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Il trionfo della verità (eLit): eLit

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Il trionfo della verità (eLit): eLit

Lunghezza:
152 pagine
2 ore
Pubblicato:
Apr 28, 2017
ISBN:
9788858968741
Formato:
Libro

Descrizione

È una questione di valori, quegli stessi valori che nella famiglia MAITLAND si respirano fin dalla culla. Connor O'Hara è pronto a rischiare la propria pelle per salvare suo figlio da un rapimento e svelare così tutti i misteri che hanno coinvolto per mesi le persone più care. L'orgoglio e i sentimenti non spengono, però, l'apprensione per il futuro: Lacy, la madre di suo figlio, accetterà di amare un uomo più vecchio di lei? Durante il conflitto a fuoco...
Pubblicato:
Apr 28, 2017
ISBN:
9788858968741
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Tra le autrici più amate e lette dal pubblico italiano.

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Anteprima del libro

Il trionfo della verità (eLit) - Marie Ferrarella

successivo.

Prologo

La luce della luna avvolgeva Connor O'Hara come un gelido manto mentre avanzava accanto ai binari del treno.

Curioso a volte come andassero le cose, aveva appena scoperto di avere un figlio e ora la vita di quel piccolo essere dipendeva da un gruppo di uomini che non aveva mai incontrato fino a pochi mesi prima.

Uomini che stavano mettendo a repentaglio la loro stessa vita, mentre avanzavano verso la fabbrica di zucchero abbandonata dove lui avrebbe dovuto incontrarsi con i rapitori di Chase.

Era stato chiesto loro molto, eppure si erano offerti senza che lui pronunciasse una parola.

La porta della fabbrica si aprì. Il fascio di luce di una lanterna illuminò alcune persone. Janelle Davis avanzava sicura dietro l'uomo che l'accompagnava.

Tra le sue braccia c'era il figlio di Connor.

Perfino nella luce fioca, lui poteva vedere gli occhi della donna brillare mentre si posavano sul suo viso. Ardevano letteralmente di trionfo. La sua bocca aveva un'espressione cinica.

«Così sei venuto! Ero certa che l'avresti fatto.» Guardò il bambino tra le sue braccia. «Per questo marmocchio...»

Connor non aveva mai provato un odio così profondo, gli chiudeva la gola quasi soffocandolo. I suoi occhi si posarono sulla donna che aveva rapito suo figlio.

Era in piedi accanto all'uomo dall'aspetto rozzo che si era fatto passare per lui durante quegli ultimi mesi. Petey non dava segno di essere il burattino che lei aveva costretto a essere.

L'odio si stava tramutando in paura per il bambino che lei teneva tra le braccia e che sicuramente avrebbe potuto, senza alcun rimorso, uccidere in un istante.

Avrebbe eliminato Chase come se lui non fosse stato nient'altro che una bambola di stracci, un mezzo per raggiungere il fine.

Lui cercò di guadagnare tempo e di portarsi nella posizione che gli avevano indicato. Una sola parola uscì dalle sue labbra mentre gli occhi erano fissi su di lei.

«Perché?»

Janelle si strinse nelle spalle.

«Non tutti nasciamo ricchi.»Il sorriso divenne crudele. «Una ragazza deve pur badare a se stessa.» Strinse più forte il piccolo mentre i suoi occhi scivolavano sulla valigetta che Connor teneva in mano. «Hai il denaro?»

Lui sollevò la valigia. «Eccolo.»

Janelle si guardò attorno. Non c'erano macchine nella zona a parte quella che Connor aveva parcheggiato a distanza. Proprio come lei gli aveva ordinato. «E tu sei da solo?»

«Erano le tue istruzioni.»

Lei rise, felice di tormentarlo, ignorando Petey che cominciava ad agitarsi. «Peccato che non sei rimasto al ranch, ci avresti risparmiato un sacco di tempo e di guai.» A quel punto il sorriso svanì. «Prendi i soldi, Petey.»

Connor la scostò da lui. «Prima dammi mio figlio.»

«Affetto paterno. Com'è commovente!» lo derise lei. «Forse avremmo dovuto chiedere più di cinque milioni, Petey. Sembra che il papà dell'anno avrebbe sborsato qualunque cifra senza battere ciglio.»

Connor sapeva che doveva riuscire a portare via Chase da Janelle. Il piano non poteva scattare finché il piccolo era in pericolo.

