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Maledetti francesi

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Maledetti francesi

Lunghezza:
401 pagine
4 ore
Pubblicato:
Jun 28, 2020
ISBN:
9788833860480
Formato:
Libro

Descrizione


Maledetti francesi, che con le loro canzoni ci hanno fatto sentire innamorati, cinici, rivoluzionari, esistenzialisti, parigini, maudit… La chanson française ha intrecciato per almeno un secolo, dal 1880 al 1980, musica, poesia, teatro, jazz, politica, cinema, facendo sognare soprattutto noi italiani, grazie all’irripetibile capacità dei suoi interpreti, gli chansonnier, di trasfondere una nell’altra la vita e la musica. Maledetti francesi è un viaggio musicale che presenta in tutta la sua dirompente modernità la chanson dai precursori realisti (Aristide Bruant e Yvette Guilbert) alle rockstar Renaud e Johnny Hallyday, passando per autentici miti come Léo Ferrè, Boris Vian, Georges Brassens, Jacques Brel, Serge Gainbsourg, Yves Montand, Herbert Pagani – e per le voci senza tempo di Barbara, Juliette Gréco ed Edith Piaf. Da Saint-Germain-des-Près alle banlieue, la chanson ha portato un messaggio vitale, anarcoide, canagliesco, che forse non esiste più, ma almeno nei dischi (e in questo libro) esce dal romanticismo in cui i tempi l’hanno relegato per rivivere in tutta la sua inarginabile carica umana.
Pubblicato:
Jun 28, 2020
ISBN:
9788833860480
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Discografia – le origini

Discografia – gli chansonnier

Ringraziamenti

Crediti fotografici

contrappunti

© 2018 Miraggi Edizioni

via Mazzini 46, 10123 Torino

www.miraggiedizioni.it

Progetto grafico Miraggi

Finito di stampare a Borgoricco (PD)

nel mese di novembre 2018 da Logo srl

per conto di Miraggi Edizioni

su Carta da Edizioni Avorio Book Cream 80 gr

Prima edizione digitale: gennaio 2019

isbn 978-88-3386-048-0

Prima edizione cartacea: novembre 2018

isbn 978-88-3386-017-6

café concert

Souvenir de Paris

Quando nel xii secolo i monaci benedettini si installano sulla collina di Montmartre e ottengono il permesso di coltivare l’uva, non possono certo immaginare che quel paesino di vignaioli timorati di Dio, nato sui terreni della Parigi medioevale, si trasformerà dalla metà dell’Ottocento nella più straordinaria comunità di pittori, cantanti, scrittori e artisti tra i più variegati e trasgressivi della nostra età moderna.

Il quartiere di piazzette, tortuose stradine e lunghe scalinate che è per tutti la Butte Montmartre – che per noi sarebbe la collinetta di Montmartre, oggi percorsa da turisti e ritrovi di ogni genere – qualche centinaio di anni fa era abitata da contadini e artigiani vinicoli, anche perché il vino prodotto nelle campagne francesi era allora soggetto a un dazio d’entrata nel circondario parigino e così, per evitare balzelli, sulla Butte fiorirono stabilimenti che producevano in loco la bevanda e taverne che la vendevano. Non sappiamo di che qualità fosse il rosso che usciva da quelle botti, ma siamo certi della quantità di allegri consumatori che da tutta Parigi affollava i suoi cabaret, termine che allora indicava le mescite di vino.

Nel 1860 la collina di Montmartre viene ufficialmente annessa alla città, le vigne scompaiono a poco a poco e le taverne si trasformano in piccoli ristoranti, caffè-concerti e sale da spettacolo. I cabaret rimangono tali, ma solo nel nome, perché ormai tra i tavoli non si serve solo vino, ma anche canzoni, poesie e divertimento. Aprono l’Elysée-Montmartre, il Lapin Agile, il Moulin Rouge, lo Chat Noir, il Cabaret du Néant e altri ancora.

