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Quaderni del carcere. Antologia: a cura di Mario Di Vito

Quaderni del carcere. Antologia: a cura di Mario Di Vito

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Quaderni del carcere. Antologia: a cura di Mario Di Vito

Lunghezza:
252 pagine
4 ore
Pubblicato:
6 lug 2020
ISBN:
9788894486551
Formato:
Libro

Descrizione

Il Testo: La coerenza profonda del pensiero gramsciano. Un intellettuale e filosofo, prima ancora che uomo di partito, d’ispirazione universale e incredibile attualitá. Nei suoi quaderni, con estrema lucidità, descrive lacchè intellettuali, racconta di galli che annunziano un sole che mai vuole spuntare, e dell’assenza nella vita italiana di ogni movimento «vertebrato» che abbia in sé possibilità di sviluppo permanente e continuo.
I Quaderni del carcere sono la raccolta degli appunti, dei testi e delle note che Antonio Gramsci iniziò a scrivere dall'8 febbraio 1929, durante la sua prigionia nelle carceri fasciste. Da una parte Gramsci considerava lo scrivere un esercizio contro l'inaridimento e la solitudine causati dalla vita carceraria, dall'altra aveva la chance di teorizzare in autonomia da questioni politiche contingenti. In questa antologia la selezione e divisione in capitoli del curatore è “effettuata nell'ottica della maggiore chiarezza possibile, anche per dare la possibilità, a chi ne sia completamente all'asciutto, di avere un quadro generale del pensiero di Antonio Gramsci”.
L’Autore: Antonio Gramsci, per la statura del suo impegno intellettuale e politico è considerato una tra le maggiori figure della prima metà del Novecento italiano. Membro del PSI e fondatore de L'Ordine Nuovo (1919), fece parte dell'esecutivo dell'Internazionale comunista. Divenuto segretario del Partito Comunista d'Italia e deputato, affrontò la questione meridionale, indirizzando la politica dei comunisti verso l'unione con i socialisti massimalisti. Nel 1924 fondò il quotidiano politico l'Unità. Per la sua attività e per le sue idee fu condannato a venti anni di carcere. Il suo pensiero politico si articolò in una rilettura globale dei fenomeni sociali e politici internazionali dal Risorgimento in poi, che lo portò a criticare lo stalinismo, a teorizzare il passaggio dalla "guerra di movimento" alla "guerra di posizione", a formulare i concetti di "egemonia" e di "rivoluzione passiva".
Il curatore: Mario Di Vito, classe 1989, giornalista. Lavora per Il Manifesto, scrive anche per A-Rivista Anarchica, Malamente e altre testate. Ha pubblicato i noir "Il male minore" (Edizioni Ae, 2016), "Due minuti a mezzanotte" (Fila 37, 2018) e il reportage narrativo "Dopo. Storie da un terremoto negato" (Poiesis/Lo Stato delle Cose, 2019).
Pubblicato:
6 lug 2020
ISBN:
9788894486551
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Libro

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Quaderni del carcere. Antologia - Antonio Gramsci

978-88-944865-5-1

INTRODUZIONE

a cu­ra di Ma­rio Di Vi­to

An­to­nio Gram­sci scri­ve i Qua­der­ni del car­ce­re tra il 1929 e il 1935. Con­dan­na­to dal re­gi­me fa­sci­sta a vent’an­ni di pri­gio­ne, en­tre­rà in car­ce­re il 4 giu­gno del 1928 e ri­ce­ve­rà l’oc­cor­ren­te per scri­ve­re sol­tan­to l’8 feb­bra­io del 1929. La pri­gio­ne è a Tu­ri, in pro­vin­cia di Ba­ri, do­ve ar­ri­va il 19 giu­gno — in pre­ce­den­za si tro­va­va a Mi­la­no —, e lì, ol­tre che co­me fa­mo­so ri­vo­lu­zio­na­rio, lea­der del par­ti­to co­mu­ni­sta, agi­ta­to­re e in­tel­let­tua­le è co­no­sciu­to co­me un nu­me­ro. An­to­nio Gram­sci è il de­te­nu­to 7047. 

