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Menzogna e verità: I Romanzi Storici

Menzogna e verità: I Romanzi Storici

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Menzogna e verità: I Romanzi Storici

Lunghezza:
316 pagine
4 ore
Pubblicato:
Feb 19, 2015
ISBN:
9788858931325
Formato:
Libro

Descrizione

Londra, 1809 - Una menzogna detta per paura ha condizionato la vita di Justi Mallory fin dalla nascita, ma il fatto che tutti la credano un ragazzo non le ha mai creato problemi... almeno fino alla morte del nonno e al conseguente arrivo a Homeplace di Richard, un lontano cugino che deve farle da tutore fino al compimento della maggiore età. All'improvviso la verità inizia a bruciarle nel cuore, e non solo perché Gerard, il precettore alle cui cure è stata affidata, ha scoperto il suo segreto e la ricatta. A poco a poco, infatti, si è fatta strada in lei la consapevolezza di essere una donna, con tutti i desideri e le esigenze che questo comporta. Ma nonostante i teneri sentimenti che ha iniziato a nutrire per Richard, Justi sa che rivelargli la verità significherebbe rinunciare per sempre a Homeplace...

Pubblicato:
Feb 19, 2015
ISBN:
9788858931325
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Affermata autrice statunitense, ama scrivere romanzi ambientati preferibilmente nell'Ottocento, con una particolare attenzione alla condizione femminile dell'epoca.

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Anteprima del libro

Menzogna e verità - Laurel Ames

Titolo originale dell’edizione in lingua inglese:

Homeplace

Harlequin Historical

© 1994 Barbara J. Miller

Traduzione di Anna Polo

Questa edizione è pubblicata per accordo con

Harlequin Books S.A.

Questa è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o

persone della vita reale è puramente casuale.

© 2003 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano

eBook ISBN 978-88-5893-132-5

www.harlequinmondadori.it

Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere copiato, riprodotto, trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato o trasmesso in pubblico, o utilizzato in alcun altro modo ad eccezione di quanto è stato specificamente autorizzato dall’editore, ai termini e alle condizioni alle quali è stato acquistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge applicabile. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata di questo testo così come l’alterazione delle informazioni elettroniche sul regime dei diritti costituisce una violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla Legge 633/1941 e successive modifiche.

Questo ebook non potrà in alcun modo essere oggetto di scambio, commercio, prestito, rivendita, acquisto rateale o altrimenti diffuso senza il preventivo consenso scritto dell’editore. In caso di consenso, tale ebook non potrà avere alcuna forma diversa da quella in cui l’opera è stata pubblicata e le condizioni incluse alla presente dovranno essere imposte anche al fruitore successivo.

1

Inghilterra, aprile 1809

Dintorni di Stowmarket

La figura sottile appariva minuscola, in sella a un cavallo tanto grande. Vestita con calzoni di pelle, alti stivali e una giacca color giallo pallido, la ragazza parlò con dolcezza al cavallo e gli batté un colpetto sul collo. In groppa a Bluedevil, aveva percorso senza fare alcun rumore il sentiero tra le querce. Ora Justi si concesse una risata, che risuonò allegra sotto la volta frondosa. Disturbati da quel suono inaspettato, due gufi le lanciarono uno sguardo di disapprovazione, per poi volare via sdegnati.

Justi si era recata a fare alcune commissioni a Brinley e aveva atteso l’arrivo della posta, prima di tornare a casa passando dalle terre di Coates, il signorotto che possedeva gran parte della contea. Non si lasciava mai sfuggire l’occasione di attraversare il bosco di querce: per lei era un luogo magico. Perfino nelle più torride giornate estive, sotto il riparo degli alberi giganteschi e secolari si godeva una piacevole frescura.

Justi fermò il cavallo, scivolò a terra e sedette su di un tronco caduto per leggere la posta: c’era una sola lettera, inserita in un pacco inviato dal tipografo londinese. Questa volta voleva che traducesse un romanzo dal francese. Justi sfogliò veloce il libro originale e concluse che non sarebbe stato un lavoro troppo difficile. Le traduzioni impegnavano tutto il suo tempo libero, ma le facevano guadagnare senza troppa fatica denaro che, ne era certa, prima o poi le sarebbe servito.