Negli anni della Belle Époque, artisti di ogni disciplina ci vivono la loro bohème, borghesi e benpensanti premono per mischiarsi ai ladruncoli e alle puttane dei bassifondi – era pur sempre l’estrema periferia della città – e una tribù di pittori, poeti, ballerine e chansonnier formano la corte d’accoglienza di questa età dell’oro. Tra loro, l’inventore della chanson canaille Aristide Bruant e il gestore dello Chat Noir Rodolphe Salis, che di canagliesco aveva soprattutto la gestione del locale; ma c’erano anche gli illustratori Caran d’Ache, Toulouse-Lautrec e le scatenate vedette del can-can, grazie alle quali Lautrec passerà alla storia. Come dimenticare i suoi ritratti della bionda e pettoruta La Goulue – di cui il deforme pittore s’innamorò perdutamente – e della sua rivale Griglia di Fogna, la magra, alta ed elegante Grille d’Egout, che sfidavano il pubblico a colpi di spaccate, acrobazie e lingerie da urlo.

La Golosa, classe 1868, si chiamava Louise Weber, un’allegra lavandaia che a diciott’anni passa dal retro del Moulin Rouge, dove consegnava la biancheria pulita, direttamente al palcoscenico. Nel 1887 entra da un giorno all’altro nella quadriglia infernale, il quartetto di ballerine che concludeva la serata nell’indiavolato french can-can, sostituendo la collega Jeanne Faes, detta Demi-Siphon, morta in scena mentre eseguiva la spaccata al termine di un ballo senza fiato, sospinta da un pubblico in delirio che nemmeno s’accorse del dramma.

E mentre le due danzatrici ingolosivano il pubblico pagante, un altro mondo si dava da fare nelle peggiori taverne, dove nella seconda metà dell’Ottocento i primi chansonnier si sgolano per un pugno di operai incanagliti, borghesi a caccia di sensazioni forti o bohémien della prima ora, che mischiano fondi di bottiglia, assenzio e cucina a buon mercato. Chi canta deve sovrastare il brusio della sala e la platea non è certo generosa d’attenzioni. Tra loro, gli artistoidi della penna e del pennello arrivati da tutta Europa a Parigi, terra di frontiera, ultima spiaggia dei rifugiati e madre di tutte le nuove idee.

Ai primi del Novecento, Picasso e la sua banda di pittori anarchici si ritrova con i poeti Max Jacob e Guillaume Apollinaire al caffé Le Zut, in Rue Ravignan, gestito dal burbero Frédé, nomignolo del musicista, ristoratore e rivoluzionario Frédéric Gérard, che serve solo birra e accoglie chiunque entri nel suo locale: disertori in fuga, falsari a riposo, malavitosi in cerca di compagnia, modelle a disposizione e nottambuli di ogni razza. Insomma, i migliori soggetti dell’arte figurativa d’inizio secolo.

au lapin agile

Quando la polizia si stanca dei suoi clienti, Frédé prende in consegna il Cabaret des Assassins, al numero 4 di Rue des Saules, gestito da un’amica della Goulue, e lo trasforma in un altro dei luoghi-culto della Montmartre ribellista e disordinata. In verità il locale esisteva dal 1860 ed era già popolare tra gli artisti della zona, sia per il nome – una bandaccia vi aveva ucciso il figlio del proprietario, anni prima – sia perché l’illustratore e poeta comunardo André Gill ci aveva dipinto nel 1875 un’insegna che raffigurava un coniglio salterino. Da allora cominciarono tutti a chiamarlo Le Lapin à Gill (il Coniglio di Gill) ma Frédé tagliò corto: chiamò la banda di Picasso a fargli da clientela fissa, mandò in soffitta il nome originale e il vivace Coniglio di Gill diventò semplicemente agile. Fu proprio il pittore spagnolo che immortalò quel locale, quando nel 1905 dipinse se stesso vestito da Arlecchino, con Frédé sullo sfondo a strimpellare una chitarra, nel suo Au Lapin Agile.

La prima guerra mondiale bruciò la Belle Époque ma non i locali di Montmartre, gli artisti facevano fortuna – non proprio tutti, se Picasso cambiava casa, Modigliani continuava a non vendere quadri – ma intanto sparisce il café-chantant e arriva il variétè: non basta più saper cantare, travestirsi, ballare e raccontare storie in musica, ci vuole il grande show. I francesi hanno voglia di dimenticare e divertirsi; riviste e operette diventano la moda, Joséphine Baker è il nuovo idolo della nuova musica nera, alle Folies-Bergère va in scena En plein folie, la diva dell’epoca Mistinguett canta nel 1920 Mon homme e il suo protetto Maurice Chevalier nel 1924 registra la sua Valentine: sono gli anni folli.