Il de­te­nu­to 7047, ogni gior­no, pas­sa una gran­de quan­ti­tà di ore a cam­mi­na­re su e giù per la sua cel­la. Ri­mu­gi­na, le guar­die for­se pen­sa­no che stia im­paz­zen­do, che par­li da so­lo, si stu­pi­sco­no del fat­to che quell’omi­no, con la te­sta in­cas­sa­ta nel­le spal­le e l’espres­sio­ne un po’ spae­sa­ta, sia il fa­mi­ge­ra­to An­to­nio Gram­sci. Do­po aver pas­seg­gia­to, Gram­sci si in­gi­noc­chia su uno sga­bel­lo, si chi­na sul ta­vo­li­no e co­min­cia a scri­ve­re.

Poi si al­za di nuo­vo, tor­na a cam­mi­na­re, si in­gi­noc­chia e scri­ve, scri­ve, scri­ve. Fi­ni­rà sei an­ni più tar­di, or­mai fuo­ri di pri­gio­ne, vi­sto che ot­ter­rà la li­ber­tà con­di­zio­na­le nell’ot­to­bre del 1934. Nel­le in­ten­zio­ni del suo au­to­re, i tren­ta­tré Qua­der­ni non so­no de­sti­na­ti al­la pub­bli­ca­zio­ne, che, in­fat­ti, av­ver­rà sol­tan­to ne­gli an­ni Qua­ran­ta, cu­ra­ti da Fe­li­ce Pla­to­ne sot­to la su­per­vi­sio­ne di Pal­mi­ro To­gliat­ti in per­so­na. E l’or­di­ne dell’ope­ra, dun­que, in un cer­to sen­so non è di­ret­ta espres­sio­ne di Gram­sci, che si è li­mi­ta­to a riem­pi­re le pa­gi­ne con ri­fles­sio­ni e ap­pun­ti spar­si. La nu­me­ra­zio­ne, ad esem­pio, è me­ri­to di sua co­gna­ta Ta­tia­na Schu­cht, che co­sì li af­fi­da all’am­ba­scia­ta so­vie­ti­ca di Ro­ma, gra­zie al­la qua­le ar­ri­va­no fi­no a Mo­sca. 

Il de­te­nu­to 7047 scri­ve­va in com­ple­ta so­li­tu­di­ne e que­sto non è un par­ti­co­la­re di se­con­da­ria im­por­tan­za: vuol di­re cioè che i suoi pen­sie­ri non era­no me­dia­ti dal di­bat­ti­to pub­bli­co — di cui co­mun­que ave­va no­ti­zia — e dun­que si pre­sen­ta­no in tut­to e per tut­to au­to­no­mi ri­spet­to non tan­to agli ac­ca­di­men­ti del pe­rio­do in cui ve­ni­va­no scrit­ti, quan­to al cli­ma che si re­spi­ra­va nel re­sto d’Ita­lia. Non bi­so­gna di­men­ti­ca­re, in­fat­ti, che è agli ini­zi de­gli an­ni ’30 che Mus­so­li­ni si tro­va­va sul­la cre­sta dell’on­da del­la sua po­po­la­ri­tà in pa­tria e all’este­ro.

Gram­sci ne era con­sa­pe­vo­le, e dun­que, si par­va li­cet, con­si­de­ra­va i suoi Qua­der­ni co­me eser­ci­zi per re­si­ste­re al­la du­rez­za del­la vi­ta die­tro le sbar­re. Al­lo stes­so tem­po, pe­rò, que­sta con­di­zio­ne ave­va fat­to na­sce­re in lui l’idea che quel­lo che sta­va fa­cen­do po­tes­se dav­ve­ro es­se­re con­se­gna­to all’eter­ni­tà, vi­sto e con­si­de­ra­to che il pen­sie­ro era in qual­che mo­do li­be­ra­to dal­la po­li­ti­ca e dal­le con­tin­gen­ze. L’ope­ra­zio­ne riu­scì fi­no a un cer­to pun­to: le con­di­zio­ni di sa­lu­te di Gram­sci non fe­ce­ro che peg­gio­ra­re dal suo in­gres­so in car­ce­re in poi — uscì per quel­lo, e nel 1935 smi­se di scri­ve­re pro­prio per­ché non ne era più in gra­do — e dun­que il sen­so fi­na­le dell’ope­ra, in con­clu­sio­ne, ap­pa­re ap­pros­si­ma­ti­vo sia agli oc­chi dei let­to­ri sia per lo stes­so au­to­re. Re­sta­no spun­ti, ri­fles­sio­ni, pa­gi­ne in­te­re in cui si rac­con­ta un mon­do pos­si­bi­le, an­cor­ché in quel pe­rio­do lon­ta­nis­si­mo, tan­to nel tem­po quan­to nel pen­sie­ro.

