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Montanelli e il suo giornale: Un quotidiano nato da una rivolta e da una sfida

Montanelli e il suo giornale: Un quotidiano nato da una rivolta e da una sfida

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Montanelli e il suo giornale: Un quotidiano nato da una rivolta e da una sfida

Lunghezza:
272 pagine
4 ore
Editore:
Pubblicato:
17 giu 2020
ISBN:
9788835850762
Formato:
Libro

Descrizione

Il libro nasce da un’idea avuta nel giugno del 2016, mentre per la prima volta - emozionatissimo - varcavo l’ingresso di Via Negri 4 nella storica sede del Giornale, a due passi da Piazza Duomo e dal Castello Sforzesco, nel cuore di Milano, in occasione di una intervista al presidente del quotidiano Gian Galeazzo Biazzi Vergani.
In pochi, purtroppo, conoscono la straordinaria avventura - correttamente sarebbe opportuno parlare di “sfida e rivolta”- compiuta negli anni ’70 da un gruppo di prestigiose firme, in gran parte provenienti dal Corriere della Sera, e definite da Di Bella “l’argenteria di famiglia”, in un momento in cui una certa borghesia benestante e influente e i poteri privati e pubblici stavano virando fortemente a sinistra, avvicinandosi sempre di più al PCI e alle sue frange estreme e spesso violente. Anche laddove non ci fu un’alleanza vera e propria, certamente vi fu un timido avvicinamento, un ammiccamento, una liason deplorevole e animata da intenti esclusivamente opportunistici.
Montanelli pagherà personalmente un prezzo altissimo, quando la mattina del 2 giugno 1977, nei pressi dei Giardini Pubblici a Milano, venne gambizzato da un commando di brigatisti nel grave “silenzio” dei principali quotidiani. Attaccando una certa parte del paese, infatti, Montanelli affermerà: “La notizia che in fondo mi fa più piacere è che in due salotti milanesi, quello di Inge Feltrinelli e quello di Gae Aulenti, si è brindato all’attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata. Ciò dimostra che, anche se non sempre scelgo bene i miei amici, scelgo benissimo i miei nemici”.
Muovendomi, quindi, sempre dalla figura affascinante e illuminante di Montanelli, che dominerà gran parte dei dialoghi, ho cercato con i principali protagonisti rimasti in vita, da un lato, di ricostruire la storia della fondazione del Giornale, condendola di preziosi aneddoti e retroscena, dall’altro, di raccontare insieme a quelli gli eventi che hanno segnato la storia del ‘900 in Italia e nel mondo. Tra il Giornale di allora e quello di oggi c’è una grande, anzi, grandissima differenza, eccezion fatta per le prestigiose firme che presero parte alla fondazione del quotidiano.
Tutto ruota attorno alla celebre rottura del ’94 tra Montanelli e Berlusconi, quindi ad un appiattimento sulla linea di Forza Italia e del suo presidente. Questo non vuol dire che il Giornale debba prendere le distanze dal suo “ex” editore - peraltro generosissimo ad entrare nella proprietà con ingenti capitali quando nessuno ne aveva avuto il coraggio perché intimorito a mettersi contro i poteri del tempo, dalla DC al PCI - ma dovrebbe tornare ad essere un manifesto del pensiero liberale e conservatore, nonché punto di riferimento di quella borghesia italiana silenziosa, laboriosa, meritocratica, animata da saldi valori morali, da un grande senso dello Stato e delle sue più alte istituzioni.
Questo non è un libro di storia, ma vive di storia e vuol far rivivere una grande stagione italiana, osservata con gli occhi di chi non l’ha vissuta ma che tanto avrebbe voluto esserci.
Lo considero non solo un lascito per i curiosi, gli appassionati, i cultori della materia, i lettori incalliti, per i montanelliani di un tempo e per chi ancora oggi si sente tale, ma anche un lascito alle nuove generazioni, affinché capiscano l’importanza del passato, (“un Paese che ignora il proprio Ieri, di cui non sa assolutamente nulla e non si cura di sapere nulla, non può avere un Domani”) e dei sogni, fondamentali per vincere le sfide più difficili e irraggiungibili, per rendere bella questa vita, per entrare nel futuro.
Editore:
Pubblicato:
17 giu 2020
ISBN:
9788835850762
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Federico Bini is an Italian writer. He worked as a journalist and editor in daily newspapers and magazines, on television and for the radio. His published works include novels, comics and many stories for children, such as the series of “TIMO - The young sailor”, “Dakota” and “Mosiro” for the WWF. Among his latest books are: “The treasures' search- 100 stories of lost fortunes”. His greatest passions are; the sea, the stars, numbers, biology, gorillas, action movies, adventure novels and flight simulators.


