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Solo per una notte
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E-book218 pagine4 ore

Solo per una notte

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Info su questo ebook

Inghilterra, 1826 - In una gelida notte d'inverno, Taris Wellingham e Beatrice-Maude Bassingstoke, in viaggio verso Londra sulla stessa diligenza, vengono sorpresi da una violenta tormenta. Costretti ad abbandonare la carrozza e a cercare un riparo, dopo una lunga e faticosa cavalcata sotto la neve raggiungono un fienile. E qui, immemori del passato e incuranti del futuro, trovano conforto l'uno nelle braccia dell'altra, finché il sorgere del sole non li sorprende ancora uniti. Quale futuro riserverà loro quella notte di passione che avevano creduto passeggera?
LinguaItaliano
Data di uscita10 ago 2017
ISBN9788858971185
Solo per una notte
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Autore

Sophia James

Neozelandese, laureata in Letteratura inglese e Storia all'Università di Auckland, ha scoperto la passione per la scrittura leggendo insieme alla sorella gemella i romanzi di Georgette Heyer.

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    Anteprima del libro

    Solo per una notte - Sophia James

    1

    Maldon, Inghilterra, gennaio 1826

    L’oscurità lo stava trascinando giù, anche se lui cercava di sfuggirle sbarrando gli occhi per individuare un tenue barlume di luce, un ultimo sprazzo colorato, prima che il buio lo inghiottisse...

    «Svegliatevi, signore! State solo sognando.»

    La voce era vicina, e Lord Taris Wellingham si svegliò di soprassalto, e si ritrovò sulla carrozza che viaggiava a sud, in direzione di Londra. Un volto gli apparve nell’oscurità, ma non seppe dire se appartenesse a una donna vecchia o giovane. La sua voce era dolce, quasi musicale, l’accento denotava nobili natali, pareva originaria del nord.

    Volse altrove lo sguardo, stringendo con le dita irrigidite il pomo d’argento del bastone. «Vi chiedo scusa, mi sono addormentato.»

    «Accetto le vostre scuse» replicò lei con una risatina che lo sorprese.

    Questa volta c’era dell’arguzia nella sua voce. Taris avrebbe voluto vedere il suo volto, ma non riusciva a scorgere che un’ombra grigia.

    Il suo mondo era buio, anche se cercava di nascondere la progressiva incapacità di vedere con tutta la dignità che gli era rimasta.

    Finse di guardare fuori per controllare dove si trovavano. Era un inganno che detestava, ma a cui ricorreva spesso quando era in compagnia di qualcuno. Ecco a cosa si era ridotto!

    «Poco più di un’ora per raggiungere la nostra destinazione, immagino.»

    La supposizione della donna per lui era un dono del cielo, così forse sarebbe riuscito a indovinare a che punto del viaggio erano arrivati.

    «A meno che il tempo non peggiori.»

    Sentiva soffiare il vento, e la temperatura era scesa, nel breve lasso di tempo in cui aveva dormito.

    A un tratto s’irrigidì. C’era qualcosa che non andava. Dalla ruota di destra proveniva uno scricchiolio tutt’altro che rassicurante.

    Maledisse il suo udito troppo sensibile, meglio concentrarsi su qualcos’altro. Erano in cinque, sulla carrozza, aveva contato i suoi compagni di viaggio mentre salivano, e la donna era l’unica seduta accanto a lui. Uno degli uomini stava russando, l’altro discuteva con una signora anziana a proposito di domestici e problemi casalinghi: forse era sua madre, perché sentiva affetto nel modo in cui lui le si rivolgeva.

    La situazione della ruota stava peggiorando, il rumore adesso era sottolineato da un tremolio nella struttura della carrozza. Non poteva ignorare il pericolo, decise Taris, picchiando con il bastone contro il soffitto.

    Ma era troppo tardi. Il veicolo sbandò a destra mentre l’asse della ruota si spezzava, e nella notte il grido sinistro del cocchiere fece eco al tonfo con cui la carrozza cedette da un lato, poi lo sportello di legno si infranse contro il suolo e i passeggeri rotolarono, cadendo l’uno sull’altro. Taris avvertì una fitta di dolore quando la sua testa colpì qualcosa di metallico.

    Poi ci fu il silenzio, rotto solo dai gemiti della donna anziana e dai singhiozzi del figlio, che si era spaventato. Gli altri due passeggeri non dicevano niente, e Taris tese le mani per toccarli.

    La donna seduta accanto a lui respirava ancora, sentiva il calore del suo fiato sulla mano, mentre l’uomo che prima russava ora era immobile e, tastandogli il collo, Taris si accorse che era piegato in modo innaturale.