Music-hall e cabaret la fanno ancora da padroni, e mentre la vita tra Boulevard de Clichy e i bistrot di Pigalle offre sempre i suoi brividi, ai piedi della Butte, al numero 2 di Rue Coustou, l’architetto Charles Lemaresquier costruisce nel 1927 un edificio art déco. Prima viene destinato a hotel con dancing annesso, e tre anni dopo si trasforma in locale notturno, però si continua a ballare.

Negli anni Venti era esploso a Parigi il nuovo cabaret, e Jean Cocteau inaugura nel 1922 le Bœuf sur le Toit, dove coabitano poeti, cantanti, attori e musicisti per due decenni. Marianne Oswald, rifugiatasi a Parigi dopo l’avvento del nazismo, canta Brecht e Weill con voce rauca e spiccato accento tedesco. Per lei Cocteau scrive canzoni parlate, come la domestica assassina di Anna la bonne (1934) o l’amore perverso di Embrasse-moi (1935), che prefigurano lo stile rive gauche, ma la vera diva del locale è Agnès Capri (1915-1978), amica di Max Ernst – amante della russa Gala, futura musa di Salvador Dalì, e del marito Paul Eluard – e del comunista convinto Louis Aragon, di professione poeta. Agnès Capri debutta nel 1936 con un repertorio di monologhi e canzoni marcatamente surrealiste. E se la Oswald canta il versante noir di Cocteau, Agnès rappresenta quello più ironico.

Dal suo incontro con la banda Prévert, che allestisce nello stesso anno spettacoli pieni di rivolta durante gli scioperi e il governo del Fronte Popolare, nascono pièce dense di un umore violento e distruttore, che la Capri arricchisce con azioni mimiche, sketch, danza e canzoni, tra parodia e improvvisazione, inventando di fatto il teatro-cabaret. Nel 1938 aprirà il suo Chez Agnès Capri, in Rue Molière, che dopo il conflitto darà spazio alle nuove interpreti della chanson, come Catherine Sauvage o Cora Vaucaire.

Nel 1931 Carlos Gardel sbarca a Parigi, esportando il tango, e nel ’36 quei locali diventano il Cabaret Chantant, grazie al cineasta Jean Simoni detto Jean Bastia, che tuttavia abbandona il progetto poco prima del secondo conflitto mondiale. Al suo posto, risorgerà un’altra sala da ballo, Le Cœur de Montmartre, che sarà poi chiusa durante l’occupazione nazista.

Subito dopo il jazz si sparge nelle strade e nel ’47 l’impresario musicale Jacques Canetti varca la porta di quel cuore di Montmartre e ci trova la proprietaria; è seduta nella hall deserta e lavora a maglia, sconfortata dalle miserie del dopoguerra. L’impresario si appassiona allo spazio – o forse intuisce l’affare – e le offre di trasformarlo in caffè-teatro, con l’obiettivo di dividerne i futuri ricavi e prendersi carico della direzione artistica. È l’inizio di una delle più straordinarie avventure della chanson française del secondo dopoguerra, anche perché il suo ideatore non era certo il primo venuto.

Fratello del Premio Nobel per la Letteratura Élias Canetti, Jacques nasce il 30 maggio 1909 a Roustchouk in Bulgaria, cresce in Inghilterra, studia a Vienna, Francoforte e Losanna e si trasferisce a Parigi per studiare economia e commercio, ma l’École des Hautes Études Commerciales non fa per lui. Frequenta i music-hall e si appassiona al mondo dello spettacolo, fino a quando nel 1931 risponde a un annuncio della Polydor, il rappresentante francese della prestigiosa Deutsche Gramophon, dove viene assunto dall’austera direttrice Erna Elschlepp grazie alla sua conoscenza delle lingue e della musica classica. Il gusto, gli sforzi e il suo impegno artistico gli permettono di guadagnarsi un posto di prestigio nell’etichetta.

