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Figli di Icaro: Racconti di volo e di libertà

Figli di Icaro: Racconti di volo e di libertà

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Figli di Icaro: Racconti di volo e di libertà

Lunghezza:
282 pagine
3 ore
Pubblicato:
26 giu 2020
ISBN:
9788835855491
Formato:
Libro

Descrizione

Una raccolta di racconti composta dalle mirabolanti storie di quanti il cielo lo conoscono, lo bramano, lo sognano o semplicemente lo osservano con rispetto.
Tra piloti militari a bordo di caccia d’altri tempi, passeggeri messi di fronte alle prime paure, pionieri del volo da diporto col coraggio di solcare i cieli a bordo di velivoli rudimentali, paracadutisti o semplici narratori, Figli di Icaro è un concentrato di ardimento e uno stimolo offerto ai tanti che vorrebbero scoprire e apprezzare ancor più da vicino il magico mondo del volo.
Pubblicato:
26 giu 2020
ISBN:
9788835855491
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Figli di Icaro - AA. VV.

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Figli di Icaro

Racconti di volo e di libertà

Figli di Icaro

AA.VV.

© Idrovolante Edizioni
All rights reserved
Direttore editoriale: Roberto Alfatti Appetiti
Responsabile dell’attività editoriale: Daniele Dell’Orco
1A edizione – giugno 2020
www.idrovolanteedizioni.it
idrovolante.edizioni@gmail.com

A Daniele Papa, Gioele Rossetti e Fabio Lombini

giovani aquile

volate verso il sole.

lascia che sia... un volo

di Carla Abenante

Dlin dlon

Il volo AZ745 diretto a New York, con scalo a Francoforte, delle ore 8,30 partirà con circa due ore di ritardo, causa perturbazione in aumento.

Ludovica cammina nervosamente tra la folla in attesa, trascinandosi il trolley ed un borsone.

L’attesa è lunga, hanno appena annunciato il ritardo, sulla partenza, di due ore. Temporeggia nell’atrio, nella speranza che Antonio la raggiunga. Decide di soffermarsi a guardare i negozi che ci sono lungo il percorso che portano agli imbarchi, passando per la biglietteria, dove ci sono le hostess sempre sorridenti e disponibili a dare spiegazioni.

Dopo aver guardato le vetrine di tutti i negozi sale al piano superiore, lì c’è il bar. Si avvicina alla vetrata, guarda fuori, un nuvolone nero sorvola il cielo in direzione nord, il vento scompiglia i capelli delle persone, che stanno salendo sul bus che li conduce all’aereo.

Una bambina cade sul primo gradino, la mamma la prende in braccio e sale a bordo. Il volo delle 8.00, per Roma è l’unico, per ora, a partire. Si avvia verso il bar. Si siede ad un tavolino libero, la sedia è di metallo cromato, come il tavolino, freddo, questa è la sensazione che prova nel sedersi, a lei non piacciono gli arredi di metallo, fossero pure di bar.

Due lacrimoni le rigano il volto accaldato. Antonio l’ha lasciata fuori, poco lontano dall’ingresso.

Scendi fai presto, non posso parcheggiare.

Si sta liberando un posto, dai accompagnami.

Ti accompagno? No, non esiste proprio, poi cominci con le lacrime e non parti più.

Ti vuoi liberare di me.

Devi andare, non puoi restare, non c’è motivo, su scendi.

L’aveva mollata lì, ed ora si sente sola in mezzo ad una marea di gente. Le lacrime le arrivano alle labbra, lei istintivamente le lecca, facendo una smorfia di disgusto misto a dolore, sono salate. Un bambino la guarda, le fa un sorriso, poi le si avvicina e le accarezza la mano. I genitori lo chiamano sgambettando li va ad abbracciare. Le sorridono Si asciuga le lacrime con un fazzolettino di carta Il cameriere la guarda da un po’ aspettando un suo cenno.

Dopo circa quindici minuti le si avvicina: Le lascio il menu.

Lasci, mi porti un caffè e qualche biscottino.

Ludovica scappa.