    Il fioco chiarore che era riuscito a intravedere non esisteva più, segno che almeno una delle lampade della carrozza doveva essersi spenta, nell’impatto. Il mondo pareva sprofondato nelle tenebre, alle quali lui era ormai avvezzo. Appoggiandosi al suo bastone, Taris si alzò in piedi.

    Beatrice-Maude Bassingstoke riusciva a stento a credere a ciò che era appena avvenuto. La testa le doleva, e doveva essersi ferita al labbro superiore.

    Rabbrividì, e si sforzò di tenere la bocca chiusa perché non si sentisse che batteva i denti.

    L’unica fonte di luce, debolissima, era quella fornita dalla sola lampada che non si era abbattuta al suolo durante l’incidente. Bea riuscì a individuare la sagoma del passeggero dai capelli scuri. Stava sollevando il corpo di un uomo, all’apparenza esanime. In quel momento la donna anziana iniziò a strillare, in preda al panico, per quanto il giovanotto al suo fianco cercasse invano di calmarla.

    «Smettetela!» le ordinò in maniera perentoria l’uomo dai capelli scuri. La donna borbottò qualcosa a proposito della temperatura gelida.

    «Almeno siamo ancora vivi, mamma, e sono sicuro che questo signore può aiutarci» la confortò il figlio senza cercare di alzarsi, ma stringendola a sé nel tentativo di riscaldarla. Lo sportello non c’era più.

    «Se mi date un momento, cercherò di rimediare» dichiarò l’uomo con i capelli scuri.

    Uscì con difficoltà dalla carrozza e lei poté intuire il suo profilo sullo sfondo della neve. Rimase a fissarlo, affascinata. Da quanto aveva potuto vedere durante il viaggio, era l’uomo più bello che avesse mai visto.

    Anche Frankwell Bassingstoke era stato un bell’uomo, pensò. Frugò nella borsetta e tirò fuori un fazzoletto che offrì all’anziana.

    «Dov’è andato? Perché non torna?» chiese con voce isterica la signora prendendo il fazzoletto e soffiandosi rumorosamente il naso, come se la loro vita dipendesse dal passeggero che era uscito a cercare lo sportello mancante.

    La temperatura gelida rendeva difficoltoso anche respirare. Chissà come doveva essere freddo, fuori, sulla strada, con la neve, e il vento che soffiava!

    Forse si era perso?, si chiese lei. Forse stava rischiando la propria vita nel nobile intento di aiutarli?

    Bea si avvolse nel mantello in modo che soltanto i suoi occhi fossero visibili, e uscì per dargli una mano.

    Lo individuò a una certa distanza, mentre tirava fuori il cocchiere da sotto una siepe, cercando di tenergli dritto il collo. Non portava guanti, e con il suo mantello aveva avvolto l’uomo, per proteggerlo dal freddo pungente. La sua camicia sembrava trasparente, ben misera barriera contro la pioggia gelata.

    «Posso aiutarvi?» gli gridò Beatrice, ma la sua voce venne portata via dal vento mentre lui si voltava.

    «Tornate dentro. Gelerete, qua fuori.»

    Ammirò la sua forza, mentre prendeva il cocchiere fra le braccia e tornava verso di lei. Lo aiutò, poi si rifugiarono insieme nel relativo calore della carrozza.

    «Non c’è spazio, qui dentro» si lamentò la donna anziana, e non si mosse di un palmo per far posto al cocchiere.

    Beatrice tolse la borsetta dal suo sedile. «Sistematelo qui» suggerì all’uomo dai capelli scuri.

    «Occupatevi di lui» le ordinò Taris, prima di uscire di nuovo.

    Un morto, un ferito, una donna anziana in preda al terrore e un giovanotto buono a nulla, elencò Bea nella propria mente. Aveva notato del sangue vicino all’occhio dell’uomo alto, gli aveva già macchiato la guancia e la camicia bianca.

    Usava molto le mani per toccare, sentire. Quando l’aveva sfiorata, subito dopo l’incidente, si era risvegliata con una strana impressione di calore improvviso. Avrebbe voluto che la toccasse ancora, e il desiderio le dava un senso di vertigine.

    Eppure era vedova, e aveva ventotto anni, gli ultimi dodici dei quali li aveva trascorsi sprofondata in un inferno grazie al quale era certa che non avrebbe più desiderato un uomo.

    Ritornò al presente, accorgendosi che la donna anziana e il figlio stavano cercando di arraffare il mantello in cui era avvolto il cocchiere.

    «Non credo che chi glielo ha dato vorrebbe che lo prendeste voi» obiettò Bea, cercando di impedirlo.