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Anteprima del libro

Montanelli e il suo giornale - Federico Bini

Tatarella

Introduzione

Il libro nasce da un’idea avuta nel giugno del 2016, mentre per la prima volta - emozionatissimo - varcavo l’ingresso di Via Negri 4 nella storica sede del Giornale, a due passi da Piazza Duomo e dal Castello Sforzesco, nel cuore di Milano, in occasione di una intervista al presidente del quotidiano Gian Galeazzo Biazzi Vergani.

In pochi, purtroppo, conoscono la straordinaria avventura - correttamente sarebbe opportuno parlare di sfida e rivolta- compiuta negli anni ’70 da un gruppo di prestigiose firme, in gran parte provenienti dal Corriere della Sera, e definite da Di Bella l’argenteria di famiglia, in un momento in cui una certa borghesia benestante e influente e i poteri privati e pubblici stavano virando fortemente a sinistra, avvicinandosi sempre di più al PCI e alle sue frange estreme e spesso violente. Anche laddove non ci fu un’alleanza vera e propria, certamente vi fu un timido avvicinamento, un ammiccamento, una liason deplorevole e animata da intenti esclusivamente opportunistici.

Montanelli pagherà personalmente un prezzo altissimo, quando la mattina del 2 giugno 1977, nei pressi dei Giardini Pubblici a Milano, venne gambizzato da un commando di brigatisti nel grave silenzio dei principali quotidiani. Attaccando una certa parte del paese, infatti, Montanelli affermerà: La notizia che in fondo mi fa più piacere è che in due salotti milanesi, quello di Inge Feltrinelli e quello di Gae Aulenti, si è brindato all’attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata. Ciò dimostra che, anche se non sempre scelgo bene i miei amici, scelgo benissimo i miei nemici.

Muovendomi, quindi, sempre dalla figura affascinante e illuminante di Montanelli, che dominerà gran parte dei dialoghi, ho cercato con i principali protagonisti rimasti in vita, da un lato, di ricostruire la storia della fondazione del Giornale, condendola di preziosi aneddoti e retroscena, dall’altro, di raccontare insieme a quelli gli eventi che hanno segnato la storia del ‘900 in Italia e nel mondo. Tra il Giornale di allora e quello di oggi c’è una grande, anzi, grandissima differenza, eccezion fatta per le prestigiose firme che presero parte alla fondazione del quotidiano.

Tutto ruota attorno alla celebre rottura del ’94 tra Montanelli e Berlusconi, quindi ad un appiattimento sulla linea di Forza Italia e del suo presidente. Questo non vuol dire che il Giornale debba prendere le distanze dal suo ex editore - peraltro generosissimo ad entrare nella proprietà con ingenti capitali quando nessuno ne aveva avuto il coraggio perché intimorito a mettersi contro i poteri del tempo, dalla DC al PCI - ma dovrebbe tornare ad essere un manifesto del pensiero liberale e conservatore, nonché punto di riferimento di quella borghesia italiana silenziosa, laboriosa, meritocratica, animata da saldi valori morali, da un grande senso dello Stato e delle sue più alte istituzioni.

Questo non è un libro di storia, ma vive di storia e vuol far rivivere una grande stagione italiana, osservata con gli occhi di chi non l’ha vissuta ma che tanto avrebbe voluto esserci.