Bluedevil scosse la testa impaziente: nel fitto sottobosco non trovava molta erba da brucare. Justi mise via il libro e salì sul tronco caduto per montare a cavallo, poi si spinse fuori del tranquillo rifugio sotto le querce e si diresse verso Homeplace, proprietà dei Conti di Mallory da oltre duecento anni. Il ruscello che guadò sollevando alti schizzi attraversava tutta la tenuta, costeggiava i pascoli e gli ovili e finiva in un laghetto non lontano dalla casa di pietra coperta di edera rampicante. Al di là di questa si distinguevano le stalle e i recinti riservati all’allevamento di cavalli.

Justi mise Bluedevil al trotto. Prima di arrivare a casa c’era un solo cancello ed era una giornata primaverile troppo bella per fermarsi ad aprirlo. Strinse con forza le cosce muscolose contro i fianchi del cavallo e questi saltò la recinzione con grazia: Bluedevil amava superare gli ostacoli con un balzo almeno quanto lei. Il tonfo ritmico degli zoccoli sul terreno, il senso di unione con il cavallo la resero felice: per goderne ancora valeva la pena di sopportare il lungo inganno che aveva segnato tutta la sua vita a Homeplace. Forse un giorno avrebbe calcolato male le distanze e si sarebbe rotta una gamba, ma l’idea che un incidente avrebbe potuto rivelare che era una ragazza e non l’erede maschio non la spaventava.

Era stata battezzata Justin perché la madre e la balia avevano troppa paura del vecchio Basil Mallory per annunciargli che il nipote nato dopo la morte del suo unico figlio era una femmina.

«È un maschio, milord» aveva riferito nervosa la balia all’ansioso vecchio confinato a letto.

Questi aveva minacciato di scacciare di casa la giovane vedova, se avesse dato alla luce una bambina. All’inizio Lady Miriam aveva messo a tacere i dubbi sulla menzogna ideata dalla balia ripetendosi che Basil Mallory era in punto di morte. L’idea di lasciare un erede maschio lo avrebbe aiutato ad andarsene in santa pace. Non conosceva a sufficienza il terribile suocero per sapere che pareva in punto di morte da dieci anni e poi si riprendeva sempre.

Era andata così anche quella volta. La vera identità di Justi era rimasta un segreto tra Miriam e la balia; nessun altro si era mai occupato della bambina e i suoi primi anni erano trascorsi senza problemi. La piccola godeva di un’ottima salute e non aveva mai richiesto le cure di un medico, così che l’inganno non era mai stato svelato.

Il vecchio conte passava da periodi di infermità ad altri di relativa buona salute, in particolare durante la stagione della caccia, mentre Miriam si dibatteva in dubbi sempre più angosciosi: temeva che la scoperta della verità gli provocasse un fatale attacco di cuore e non sapeva se sperare o no in un simile evento. Se non fosse stato per l’ostinazione della balia, avrebbe finito per confessare la verità, stanca della tensione che quel continuo inganno le produceva.

Da quando Justi ricordava, la balia era sempre riuscita a convincere lei e la madre a fare ciò che considerava la cosa migliore per i loro interessi. Aveva così messo a tacere i dubbi e gli scrupoli di Miriam e istruito Justi perché recitasse la sua parte di ragazzo. Per lei in fondo si trattava solo di un gioco. Quando ebbe dieci anni, il nonno la liberò dalla tirannia degli studi per insegnarle di persona ad andare a cavallo. Con il passare del tempo smise di temerlo come la madre e si godette la sua compagnia nelle lunghe cavalcate e nella caccia, i passatempi preferiti dell’anziano conte.

Justi pensava di rado alla sua difficile situazione: si era ormai abituata a vivere giorno per giorno e a godere ogni piccolo piacere. Se cadeva da cavallo e si faceva male, si curava da sola con uno stoicismo nato dalla necessità e non informava nemmeno la madre e la balia, decisa a risparmiare loro ogni preoccupazione.