    «È solo il cocchiere» ribatté il giovanotto, come se la sua condizione sociale gli permettesse di decidere chi poteva riscaldarsi e chi doveva morire di freddo.

    «Indietro!» scandì l’uomo alto rientrando nel veicolo.

    La sua voce tremava per il freddo, ma in mano aveva lo sportello. Lo rimise a posto a fatica, e subito l’atmosfera all’interno migliorò.

    Il volto dell’uomo era bagnato, come la camicia che aderiva ai suoi muscoli. Un corpo abituato al lavoro e al movimento, decise Bea prendendo un panno nella propria borsa e tendendoglielo. Vide i suoi denti bianchi, mentre sorrideva, e le loro dita si sfiorarono con un brivido.

    Le tornarono in mente le storie d’amore che aveva letto sui suoi amati libri. Una passione che lei non aveva mai provato.

    Il suo volto era troppo banale per attirare un uomo del genere, pensò. In quel momento lui preferiva occuparsi del cocchiere, e gli stava mettendo una mano sul cuore per sentirne i battiti.

    «L’avete già fatto altre volte?» gli domandò, lieta che la propria voce avesse un tono controllato.

    «Molte» rispose lui gettando all’indietro i capelli che portava lunghi, molto più di quanto la moda stabilisse.

    Era consapevole di essere attraente, decise Bea, soprattutto per una donna non più giovanissima come lei.

    Distolse lo sguardo, detestando il modo in cui il cuore aveva accelerato i battiti. «Credete che qualcuno verrà a soccorrerci?»

    «No, almeno fino a domattina» rispose il giovanotto al suo posto. «Quando ormai la mamma sarà...»

    «Morta... morta e gelata» rantolò la madre.

    «Se staremo vicini, e cercheremo di non disperdere il nostro calore, possiamo resistere per qualche ora» dichiarò l’uomo alto con una sorta di impazienza.

    «E poi?» lo incalzò il giovanotto.

    «Se non arriverà nessuno nel giro di un’ora, prenderò un cavallo e mi recherò a Brentwood.»

    «Ma ci vuole almeno un’ora per arrivare a Brentwood, e con questo tempo...» obiettò Beatrice.

    «Allora è meglio sperare che sopraggiunga qualche viaggiatore» ribatté l’uomo tirando fuori di tasca una fiaschetta d’argento che brillò alle tenue luce della luna, che a un tratto aveva fatto capolino attraverso le nuvole.

    Prese un lungo sorso, poi la ripulì e la passò a lei. «Vi terrà calda. Datela anche agli altri, quando avrete bevuto.»

    Benché non avesse quasi mai assaggiato alcolici in vita sua, Bea fece come lui le ordinava, e il liquore dissolse via il gelo. Però la donna anziana e il giovanotto non ne vollero sapere, e lei cercò di restituire la fiaschetta al proprietario.

    Lui non si accorse che gliela tendeva, forse perché era troppo assorto nei propri pensieri, così la richiuse e se la mise in grembo, facendo attenzione che non cadesse.

    Dalla sua borsa da viaggio, sotto il sedile, prese la torta che la cuoca aveva preparato in vista di quel viaggio. «Qualcuno ne vuole un pezzo?» offrì, togliendo la carta in cui era avvolta.

    Madre e figlio tesero subito la mano, ma l’uomo dai capelli scuri non rispose. Sembrava che stesse aguzzando le orecchie per sentire qualcosa. Neppure lei mangiò, perché il cibo sarebbe stato prezioso, se nessuno fosse arrivato a soccorrerli.

    Gemette fra sé. Non sarebbe venuto nessuno ad accoglierla a Londra, al suo arrivo. Nessuno avrebbe sentito la sua mancanza, se non fosse arrivata.

    Forse il capo giardiniere di cui era diventata amica nelle ultime settimane si sarebbe chiesto, nei mesi a venire, perché non fosse tornata a trovarlo come aveva promesso, ma niente di più. Se la neve l’avesse inghiottita nessuno si sarebbe accorto della sua mancanza.

    Ventotto anni, e nessun amico. La sua solitudine era stata un vantaggio quando Frankwell, negli ultimi anni della sua vita, si era dimostrato ossessivo, riguardo ai suoi rapporti con il mondo esterno. Prima tuttavia era stato anche peggio, e Bea si sfiorò la cicatrice sul gomito, per la ferita che non era stata curata nel modo dovuto, dopo quello che preferiva definire un incidente. Da allora portava sempre le maniche lunghe, anche d’estate.

    Come poteva pensare all’estate con il freddo che faceva in quella carrozza?, si ammonì.

    Il cocchiere si risvegliò con un gemito, cercando di mettersi a sedere.