In que­sta se­le­zio­ne di scrit­ti dai Qua­der­ni dal car­ce­re ci si pro­po­ne di toc­ca­re tut­ti gli ar­go­men­ti af­fron­ta­ti da Gram­sci nel­la sua ope­ra, at­tra­ver­so i pas­si che ap­pa­io­no più si­gni­fi­ca­ti­vi.

La di­vi­sio­ne in ca­pi­to­li te­ma­ti­ci, ognu­no con una bre­ve in­tro­du­zio­ne, è vol­ta so­prat­tut­to a cer­ca­re di da­re al let­to­re una vi­sio­ne il più pos­si­bi­le am­pia e al­lo stes­so tem­po sin­te­ti­ca del pen­sie­ro gram­scia­no.

NOTA METODOLOGICA

Que­sta an­to­lo­gia dei Qua­der­ni dal car­ce­re di An­to­nio Gram­sci è sta­ta di­vi­sa in se­zio­ni:

- Ege­mo­nia

- Il ruo­lo de­gli in­tel­let­tua­li

- Be­ne­det­to Cro­ce

- Ri­sor­gi­men­to

- Fol­klo­re

- Ap­pun­ti su ar­te e let­te­ra­tu­ra

La di­vi­sio­ne è sta­ta ef­fet­tua­ta nell'ot­ti­ca del­la mag­gio­re chia­rez­za pos­si­bi­le, an­che per da­re la pos­si­bi­li­tà, a chi ne sia com­ple­ta­men­te all'asciut­to, di ave­re un qua­dro ge­ne­ra­le del pen­sie­ro di An­to­nio Gram­sci. Trat­tan­do­si di una se­le­zio­ne di te­sti, ov­via­men­te par­zia­le, la di­vi­sio­ne in se­zio­ni ser­ve a for­ni­re la più am­pia pa­no­ra­mi­ca pos­si­bi­le sul pen­sie­ro gram­scia­no dei Qua­der­ni. Si no­te­rà che man­ca una se­zio­ne de­di­ca­ta al­la co­sid­det­ta que­stio­ne me­ri­dio­na­le, te­ma tra­di­zio­nal­men­te as­so­cia­to ad An­to­nio Gram­sci. La que­stio­ne non è tut­ta­via elu­sa, ma è rin­trac­cia­bi­le in ogni ca­pi­to­lo, spe­cial­men­te in quel­li re­la­ti­vi al ruo­lo de­gli in­tel­let­tua­li e al Ri­sor­gi­men­to.

Ogni te­sto ri­por­ta­to ci­ta le in­di­ca­zio­ni del qua­der­no nel qua­le è con­te­nu­to. Si ri­man­da, per il re­sto, al­la bi­blio­gra­fia com­pi­la­ta al­la fi­ne del vo­lu­me.

EGEMONIA

Il con­cet­to di ege­mo­nia è cen­tra­le nel pen­sie­ro di An­to­nio Gram­sci. A vo­ler az­zar­da­re una de­fi­ni­zio­ne sin­te­ti­ca, si po­treb­be di­re che ege­mo­nia è il ter­mi­ne che vie­ne usa­to per in­di­ca­re le va­rie for­me di do­mi­nio cul­tu­ra­le nel­la so­cie­tà. Do­mi­nio che vie­ne eser­ci­ta­to da una clas­se do­mi­nan­te, ov­ve­ro in gra­do di im­por­re il pro­prio pun­to di vi­sta al­le al­tre. La let­te­ra­tu­ra al ri­guar­do del con­cet­to di ege­mo­nia, al­me­no se­con­do la bi­blio­gra­fia gram­scia­na cu­ra­ta da John Cam­met, con­sta di cir­ca 650 te­sti. Que­sto so­lo per da­re un'idea del­la va­sti­tà del di­bat­ti­to ge­ne­ra­to dal­la que­stio­ne.