Entrando nel cortile rallentò l’andatura di Bluedevil, nel caso Miriam la stesse guardando, ma nessuno si affacciò alla finestra d’angolo circondata dall’edera rampicante. Anche la camera di Justi era sul retro della vecchia casa di pietra e dava sulle scuderie, il giardino e i boschi lontani. Il nonno invece preferiva la vista del grande viale che conduceva all’entrata principale.

«Meglio farlo camminare un po’, Jim» disse al garzone di stalla.

Più che altro per far piacere alla madre, Justi portava i capelli castani piuttosto lunghi e li legava in una coda disordinata. A volte una ciocca le ricadeva sulla fronte e la faceva apparire più giovane dei suoi sedici anni. Quando aggrottava le sopracciglia scure sopra gli occhi grigioazzurri pareva un ragazzo che si prendeva troppo sul serio.

Justi si era imposta di non ridere, giacché anche il minimo sorriso le creava due fossette sulle guance a suo giudizio ben poco maschili. Non aveva la minima difficoltà a muoversi come un ragazzo e anche ora fece le scale due gradini per volta e irruppe nella camera della madre senza farsi annunciare.

«Justi, devi proprio muoverti con tanta pesantezza?» la rimproverò Miriam. «Potresti essere un po’ più silenziosa, se non ce la fai a mostrare una certa grazia.»

«Non posso permettermi di sembrare un tipo effeminato» le ricordò lei con la voce bassa, frutto di lunghi esercizi. «Tutto dipende da questo.»

Lanciò un’occhiata alla balia, che ridacchiò con aria d’approvazione, continuando a lavorare a maglia.

La fragile bionda che un tempo era stata una vera bellezza si alzò e sfiorò con una lieve carezza i capelli castani della figlia. «Quando finirà?» chiese con un sospiro. «Siamo state pazze, a imbarcarci in questo inganno: ora che stai crescendo lui finirà per scoprire la verità.»

«No, se resterò snella come voi, mamma» replicò Justi.

Si allontanò dalla madre per sedersi accanto alla finestra che dava sul roseto.

«Lasciate stare il ragazzo» borbottò la balia senza alzare lo sguardo.

Un tempo Justi scoppiava a ridere a quella raccomandazione ripetuta infinite volte, ma ora la cosa non le sembrava più tanto divertente.

L’anziana balia aveva allevato Miriam, prima di lei, ed era ormai una sorta di istituzione a Homeplace: la si poteva trovare in qualche angolo intenta a sferruzzare, quando non era in cucina a dare ordini alla cuoca.

Justi fissò affascinata le dita nodose che si muovevano come dotate di una volontà propria e si chiese se la donna non stesse perdendo il contatto con la realtà. Se fosse stata davvero un maschio, questo avrebbe risolto tutti i loro problemi: il nonno sarebbe stato contento, almeno per quanto consentiva il suo carattere irascibile, e lei avrebbe ereditato Homeplace. Le cose sarebbero comunque andate così, a patto che nessuno scoprisse il segreto di Justi. In questo caso, invece, la tenuta sarebbe passata a un lontano cugino, Richard Mallory, appartenente a un ramo della famiglia che il nonno detestava.

Justi era così abituata a recitare la parte del ragazzo che non abbandonava la finzione nemmeno in presenza della madre e della balia. In realtà la cosa non le pesava: sapeva comportarsi solo così e le dispiaceva per le donne costrette a cavalcare all’amazzone e a camminare a passettini, impacciate dalle lunghe gonne.

«Sta rifacendo il testamento» annunciò la madre preoccupata.

«Di nuovo? Ogni volta che decide di essere vicino alla fine manda a chiamare l’avvocato e gli fa riscrivere tutto da capo» sdrammatizzò Justi. «Non è questo a preoccuparmi, ma la situazione della tenuta: abbiamo venduto solo due dei puledri nati l’anno scorso e i prezzi della lana e degli agnelli sono scesi.»

«Justi, siamo sull’orlo della rovina?» proruppe Miriam allarmata.

«Ma no, mamma, niente di così grave» si affrettò a rassicurarla lei. «Vorrei solo poter sistemare le cose usando il mio denaro.»

Miriam la guardò speranzosa. «Quanto hai guadagnato, cara?»

