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Clausola nuziale: Harmony Collezione

Clausola nuziale: Harmony Collezione

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Clausola nuziale: Harmony Collezione

Lunghezza:
155 pagine
2 ore
Pubblicato:
Oct 9, 2018
ISBN:
9788858987933
Formato:
Libro

Descrizione

Confusa e umiliata, alla fine lei era scappata.

Nikolai Golitsyn stava per cedere alle lusinghe di quella donna, ma poi una disgrazia l'aveva portato a incolparla della morte di suo fratello. Così, Ellie Lyons era diventata l'ultima al mondo che avrebbe mai voluto avere accanto.

Ora, cinque anni dopo, Nikolai ha deciso di ritrovare Ellie, e di concedersi quello che in passato si era negato. Lei non avrà altra scelta che accettare le sue condizioni: di questo, Nikolai è assolutamente certo.
Pubblicato:
Oct 9, 2018
ISBN:
9788858987933
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Quando non è impegnata a scrivere o a badare ai figli, ama guardare film romantici mangiando cioccolato.

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Anteprima del libro

Clausola nuziale - Maggie Cox

Titolo originale dell’edizione in lingua inglese:

Bought: For His Convenience or Pleasure?

Harlequin Mills & Boon Modern Romance

© 2009 Maggie Cox

Traduzione di Cristina Ingiardi

Questa edizione è pubblicata per accordo con

Harlequin Books S.A.

Questa è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o

persone della vita reale è puramente casuale.

Harmony è un marchio registrato di proprietà

HarperCollins Italia S.p.A. All Rights Reserved.

© 2010 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano

eBook ISBN 978-88-5898-793-3

1

«Ti ricordi quello che è successo, Elizabeth?»

La voce dell’uomo sembrava provenire da molto lontano, come quella di un sogno. Entrando e uscendo dallo stato di coscienza, Ellie non si sforzava particolarmente di rimanere concentrata. Per qualche ignoto motivo, la sensazione di nulla ovattato che l’avviluppava in quel momento le sembrava molto più attraente di qualunque altra cosa. Provava il desiderio di abbandonarsi a quel tepore e a quel senso di protezione il più in fretta possibile, per evitare l’inquietante ondata di malessere e paura che ricominciava a fluire dentro di lei sotto forma di rigagnoli di ghiaccio ogni volta che tornava ad affacciarsi alla coscienza.

Era successo qualcosa di terribile. Perché quell’uomo la forzava a cercare di ricordarlo? Per un istante, i suoi occhi si spalancarono, appuntandosi su quel volto duro dai tratti finemente cesellati, ma Elizabeth si affrettò a richiuderli. Non avrebbe saputo spiegarsene la ragione, ma osservare il profilo rigido e inclemente della mascella, della bocca e degli zigomi dell’uomo che aveva davanti la faceva sentire male, come se avesse fatto qualcosa di sbagliato... qualcosa di tremendamente sbagliato. Se solo fosse riuscita a rammentare di cosa si trattava...

Eppure, forse in fondo era meglio non riuscire a ricordare. Misericordiosamente, la confusione ovattata ritornò appena in tempo. Basta con i tentativi di rammentare cose che potevano causarle dolore e angoscia. Si trovava all’ospedale. Quello lo sapeva. E, per il momento, era tutta la conoscenza di cui aveva bisogno riguardo alla propria difficile situazione...

La figura dell’uomo si stagliava tetra e minacciosa in quel suo abito nero, ed Ellie si chiese vagamente se per caso non fosse in lutto per qualcuno. Come mai era lì quasi ogni volta che apriva gli occhi? Cosa aspettava?

I fili allettanti di un qualche tipo di legame personale ondeggiarono vicino a lei in maniera frustrante, ma la connessione finale le sfuggiva. Aveva però la spiacevole sensazione di essere stata la causa, o quanto meno il catalizzatore, di qualcosa di terribile. Distogliendo deliberatamente i pensieri dal tentativo di immaginare di cosa si trattasse, si concentrò sulla stanza disadorna, anonima, con quelle sue pareti dipinte di un banale bianco sporco e quell’odore di ospedale che impregnava tutto ciò che la circondava. Avvertendo un senso di pesantezza nella parte inferiore del corpo, gettò un’occhiata verso il basso e, per la prima volta, si rese conto di avere entrambe le gambe ingessate. Con un gemito voltò il viso, affondandolo nel cuscino, e tornò a chiudere gli occhi...

Alcuni giorni più tardi, Elizabeth si risvegliò davanti a un volto che ricordava: quello del padre.

