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Segreti sotto le lenzuola: Harmony Destiny

Segreti sotto le lenzuola: Harmony Destiny

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Segreti sotto le lenzuola: Harmony Destiny

Lunghezza:
160 pagine
2 ore
Pubblicato:
Mar 9, 2018
ISBN:
9788858979853
Formato:
Libro

Descrizione

Lui ha un lavoro da portare a termine.

Il milionario Luke De Rossi deve vendere la casa che ha ereditato, ma trovare il giusto acquirente si rivela più difficile del previsto, soprattutto quando alla sua porta si presenta Beth Jones, una donna sexy e misteriosa. Luke è intenzionato a scoprire i suoi segreti e ad averla senza veli nel suo letto.



Lei ha un segreto che non può essere rivelato.

Beth ha finalmente ottenuto l'anonimato che desiderava. Ora le manca solo una casa in cui vivere, ma mai si sarebbe aspettata di trovare un venditore tanto... allettante. Cadere fra le braccia di Luke non aiuta i suoi scopi, e nascondergli la sua vera identità si rivela un compito davvero troppo arduo.
Pubblicato:
Mar 9, 2018
ISBN:
9788858979853
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Tra le autrici più amate e lette dal pubblico italiano.

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Anteprima del libro

Segreti sotto le lenzuola - Paula Roe

Titolo originale dell’edizione in lingua inglese:

Bed of Lies

Harlequin Desire

© 2012 Paula Roe

Traduzione di Maria Latorre

Questa edizione è pubblicata per accordo con

Harlequin Books S.A.

Questa è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o

persone della vita reale è puramente casuale.

Harmony è un marchio registrato di proprietà

HarperCollins Italia S.p.A. All Rights Reserved.

© 2012 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano

eBook ISBN 978-88-5897-985-3

1

Guai.

Per un istante, Beth Jones dovette sorreggersi al lavello della cucina. Il cuore le batteva impazzito nel petto mentre puntava lo sguardo fuori della finestra, verso il frondoso giardino antistante la casa, e fissava quel volto sbarbato di fresco che preannunciava l’inizio di una lunga serie di problemi.

Un uomo dall’abbigliamento impeccabile era appena sceso dalla BMW parcheggiata nel viale. Una tensione palpabile irradiava da tutta la sua imponente figura, tangibile quasi quanto il calore di quella serata di inizio ottobre. Glielo si leggeva nella postura rigida delle spalle, nella smorfia che gli aggrottava la fronte, nell’impazienza con cui sbatté la portiera dell’auto.

Beth deglutì nervosa, si scostò dagli occhi una ciocca ribelle e continuò a guardare.

Lo vide fermarsi alla cassetta della posta, controllare qualcosa su un foglio di carta e poi aggrottare ancora di più la fronte. Quell’esitazione le dette il tempo di osservarlo da capo a piedi: taglio di capelli accurato, petto ampio avvolto da una giacca dal taglio rigoroso, gambe stratosferiche. E, inutile aggiungerlo, un muscoletto sexy che gli guizzava come impazzito lungo una guancia.

Aveva un’aria di sicurezza e costosa eleganza, uno di quei maschi alfa da milioni di dollari che impongono automaticamente rispetto.

Dunque non era un reporter. Forse un magnate della finanza, allora? Un avvocato? Un banchiere?

Trasse un respiro. .

Era come se la East Coast National Bank fosse passata dalle telefonate alle intimidazioni a viso aperto.

Del resto poteva succedere, se c’era in ballo mezzo milione di dollari rubati.

Il problema dei guai era che arrivavano sempre tre alla volta. E se si contavano come numero uno e numero due la gomma a terra di quel mattino e l’assenza di una dipendente al lavoro, c’era da scommettere che il guaio numero tre fosse sul punto di bussare alla sua porta.

Luke De Rossi aveva un’emicrania assassina.

Era incominciata quando era uscito dallo studio legale di Brisbane e aveva imboccato l’autostrada, diretto verso la Gold Coast.

Allo svincolo di Runaway Bay, si era a stento reso conto che il traffico aveva incominciato a diradarsi, che le case si erano fatte più grandi e i giardini più ampi. Scoccò un’occhiata allo specchietto retrovisore un paio di volte, ma l’auto che lo aveva seguito era scomparsa.

Avrebbe dovuto esserne contento, invece si sentiva soffocare dall’ansia. Già immaginava i titoli. Lucky Luke sgraffigna la casa del defunto zio gangster. Era così, che lo chiamavano, come il personaggio del fumetti. Lucky. Fortunato. La stampa gli avrebbe infilato un altro pugnale nella schiena, infangandogli la reputazione e facendogli perdere ciò per cui aveva lavorato per tutta la vita.