Lo considero non solo un lascito per i curiosi, gli appassionati, i cultori della materia, i lettori incalliti, per i montanelliani di un tempo e per chi ancora oggi si sente tale, ma anche un lascito alle nuove generazioni, affinché capiscano l’importanza del passato, (un Paese che ignora il proprio Ieri, di cui non sa assolutamente nulla e non si cura di sapere nulla, non può avere un Domani) e dei sogni, fondamentali per vincere le sfide più difficili e irraggiungibili, per rendere bella questa vita, per entrare nel futuro.

Gian Galeazzo Biazzi Vergani

Io mi dimisi per primo.

Indro correggeva le bozze a Piovene

L’addio al Corriere e i 40 anni al Giornale. L’ultimo dei fondatori. Lucido, vivace, grintoso e amante del suo Giornale, beh, è stata la mia vita!’’. Novant’anni - passati - e non sentirli: dal lunedì al venerdì, mattina e pomeriggio è lì, al sesto piano, di quelli alti, riservato solo ai padri nobili e cumenda. Da La Stanza di Via Negri 4, luminosa e confortevole, nel cuore di Milano, risponde alle lettere, anima e si gode la sua creatura. Ah ah ah, eh eh eh… un caffè e appunto, tante risate. Chiacchierata con GGBV, un po’ su tutto! Il Coriere, che pronuncia sempre con una ‘r’, il Giornale nuovo, Piovene e i morti. È bellissima la sua professione sa?’’, carmina non dant panem’’. Il grazie ai lettori, la nostra forza’’, le mani incrociate e le pause prolungate per riannodare il nastro. E poi ancora Cervi, Zappulli, Fam. Granzotto ma si ritorna sempre a lui: Indro Montanelli, in breve IM. E Indro correggeva Piovene. E poi quel saluto, subito, in apertura: L’importante è andare avanti’’. E quindi la vita, che fu e che sarà. Io mi dimisi per primo’’, e qui si fa orgoglioso, fiero e tuonante.

Presidente Biazzi Vergani, in oltre 40 anni di storia con e de il Giornale è rimasto solo Lei tra i fondatori (legali) del quotidiano. Già, dei vecchissimi sono rimasto solo io, diciamo dei fondatori veri.

Si sente un eroe o un superstite? L’importante è andare avanti.

Rifarebbe gli stessi passi compiuti? Sì, è stata dura, ma poi abbiamo avuto la soddisfazione di averlo fatto vivere e viver bene.

Milanese? No, provengo da una famiglia di antica tradizione cremonese.

Con l’addio al Corriere naufragava per sempre la speranza che Montanelli potesse un giorno prenderne il timone? Montanelli fu cacciato! Ma non lo avrebbero mai fatto direttore anche se era il numero uno. Ci volevano altre qualità che lui non aveva.

Uno degli ultimi articoli che Montanelli scrisse fu un attacco alla Cederna, in un tintinnar di sciabole ferocemente montanelliano: "(…) Ti capisco deve essere inebriante, per una che lo fu della mondanità, ritrovarsi regina della dinamite (…)’’. Il Coriere si stava spostando sempre più a sinistra e lui come molti altri, ad esempio me, ne soffrivano. E, a parte Montanelli che fu cacciato, io sono stato il primo a lasciare il Coriere per fondare il Giornale e poi mi hanno seguito tutti gli altri. Io mi dimisi! Io mi dimisi per primo! Il Coriere era sempre stato il giornale della borghesia milanese-lombarda e l’alleanza fra Giulia Maria Crespi e Piero Ottone lo aveva portato a sinistra. In più erano amici lei e Mario Capanna. E questo spostamento a sinistra rispecchiava cosa stava accadendo nel paese.

I Crespi non furono i soli. Sì, i Crespi erano una famiglia importante ma non era la sola purtroppo, perché ce n’erano parecchi della classe dirigente milanese che erano o si stavano spostando verso sinistra.

