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Smart working tra crisi e innovazione
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Smart working tra crisi e innovazione
E-book62 pagine51 minuti

Smart working tra crisi e innovazione

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È indubbio che la crisi di questi mesi abbia messo in evidenza sia gli aspetti positivi che negativi che discendono dalla applicazione forzata del lavoro agile. Se è vero infatti che gli operatori sia pubblici che privati si siano impegnati, spesso senza strumenti adeguati, nel dare risposte spontanee ed estemporanee a un fenomeno eccezionale e imprevisto, di notevole impatto sugli assetti sociali ed economici nazionali e internazionali, appare evidente che è mancata una reale capacità di governo e di programmazione del fenomeno. Orbene, se dunque si vuole che la crisi rappresenti un’occasione di crescita e sviluppo del nostro paese e che non si traduca invece in un default dell’intero sistema produttivo e sociale, occorre estrapolare gli aspetti positivi di questa esperienza, iniziando a predisporre una attenta e nuova regolamentazione del fenomeno dello smart working, in primo luogo trasformandolo in uno strumento giuridico degno di questo paese e finalizzato a costituire al contempo un volano economico sociale e culturale dell’Italia. Per fare ciò occorre che il tavolo delle regole sia costituito dai soggetti sindacali, dunque affidato alla definizione di norme pattizie e solo in via subordinata allo stato, cui va riconosciuta la competenza a definire il quadro generale applicabile a tale istituto, a oggi non sufficiente a contenere tutte le problematiche che l’emergenza epidemiologica ha messo a nudo. È indubbio che tale regolamentazione, sia per il pubblico che per il privato, va affrontata con celerità, senza attendere le scadenze naturali della contrattazione collettiva nazionale, diversamente pregiudicando le aspettative che provengono dal mondo del lavoro messo a dura prova dalla crisi. Per esempio si potrebbe intervenire attraverso la contrattazione integrativa, regolando gli aspetti innovativi e problematici, che discendono da tale fenomeno. Certamente appare opportuna una modifica del tradizionale assetto giuridico ed economico della prestazione di lavoro, che ruota intorno al binomio retribuzione fissa e variabile, rivedendone la struttura, al fine di attribuire una giusta considerazione più che alle ore lavorate, al contributo del lavoratore nel raggiungimento degli obiettivi, che meglio esprimono e valorizzano la qualità del lavoro. Occorre fare uno sforzo culturale adottando una concezione innovativa del lavoro che si distacchi dalla visione tradizionale, che vede il rapporto di lavoro imperniato soprattutto sul binomio presenza fisica-orario di lavoro, e sposando invece la tesi del ruolo del lavoratore quale soggetto che partecipa a un progetto, la cui valutazione è basata sul conseguimento di un obiettivo individuale e collettivo, misurabile ai fini di incentivarne la retribuzione. Necessario dunque rivedere anche tutti gli istituti giuridici tradizionali, che allo stato attuale appaiono non applicabili allo smart working.
LinguaItaliano
Data di uscita12 giu 2020
ISBN9788835847861
Smart working tra crisi e innovazione
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    Anteprima del libro

    Smart working tra crisi e innovazione - Raffaele Bonanni

    paese.