Stanco e ansioso, Petey guardava Janelle. Cosa stava cercando di fare? Avevano a portata di mano ciò per cui erano venuti. Perché continuava a giocare? «Dannazione Janelle! Dagli il bambino.»

«Prima prendi la valigia, idiota!» esclamò lei.

Connor la porse all'uomo.

L'ansia prese il posto della rabbia e Petey si lasciò cadere a terra con la borsa davanti a sé. Con mani tremanti, l'aprì. «È a posto, avevi ragione. È tutto qui.»

Janelle fece un passo avanti per vedere. La valigia era piena di mazzette di banconote. «Non sapremo se c'è tutto finché non conteremo il denaro.»

«Non manca niente» le disse Connor a denti stretti. «Non metterei mai a rischio la vita di mio figlio.»

«No, non lo faresti. D'accordo, chiudi la valigetta e alzati, Petey... Puntagli addosso la pistola. Se qualcosa va male, spara prima a lui e poi al bambino.»

Con un sorriso crudele sulle labbra, passò a Connor suo figlio. Prendendo Chase fra le braccia, Connor non ebbe tempo di analizzare le emozioni che lo travolsero.

Era giunto il momento. Ora o mai più.

Spinse Janelle da parte e si mise al sicuro.

Nell'oscurità, il suono delle grida fu seguito da spari.

1

«Se continui a stringerti così le dita, dovremo chiamare un dottore dall'ospedale per districarle!»

Spaventata, persa nei suoi pensieri, Lacy Clark alzò lo sguardo su Megan Maitland, che le sorrideva comprensiva, in piedi accanto a lei nel soggiorno della sua casa. Non aveva sentito la donna avvicinarsi.

Lacy si rese conto che stava tormentandosi senza sosta le mani, segno visibile dell'angoscia interiore che provava da quella che sembrava un'eternità. Da quando cioè, Connor e gli altri erano usciti per incontrarsi con i rapitori.

Lei avrebbe voluto andare con loro per vedere cosa stava accadendo invece di lasciare scatenare la sua immaginazione, ma Connor aveva insistito che la sua presenza li avrebbe messi tutti in pericolo e così lei aveva acconsentito ad aspettarli lì, sentendosi morire a ogni ticchettio dell'orologio.

«Scusi...» mormorò.

Lasciò ricadere le mani. Le sue dita erano libere, ma questo non scioglieva la morsa nello stomaco. Non poteva rimanere ancora in un simile stato. Era rimasta così a lungo al buio, che quell'incertezza era quasi intollerabile.

Dov'erano loro? E soprattutto dov'era suo figlio?

Serrando le labbra, guardò verso la porta. Tutto il suo mondo era là fuori e, da qualche parte, perso nella notte, c'era il bambino che le era stato sottratto durante quegli ultimi undici mesi in cui lei aveva vagato persa nella nebbia dell'amnesia, per colpa di Janelle. Il bambino che avrebbe potuto continuare a non avere se Connor e gli altri avessero fallito nel loro piano.

Cosa avrebbe fatto se non avesse mai più rivisto Chase? Il cuore sembrava scoppiarle nel petto.

«Non devi preoccuparti.» Megan le diede una stretta affettuosa, comprendendo ciò che la giovane madre stava passando. «Te lo riporteranno, ne sono sicura.»

Sedevano tutti lì a casa Maitland, Megan, sua figlia Abby con la nuora Camille, Shelby Lord e Lacy, ad aspettare gli uomini che erano andati a riprendere suo figlio per portarlo in salvo.

«E se anche quella gentaglia riuscisse a fuggire» disse Abby portandosi al fianco di Lacy, «non ci sarà un posto in questo stato grande abbastanza perché Janelle e Petey possano nascondersi. Li troveremo Lacy, te lo prometto.»

Anche Shelby disse la sua. Entrambi i suoi fratelli, Michael e Garrett, erano con Connor quella sera.

«Non c'è alcun motivo di credere che Jake, Connor e gli altri non abbiano successo» aggiunse dolcemente Camille.

Lacy sapeva cosa stavano cercando di fare ed era grata a tutti loro, ma non riusciva a calmare l'ansia. L'inquietudine continuava a crescere.

«Se è andato tutto bene, perché non hanno chiamato?» udì se stessa domandare.