Lui e Gino non erano mai stati vicini, ma lo zio aveva sempre saputo quanto significasse il lavoro per lui. Cosa gli era passato per la mente, quando aveva deciso di lasciargli in eredità una casa che avrebbe potuto sabotargli la carriera?

Alla fine della strada senza uscita, il tramonto allungava le sue ombre sulla vecchia villa coloniale a due piani, sul lungo viale parzialmente nascosto dalla vegetazione e su una cassetta per le lettere bianca che portava inciso il numero tredici. Particolarmente adeguato.

La casa era dipinta in ocra e verde scuro, due colori che si mescolavano alla perfezione con la vegetazione circostante.

Per un attimo si era aspettato di vedere sbucare un cane dai cespugli o di vedere un gruppetto di bambini giocare sul porticato. Invece non vide altro che un dondolo dall’aria accattivante che sembrava invitarlo a sedersi e a rilassarsi.

Brontolò qualcosa. Nonostante l’ubicazione esclusiva, quella casa aveva un’aria dimessa, qualcosa che invece non si poteva certo dire di suo zio. E dunque che se ne faceva Gino, di una perfetta casa di periferia, quando avrebbe potuto possedere invece qualsiasi magione nella zona residenziale di Whitsunday Islands, nel Queensland?

Era uscito dallo studio dell’avvocato troppo furibondo per dare ascolto a qualsiasi spiegazione. Certo, era già furioso quando vi era entrato, ma gli era bastato ascoltare la lettura di un paio di paragrafi del testamento dello zio per balzare in piedi e andarsene sbattendo la porta. Se solo fosse rimasto ancora un istante, avrebbe finito col dire cose di cui poi si sarebbe pentito. Per non parlare di ciò che avrebbe potuto fare...

Eppure, quelle parole gli risuonavano ancora nella mente. Devi ascoltare, Luke. Devi fare pace con la tua famiglia.

In via confidenziale, il consiglio di amministrazione gli aveva suggerito di tenersi alla larga da tutto quanto era legato a Gino Corelli. In pubblico, avevano definito la sua sospensione un allontanamento temporaneo dovuto a motivi di famiglia. Eppure, per qualche strana ragione, eccolo qui, proprio dove avrebbe fatto meglio a non essere.

Devi sistemare le cose.

Trasse un respiro. Gino era morto a causa sua. Per settimane era riuscito a soffocare i sensi di colpa tuffandosi a capofitto nel lavoro, ma alla fine erano esplosi nella lussuosa sala riunioni di Paluzanno & Partners.

Sistema le cose.

Scosse la testa soffocando un’imprecazione. Gli sarebbe bastata una settimana per mettere la casa sul mercato, poi avrebbe restituito il denaro alla zia Rosa e sarebbe tornato alla vita di sempre e, soprattutto, alla imminente promozione.

Mosse ancora un passo avanti, ignorando lo squillo del cellulare, poi si fermò quando scorse un’auto rossa parcheggiata sotto il porticato.

Quella casa era stata costruita con l’intento di non dare nell’occhio, eppure, stando alle quotazioni della zona, doveva valere almeno qualche milione. Tentò di spiegarsi il motivo per cui Gino l’avesse acquistata e raggelò quando ne individuò uno particolarmente odioso.

Un nido d’amore.

Un gusto amaro gli riempì la bocca. No. Gino aveva sempre amato zia Rosa. Erano stati felicemente sposati per più di cinquant’anni. Era impossibile che...

Eppure come mai non aveva lasciato la casa in eredità a Rosa? Perché a lui, se non per tenere la moglie all’oscuro di tutto?

Guardò di nuovo la casa e serrò le labbra, insospettito. Qualcosa non quadrava, qualcosa che non riusciva a individuare.

Controllò di nuovo l’indirizzo, quindi si avviò verso la porta e si fermò ai gradini di ingresso.

Un brivido di preoccupazione gli corse lungo la schiena. Si passò una mano sulla nuca e si guardò alle spalle. Il viale a gomito, insieme a una folta siepe di arbusti, nascondeva la costruzione. Il prato aveva bisogno di una buona tosatura, ma le aiuole erano fiorite, il che indicava senza ombra di dubbio le priorità del locatario.

L’ansia aumentò ancora. E se qualche giornalista intraprendente lo avesse preceduto?