    ​1. Lo Smart working tra crisi e innovazione

    1.1 Cos’è lo smart working

    In questi tempi di lockdown ci siamo trovati a ripensare la nostra vita e i nostri spazi, incluso quello lavorativo. Si parla tanto del concetto di comunità, inteso come la famiglia e il condominio: essi sono i luoghi fisici dove è possibile radunarsi, sempre nel rispetto delle restrizioni imposte dalla pandemia e, seppur si tenti una simulazione della vita prima del COVID-19 tramite concerti sui balconi e cose simili, resta il fatto che in questa situazione sono proprio i luoghi marginali delle abitazioni come i terrazzi, i pianerottoli o i portici a essere gli spazi privilegiati per quell’idea di comunità di cui il concetto stesso di casa si fa portatore. Al di là delle implicazioni olistiche riguardanti il nostro modo di intendere il mondo che ci circonda, i luoghi in cui viviamo sono stati improvvisamente deputati allo svolgimento di funzioni che prima erano riservate a spazi appositi, strettamente scollegati dal nucleo abitativo: se prima l’istruzione, il lavoro e il commercio erano pensati come altro rispetto al mondo domestico, con il lockdown previsto dal Decreto del 4 marzo 2020 si è stati costretti a svolgere queste attività dentro casa, creando, specialmente per quanto riguarda la sfera lavorativa, un setting, ovvero un ambiente dove svolgere i propri compiti, personalizzato: infatti, se si pensa agli uffici o alle scuole, la costruzione dello spazio lavorativo risulta essere spesso fonte di disagio sia materiale sia psicologico, in quanto gli edifici scolastici maltenuti, per esempio, possono essere causa sia di danni materiali a persone oppure psicologici come il cosiddetto Burnout. Invece, avendo la possibilità di avere un setting lavorativo personalizzato, sarà possibile prevenire e persino eliminare lo stress lavorativo.

    Si parla tanto di smart working, eppure non si sa di preciso cosa significhi né quali siano le differenze tra esso e il telelavoro. Esso è così definito dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

    Dunque, lo smart working risulta essere aspaziale, atemporale e soprattutto frutto di un’organizzazione del lavoro fatta mediante l’accordo tra datore di lavoro e dipendente. Questa modalità lavorativa è in realtà frutto di un nuovo modo di intendere la distribuzione dei compiti, ossia il Project management. Esso nasce nel campo dell’impiantistica industriale e prevede un dato progetto, con un proprio tempo di vita ( Life circle), realizzazione e finalità ( scope of work). L’aspetto più importante di questa metodologia è quello di dividere il progetto per varie fasi di vita, in cui ogni sua componente risulta avere la massima centralità. La rivoluzione del Project management è quella di abolire definitivamente l’idea di lavoro a catena di montaggio, privilegiando il coordinamento tra le varie parti: in altre parole, rispetto all’incomunicabilità degli operai specializzati, si preferisce una capacità di mediazione tra tutte le componenti umane del lavoro. Come frutto del Project management, lo smart working è atto a portare una nuova flessibilità nell’ambito lavorativo, restituendo a ogni dipendente l’individualità e la dignità che gli è propria e contribuendo a creare una nuova etica del lavoro in cui l’unicità di ognuno è rispettata e valorizzata.

    1.2 Smart working e telelavoro: differenze

    Dopo aver dato una definizione preliminare relativa allo smart working, è opportuno concentrarsi sulle differenze tra esso e il telelavoro; sarà prima necessario però introdurre il concetto di flessibilità: infatti lo smart working è stato pensato come modalità atta a restituire ai dipendenti, di comune accordo don il datore di lavoro, i propri ritmi e la ciclicità dell’attività lavorativa. Il tema della produzione come ciclo risulta essere estremamente caro alla Green Economy, poiché restituisce all’ambiente la propria funzione di base all’interno del ciclo produttivo: prendendo l’esempio della flessibilità dovuta alla nuova modalità lavorativa che si è affermata nel corso del lockdown, si può dire che lo smart working rappresenti una possibilità per uno stile di vita ecologico, in quanto promuove la creatività, uno stile di vita flessibile e ciclico e, soprattutto, riduce i consumi di CO2 causati dall’uso di mezzi a combustibile fossile per spostarsi verso il proprio luogo di lavoro. Infatti, l’obiettivo a lungo termine della COP21 era proprio quello di ridurre le emissioni di 2°C, affinché si raggiungesse un impatto ambientale neutro. La sospensione di stili di vita dannosi dovuta al COVID–19 ha fatto sì che venissero ripensati non solo gli ambienti di lavoro, ma

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