«In realtà, è anche denaro vostro, visto che mi avete aiutato con le traduzioni. Con l’ultimo libro di poesie, sono quasi quattrocento sterline, sufficienti a mantenerci tutte per un po’, se il nonno dovesse scacciarci. E anche in quel caso, potrei continuare a lavorare per Meecham e Bates. Ora sono contenta che mi abbiate fatto imparare il francese, anche se al momento non mi pareva tanto divertente.»

«Oh, la tua deplorevole educazione! Avresti dovuto avere una vera istitutrice» gemette Miriam con aria colpevole.

«Precettore, semmai. Comunque non mi lamento: mi avete insegnato a leggere e scrivere, e questo è la chiave di tutto. Vorrei solo essere un po’ più abile nei conti.»

«Non sono mai stata molto un gran che nemmeno io, in quel campo, ma i miei acquerelli venivano sempre ammirati e tutti sostenevano che suonassi il piano a meraviglia.»

La madre di Justi pareva ancora più bella, quando si abbandonava ai ricordi della giovinezza: le rughe di preoccupazione sparivano e il mento si sollevava con un gesto quasi di sfida. Per tutta la vita di Justi, Miriam era vissuta a Homeplace come una prigioniera.

«Piacerebbe anche a me dipingere e suonare, ma il nonno disapprova simili occupazioni. Gli sembrano indegne di un ragazzo, per giunta suo erede» le ricordò Justi.

«Eppure ti sarebbero utili, nel caso venissi scoperta, altrimenti chi mai ti sposerà? Non credo proprio che avrai una dote.»

«Saper ferrare un cavallo e far nascere un agnello non sono capacità molto valutate, immagino» rifletté Justi. «In ogni caso se venissi scoperta scoppierebbe un tale scandalo che nessuno oserebbe mai chiedermi in moglie.»

«Ma cara, parli quasi come se non volessi sposarti!»

«In effetti, il matrimonio non mi attrae. Sto bene così e posso fare tutto quello che voglio: la maggior parte delle persone sposate non mi sembra affatto felice.»

«Tuo padre e io lo eravamo.»

«Be’, sarete stati l’eccezione che conferma la regola. È una fortuna che non vi assomigli, altrimenti quest’inganno non avrebbe mai funzionato.»

«Justi, tu non sei affatto brutta» replicò Miriam gentile. «Semplicemente assomigli più ai Mallory.»

«E voi mi avreste permesso di essere bella?» la punzecchiò Justi.

«Be’, non mi sarebbe dispiaciuto avere un bel ragazzino come figlio» ribatté Miriam nello stesso tono.

Poi un’ombra di tristezza oscurò il suo bel viso.

«Mi dispiace, bambina: se solo non fossi stata così debole e paurosa, tutto questo non sarebbe successo.»

«Non è stata colpa vostra: l’idea dell’inganno è venuta alla balia.»

«Ma io non ho svelato la verità, quando ho scoperto quello che aveva fatto.»

«Stavate male e io sono contenta che siate rimasta zitta. Non riuscirei a immaginarmi diversa da quello che sono, anche se non mi piace il fatto di essere considerata un bel ragazzino. Devo esercitarmi a sembrare più accigliata.»

Si girò e fece qualche smorfia davanti allo specchio, strappando alla madre un’allegra risata.

«Sarà meglio scendere per il pranzo, o faremo tardi» l’ammonì Justi.

«Oh, sì, è vero. Quando il conte si arrabbia a tavola, non riesco a mandare giù un solo boccone.»

Justi si rese conto per la prima volta che ormai era lei a sostenere il peso dell’inganno: lasciata a se stessa, la madre avrebbe confessato la verità anni prima, ma la balia era sempre riuscita a dissuaderla. Ora l’anziana donna non aveva più potere su di loro ed era Justi a mantenere la finzione.

A volte pensava di confidare la verità al nonno, ma poi si tratteneva: in fondo gli voleva bene e desiderava che fosse fiero di lei. Arrivarono nell’atrio proprio mentre il maggiordomo stava accompagnando alla porta l’avvocato.

«Oh, signor Baird, non rimanete a pranzo?» chiese Miriam.