Quaderno 23 (VI) (§57)

La cul­tu­ra na­zio­na­le ita­lia­na

Nel­la Let­te­ra a Um­ber­to Frac­chia sul­la cri­ti­ca («Pe­ga­so», ago­sto 1930) Ugo Ojet­ti fa due os­ser­va­zio­ni no­te­vo­li:

1)Ri­cor­da che il Thi­bau­det di­vi­de la cri­ti­ca in tre clas­si: quel­la dei cri­ti­ci di pro­fes­sio­ne, quel­la de­gli stes­si au­to­ri e quel­la «des hon­nê­tes gens», cioè del pub­bli­co «il­lu­mi­na­to», che al­la fi­ne è la ve­ra Bor­sa dei va­lo­ri let­te­ra­ri, vi­sto che in Fran­cia esi­ste un pub­bli­co lar­go e at­ten­to a se­gui­re tut­te le vi­cen­de del­la let­te­ra­tu­ra. In Ita­lia man­che­reb­be la cri­ti­ca del pub­bli­co (cioè man­che­reb­be o sa­reb­be trop­po scar­so un pub­bli­co me­dio il­lu­mi­na­to co­me esi­ste in Fran­cia), «man­ca la per­sua­sio­ne o, se si vuo­le, l’il­lu­sio­ne che que­sti (lo scrit­to­re) com­pia ope­ra d’im­por­tan­za na­zio­na­le, an­zi, i mi­glio­ri, sto­ri­ca, per­ché, co­me el­la (il Frac­chia) di­ce ogni an­no e ogni gior­no che pas­sa ha ugual­men­te la sua let­te­ra­tu­ra, e co­sì è sem­pre sta­to, e co­sì sa­rà sem­pre, ed è as­sur­do aspet­ta­re o pro­no­sti­ca­re o in­vo­ca­re per do­ma­ni ciò che og­gi è. Ogni se­co­lo, ogni por­zio­ne di se­co­lo, ha sem­pre esal­ta­to le pro­prie ope­re; è an­zi sta­to por­ta­to se mai ad esa­ge­rar­ne l’im­por­tan­za, la gran­dez­za, il va­lo­re e la du­ra­ta. Giu­sto, ma non in Ita­lia ecc.». (L’Ojet­ti pren­de spun­to dal­la let­te­ra aper­ta di Um­ber­to Frac­chia a S.E. Gioac­chi­no Vol­pe, pub­bli­ca­ta nell’«Ita­lia Let­te­ra­ria» del 22 giu­gno 1930 e che si ri­fe­ri­sce al di­scor­so del Vol­pe te­nu­to nel­la se­du­ta dell’Ac­ca­de­mia in cui fu­ro­no di­stri­bui­ti dei pre­mi. Il Vol­pe ave­va det­to, fra l’al­tro: «Non si ve­do­no spun­ta­re gran­di ope­re pit­to­ri­che, gran­di ope­re sto­ri­che, gran­di ro­man­zi. Ma chi guar­da at­ten­ta­men­te, ve­de nel­la pre­sen­te let­te­ra­tu­ra for­ze la­ten­ti, ane­li­ti all’asce­sa, al­cu­ne buo­ne e pro­met­ten­ti rea­liz­za­zio­ni»).