Era sempre riuscito a distinguere tra attenzione indesiderata e buona pubblicità. Era il socio più giovane della Jackson & Blair’s, la banca più ricca del Queensland. Esercitava un enorme potere nel mondo della finanza, ma adesso tutti lo vedevano soltanto come il nipote del presunto boss Gino Corelli.

In altre parole, lo consideravano un criminale.

Guardò le chiavi che teneva in mano, sentendosi stringere il petto dal rimpianto. Le accuse che il cugino gli aveva lanciato ai funerali di Gino gli facevano ancora male. Forse, se avessi fatto qualcosa, mio padre sarebbe ancora vivo.

Oh, se solo avesse saputo!

Strinse le dita intorno alle chiavi e fissò la porta della sua eredità. Solida, consumata e... serrata. Sebbene avesse la possibilità di entrare, preferì bussare e attendere.

Stava proprio per bussare di nuovo, quando il battente si aprì. Per un attimo, fu come se gli si svuotasse la testa e non seppe più cosa dire.

Davanti a lui stava la versione umana di Bambi, tutta occhi lucidi e gambe lunghissime. Indossava una canottiera azzurra e un paio di calzoncini bianchi praticamente inesistenti che le lasciavano le gambe del tutto nude. Gambe fantastiche, con tutte le curve giuste, coperte da una leggera abbronzatura e con le ginocchia più rotonde che avesse mai visto.

Luke De Rossi era sempre stato un grande estimatore di gambe femminili e sapeva riconoscerne la qualità, quando la vedeva.

Abbassò la mano, si tolse gli occhiali da sole e lasciò vagare lentamente lo sguardo su quel corpo da sogno, finché i suoi occhi non incrociarono quelli di lei: gelide iridi verdi che distrussero in un istante tutti i suoi pensieri indecenti.

Beth retrocesse di un passo. L’espressione del volto arrogante di quello sconosciuto non lasciava presagire niente di buono. E quei grandi occhi scuri frangiati da ciglia tanto lunghe e folte da sembrare quelle di una donna non facevano che avvalorare quell’ipotesi. L’uomo la studiò con l’intensità di un inquisitore, poi si passò una mano sul mento.

«Immagino che sia qui per Ben Foster?» gli domandò Beth glaciale, sforzandosi di controllare i suoi pensieri impazziti.

«Chi?»

Lui le guardò dietro le spalle, causandole un brivido di apprensione, poi tornò a fissarla. «Cosa ci fa lei in questa casa?»

L’animosità di quella domanda la fece scattare. «No, cosa ci fa lei, piuttosto?»

Lui le scoccò un’occhiataccia, le passò accanto e si avviò lungo il corridoio.

A bocca spalancata per la sorpresa, Beth non poté fare altro che fissarlo attonita. Poi fu colta dal panico. «Ehi, cosa pensa di fare?»

Luke non le dette modo di proseguire. «Voi altri non rinunciate mai, eh? Prima il pedinamento, poi l’agguato a casa mia, adesso anche questo trucchetto. E dunque, qual è il piano? Sbattere le ciglia dei suoi occhi verdi, mostrarmi le gambe e chiedermi l’esclusiva?» Quegli occhi scuri le accarezzarono di nuovo le gambe con tanta intensità da farla sentire nuda. «A proposito, quei calzoncini sono davvero un tocco unico. Distrazione per attrazione, vero?»

Lei trasse un respiro indignato. «Ma chi le dà il diritto di...»

«Signora, ho avuto una giornataccia e le sue chiacchiere non mi servono. Ho scoperto la sua copertura, ed è ovvio che lei è a caccia di scoop. Bene, stia a sentire cosa le propongo. Lei se ne va adesso e io non la denuncerò per violazione di proprietà privata.»

Sbigottita, Beth lo seguì con lo sguardo mentre lui si avvicinava alla finestra.

«E allora? Dov’è la sua squadra? I microfoni, le telecamere? Nascosti tra le siepi?»

Questa volta lei trovò il fiato per obiettare. «Ma lei chi diavolo crede di essere?»

Quello sfogo attrasse finalmente la sua attenzione. Si girò con agilità felina, adirato. Era consapevole che la sua altezza e l’arroganza della sua espressione gli conferivano un aspetto formidabile. Ciò che non sapeva era che, sotto il suo scrutinio, Beth si sentì battere forte il cuore nel petto e incominciò a calcolare la distanza che la separava dalla cucina, da un coltello acuminato, un telefono...

«Finge di essere ottusa?» le domandò lui e,

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