«No, temo di dover tornare in città. Il dovere mi chiama: Sir Mallory vuole nominare un tutore per Justin, così devo rintracciare questo cugino Richard» rispose l’avvocato.

«Se avessi bisogno di un tutore, non potrebbe essere mia madre?» intervenne Justi.

«No, Sir Mallory è stato chiaro: fino a che non avrete raggiunto la maggiore età, vuole che sia un uomo a occuparsi della tenuta. Bene, buona giornata a tutti.»

Una volta uscito l’avvocato, Miriam si rivolse alla figlia in un sussurro ansioso.

«Non ha mai fatto una cosa simile! Che questa volta sia davvero in punto di morte?»

«Non lo so. Cercherò di scoprirlo stasera.»

Quell’inverno il nonno era stato così male da perdersi tutta la stagione della caccia e Justi aveva preferito non partecipare alle battute senza di lui. Non ricevevano mai molte visite, ma quando si era saputo che il vecchio conte stava davvero male, solo Coates e il vicario Mayfair avevano osato sfidare la sua lingua tagliente. Lo conoscevano da tempo e sapevano che non parlava sul serio: semplicemente, gli acciacchi lo rendevano ancora più irascibile del solito.

In genere il vecchio conte dormiva nel pomeriggio e alla sera chiamava Justi perché gli tenesse compagnia in camera. Non lo sfiorava l’idea che in quel modo lasciava Miriam con la balia nel momento più triste e solitario della giornata.

Quella sera si rivelò ancora più lamentoso e irascibile del solito: chiese a Justi di giocare a scacchi e poi si arrabbiò quando lei lo lasciò vincere di proposito. Dopo poche mosse buttò all’aria la scacchiera e non si lasciò placare nemmeno dalla notizia della nascita di numerosi agnellini in ottima salute.

Justi ormai non si lasciava più ferire dagli improperi e dagli insulti del nonno: sapeva che a parlare era il dolore provocato dalla malattia e non il vecchio che in fondo, a modo suo, l’amava. Anche i domestici e Miriam subivano la sua ira, ma nessuno la sopportava con la pazienza di Justi.

«Oggi ho saltato con Bluedevil la siepe che segna il confine delle terre del signor Lane» raccontò Justi. «È altissima, eppure ce l’ha fatta senza problemi, proprio come il vecchio Blackwell.»

«Oh, quello sì che era un cavallo! Non era una gran bellezza, ma come saltava!» ricordò il nonno in tono nostalgico. «Non c’era ostacolo che lo trattenesse. Una volta ho saltato con lui sopra un carro di fieno che bloccava la strada.»

«Davvero?»

«Certo. E ha fatto cadere a terra solo metà del carico» rispose il nonno strizzandole l’occhio.

Justi scoppiò a ridere, come era successo tante volte in passato. Più andava indietro nei ricordi, più il nonno pareva mettere distanza tra se stesso e i dolori del presente. Dal canto suo, Justi adorava ascoltare quegli episodi lontani, colmi di aneddoti su cacce e cavalcate. Il nonno amava soprattutto dilungarsi sulle imprese da scavezzacollo del figlio. Se solo fosse morto spezzandosi il collo durante una caccia, e non nel suo letto per una febbre improvvisa e fatale. Arrivato a questo punto, si intristiva e scuoteva la testa cupo in viso.

«Immagino che sarà anche il mio destino: morire in questo maledetto letto e non all’aria aperta, per un incidente.»

«Siete solo stanco, nonno» replicò Justi. «Ma ora dovete riposare. Vedrete, vi riprenderete come sempre» cercò di incoraggiarlo.

Gli sistemò i cuscini, trattenendo a stento l’impulso di accomiatarsi con un bacio, spense la candela e uscì in punta di piedi.

La mattina dopo, al contrario del solito, il nonno non si sentiva affatto meglio: una rapida occhiata fu sufficiente perché Justi corresse subito a chiamare il dottore. Lo trovò a casa sua, a Brinley, e aspettò impaziente che finisse di fare colazione.

«Sta davvero male?» chiese il medico montando sul calesse.

«Non l’ho mai visto ridotto così.»

«Ha settantacinque anni e ha avuto una vita dura. È solo questione di tempo, ve ne rendete conto, vero?»