Al Corriere della Sera, tra gli anni ’50/’60, poté collaborare e incontrare figure che andavano da Malaparte a Buzzati, Montale e Missiroli, suo direttore peraltro. Montale era certamente un grande poeta ed era trattato come un ospite di riguardo, non aveva posizioni di prestigio all’interno dell’azienda e non si occupava di politica. Malaparte con noi non ha mai avuto a che fare, in quanto i rapporti con Indro non erano buoni, non si amavano. Buzzati era un signore che amava molto l’alpinismo e che viveva per conto suo. Montanelli diceva sempre: "Se non fosse morto prima, sarebbe con noi al Giornale. Il numero uno di noi’’. Di Buzzati ho un grande ricordo, perché appena arrivai al Coriere dalla provincia ero un praticante, lui fu sempre molto gentile, molto affettuoso, disponibile. I vecchi del Coriere erano comunque molto gentili.

Missiroli? Quando arrivai al Coriere avevo Missiroli come direttore. Un gran signore, ci divertiva molto perché aveva fatto un duello con Mussolini. E quando gli chiedevamo chi avesse vinto svicolava. Se c’era un po’ di tempo ci parlava molto della scherma e del modo di gestire le armi. Una frase tipica di Missiroli, che ripeteva spesso: "Ricordarsi di non dare mai le dimissioni, perché poi c’è il rischio che le accettino’’. Questa era sua, gli piaceva molto.

Nel 1974 nasce il Giornale nuovo. Teniamo presente, per capire cosa è successo, che il vero padre, gestore del Giornale, fu Gianni Granzotto, che era a.d della Rai e presidente della Federazione Italiana degli Editori. Lui gestiva, gestiva e gestiva. Quando cominciammo a fare il Giornale, io gli facevo delle richieste: Vorrei un corrispondente in Spagna, uno scrittoio luminoso in centro a Milano… E lui un giorno mi disse: Guarda, tutte le cose che tu chiedi prima o poi le faremo, tutte, ma non in questo momento perché di soldi non ne abbiamo’’. Abbiamo fondato il giornale senza un soldo, con una cifra ridicola, e io gli dissi: Ma allora non saremmo mai venuti, e lui: Lo so, ma ormai è fatta!’’.

Fu un inizio particolarmente travagliato. Abbiamo fatto molta fatica, in più avevamo tutti contro: i partiti, tranne una piccolissima parte della DC, i sindacati e quasi tutti i giornali, soprattutto quelli più grandi come Il Corriere della Sera, ma ce l’abbiamo fatta, in parte per l’entusiasmo, e poi grazie ai lettori.

Nel primo editoriale del 25 giugno Montanelli scrisse: "Questo quotidiano nasce da una rivolta e da una sfida’’. Il primo Giornale lo abbiamo fatto in Piazza Cavour, nella storica sede del Popolo d’Italia. Quando noi abbiamo fatto il Giornale, Montanelli aveva in mente di fare un giornale che ricordasse il Coriere e fosse moderato. Noi portammo via una valanga di copie a Via Solferino, però non fu quella la strada. La sua idea di portare via il 50% dei lettori del Coriere non funzionò. Montanelli ebbe poi l’idea che i morti erano fondamentali, perché tante persone anziane non lasciavano il Coriere perché vi leggevano gli annunci. Lui allora disse: "La spesa dei morti, invece di chiedere i soldi, il corrispondente noi lo diamo in beneficenza, dove volete voi’’, così tu spendi 20 mila lire per i morti e ci dici quale asilo, parrocchia o chiesa vuoi che riceva tale beneficio. E per un po’ funzionò. Eravamo arrivati a un puntino discreto, ma lontanissimo dal Coriere.

Mario Cervi fu subito dei vostri oppure arrivò quando il quotidiano era stato ormai varato? Lui era un montanelliano, legatissimo a Montanelli. Lo abbiamo un po’ costretto. Quando noi abbiamo fatto il Giornale e avevamo già fatto tutto, società, struttura, lui era ancora al Coriere, lo avevano mandato in Cile. Quando rientrò, Montanelli e io gli mandammo Corradi a riceverlo all’aeroporto perché gli spiegasse tutte le necessità, lo volevamo con noi. Disse subito di sì e lo coinvolgemmo.