La voce di Antonio le rimbomba la testa. Erano bambini quando si conobbero, abitavano nello stesso palazzo a Marechiaro. Avevano la fortuna di avere un cortile all’interno e di pomeriggio, dopo aver fatto i compiti, scendevano a giocare insieme a tutti i bambini del condominio.

Scappa Ludovica, quel cretino di Giuseppe vuole farti del male, Sali su a casa.

Antonio non scherzare, mi fai paura.

Giuseppe ha detto che appena arriva ti mena.

Vabbè, se arriva! Io l’ho picchiato, mi ha messo le mani addosso nell’ascensore. Vuole vendicarsi? lo denuncio.

Tu per ora vai via è già nell’androne.

Brutta strega che sei, vieni qui che ti faccio vedere le stelle. Io non ti ho messo le mani addosso, volevo solo baciarti.

Senza il mio consenso.

Basta smettetela, urla Antonio Intanto Giuseppe afferra il braccio di Ludovica, lo stringe forte, poi la spinge nel portone, le tiene la testa premuta sul muro, le molla uno schiaffo, lei gli dà un calcio sugli attributi, molla la presa, lei scappa. Antonio assiste a tutto inerme, bloccato dalla paura. Giuseppe era un ragazzo di buona famiglia, viziato e prepotente, tutto ciò che voleva lo prendeva a qualsiasi costo, lui voleva Ludovica.

Lo squillo dell’iPhone la fa sussultare, rovista nella sua borsa alla Mary Poppins.

Ecco quando devi prendere una cosa, questa borsa è insopportabile, non riesco mai a trovare nulla.

Finalmente prende il cellulare, non squilla più, vi legge il numero, le è sconosciuto. Per evitare di ficcarlo di nuovo nel guazzabuglio delle cianfrusaglie che ha nella borsa, infila l’ipod nella tasca interna del giubbotto.

Vicino al suo tavolo una coppia di anziani sta parlottando.

Michele la signorina non ha capito che noi due non possiamo separarci, speriamo che ci fanno sedere vicini.

Nunziatina mia, io gliel’ho spiegato in tutti i modi, le ho chiesto con gentilezza di cambiarci i posti, ha detto che non poteva farlo.

Scusate se m’intrometto, se posso esservi utile cambio io il posto se va bene il mio.

Grazie, vediamo quando saliamo sull’aereo.

Ludovica guarda intenerita i due anziani che si tengono le mani strette.

Di dove siete?

Del Vomero, e voi signorina.

Di Napoli, abito a Milano, e vado a New York.

Anche noi andiamo a New York, ci lavora nostro figlio, è giornalista. Deve stare un anno lì. Andiamo a conoscere il nostro nipotino che è nato una settimana fa. E lei come mai va a New York?

Per lavoro, ci dovrò restare un anno.

Allora la invitiamo a venire al battesimo del piccolo, così sentirà meno la mancanza della famiglia.

Ok, verrò volentieri. Se non dispiace a vostro figlio, vostra nuora.

Non si preoccupi, noi abbiamo ancora voce in capitolo, quello che diciamo e facciamo mio figlio e la moglie non lo discutono, lo accettano e basta. Ci vogliono bene e ci rispettano, dice Michele. Vabbè non esagerare Michele, ci accontentano quando possono.

Iniziano a ridere di gusto. Improvvisamente un rumore di vetri e un boato li fa sussultare. Tutte le persone sedute ai tavolini del bar si alzano di scatto, i bambini piangono. Ci affacciamo alla balaustra vicino alla scala mobile, sotto non è migliore la situazione, vediamo agenti, poliziotti correre verso gl’imbarchi. Le persone scappano verso l’uscita. C’è panico, ovunque. I due anziani si abbracciano.

Vado a vedere cosa è successo.

Non ci lasci la preghiamo, abbiamo paura.

Si affacciano alla vetrata che dà sulla pista.

Signora cosa vede? Mia moglie era sulla pista doveva prendere il bus per arrivare all’aereo.

Un signore sui quarant’anni con un bambino attaccato ai pantaloni le si è avvicinato.