«Non preoccuparti, piccola.» L’uomo le diede un buffetto sulla mano, come se avesse a che fare con una bambina indifesa. «Il tuo vecchio sa cosa fare. Ti porterò via da tutto questo appena possibile. Tommy Barnes conosce un paio di trucchetti su come mimetizzarsi e scomparire. Non ho trascorso gli ultimi vent’anni a fare quello che ho fatto senza imparare qualche stratagemma!»

«L’aspettano al trucco, dottoressa Lyons. Segua Susie, va bene? Si prenderà cura di lei.»

Ellie non era affatto felice di essere ospite di uno di quegli insulsi programmi televisivi pomeridiani, e tanto meno del soprannome che i media londinesi avevano coniato per lei da quando era diventata famosa per aver aiutato il figlio tossicodipendente di un politico d’alto profilo a togliersi dalla strada. La psicologa dalla coda di cavallo. Quella definizione la faceva sentire una quindicenne, ed Elizabeth detestava l’idea di essere considerata così giovane e inesperta. Secondo il suo parere, c’erano cose che nella vita miglioravano con l’età. Il sentiero che l’aveva condotta dove si trovava adesso era stato irto di ostacoli, alcuni davvero imponenti. Eppure, lei era riuscita a sopravvivere al viaggio e si era costruita una vita piacevole.

E la cosa più sorprendente di tutte era che suo padre l’aveva aiutata, in quel suo modo confuso, irregolare, improvvisato. Le aveva dato una mano dopo l’incidente, cinque anni prima, e trasferirsi da Londra alla Scozia si era rivelata una delle migliori mosse della sua vita, quella che le aveva dato la spinta finale di cui aveva bisogno per portare a termine gli studi in psicologia e qualificarsi per il lavoro al quale aveva sempre aspirato.

All’incirca un anno prima le era capitata l’occasione di tornare a Londra per lavorare a un progetto che le stava particolarmente a cuore, nell’East End, e così aveva preso a occuparsi dei ragazzini che dormivano all’addiaccio. Avendo un’idea di che cosa significasse sentirsi abbandonati e soli, avvertiva profondamente l’impulso di aiutare più bambini che poteva.

Ma, almeno per quella settimana, il suo posto era a sud del fiume. La compagnia televisiva via cavo, che l’aveva ingaggiata per uno speciale di una settimana imperniato sulla problematica progenie adolescente di alcune celebrità di second’ordine, le aveva fornito anche una stanza nei pressi dello studio, nel quartiere di Chelsea, in un piccolo hotel che era un vero gioiellino.

Avrebbe potuto fare a meno di quell’ingaggio. Tra lo studio di consulenza psicologica che aveva aperto nel quartiere di Hackney - che stava prendendo piede - e i suoi impegni al rifugio per i ragazzini senzatetto, sarebbe dovuta tornare là dove poteva essere davvero d’aiuto, svolgendo il vero lavoro per il quale aveva studiato così duramente. D’altro canto, il denaro per quello speciale era troppo per poter essere rifiutato. La visibilità che si era involontariamente guadagnata la stava quanto meno aiutando a versare un po’ di denaro nelle casse del rifugio, e lei avrebbe fatto qualunque cosa per contribuire a rimpinguare il magro fondo dell’associazione.

Una volta terminata la trasmissione, fece ritorno all’albergo e una giovane receptionist con i capelli color prugna rasati cortissimi e un’uniforme perfettamente stirata la intercettò non appena mise piede nell’atrio dopo essere passata dalla porta a bussola.

«Dottoressa Lyons, c’è un signore che desidera vederla. L’ho fatto accomodare in una delle sale riunioni lungo il corridoio, in modo che possiate godere di una certa privacy. Sala numero uno.»

Immediatamente sul chi vive, Elizabeth si accigliò. Aveva scoperto che la cautela non era mai troppa, con il suo tipo di lavoro. Data la sua natura, infatti, a volte la gente si arrabbiava, e di quando in quando capitava anche che qualcuno la cercasse per dirle il fatto suo. Era l’ultima cosa che desiderasse fare: calmare qualche telespettatore irato, o un parente di qualcuno che aveva cercato di aiutare o consigliare.

«Chi è?» si informò. «Ha lasciato un nome?»

«Il signor Nikolai Golitsyn.»

Le gambe di Ellie si trasformarono in un fiume che risucchiava tutta la sua forza, facendola sprofondare nei suoi abissi gonfi e tumultuosi. La testa prese a girarle e, per un istante, il suo sguardo andò fuori fuoco. Nikolai Golitsyn... Era un nome che la perseguitava nei suoi sogni, e che apparteneva a un uomo che era stato per lei fonte di sconvolgimenti ancora maggiori di quelli mai provocati da quel suo padre scostante.