2)L’al­tra os­ser­va­zio­ne di Ojet­ti è que­sta: «La scar­sa po­po­la­ri­tà del­la no­stra let­te­ra­tu­ra pas­sa­ta, cioè dei no­stri clas­si­ci. È ve­ro: nel­la cri­ti­ca in­gle­se e fran­ce­se si leg­go­no spes­so pa­ra­go­ni tra gli au­to­ri vi­ven­ti e i clas­si­ci ecc. ecc.». Que­sta os­ser­va­zio­ne è fon­da­men­ta­le per un giu­di­zio sto­ri­co sul­la pre­sen­te cul­tu­ra ita­lia­na: il pas­sa­to non vi­ve nel pre­sen­te, non è ele­men­to es­sen­zia­le del pre­sen­te, cioè nel­la sto­ria del­la cul­tu­ra na­zio­na­le non c’è con­ti­nui­tà e uni­tà. L’af­fer­ma­zio­ne di una con­ti­nui­tà ed uni­tà è so­lo un’af­fer­ma­zio­ne re­to­ri­ca o ha va­lo­re di me­ra pro­pa­gan­da sug­ge­sti­va, è un at­to pra­ti­co, che ten­de a crea­re ar­ti­fi­cial­men­te ciò che non esi­ste, non è una real­tà in at­to. (Una cer­ta con­ti­nui­tà e uni­tà par­ve esi­ste­re dal Ri­sor­gi­men­to fi­no al Car­duc­ci e al Pa­sco­li, per i qua­li era pos­si­bi­le un ri­chia­mo fi­no al­la let­te­ra­tu­ra la­ti­na; fu­ro­no spez­za­te col D’An­nun­zio e suc­ces­so­ri). Il pas­sa­to, com­pre­sa la let­te­ra­tu­ra, non è ele­men­to di vi­ta, ma so­lo di cul­tu­ra li­bre­sca e sco­la­sti­ca; ciò che poi si­gni­fi­ca che il sen­ti­men­to na­zio­na­le è re­cen­te, se ad­di­rit­tu­ra non con­vie­ne di­re che es­so è so­lo an­co­ra in via di for­ma­zio­ne, riaf­fer­man­do che in Ita­lia la let­te­ra­tu­ra non è mai sta­ta un fat­to na­zio­na­le, ma di ca­rat­te­re «co­smo­po­li­ti­co».

Dal­la let­te­ra aper­ta di Um­ber­to Frac­chia a S.E. G. Vol­pe si pos­so­no estrar­re al­tri bra­ni ti­pi­ci: «So­lo un po’ 〈più〉 di co­rag­gio, di ab­ban­do­no (!), di fe­de (!) ba­ste­reb­be­ro per tra­sfor­ma­re l’elo­gio a den­ti stret­ti che El­la ha fat­to del­la pre­sen­te let­te­ra­tu­ra in un elo­gio aper­to ed espli­ci­to; per di­re che la pre­sen­te let­te­ra­tu­ra ita­lia­na ha for­ze non so­lo la­ten­ti, ma an­che sco­per­te, vi­si­bi­li (!) le qua­li non aspet­ta­no (!) che di es­se­re ve­du­te (!) e ri­co­no­sciu­te da quan­ti le igno­ra­no, ecc. ecc.». Il Vol­pe ave­va un po’ «sul se­rio» pa­ra­fra­sa­to i ver­si gio­co­si del Giu­sti: «Eroi, eroi, che fa­te voi? — Pon­zia­mo il poi!», e il Frac­chia si la­men­ta mi­se­re­vol­men­te che non sia­no ri­co­no­sciu­te ed ap­prez­za­te le pon­za­tu­re co­me pon­za­tu­re.

