buona impressione dall'inizio non era il suo forte.

China aspettò che il dottor Jenkins visitasse il ragazzino e concludesse la visita con un sorriso. «Adesso l'infermiera gli farà un tampone faringeo e appena abbiamo l'esito torno da voi.»

«China, vero?» le chiese lui, appena la vide.

Lei annuì.

«Il paziente della stanza due ha bisogno di un tampone. Dove li trovo?»

«Venga. Le faccio vedere.»

China si mosse facendo attenzione a non sfiorarlo e andò verso il deposito. E lui

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