Gente che corre, risponde Ludovica. Si accalcano altre persone, attaccate ai vetri per capire cosa sia accaduto. L’equipe medica si dirige verso il bus.

Non hanno annunciato nulla, allora non è accaduto nulla, dice l’anziana.

Dlin dlon

Il signor Gucciardi è atteso all’imbarco da sua moglie

Vedono il signore con il bambino allontanarsi di corsa. Ludovica e gli anziani vanno a sedersi. I posti sono quasi tutti liberi, dato che le persone in attesa, sono in piedi, con lo sguardo rivolto alla pista, e l’orecchio teso agli annunci. Si siede di fronte a loro, una ragazza castana bellissima, accavalla le gambe e butta giù di un colpo una birra ghiacciata. La guardano allibiti. Ludovica si alza, vuol sapere del boato, si avvicina ad un poliziotto.

Scusi mi direbbe prima perché abbiamo sentito un boato ed un fragore di vetri.

Signora è scoppiata una fabbrica di fuochi d’artificio, qui vicino, avevamo pensato ad un attentato, poi ci hanno comunicato, dalla centrale, dello scoppio.

Come mai c’era l’ambulanza sulla pista?

Una signora che doveva prendere il volo per Milano si è sentita male.

Ludovica ritorna dai due anziani e gli racconta tutto. Decide di andare a chiedere del loro volo al check in. Ludovica, scende le scale, poi mentre sta per raggiungere il check in vede uscire dalla vetrata dello sbarco il signore con il bambino, affiancano una barella che trasporta una signora con un neonato accanto. L’equipe del 118 li scortano.

Lei è il signore che mi ha chiesto del boato, che poi è stato avvisato dell’attesa di sua moglie all’imbarco - dice avvicinandosi - Mio figlio ci ha fatto uno scherzetto, doveva nascere fra un mese e mezzo, poi lo spavento del boato, ed è nato. Mia moglie doveva andare a Milano dalla famiglia, il bambino doveva nascere lì.

In pochi minuti le aveva raccontato la sua vita. Saluta e prosegue verso il check in dove chiede notizie e torna su dagli anziani.

Squilla il telefono, risponde: Pronto Ludovica Marinetti?

Sì, sono io.

Si giri e guardi verso lo shopper, mi vedrà.

Ludovica s’impietrisce.

Giuseppe cosa vuoi? Chi ti ha dato il mio numero?

Antonio, l’ho incontrato mentre scendevo dal taxi, l’ho visto nella sua auto, e sono andato a salutarlo. Mi ha detto di averti accompagnata qui e gli ho chiesto il tuo numero.

Io non voglio parlare con te.

Dai, mettiamo una pietra sull’accaduto, ci prendiamo un caffè e parliamo tranquillamente.

Va bene.

In un luogo pubblico non le avrebbe potuto far nulla, pensa. Si avvicina, vanno al bar, si siedono: Allora cosa vuoi?

Mi hai perdonato? Io ora sono diverso. Sono solo, il tuo ricordo è un tormento per la mia coscienza. Vorrei che mi perdonassi per quello che ti ho fatto. Ero un bullo, un cretino e so di averti ferita.

Tu non mi hai ferita, mi hai traumatizzata. Dimentichi le lotte che facevamo ogni volta che t’incontravo.

Io ti amavo.

Io no.

Non odiarmi.

Mi sei indifferente, ora vado, mi aspettano due persone meravigliose.

Si volta di scatto.

Ma tu guarda questo, il perdono. Ho avuto il sesto senso. Proprio oggi ho ricordato la sua faccia. Quel bastardo di Antonio gli va a dare il numero. Certo per scaricarmi. Lui è solo. Cosa pretendeva che io da buona samaritana lo accogliessi a braccia aperte. Ora sono felice di partire. Fanculo tutti ricomincerò da me.

Dlin dlon

Prima chiamata per i passeggeri diretti a New York

Ludovica corre dai due anziani.

Andiamo è arrivato il nostro volo.

Vanno all’imbarco.