jacques canetti

Jacques Canetti è basso di statura, sembra un furetto, ed è un mercante nato: diventa corrispondente locale del settimanale inglese Melody Maker, si appassiona al jazz e nel 1933 organizza in Francia delle tournée Jazz Hot, chiamando Duke Ellington e Louis Armstrong; convince Marlene Dietrich a cantare in francese, anima programmi radiofonici e scopre giovani talenti, come Charles Trénet. Nel ’37 lancia Édith Piaf sulle onde di Radio-Cité – acquistata due anni prima da Marcel Bleustein, che aveva affidato a Canetti l’"organisation de service artistique et de presse"¹ a duemila franchi al mese – permettendole poi di realizzare le sue prime incisioni proprio per Polydor: Dal mio arrivo a Parigi, la fortuna mi sorrideva. Ci aggiungevo una tenacia senza pari. Bruciavo la candela dai due lati, dormendo poco, vivendo a un ritmo folle².

Durante il conflitto l’ebreo Jacques Nissim Canetti prima si rifugia nella zona libera, tra Toulouse e Brive, poi pressato dalle leggi razziali si procura un nuovo documento d’identità e con l’aiuto dell’attrice Françoise Rosay riesce a raggiungere Algeri nell’ottobre del ’42, dove organizza i programmi per la nascente Radio-France e supporta tre popolari chansonnier dell’epoca, come lui riparati oltremare – Pierre-Jean Vaillard, Christian Vébel e Georges Bernardet – che sotto la sua direzione animano nella capitale algerina il Théâtre des Trois Ânes (Teatro dei Tre Asini) insieme alla cantante e pianista Lucienne Vernay, che Jacques sposerà nell’estate del ’47.

Alla liberazione Canetti torna in patria, diventa direttore artistico della Polydor, recupera nel vecchio edificio art déco l’idea di quel nome e il 15 dicembre 1947 inaugura il suo Trois Baudets (Tre Somari) con i tre asini algerini ad animare la rivista «Marshall… nous voilà», ma dovrà aspettare il maggio dell’anno dopo, quando chiama sul palco il fantasista in ascesa Henri

les trois baudets

Salvador, e gli autori-interpreti Jean-Roger Caussimon – che sta iniziando a collaborare con Léo Ferré – e Francis Lemarque, il preferito di Yves Montand, perché finalmente la stampa parigina s’interessi al suo nuovo cabaret chantant.

Canzoni e sketch compongono gli spettacoli presentati da Canetti, una sorta di variété d’autore che produce artisti sempre più legati a riferimenti letterari e poetici, e che verrà poi definito lo stile rive gauche. Non più solo testi lirici e amorosi ma anche descrizioni di vite perdute, quartieri malfamati e miserie di una guerra appena finita. L’arte minore della canzone – come la definiva Serge Gainsbourg – si apre alla realtà e i suoi cantori, partendo dai Trois Baudets, arriveranno al grande pubblico. Non c’è niente di nuovo, già Édith Piaf aveva scardinato le regole e molti anni prima Aristide Bruant aveva tracciato i confini, ma Jacques Canetti capisce che il tempo di cantare la strada era arrivato.

Le performances dell’attore Robert Lamoureux, le interpretazioni canore del magrebino-bretone Mouloudji e le ballate del canadese Félix Leclerc non sono che l’inizio. Su quel palco si avvicendano Michel Legrand, Georges Brassens, Philippe Clay, Juliette Gréco, Catherine Sauvage, Jacques Brel, Serge Gainsbourg e tanti altri. Ma ci saranno anche comici e umoristi, come Philippe Noiret, e non ultimo, Boris Vian, che sulla pedana dei Trois Baudets canterà il suo Le déserteur, il brano più tradotto al mondo dopo l’inno dell’Internationale di Eugène Pottier.