Il 10 settembre 1974 scrive nei suoi diari: "Piazza Cavour è spesso presidiata da centinaia, a volte da migliaia di extraparlamentari: giorno e notte. Di poliziotti, nemmeno l’ombra. (…) A volte il nostro autista Sebastiano Mele ci avverte che la piazza è gremita e tumultuosa; non è prudente affrontarla. Ci affidiamo allora, Montanelli ed io, alla sua guida attraverso corridoi, sotterranei, autorimesse dell’immenso palazzo; fino a raggiungere uscite secondarie, dove ci attende una macchina. Una volta siamo stati caricati su un camion, come pacchi di giornali’’. Questo è successo più di una volta. Quando caricavano i giornali caricavano anche noi e ci portavano a casa. Così arrivavamo sani e salvi. Una volta ci hanno anche invasi. Avevo finito al giornale intorno alle undici, orari rigorosi altrimenti si perdevano gli aerei, i treni, e quindi le copie. Ero andato a mangiare al Ristorante Santa Lucia, quando venne un fattorino e mi disse che mi cercavano dal Giornale. Vado al telefono ed era Sterpa, deputato liberale e capo della cronaca: Guarda siamo stati invasi, ma non preoccuparti, tutto finito perché gli operai li hanno cacciati lanciando i caratteri di piombo’’. Dunque, era un gruppo di extraparlamentari e forse qualche avvocato, giornalista e giudice, due o tre giudici che erano scalmanati, tenevano comizi, aizzavano la folla. Io poi ho chiesto con il passare del tempo ad altri questori e prefetti notizie di quel questore e prefetto del tempo e mi dissero: Bravissimi! I migliori che c’erano in Italia’’. La verità è che i questori e prefetti dipendono dal Ministero dell’Interno che non ci amava perché noi eravamo all’opposizione.

Nel 1976 arriva Telemontecarlo. Fu grazie a Mike Bongiorno, amico di Montanelli, che iniziò questa collaborazione. Facevamo il commento della giornata. Lo facevano spesso Zappulli o Cervi, rarissimamente altri, io non sono mai andato.

Il 1° giugno del 1976 Zappulli si candida in Liguria con Alleanza Laica, Bettiza si candida a Milano per i liberali. Passeranno entrambi, grazie al supporto del Giornale. Noi si fece una campagna elettorale importante. Interviste, titoli, notizie sui movimenti dei candidati, li abbiamo seguiti da vicino e sono stati eletti bene tutti e due.

Incontro con alcuni compagni di viaggio, di avventura o semplicemente di giornalismo. Partiamo da Guido Piovene. Intanto era un aristocratico e questo contava molto in Veneto perché avevano tutti un grande rispetto del conte Piovene. Ed essere invitati a cena dal conte Piovene era un onore. Montanelli aveva una grande stima di lui come scrittore. - Pausa. Silenzio. Ride. - Indro aveva il vizio di ritoccare un po’ tutto; quando prendeva un articolo in qualche modo trovava da ritoccarlo e ritoccava anche Piovene, e siccome si lamentava, lui diceva: Sai Guido, purtroppo in tipografia è impossibile fare quello che vuoi tu, perché non ci sono più i caratteri. Insomma trovava delle scuse.

Enzo Bettiza? Intellettuale anomalo, nato in Jugoslavia, molto legato alla sua infanzia, a quei tempi. Con Frane Barbieri, che lui aveva portato al Giornale, faceva discussioni di ore e ore sui piccoli sviluppi dell’istituzione politica jugoslava.

Gianfranco Piazzesi? Lui se ne andò dal Giornale perché aveva paura che i comunisti vincessero e ci facessero fuori.