Arrivati sull’aereo Ludovica aiuta i suoi amici di viaggio a conquistare il posto vicini. Si siede, guarda la pista, vede Antonio e Giuseppe che guardano dai vetri. P

iange, il suo passato è lì, piange per il suo coraggio di svoltare.

L’aereo decolla, vede il Vesuvio, Napoli, poi nuvole solo nuvole.

Nunziatina la osserva dal suo posto, le si avvicina: Ludovica, stai bene?

Sì, non ti preoccupare, passerà.

Figlia mia, si ’na bella uagliona vedrai a New York la tua vita cambierà.

Sì, cambierà, questo è il volo verso la libertà, sorvoliamo le nuvole vedi, e dietro le nuvole c’è il sole.

L’aeroporto di Napoli è lontano come lontano è la sua vita a Napoli. Sospira immaginando la sua nuova vita a New York. Finalmente in volo, al di là delle nuvole. Lascia che sia… il volo della nuova vita.

Pensa sorridendo guardando i due anziani abbracciati.

l’uomo che fluttuava nell’aria

di Mara Alei

Se ne stava chiuso in quelle quattro mura da ormai cinque mesi.

Non riusciva neanche ad immaginare come avrebbe potuto resistere, chiuso in quella torre, per altri sette anni. Non ce l’avrebbe mai fatta. Sarebbe morto di angoscia prima dello scadere dei termini di carcerazione. Doveva assolutamente escogitare un piano per liberarsi da quella prigione così soffocante. Ma come avrebbe potuto fare? Non aveva strumenti per scardinare il pesante portone di quella bellissima ed antichissima torre, che dominava su tutta la valle intorno. Quante volte l’aveva ammirata in tutta la sua maestosa imponenza, con i suoi merli a coda di rondine!

Mai avrebbe immaginato che un giorno ci sarebbe finito dentro.

L’unica finestra del vasto ambiente era collocata ad almeno sei metri da terra. Non era chiusa da sbarre o da imposte perché non erano necessarie: l’inaccessibilità era sufficiente a renderla una via di fuga assolutamente impraticabile. Chi aveva costruito quel carcere evidentemente si era divertito ad illudere i prigionieri che vi avrebbero soggiornato. Una bella finestra ampia e soleggiata, ma assolutamente irraggiungibile senza una scala o altri strumenti utili ad inerpicarsi fin lassù.

L’uomo osservava con uno sguardo grondante di desiderio quella luminosa via per la libertà, ma la frustrazione si impadroniva di lui, quando si rendeva conto che mai avrebbe potuto raggiungerla.

Era come innamorarsi di una donna troppo bella per poter sperare un giorno di averla tutta per sé.

Quella notte sognò. Hypnos, il dio del sonno, aveva deciso di fargli un regalo. Gli donò un sogno che faceva spesso da bambino e che periodicamente tornava a visitare le sue esperienze oniriche di adulto. Infatti talvolta gli capitava ancora di rivivere nel mondo dei sogni quella magia. Sognava di fluttuare nell’aria, dopo avere spiccato un salto con naturale leggerezza. Nel sogno accadeva che volesse improvvisamente toccare il soffitto. Dunque prendeva uno slancio, con una breve rincorsa, e, incredibilmente leggero, il suo corpo si sollevava da terra e toccava il soffitto, per poi riapprodare lentamente sul pavimento. Nel sogno ritentava ancora: un agile salto e si librava nell’aria, per poi restare a galleggiare nel vuoto, miracolosamente.

Quella mattina si era svegliato con l’animo ancora piacevolmente permeato dalla bellissima esperienza vissuta nel sonno.