Di colpo intensamente sveglia e vigile, si morse nervosamente le labbra. Come aveva fatto a ritrovarla dopo tutto quel tempo? Suo padre aveva coperto le sue tracce con la massima cura, suggerendole anche di assumere il cognome da ragazza di sua madre e di abbreviare Elizabeth in Ellie.

Portando le mani ai capelli biondo grano legati in una coda di cavallo, non si sorprese di sentirle tremare. Per un istante, il panico puro che si sentì scorrere nelle vene le fece provare una pericolosa debolezza.

«La ringrazio» mormorò alla ragazza.

«Dovere.»

Dopo essersi sistemata alcune ciocche che erano sfuggite dalla coda mentre si tormentava i capelli, Ellie lisciò i pantaloni dell’elegante tailleur nero e, sforzandosi di non sentirsi come un condannato a morte, si incamminò lungo il corridoio rivestito da una spessa moquette.

«Ciao.»

Quel saluto quotidiano che le era sorto spontaneo suonò fuori luogo perfino alle sue stesse orecchie.

L’uomo era seduto al lungo tavolo da riunione, tamburellando con le dita come se la sua pazienza fosse già stata spinta al limite estremo. Lentamente, si alzò in piedi. Bastava un’occhiata per rendersi conto che trasudava quel genere di elettricità e di energia che faceva crepitare l’aria di potere. Era alto e, pur essendo snello, era evidente che sotto agli abiti celava muscoli tonici e allenati.

Cercando di calmarsi, Ellie inspirò a fondo. Mentre osservava i capelli chiari dal taglio militare, e i suoi lineamenti ancora cesellati, pensò che gli anni erano stati benevoli con Nikolai Golitsyn. Ma l’amarezza che gli affilava le labbra e quegli zigomi inclinati come squarci crudeli sul suo viso raccontavano una storia diversa.

«Elizabeth.»

Gli occhi azzurro ghiaccio si socchiusero mentre la osservava in modo inquisitorio. Senza riuscire a trattenere un brivido di inquietudine e paura lungo la schiena, lei avvertì la loro forza penetrante, simile a un laser.

«Di questi tempi, preferisco essere chiamata Ellie.» Si era messa sulla difensiva, e dalle sue parole traspariva una notevole paura. Non poté fare a meno di disprezzarsi: dov’era tutto il suo addestramento, quando le serviva?

«Non ne dubito.» Le labbra del russo si incurvarono in una smorfia cinica. «Sono certo che avresti preferito rimanere anonima per il resto della tua vita, per quanto riguarda me. Ma, mettendoti sotto i riflettori, hai dato un aiuto notevole alla mia indagine. Confesso di essere sorpreso che tu lo abbia fatto.»

Il viso affascinante che aveva davanti si fece di ghiaccio e lo stomaco di Ellie sprofondò. Secondo i suoi piani, a quell’ora si sarebbe dovuta trovare nella propria suite, immersa in un lungo bagno caldo, intenta a ripercorrere la giornata nella propria mente. Di certo non doveva trovarsi lì, ad affrontare viso a viso per la prima volta in cinque anni l’uomo che l’aveva spinta a fuggire dalla città in cui era cresciuta, incolpandola di aver causato la morte di suo fratello Sasha!

«Non c’è niente da cui mi debba nascondere o da cui debba fuggire!» esclamò, desiderando un bicchiere d’acqua gelata per lenire la gola secca. «La sola ragione per cui me ne sono andata in quel modo era che mio padre era preoccupato per me. Ci teneva a portarmi in un posto nel quale potessi riprendermi dalle mie ferite.»

«Non credo che quella sia l’unica ragione per cui sei scomparsa in quella maniera. Altrimenti come si spiegherebbe il cambio del nome, dottoressa Lyons?» Pronunciando il suo nome, il suo nuovo nome, con ironico disprezzo, Nikolai prese a camminare verso di lei.

Ellie si irrigidì. Non anelava più a una bibita fredda, bensì piuttosto all’intercessione di una qualche benevola forza divina che la rendesse invisibile. Ma scomparire sarebbe stato soltanto un rinvio temporaneo, lo aveva sempre saputo. Molto meglio rimanere e affrontare i propri demoni, per quanto angoscianti fossero!

Chiamando a raccolta tutto il coraggio di cui disponeva, si impose di non mostrare paura... ma non era facile! Anche cinque anni prima, con i capelli più lunghi,

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