Il Frac­chia pa­rec­chie vol­te ha mi­nac­cia­to gli edi­to­ri che stam­pa­no trop­pe tra­du­zio­ni di mi­su­re le­gi­sla­ti­ve­cor­po­ra­ti­ve che pro­teg­ga­no gli scrit­to­ri ita­lia­ni (è da ri­cor­da­re l’or­di­nan­za del sot­to­se­gre­ta­rio agli in­ter­ni on. Bian­chi, poi «in­ter­pre­ta­ta» e di fat­to re­vo­ca­ta, e che era con­nes­sa a una cam­pa­gna gior­na­li­sti­ca del Frac­chia). Il ra­gio­na­men­to del Frac­chia già ci­ta­to: ogni se­co­lo, ogni fra­zio­ne di se­co­lo ha la sua let­te­ra­tu­ra, non so­lo, ma la esal­ta; tan­to che le sto­rie let­te­ra­rie han­no do­vu­to met­te­re a po­sto mol­te ope­re esal­ta­tis­si­me e che og­gi si ri­co­no­sce non val­go­no nul­la. All’in­gros­so il fat­to è giu­sto, ma se ne de­ve de­dur­re che l’at­tua­le pe­rio­do let­te­ra­rio non sa in­ter­pre­ta­re il suo tem­po, è stac­ca­to dal­la vi­ta na­zio­na­le ef­fet­ti­va, sic­ché nean­che per «ra­gio­ni pra­ti­che» ven­go­no esal­ta­te ope­re che poi ma­ga­ri po­treb­be­ro es­se­re ri­co­no­sciu­te ar­ti­sti­ca­men­te nul­le per­ché la lo­ro «pra­ti­ci­tà» sa­rà sta­ta su­pe­ra­ta. Ma è ve­ro che non ci sia­no li­bri mol­to let­ti? ci so­no, ma so­no stra­nie­ri e ce ne sa­reb­be­ro mol­ti di più se fos­se­ro tra­dot­ti, co­me i li­bri di Re­mar­que, ecc.

Real­men­te il tem­po pre­sen­te non ha una let­te­ra­tu­ra ade­ren­te ai suoi bi­so­gni più pro­fon­di ed ele­men­ta­ri, per­ché la let­te­ra­tu­ra esi­sten­te, sal­vo ra­re ec­ce­zio­ni, non è le­ga­ta al­la vi­ta po­po­la­re-na­zio­na­le, ma a grup­pi ri­stret­ti che del­la vi­ta na­zio­na­le so­no mo­sche coc­chie­re. Il Frac­chia si la­men­ta del­la cri­ti­ca, che si po­ne so­lo dal pun­to di vi­sta dei gran­di ca­po­la­vo­ri, che si è ra­re­fat­ta nel­la per­fe­zio­ne del­le teo­rie este­ti­che ecc. Ma se i li­bri fos­se­ro esa­mi­na­ti da un pun­to di vi­sta del­la sto­ria del­la cul­tu­ra, si la­men­te­reb­be lo stes­so e peg­gio, per­ché il con­te­nu­to ideo­lo­gi­co e cul­tu­ra­le dell’at­tua­le let­te­ra­tu­ra è qua­si ze­ro, ed è, per di più, con­trad­dit­to­rio e di­scre­ta­men­te ge­sui­ti­co.

Non è nean­che ve­ro (co­me ha scrit­to l’Ojet­ti nel­la let­te­ra al Frac­chia) che in Ita­lia non esi­sta una «cri­ti­ca del pub­bli­co»; esi­ste, ma a suo mo­do, per­ché il pub­bli­co leg­ge mol­to e quin­di sce­glie tra ciò che esi­ste a sua di­spo­si­zio­ne. Per­ché que­sto pub­bli­co pre­fe­ri­sce an­co­ra Ales­san­dro Du­mas e Ca­ro­li­na In­ver­ni­zio e si get­ta avi­da­men­te sui ro­man­zi gial­li? D’al­tron­de que­sta cri­ti­ca del pub­bli­co ita­lia­no ha una sua or­ga­niz­za­zio­ne, che è rap­pre­sen­ta­ta da­gli edi­to­ri, dai di­ret­to­ri di quo­ti­dia­ni e pe­rio­di­ci po­po­la­ri; si ma­ni­fe­sta nel­la scel­ta del­le ap­pen­di­ci; si ma­ni­fe­sta nel­la tra­du­zio­ne di li­bri stra­nie­ri e non so­lo at­tua­li, ma vec­chi, mol­to vec­chi; si ma­ni­fe­sta nei re­per­to­ri del­le com­pa­gnie tea­tra­li ecc.