Quanto sarebbe stato bello tradurre quel sogno in realtà! Elevarsi da terra, levitare nell’aria, improvvisamente privo di peso, guadagnare la finestra della torre e conquistare finalmente la tanto agognata libertà! Non poté evitare di sentirsi ridicolo quando improvvisamente prese la decisione di provare. Voleva tentare di mettere in pratica ciò che accadeva nel sogno. Naturalmente non aveva nessuna speranza di riuscirci, però decise di provarci comunque. In fondo che cosa aveva da perdere? Nessuno avrebbe potuto ridere del suo fallimento. In quella prigione era completamente solo, con l’unica compagnia della sua disperazione. Dunque, cominciò a muoversi come accadeva in sogno: cominciò dapprima a spiccare un salto sollevando, con il ginocchio piegato, la gamba destra, aiutandosi con il movimento delle braccia, che spingevano indietro l’aria. Al primo tentativo riuscì a sollevarsi da terra di almeno mezzo metro. Non l’avrebbe mai detto!

Facendo quel movimento si era sentito molto più leggero di quanto immaginasse. Riprovò, migliorando nettamente lo slancio, grazie al perfezionamento della posizione delle braccia. Il secondo salto lo sollevò da terra di circa un metro. Doveva migliorare l’atterraggio. Doveva assolutamente cercare di rimanere sospeso in aria per qualche secondo in più.

Ritentò.

Ogni volta il sollevamento del suo corpo da terra andava sempre meglio. Cercava di riprodurre quanto più fedelmente la postura e i movimenti che il suo corpo faceva nel sogno.

Provò e riprovò, finché non riuscì a spiccare un salto così alto da fargli toccare il soffitto. Non gli sembrava vero! C’era riuscito! Aveva compiuto l’impresa. Era riuscito a planare sul pavimento molto lievemente. Doveva provare di nuovo, perché nei suoi sogni, dopo i salti sempre più ampi e dopo aver toccato il soffitto, rimaneva a galleggiare nel vuoto. Ritentò subito. Al terzo tentativo, finalmente, riuscì a rimanere a galla per alcuni secondi, per poi tornare giù. Riprovò ancora. La stabilità della levitazione migliorava sempre di più ad ogni tentativo. Alla fine decise di puntare verso la finestra, perché quello era il suo obiettivo: doveva uscire dalla prigione. E così fece. Si concentrò. Spiccò un salto e poi cominciò a muoversi nel vuoto, finché si trovò all’altezza della finestra. A quel punto, cominciò ad agitare le braccia e le gambe, come se fosse in una piscina. Che esperienza straordinaria! Cominciò a nuotare nell’aria, imitando i movimenti di una rana, avvicinandosi lentamente alla finestra. Non avendo sbarre né imposte di alcun tipo, l’ampia apertura ricavata nelle mura ciclopiche della torre gli consentì di uscire subito all’aperto e di restare sospeso sullo strapiombo.

Stava fermo, leggero, sospeso a mezz’aria: cominciò a contemplare senza fiato l’immenso panorama che si apriva sotto di lui. Iniziò a muoversi assecondando le leggere brezze che lo stavano accarezzando. Il suo era quasi un volo a planare. Orientava la direzione del suo volo, muovendo appena le gambe o le braccia: il braccio destro se voleva virare a sinistra, il braccio sinistro se volevo andare a destra; e poi le gambe all’unisono per spingersi in avanti. Quanto era felice!

Aveva le lacrime agli occhi. Non c’era esperienza paragonabile a quella che stava vivendo: quel volo per lui aveva il nome della libertà.

Si sorprese a giocare facendo capriole nel vuoto, per poi ritornare in posizione.

Fluttuava nell’aria ammirando senza fiato il paesaggio meraviglioso che si apriva sotto di sé: la prateria dei tetti e la trama intricata dei vicoli della città, e poi il parco con la sua fitta vegetazione, i campi coltivati e il corso tortuoso del fiume. E gli uomini affannati nel loro andirivieni: quanto erano piccoli a vederli da lassù! I suoi simili sembravano tante formiche, così indaffarate nella loro miserevole vita. In cielo invece tutto sembrava diverso: silenzio, pace, serenità, speranza e, soprattutto, libertà. Si sorprese a manifestare i suoi pensieri ad alta voce: si rivolgeva agli uccelli, signori dell’aria, che con il loro cinguettio e con la vibrazione delle ali sembravano approvare i suoi discorsi. All’improvviso, però, si trovò sulla stessa traiettoria di un piccione: per schivarlo perse l’equilibrio. Fu come se di colpo il suo corpo avesse riacquistato tutto il peso. Cominciò a precipitare a grande velocità, inghiottito dal vuoto. Fu svegliato di soprassalto dalle sue stesse urla. Era steso sul pagliericcio all’interno della torre. Quel bellissimo volo di libertà era stato solo un sogno.

lo spirito del falco

di Orazio Francesco Barbi

La Terre nous en apprend plus long sur nous que tous les livres. Parce qu’elle nous résiste.