Justi fece una smorfia, incapace di accettare la prospettiva della morte del nonno. Una volta giunti a casa, camminò avanti e indietro nell’ingresso a grandi passi irrequieti mentre il medico visitava l’infermo.

Miriam la raggiunse allarmata.

«Sta molto male?» domandò.

«Temo di sì. Avrei dovuto capirlo e chiamare il dottore ieri sera. Mamma, non lo odiate, vero?»

«No, cara, almeno da un po’ di tempo, ma credo di avere ancora paura di lui. Con te però si è sempre comportato bene. È solo che non so che cosa faremo adesso: quando non avevamo altra scelta, se non continuare la finzione, non era poi così difficile, ma ora come dobbiamo comportarci?»

«Non lo so. In questo momento non riesco proprio a pensarci.»

Il dottor Trent emerse dalla camera del conte con un’espressione grave dipinta sul volto.

«Vuole parlarvi, Justi» annunciò.

Doveva avergli somministrato un calmante, perché gli occhi del malato erano velati, non penetranti come al solito e la voce impastata come quando aveva bevuto troppo.

«Allora, volete farci agitare un po’, eh, nonno?» cercò di sdrammatizzare Justi. Il nonno prese a raccontarle episodi del passato, alcuni già noti e altri no e come sempre finì per parlare a lungo dell’amato figlio David, morto tanti anni prima.

Non pareva accorgersi di avere davanti Justi, ma si comportava come se il figlio fosse ancora in vita e gli si rivolgeva in tono affannoso. Justi inghiottì le lacrime e decise di stare al gioco: inutile dissipare l’illusione del nonno nei suoi ultimi minuti di vita.

«Ti prenderai cura di Homeplace?» chiese il conte ansioso.

«Certo. Mi ricorderò di tutto quello che mi avete insegnato» lo rassicurò lei.

Il vecchio si abbandonò contro i cuscini con un sorriso: con ogni probabilità immaginava di rompersi il collo mancando l’unico ostacolo che Blackwell non era riuscito a saltare.

«C’è una lettera che ritengo dovreste leggere, signore.»

Richard Mallory era appena tornato da un compito poco gradevole e non aveva alcuna voglia di affrontare un altro problema, anche se il suo efficiente segretario Braden lo riteneva meritevole di attenzione.

Questi era un giovane dai capelli castani e l’aria mite. Richard si fidava di lui e seguiva i suoi consigli in materia finanziaria; sapeva che Braden era infaticabile, quando si trattava di controllare i conti e sbrigare la corrispondenza e anche che in genere non lo seccava per questioni di poca importanza. Se ora insisteva, dunque, doveva avere le sue buone ragioni.

«Non posso occuparmene più tardi?» cercò di tergiversare. Buttò i guanti sul tavolo dello studio e allungò una mano controvoglia verso la lettera.

«Viene da Baird e Weston di Stowmarket, signore, gli avvocati del vostro prozio Basil» spiegò pazientemente il segretario.

«Il vecchio è morto?» indovinò Richard.

«Temo proprio di sì, signore.»

Richard aveva i capelli neri ed era più alto di Braden, ma molti lo consideravano troppo arcigno per essere bello. Le sopracciglia scure e le labbra quasi sempre contratte gli conferivano un’aria minacciosa. Gli occhi azzurro cupo erano il più delle volte annoiati o furenti, accesi di un’ira rivolta in genere verso la sorellastra Clara o il fratellastro Harry.

Richard scorse la lunga lettera e il suo cipiglio si fece ancora più cupo.

«Come temevo, mi ha nominato tutore del nipote di sedici anni, che al momento vive con la madre a Homeplace. Immagino che la tenuta sia in pessimo stato» borbottò.

«Pensate di farli venire qui a Londra o ad Amberly?» chiese il segretario.

«Ci mancherebbe solo questo!» sospirò Richard. «Ho già abbastanza da fare a cercare di riparare i guai combinati da Harry e Clara. No, no, per il momento è meglio che rimangano là.»

«Avete intenzione di recarvi voi a Homeplace, allora?»

«No. In ogni caso, ho già perso il funerale» rispose Richard ripiegando la lettera. «Scrivi a

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