Né si trat­ta di eso­ti­smo al cen­to per cen­to, per­ché in mu­si­ca lo stes­so pub­bli­co vuo­le Ver­di, Puc­ci­ni, Ma­sca­gni, che non han­no i cor­ri­spon­den­ti nel­la let­te­ra­tu­ra, evi­den­te­men­te. Non so­lo; ma all’este­ro Ver­di, Puc­ci­ni, Ma­sca­gni so­no pre­fe­ri­ti spes­so dai pub­bli­ci stra­nie­ri ai lo­ro stes­si mu­si­ci­sti na­zio­na­li e at­tua­li. Que­sto fat­to è la ri­pro­va più pe­ren­to­ria che in Ita­lia c’è di­stac­co tra pub­bli­co e scrit­to­ri e il pub­bli­co cer­ca la «sua» let­te­ra­tu­ra all’este­ro, per­ché la sen­te più «sua» di quel­la co­sì det­ta na­zio­na­le. In que­sto fat­to è po­sto un pro­ble­ma di vi­ta na­zio­na­le es­sen­zia­le. Se è ve­ro che ogni se­co­lo o fra­zio­ne di se­co­lo ha la sua let­te­ra­tu­ra, non è sem­pre ve­ro che que­sta let­te­ra­tu­ra sia pro­dot­ta nel­la stes­sa co­mu­ni­tà na­zio­na­le. Ogni po­po­lo ha la sua let­te­ra­tu­ra, ma es­sa può ve­nir­gli da un al­tro po­po­lo, cioè il po­po­lo in pa­ro­la può es­se­re su­bor­di­na­to all’ege­mo­nia in­tel­let­tua­le e mo­ra­le di al­tri po­po­li. È que­sto spes­so il pa­ra­dos­so più stri­den­te per mol­te ten­den­ze mo­no­po­li­sti­che di ca­rat­te­re na­zio­na­li­sti­co e re­pres­si­vo: che men­tre si co­strui­sco­no pia­ni gran­dio­si di ege­mo­nia, non ci si ac­cor­ge di es­se­re og­get­to di ege­mo­nie stra­nie­re; co­sì co­me, men­tre si fan­no pia­ni im­pe­ria­li­sti­ci, in real­tà si è og­get­to di al­tri im­pe­ria­li­smi ecc. D’al­tron­de non si sa se il cen­tro po­li­ti­co di­ri­gen­te non ca­pi­sca be­nis­si­mo la si­tua­zio­ne di fat­to e non cer­chi di su­pe­rar­la: è cer­to pe­rò che i let­te­ra­ti, in que­sto ca­so, non aiu­ta­no il cen­tro di­ri­gen­te po­li­ti­co in que­sti sfor­zi e i lo­ro cer­vel­li vuo­ti si ac­ca­ni­sco­no nell’esal­ta­zio­ne na­zio­na­li­sti­ca per non sen­ti­re il pe­so dell’ege­mo­nia da cui si di­pen­de e si è op­pres­si.

Quaderno 22 (V) (§3)

Al­cu­ni aspet­ti del­la qui­stio­ne ses­sua­le

Os­ses­sio­ne del­la qui­stio­ne ses­sua­le e pe­ri­co­li di una ta­le os­ses­sio­ne. Tut­ti i «pro­get­ti­sti» pon­go­no in pri­ma li­nea la qui­stio­ne ses­sua­le e la ri­sol­vo­no «can­di­da­men­te». È da ri­le­va­re co­me nel­le «uto­pie» la qui­stio­ne ses­sua­le ab­bia lar­ghis­si­ma par­te, spes­so pre­va­len­te (l’os­ser­va­zio­ne del Cro­ce che le so­lu­zio­ni del Cam­pa­nel­la nel­la Cit­tà del So­le non pos­so­no spie­gar­si coi bi­so­gni ses­sua­li dei con­ta­di­ni ca­la­bre­si è inet­ta). Gli istin­ti ses­sua­li so­no quel­li che han­no su­bi­to la mag­gio­re re­pres­sio­ne da par­te del­la so­cie­tà in isvi­lup­po; il lo­ro «re­go­la­men­to», per le con­trad­di­zio­ni cui dà luo­go e per le per­ver­sio­ni che gli si at­tri­bui­sco­no, sem­bra il più «in­na­tu­ra­le», quin­di più fre­quen­ti in que­sto cam­po i ri­chia­mi al­la «na­tu­ra». An­che la let­te­ra­tu­ra «psi­ca­na­li­ti­ca» è un mo­do di cri­ti­ca­re la re­go­la­men­ta­zio­ne de­gli istin­ti ses­sua­li in for­ma tal­vol­ta «il­lu­mi­ni­sti­ca», con la crea­zio­ne di un nuo­vo mi­to del «sel­vag­gio» sul­la ba­se ses­sua­le (in­clu­si i rap­por­ti tra ge­ni­to­ri e fi­gli). Di­stac­co, in que­sto cam­po, tra cit­tà e cam­pa­gna, ma non in sen­so idil­li­co per la cam­pa­gna, do­ve av­ven­go­no i rea­ti ses­sua­li più mo­struo­si e nu­me­ro­si, do­ve è mol­to dif­fu­so il be­stia­li­smo e la pe­de­ra­stia. Nell’in­chie­sta par­la­men­ta­re sul Mez­zo­gior­no del 1911 si di­ce che in Abruz­zo e Ba­si­li­ca­ta (do­ve mag­gio­re è il fa­na­ti­smo re­li­gio­so, il pa­triar­ca­li­smo e mi­no­re l’in­flus­so del­le idee cit­ta­di­ne, tan­to che ne­gli an­ni 1919-20, se­con­do il Ser­pie­ri, non vi fu nep­pu­re un’agi­ta­zio­ne di con­ta­di­ni) si ha l’in­ce­sto nel 30% del­le fa­mi­glie e non pa­re che la si­tua­zio­ne sia cam­bia­ta fi­no agli ul­ti­mi an­ni.