Tesa, la sua voce non sembrava nemmeno appartenerle. Durante quegli ultimi mesi aveva dovuto affrontare una serie di terribili prove. Aveva avuto il bambino di Connor in segreto, per poi essere costretta a lasciarlo sulla soglia della Maitland Maternity per il suo bene. Aveva perso undici mesi della sua vita quando Janelle l'aveva assalita in quel vicolo dietro all'ospedale, lasciandola per morta e avendola invece gettata nel nebbioso mondo dell'amnesia senza nessuna coscienza di sé o del bambino che aveva abbandonato.

«Perché il telefono non suona? Sono in cinque. Uno di loro avrà un cellulare, non chiamano perché qualcosa è andato male.»

Guardando Lacy, condividendo la sua agonia, Megan sentì il cuore contrarsi.

Un tempo anche lei si era sentita così, pensò. Quarantasei anni prima, incinta, non sposata e abbandonata dal padre di suo figlio, si era sentita proprio come Lacy. Spaventata, impaurita e senza sapere a chi rivolgersi. Infine si era guardata dentro e in qualche modo aveva trovato la volontà di andare avanti. Come Lacy, aveva deciso che avrebbe tenuto il suo bambino una volta nato, ma qualcuno di cui lei si fidava le aveva preso il piccolo appena nato e le aveva mentito. Una bugia che sarebbe tornata a tormentarla.

Suo padre le aveva detto che il figlio era nato morto. Dopo avere pianto tutte le sue lacrime, si era ripresa e aveva trovato la forza di continuare. Non solo, alla fine aveva conquistato il cuore di William Maitland e con lui aveva fondato una dinastia.

Ora quella meravigliosa famiglia che lei e suo marito avevano creato era lì per offrirle sostegno ogni volta che ne aveva bisogno.

Megan non poteva fare a meno di chiedersi quanto quel sostegno sarebbe potuto durare. Una volta che avessero saputo che Connor non era il nipote perduto da tempo, bensì suo figlio quel sostegno sarebbe venuto meno? O piuttosto sarebbe cresciuto più forte ancora per le difficoltà che la situazione presentava?

Poteva solo pregare. In un modo o nell'altro ben presto avrebbe avuto la risposta.

Ma ora, era per suo nipote che era preoccupata. I chiarimenti e le spiegazioni potevano essere affrontati più tardi. Prima le cose importanti.

Posò un braccio attorno alle spalle di Lacy. «Ci possono essere dozzine di motivi per cui non hanno ancora chiamato. Inoltre potrebbe anche darsi che nessuno abbia con sé un cellulare.»

«E anche se l'avessero» intervenne Shelby, «non significa necessariamente che funzioni. Garrett non si ricorda mai di caricare quello che gli ho regalato, dice che è una seccatura.»

Lacy pregò che avessero ragione. Forse in quel momento erano sulla via di casa con suo figlio.

Ma lei non riusciva a calmarsi.

L'agitazione minacciava di consumarla. Guardò di nuovo il telefono, desiderando che suonasse. Doveva essere accaduto qualcosa di orribile, lo sapeva.

Incapace di rimanere ferma, cominciò a camminare, gli occhi rivolti alla porta d'entrata. Perché non erano ancora di ritorno? L'appuntamento era per mezzanotte ed erano ormai le due passate.

Shelby si frugò in tasca in cerca delle chiavi della macchina. «Forse è meglio che faccia un salto alla fabbrica di zucchero per vedere se tutto va come dovrebbe.»

«No!» Megan d'istinto le si parò davanti. «È troppo pericoloso!» esclamò angosciata. Era un ordine.

Shelby la guardò. Anni prima Megan aveva preso sotto la sua ala Shelby e i suoi fratelli quando i loro genitori li avevano abbandonati. Anche se aveva fatto in modo che venissero adottati da dei suoi amici, si era sempre comportata verso di loro come una zia o, a volte, addirittura come una seconda madre. Shelby si rese conto che era inutile discutere.

Avvertendo la lotta interiore che aveva scatenato nella giovane donna, Megan cercò di spiegarsi. «Saranno già sulla via del ritorno e tu rischieresti di non trovarli. Non ha senso, meglio rimanere qui.»

«D'accordo. Concederò loro un'altra mezz'ora, ma poi ci andrò.»

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