Cesare Zappulli? Era il nostro uomo dell’economia. È stato condirettore e collaboratore da Roma. Faceva fondi di economia. Era un napoletano allegro, vivace e divertente e con me aveva un rapporto particolare. Mi telefonava e mi diceva: "Estote parati’’, voleva dire che veniva a Milano a giocare a bridge.

Lui poi fu eletto senatore del PLI. Sì fu eletto senatore, ma si lamentava perché lo chiamavano in varie città, a Bergamo piuttosto che Brescia, doveva riunire quelli che contavano, dirigenti vari, e organizzare pranzi da una ventina di persone.

Egidio Sterpa? Fu un politico liberale, che arrivò a ricoprire la carica di vicesegretario del partito. Credeva molto nel Giornale e collaborò lealmente fino all’ultimo. Purtroppo è morto giovane.

Egisto Corradi? Era un po’ il papà di tutti noi. Una persona buona e di animo gentile. Fu un inviato di punta del Coriere, fece tutta la guerra del Vietnam e la fece con tale coraggio che i vecchi editori del quotidiano, i proprietari, telefonarono e ci dissero: "Fateci il piacere di dire a Corradi di non rischiare così tanto come fa quando si reca nella jungla. Non vorremmo avere sulla coscienza la sua scomparsa’’.

Gianni e Paolo Granzotto? Gianni era quasi il padrone, sapeva tutto sull’amministrazione, sulle sorti del Giornale, lo gestiva con allegria, da vero signore. Paolo ce lo impose lui, noi non lo conoscevamo perché aveva lavorato un po’ a Roma al Messaggero. Però quando arrivò ci accorgemmo che aveva stoffa, qualità di scrittore.

Marcello Staglieno? Un bravo giornalista, molto attivo, protagonista, presente, sempre al fianco di Montanelli.

E Montanelli lo prendeva in giro per il suo cognome funereo. A Genova c’è il cimitero Staglieno.

Renzo Trionfera? Fu uno dei fondatori del Giornale, capo della redazione romana e inviato.

E poi c’era lui, Indro Montanelli. Indro era un talento toscano. Aveva un grande prestigio come scrittore e giornalista, su quello nessuno discuteva, perché riconoscevamo che era il numero uno. In più aveva un certo carisma. Quando volevo litigare con lui dicevo: Vi date tante arie voi toscani però siete sullo stesso meridiano del Montenegro.

Guardando alla sua storia, ne il Giornale ha rivestito moltissimi incarichi. Io fui il primo ad essere assunto da Gianni Granzotto, un anno prima dalla fondazione, e avevo l’incarico di costruirlo. Lavorai un anno in poche stanze alla sede del vecchio Popolo d’Italia e cominciai ad assumere, a trovare i corrispondenti, a fare i numeri zero, a correggere gli errori, fino a quando non iniziammo a fare sul serio.

E Montanelli? Montanelli veniva di tanto in tanto e si chiudeva in una stanza e scriveva e scriveva e del Giornale non si occupava. Qualche rapporto con alcuni giornalisti, qualche intervista, ma lui passava molto tempo a scrivere.

Il primo giornale che legge al mattino? - Fa una piccola pausa - Il Giornale, ma subito dopo La Gazzetta dello Sport.

Cosa ha rappresentato per Lei il Giornale? Beh - alza un po’ le spalle e solleva le sopracciglia - la mia vita.

Enzo Bettiza

Montanelli disprezzava la borghesia che difendeva, ammirava i comunisti

Enzo Bettiza, 1927-2017, è nato a Spalato e proviene da una famiglia di imprenditori che, negli anni Venti, aveva optato per la cittadinanza italiana pur risiedendo in territorio jugoslavo. È stato corrispondente dall’estero prima per La Stampa e poi per il Corriere della Sera. Con Indro Montanelli ha fondato Il Giornale di cui è stato anche condirettore e vicario. È stato direttore editoriale della Poligrafici editoriale ed è stato autore di numerosi libri. È stato eletto senatore dal 1976 al 1979 ed eurodeputato dal 1979 al 1994

di Aldo Cazzullo

Bettiza, Lei divenne noto perché fu il primo corrispondente occidentale da Mosca a scrivere che i russi avevano rotto con i cinesi, e la frattura nel blocco comunista avrebbe aiutato l’America a vincere la Guerra fredda. Oggi dovrei mettere su YouTube un video mentre ballo. Ma ho quasi novant’anni, e non me lo posso permettere.