Jacques Canetti resta alla direzione artistica della Polydor fino al ’62 e quattro anni dopo abbandona anche il suo locale, restando però nell’ambiente musicale collezionando successi e scoprendo talenti. Nel 1967 la sala viene venduta e trasformata in un locale di strip-tease, l’Erotika. Bisognerà aspettare gli anni Novanta perché quei muri tornino ad accogliere la musica, ci passano tra gli altri Jeff Buckley, Alanis Morissette, i Blur e gli Oasis. Il municipio di Parigi acquista lo spazio nel 1994 e dopo molti annunci a vuoto, il 4 febbraio 2009, al numero 64 del Boulevard de Clichy, giusto all’angolo con la Rue Coustou e nello stesso edificio art déco dove Jacques Canetti inventava la nuova onda degli chansonnier, i Tre Somari riaprono al pubblico. Al suo ideatore viene dedicata la sala principale e mentre la favola continua, tra giornalisti e appassionati che si accalcano all’ingresso, la nostra è appena cominciata.

pierre-jean de béranger (1780-1857)

La chanson canaille

C’è sempre qualcuno che inizia, e non è detto che gli altri lo capiscano subito. Quando il poeta e salumiere Antoine Gallet decide nel 1729 di riunire nella sua casa parigina un gruppo di amici letterati, che magnificando gli stornelli e le abilità culinarie del padrone di casa, lo nominarono a capo dell’allegra congrega con l’obiettivo di coltivare l’arte della canzone, non poteva certo pensare che quelle goliardate avrebbero fatto epoca. Non tanto per gli ospiti, i classici quattro gatti – oltre a lui, due poeti e un drammaturgo – ma per il fatto che le lamentele del vicinato dopo un po’ spinsero il gruppo a trasferirsi di sotto, in una taverna di Rue Buci, conosciuta sotto il nome di Caveau e gestita da un certo Landelle, che mise a loro disposizione una sala riservata.

Nasce così la Société du Caveau, che due volte al mese alternava canti e letture di poesie a colossali bevute e portate pantagrueliche. Gli habitué del locale aumentano – i poeti adorano mangiare a sbafo – ma l’atmosfera libertina contribuì alla chiusura del Caveau, un po’ per motivi d’ordine pubblico e un po’ perché la formula delle serate si stava esaurendo, e i clienti pure. Lo stesso Gallet, diventato gestore del locale, non ebbe miglior fortuna: più artista che oste, accumulò troppi debiti e fallì, morendo in povertà nel 1757 ma lasciandoci un brano che diventerà popolare in Francia, La Boulangère. Il refrain è ricordato tra le canzoncine per l’infanzia, ma le strofette a seguire erano ispirate ad un mestiere che c’entrava poco con le baguette e i croissant, e molto di più con le frequentatrici del locale. Eppure nella storia degli chansonnier francesi il nome di Gallet figura tra i capostipiti del genere, anche se la goliardia della sua compagnia cantante era ben lontana dal raccontare la società che la circondava.

La Société du Caveau risorgerà a Parigi nel 1759 per iniziativa di un generale a riposo appassionato di musica, tale Jean-Baptiste Pelletier, che ricostituì l’ambiente letterario originale e seguitò fino al rivoluzionario 1789 ad accogliere i suoi frequentatori. Nel corso del Settecento, parallelamente alle serate del Caveau, si sviluppa a Parigi il fenomeno dei poeti e degli chansonnier di strada, che vendono i loro libelli sul Pont-Neuf e commentano così i cambiamenti della società francese. Tra queste composizioni, la più nota è certamente quella del Ça ira – un soldato passato al mestiere di cantore popolare, di nome Ladreyt, ne rivendicherà successivamente il testo – ideata nel luglio 1790 su un’aria popolare dell’epoca, e che sbeffeggia quell’aristocrazia destinata di lì a poco alle ghigliottine.

E mentre i primi café-chantant subiscono una battuta d’arresto sotto il dominio napoleonico – una moda che esploderà mezzo secolo dopo, quando musica e frequentazione saranno di tutt’altro lignaggio, oltre alla disponibilità per contratto delle ballerine – risorge dalle ceneri del Caveau la figura dello chansonnier, che in quel periodo storico seguiva le altalenanti vicissitudini dei caffè-concerti.