L’homme se découvre quand il se mesure avec l’obstacle

¹.

Saint-Exupéry, Terre des hommes

21 Marzo 1985

Mi chiamo Arthur Fortin-Pâques,

sono nato a Fort Nelson, una fredda e piccola città canadese della Columbia Britannica nel 1943; tuttavia, non ho molti ricordi di quella gelida culla, poiché la mia famiglia, dopo appena due anni, si trasferì a Whitehorse, città ad oggi capoluogo dello Yukon che allora contava poche migliaia d’abitanti, e dove iniziai gli studi. Mio nonno paterno, uomo semplice e di buon cuore, gran sognatore, che aveva attraversato anni prima l’Atlantico in cerca d’oro e fortune, e che aveva conservato negli anni quella fiamma ardente, bramosa d’avventure, che neppure la diffusa canizie e il deperimento fisico avevano saputo spegnere, era solito trasmettermi la sua passione attraverso le letture di Molière, Dumas Padre, Verne e, specialmente, Saint-Exupéry, autore a lui contemporaneo, con il quale condivideva l’amore per il volo.

Era solito a leggermi, quando ero bambino, svariati romanzi, e ogni qual volta si parlava di volare, che si trattasse di mongolfiere o di biplani, gli s’incendiavano gli occhi e a fatica riusciva a proseguire la lettura lucidamente. Tale fu quel suo amore febbrile per l’aviazione da contagiarmi e spingermi, compiuti i vent’anni, a lavorare nella posta aerea, proprio come l’autore del Piccolo Principe, nonostante che la Taiga fosse un deserto ben diverso dal suo. Per quanto possa sembrare strano, in Canada l’aereo è un mezzo essenziale, essendovi lunghe distanze tra una città e l’altra, non sempre percorribili con facilità. Oltre a ciò, la comodità d’avere proprio a Whitehorse un aeroporto fu decisiva per la mia scelta. Iniziai quindi, appena ventenne, a lavorare come pilota, sia per passeggeri, sia come corriere; i primi viaggi si conclusero nell’assoluta normalità. Passati circa due anni e numerosissimi voli, vissi, durante una consegna, una delle esperienze più inspiegabili della mia vita, e solamente oggi, dopo dieci anni da quell’avvenimento, ho trovato il coraggio di raccontarlo in queste poche pagine.

All’epoca pilotavo un Cessna 172B, soprannominato Skyhawk², un monomotore ad ala alta, modello da poco in commercio, bianco con una lunga e spessa striatura di color giallo mostarda, fatta eccezione per l’ogiva e il resto del muso, di color verde scuro. Quel giorno, dovevo dirigermi a Fort Yukon, in Alaska, vicino al confine, per consegnare una pompa dell’olio per un trattore, richiesto da un contadino di Chalkyitsik, un villaggio sperduto, a 45 miglia dall’aeroporto di Yukon, il più vicino in termini di viaggio. La richiesta mi lasciò perplesso, visto il clima rigido, tuttavia, essendo la bella stagione non troppo lontana, immaginai che facesse parte dei preparativi per l’estate. Il giorno prima della partenza ricordo di aver fatto un sogno molto strano. Stavo camminando lungo il corso di un fiume, immerso nella natura selvaggia, quando mi trovai di fronte a un branco di lupi.

Terrorizzato, mi ritenni morto, quando, improvvisamente, vidi il sole esplodere con un potente fragore e da esso uscire un’aquila bianca, o forse un grosso falco, come non ne avevo mai visto

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