Com’era la Mosca poststaliniana? Piena di promesse, percorsa da fermenti sotterranei. C’era l’orgoglio di aver vinto la Seconda guerra mondiale, di essere entrati a Berlino. E s’era allentata la cappa di piombo.

Restava la censura però. Ogni giorno dovevo far leggere il mio articolo prima di dettarlo al giornale. Da due tende accostate usciva una mano di donna che afferrava il foglio, e me lo restituiva con qualche correzione. Non l’ho mai vista in volto.

Il direttore del suo giornale, La Stampa, era il leggendario Giulio De Benedetti. Se tardavo mi mandava telegrammi tipo: Lei non solo non sa scrivere, non sa neppure telefonare. Oppure: La prossima volta mandi il pezzo per posta.

Come andò la vostra rottura? Ero a Mosca da troppo tempo. Dovevo rientrare per non soccombere al male russo; ma lui non voleva saperne. Mi misi in viaggio per Torino in auto. Guidai per tre giorni, passai un lago su un traghetto. Mi ricevette nel cuore della notte.

E la cacciò ululando. Era molto ignorante e molto piccolo. Odiava gli uomini alti; e io ero una spanna più di lui.

Non era un grande direttore? Era un grandissimo direttore. Vivace, esigente, punitivo. Fece piangere Monelli e Biagi. Igor Man ne era fisicamente terrorizzato. Fu un sollievo passare al Corriere.

In Via Solferino Lei traccia di Ottone un ritratto feroce. La forfora. Il piede caprino. Eppure, ogni volta che l’ho poi incontrato, mi ha sempre abbracciato e sorriso come se nulla fosse.

Un uomo di classe. Un uomo dalla straordinaria capacità di simulare e dissimulare.

Lei lasciò il Corriere con Montanelli, di cui fu condirettore al Giornale. Stare con Indro era come andare sulle montagne russe. Cadeva in depressioni profonde. Poi saltava su come un grillo, scriveva un fondo in dieci minuti, telefonava alla madre novantenne. Si innervosiva quando conversavo in croato con Frane Barbieri: Basta parlare ostrogoto!.

Nei suoi Diari, anno 1966, Montanelli annota che Lei era certo della sconfitta del comunismo. Montanelli disprezzava la borghesia che difendeva, e ammirava i comunisti che attaccava. Era convinto che la rivolta di Budapest si dovesse a operai che volevano il vero socialismo; mentre fu una rivolta nazionalista e antisovietica. E i russi, incoraggiati da Togliatti, impiccarono Nagy, per sostituirlo con il suo amico Kadar, ex dissidente. Che accettò, nonostante il capo della polizia politica Farkas, per umiliarlo, gli avesse pisciato in bocca. Questo era l’homo sovieticus.

Anche Lei a vent’anni fu comunista. Perché? Perché mi affascinava il male. O per un atto di generosa follia. In Dalmazia i comunisti di Tito avevano spogliato la mia famiglia di tutto. Andammo a vivere in un campo profughi in Puglia, retto dagli inglesi con inutile crudeltà. Uomini e donne venivano separati.

E Lei fuggì. Vivevo di espedienti. Sono stato contrabbandiere, venditore di libri a rate, giocatore di poker.

A Roma studiò all’Accademia di Belle Arti. Erano tutti innamorati di una ragazza giunonica: Gina Lollobrigida.

Le si attribuisce uno storico successo con le donne. Non sono mai stato trascurato.

La vera rottura con Montanelli fu su Craxi. Craxi aveva grande mobilità mentale, e più cultura di quella che mostrava. Mi riconoscevo nel suo liberalsocialismo. Indro appoggiava la DC,

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