    «Che cosa è successo?»

    «Una ruota si è staccata» rispose l’uomo alto.

    «E i cavalli? Dove sono i cavalli?»

    «Li ho legati a un albero. Potranno resistere per qualche ora.»

    «Brentwood dista almeno un’ora da qui, e Colchester due.» Il cocchiere rabbrividì, vedendo il passeggero morto. «Perderò il mio lavoro se penseranno che la colpa è mia...»

    «La ruota destra è uscita dall’asse, voi non avete alcuna responsabilità. Testimonierò in vostro favore, se ce ne sarà bisogno.»

    «Chi siete, se posso chiedervelo?»

    «Taris Wellingham.»

    Beatrice pensò di non aver mai sentito un nome tanto interessante. Taris, ripeté nella propria mente.

    «Se non arriviamo a Brentwood penseranno che ci siamo fermati a Ingatestone, o addirittura a Great Baddow. Domattina saremo tutti dove lui ci ha preceduto» dichiarò il cocchiere indicando il passeggero defunto, ma tacque quando la donna anziana cominciò a gemere, spaventata.

    «Ho promesso che prenderò un cavallo e andrò a cercare soccorso» ricordò Taris alla donna, nel tentativo di calmarla.

    «Non andrete solo» intervenne Beatrice, sorprendendosi lei stessa della propria audacia. «Sono brava a cavalcare, o almeno lo ero quindici anni fa, quando vivevo nei pressi di Norwich.»

    «È fuori questione» si oppose Taris. «Potremmo non arrivare mai a destinazione.»

    «Quanti cavalli abbiamo?»

    «Quattro, ma uno si è azzoppato.»

    «Non sono più una bambina, e insisto per accompagnarvi. Non vedo perché dovreste proibirmelo.»

    «Perché potreste morire.»

    «Potrebbe accadere anche se restassi qui.»

    «Questa è una strada molto frequentata...»

    «Non abbiamo visto una sola carrozza, da quando siamo partiti!»

    Lui sorrise, e Bea arrossì.

    «E poi in due sarà meno pericoloso» aggiunse lei.

    «In questo caso porterò con me il cocchiere.»

    «Il cocchiere? Ma non vedete come tiene le mani? È evidente che ha le dita rotte. Non andrete da nessuna parte, con lui» gli fece notare.

    «Come vi chiamate?» le domandò Taris con l’imperiosità di chi era abituato al comando.

    «Mrs. Beatrice-Maude Bassingstoke.»

    «Avete altri indumenti nella borsa da viaggio?»

    «Sì, naturalmente.»

    «In questo caso indossatene quanti più potete, uno strato sull’altro. E questa sciarpa» aggiunse.

    «Era il panno di mussolina che avvolgeva la torta» gli spiegò.

    Taris esitò. «Non importa. Andrà bene lo stesso.»

    Dannazione!, imprecò Taris fra sé, al tatto quel panno gli era sembrato una sciarpa da donna.

    Bassingstoke era un cognome della zona di Norfolk, di cui aveva sentito qualcosa soltanto un mese prima, ma non riusciva a ricordare altro.

    La sua voce calma e tranquilla lo aveva aiutato a non perdere il controllo di sé e, quando aveva offerto la torta agli altri, non ne aveva presa, proprio come aveva fatto lui. Pentito, Travis avrebbe voluto chiederle di tagliargliene una fetta.

    Se non fosse arrivato qualcuno sarebbe stato costretto a prendere il cavallo e a mettersi in strada, perché il respiro della donna anziana stava diventando sempre più debole. Per fortuna Mrs. Bassingstoke si era offerta di accompagnarlo, perché sarebbe stato fondamentale avere con sé qualcuno che ci vedesse, che potesse scorgere la luce lontana di una fattoria o di un fienile.

    Fuori aveva cercato i propri bagagli, ma non era riuscito a trovarli. Potevano essere rotolati ovunque.

    Peccato, perché avrebbe avuto bisogno di qualche strato in più di indumenti, come quelli che si stava infilando la sua compagna di viaggio.

    Avrebbe voluto chiederle se si sentiva abbastanza vestita, se i suoi stivaletti erano robusti, ma Mrs. Bassingstoke sembrava una donna perfettamente in grado di badare a se stessa.

    2

    Il tempo stava migliorando, constatò Taris Wellingham quando insieme alla sua compagna di viaggio uscì dalla carrozza, un’ora più tardi. La neve aveva smesso di cadere, e fra le nuvole di tanto in tanto s’intravedeva il bagliore della luna.

    Rimise a posto con cura lo sportello mentre Bea si sentiva in qualche modo sollevata all’idea di poter fare

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