Nel dicembre 1805, viene fondata una nuova società canora legata alle radici del Caveau. Il cantante-attore Armand Gouffé (1775-1845) e la libreria Capelle decidono di organizzare delle serate musicali dal titolo Diners du Vaudeville al caffé-ristorante Rocher de Cancale, in Rue Montorgueil. L’idea ha successo, l’atmosfera godereccia non è poi molto diversa da quella del secolo scorso e nella pubblicazione annuale, La Clé du Caveau, si raccolgono testi e musiche delle canzoni dei soci. Presidente viene eletto Marc-Antoine-Madeleine Désaugiers (1772-1827), autore di vaudevilles, brevi commediole e canzoncine comiche. Ed è in questo clima che nel 1813 fa la sua comparsa nelle serate del nuovo Caveau il primo vero chansonnier di Francia, o meglio l’artista che per primo usò con successo la canzone per raccontare la società circostante e non soltanto la sua convivialità: Pierre-Jean de Béranger.

Dall’aspetto, se ci affidiamo all’iconografia e ai disegni che lo ritraevano, Béranger sembrava più un bancario in libera uscita con qualche chilo di troppo e un’incipiente calvizie che un appassionato cantastorie, ma per Goethe era un genio e Chateaubriand lo definiva uno dei più grandi poeti di Francia. Per tutti i parigini fu comunque un vero antieroe, non soltanto per la modestia con la quale affrontava il suo mestiere, ma anche per il rigore con cui interpretava storie di amara quotidianità, raccontando sentimenti nobili e difendendo i suoi ideali politici, mutuati da un’educazione borghese d’impronta liberale e illuminata. Va detto che nelle loro composizioni, gli interpreti di quelle serate non sfioravano neppure gli argomenti politici, però quando Béranger debutta al Caveau con le sue canzoni, Napoleone è in guerra con mezza Europa, voglia di scherzare ce n’era sempre meno e il suo Roi d’Yvetot – storia di un sovrano balordo, epicureo e frequentatore dei bordelli di lusso – coglie nel segno. La canzone fa il giro dei salotti intellettuali ma si canta anche nelle strade e nei bistrot, e il suo re imbelle, attorniato da ruffiani e ragazze facili, diventa una macchietta senza tempo: Il n’agrandit point ses Etats / fut un voisin commode / et, modèle des potentats / prit le plaisir pour code (Non ingrandì per nulla i suoi Stati / fu un vicino comodo / e, modello dei potentati / prese il piacere per codice).

La storia del parigino Béranger, nato il 19 agosto 1780, non era dissimile da quella di molti ragazzi usciti dalle file di una borghesia illuminata che sbandierava utopie rivoluzionarie. Da giovanissimo aiuta il padre nei suoi affari finanziari, tra alterne fortune e fallimenti, ma studia anche Rousseau, compone romanze e poesie, scrive commedie satiriche e si adatta a vivere in una modesta mansarda nella Parigi di quegli anni, dove la sua arte non trova sbocchi. Si rivolge così a Luciano Bonaparte, il potente fratello dell’Imperatore, naturalmente a suo modo. Gli spedisce nel 1804 una lettera di aiuto e centinaia di versi da lui composti. Bonaparte, colpito da tanta schiettezza, gli devolve una parte del proprio appannaggio e lo aiuta a superare il momento critico. Quando entra nella cerchia artistica del Caveau, sbarca il lunario come fattorino all’Università, ma le sue canzoni colpiscono talmente il pubblico che Béranger si convince nel 1815, pochi mesi dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo e in piena restaurazione monarchica, a pubblicare alcune arie politiche, Les Chansons morales et autres.

Le opere di Béranger accompagnano le sorti della politica francese. Il suo sogno per la libertà e le glorie passate, mentre il nuovo regime vorrebbe soffocarle, gli fa scrivere Le Vieux Drapeaux, che dal 1820 viene diffuso clandestinamente nelle caserme diventando una sorta di inno repubblicano. Le sue nostalgie napoleoniche lo schierano apertamente contro i Borboni al potere. Nelle sue canzoni attacca i magistrati compiacenti, i deputati inetti e il clero tornato ai privilegi di un tempo. Perde il lavoro, viene multato e poi incarcerato. Il suo pubblico organizza sottoscrizioni per pagargli le ammende ma intanto il regime si ammorbidisce; Luigi Filippo d’Orléans è moderatamente liberale e alla sua abdicazione, Béranger viene addirittura eletto deputato durante la rivolta del 1848. Rifiuterà l’incarico, continuando a poetare e pubblicare canzoni, la maggior parte composte su musiche popolari già note, e morirà povero. Il governo pagherà le spese del suo funerale e una folla di parigini lo accompagnerà al Père Lachaise, celebrandone la nobiltà d’animo e la filosofia umanitaria.