La ses­sua­li­tà co­me fun­zio­ne ri­pro­dut­ti­va e co­me «sport»: l’idea­le «este­ti­co» del­la don­na oscil­la tra la con­ce­zio­ne di «fat­tri­ce» e di «nin­no­lo». Ma non è so­lo in cit­tà che la ses­sua­li­tà è di­ven­ta­ta uno «sport»; i pro­ver­bi po­po­la­ri: «l’uo­mo è cac­cia­to­re, la don­na è ten­ta­tri­ce», «chi non ha di me­glio, va a let­to con la mo­glie» ecc., mo­stra­no la dif­fu­sio­ne del­la con­ce­zio­ne spor­ti­va an­che in cam­pa­gna e nei rap­por­ti ses­sua­li tra ele­men­ti del­la stes­sa clas­se.

La fun­zio­ne eco­no­mi­ca del­la ri­pro­du­zio­ne: es­sa non è so­lo un fat­to ge­ne­ra­le, che in­te­res­sa tut­ta la so­cie­tà nel suo com­ples­so, per la qua­le è ne­ces­sa­ria una cer­ta pro­por­zio­ne tra le di­ver­se età ai fi­ni del­la pro­du­zio­ne e del man­te­ni­men­to del­la par­te pas­si­va del­la po­po­la­zio­ne (pas­si­va in via nor­ma­le, per l’età, per l’in­va­li­di­tà ecc.), ma è an­che un fat­to «mo­le­co­la­re», in­ter­no ai più pic­co­li ag­gre­ga­ti eco­no­mi­ci qua­le la fa­mi­glia. L’espres­sio­ne sul «ba­sto­ne del­la vec­chia­ia» mo­stra la co­scien­za istin­ti­va del bi­so­gno eco­no­mi­co che ci sia un cer­to rap­por­to tra gio­va­ni e vec­chi in tut­ta l’area so­cia­le. Lo spet­ta­co­lo del co­me so­no bi­strat­ta­ti, nei vil­lag­gi, i vec­chi e le vec­chie sen­za fi­glio­lan­za spin­ge le cop­pie a de­si­de­ra­re la pro­le (il pro­ver­bio che «una ma­dre al­le­va cen­to fi­gli e cen­to fi­gli non so­sten­go­no una ma­dre» mo­stra un al­tro aspet­to del­la qui­stio­ne): i vec­chi sen­za fi­gli, del­le clas­si po­po­la­ri, so­no trat­ta­ti co­me i «ba­star­di».

I pro­gres­si dell’igie­ne, che han­no ele­va­to le me­die del­la vi­ta uma­na, pon­go­no sem­pre più la qui­stio­ne ses­sua­le co­me un aspet­to fon­da­men­ta­le e a sé

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