l'insurgé (eugène pottier-pierre degeyter)

Nel frattempo altre società di canto erano nate tra gli artigiani e gli operai che iniziavano ad affollare la società francese – le cosiddette goguette – dove le canzoni parlavano di repubblicanesimo, socialismo utopistico e anarchismo. Tra i loro chansonnier, molti seguaci delle idee comunarde, come Eugène Edine Pottier (1816-1887) autore delle parole dell’Internationale o Jean-Baptiste Clément (1836-1903), che firma La semaine sanglante (La settimana di sangue), le due canzoni simbolo della Comune di Parigi (18 marzo-27 maggio 1871), poi soffocata dalla repressione.

Quando il cantore Pottier – rivoluzionario sulle barricate del 1848, membro della Comune nel 1871 e infine esiliato per i successivi dieci anni – ideò l’Internazionale, la scrisse probabilmente sull’aria della Marsigliese ma il testo rimase sconosciuto per anni fino a quando il belga Degeyter creò l’aria oggi universalmente nota. Il suo vero nome era Pierre de Geyter, nato a Gand nel 1848 alternava il lavoro di operaio agli studi nel conservatorio di Lille, che gli offrì di musicare i testi del comunardo da poco scomparso. Il brano fu eseguito per la prima volta nel 1888 e fu subito adottato dal movimento sindacale, mentre Degeyter inventava le note anche per altri testi di Pottier, come l’Insurgé e En avant, la classe ouvrière.

Invece il barricadero Clément – prima operaio e poeta, poi giornalista libertario e attivista comunardo – è ricordato come l’autore della struggente Le temps des cerises, uno dei canti più noti della musica francofona. Ne scrive il testo nel 1866 ma dopo gli avvenimenti della Comune di Parigi aggiunge una quarta strofa, dove fa riferimento alla valorosa cittadina Louise, infermiera appena ventenne che presta soccorso agli ultimi resistenti sulle barricate di Rue Fontaine-au-roi, alla fine di quel maggio, dedicandole l’intera canzone.

Nel 1885 pubblica il testo nelle sue Chansons choisies ma già nel 1868 il tenore di origine belga Antoine Renard ne aveva musicato le strofe, inserendole nel suo programma serale al café-chantant parigino Eldorado. Il brano era dunque già noto, ma diventa realmente popolare solo dopo la dedica di Clément e sarà poi inciso da diversi interpreti, tra cui Tino Rossi (1938), Yves Montand (1955) e Mouloudji (1959), mentre Charles Trénet ne registra una versione swing nel 1942:

"Quando canteremo il tempo delle ciliegie

usignolo e merlo faranno festa…

Le belle avranno la follia in testa

e gli innamorati il sole nel cuore.

Però è così corto il tempo delle ciliegie

dove si va insieme a cogliere sonanti come orecchini

ciliegie d’amore uguali ai vestiti

che cadono sulle foglie come gocce di sangue (…)

Amerò per sempre il tempo delle ciliegie

e il ricordo che ne porto nel cuore…"³

A quest’onda della chanson più politica si ispirerà anche Théodore Louis Jules Jouy (1855-1897), giornalista e autore di brani da caffè-concerto, ma anche di brani sociali, patriottici, anarchici, comici e perfino di canzoncine per l’infanzia. Forse solo Boris Vian, quasi un secolo dopo, fu così attivo e vario nel campo dell’autorato musicale ma sicuramente nessuno dei due dormiva molto: il primo divorato dall’assenzio e dalla follia scompare a quarantadue anni, il secondo anche prima, stroncato da un infarto. Tra chi interpretò i versi di Jouy in quegli anni, ci furono la star del café-chantant Paulus, la canzonettista comica Thérésa e Yvette Guilbert, paladina della canzone realista. Jouy era uno spirito febbrile, si contano oltre tremila brani da lui firmati, per lo più cronache in musica, ma la sua passione erano le storie truci e ribelliste, non a caso viene considerato tra i fautori della nascente chanson canaille e uno dei suoi migliori amici era Aristide Bruant, che di questo stile

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