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Il cerchio luminoso dell'apparire: Omaggio a Emanuele Severino

Il cerchio luminoso dell'apparire: Omaggio a Emanuele Severino

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Il cerchio luminoso dell'apparire: Omaggio a Emanuele Severino

Lunghezza:
213 pagine
1 ora
Pubblicato:
10 feb 2020
ISBN:
9788835372233
Formato:
Libro

Descrizione

Questo libro parla di fotografia. È un libro fotografico ricco di immagini. È un libro sulla metafisica della fotografia. Quindi è anche un libro di filosofia. È un omaggio al maestro Emanuele Severino, che ha influenzato in modo determinante il pensiero dell’autore su fotografia, tempo, morte. La fotografia ha sempre avuto a che fare con queste realtà. In modo misterioso ogni fotografia è un qualcosa che ha a che fare con il tempo, la trasformazione, la morte. Ce ne rendiamo conto in modo struggente quando osserviamo la foto di un nostro caro morto. Barthes con il suo La camera chiara ha offerto ai fotografi motivazioni suggestive. Le sue parole sulla foto della madre bambina nel giardino d’inverno restano una luminosa verità. Emanuele Severino ha fornito all’autore un contesto del tutto nuovo. La fotografia appare così non più malinconicamente avvolta dalla tristezza dell’addio, ma testimonianza dell’essente eterno nel momento della rivelazione.

 
Pubblicato:
10 feb 2020
ISBN:
9788835372233
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Il cerchio luminoso dell'apparire - Nazzareno Luigi Todarello

Severino

FOTOGRAFIA E TEMPO


Nel film Smoke Auggi Wren, interpretato da Harvey Keitel, è un tabaccaio che da anni ogni mattina alle otto in punto scatta una foto all’incrocio davanti al proprio negozio. Stessa ora, stessa identica posizione della macchina. Le foto, stampate e messe in ordine in album lasciano perplesso Paul Benjamin, l’amico a cui le sta facendo vedere, interpretato da William Hurt. Sono... tutte uguali dice lui. È vero, dice Auggi, quattromila fotografie dello stesso posto. L’angolo tra la terza e la settima, alle otto di mattina. Quattromila giorni con tutti i tipi di clima possibili. È per questo che non vado in vacanza. Devo stare qui ogni mattina, alla stessa ora. Ogni mattina allo stesso posto alla stessa ora. Non ho mai visto niente del genere. È il mio progetto... quello che puoi chiamare il lavoro della mia vita. Pazzesco, non sono sicuro d’aver capito... insomma, come t’è venuta questa idea? Di fare... questo progetto?. Non lo so, mi è venuta. È il mio angolo dopotutto. Sì, insomma, è una piccola parte del mondo, ma anche qui succedono delle cose, come in qualunque altra parte. È la documentazione del mio angolo. È un po’ ossessivo. Paul sfoglia rapidamente gli album, con un sorriso di sufficienza. Non capirai mai, se non vai più piano, amico mio. Cosa vuoi dire?. Voglio dire che vai troppo veloce, non guardi nemmeno le foto. Ma... sono tutte uguali. Sono tutte uguali, ma ognuna è differente dalle altre. Ci sono delle mattine di sole, delle mattine buie. Ci sono luci estive e luci autunnali, giorni feriali e fine settimana. C’è gente con l’impermeabile e le galosce e gente con la maglietta e i pantaloncini. Qualche volta la stessa gente, qualche volta differente. Qualche volta quelli differenti diventano uguali e la stessa gente scompare. La terra gira intorno al sole e ogni giorno la luce del sole colpisce la terra da un’angolazione differente. Più piano, eh?. È quello che consiglio. Lo sai com’è, domani domani domani... il tempo mantiene sempre il suo ritmo. Paul guarda Auggi come se lo vedesse per la prima volta. Si rimette a guardare le foto con maggiore lentezza, si concentra sulle immagini. Le guarda una a una con attenzione, lentamente. Intanto anche noi spettatori del film, guardiamo le foto

lentamente, con lui, tutte uguali ma ognuna differente dalle altre. Lo stesso angolo di strada, lo stesso incrocio, ma con i volti di quelli che passano sempre diversi. Diverse persone, diversi vestiti, diverse pettinature, diverse espressioni, sullo sfondo sempre uguale. Poi rivediamo i due amici, seduti allo stesso tavolo. Paul che gira lentamente le pagine degli album e Auggi che lo guarda fumando. A un certo punto Paul si fissa su una foto. Auggi fissa lui. Oddio, dice Paul, guarda, è Ellen. Sì, è proprio lei. Ce ne sono parecchie con lei di quell’anno. Probabilmente andava al lavoro. È Ellen... guardala... il mo amore adorato.... Anche noi vediamo la foto con Ellen in un lento zoom. Poi di nuovo Paul, che piange. Auggi gli mette una mano sulla spalla. Capiamo che Ellen è morta da poco.

Quindi la domanda da farsi di fronte a un ritratto è che relazione ha con quanto è avvenuto prima e dopo? Quanto si allarga in un senso e nell’altro?

La fotografia è una forma della magia. Come la magia entra in contatto con la natura delle cose e delle persone. Ne afferra l’aura luminosa. Assorbe lo spirito di luce e con esso traccia segni nel tempo.

La fotografia è tra le arti la più intrinsecamente legata alla vita. La mediazione è minima. C’è trasparenza. L’evento quasi si propone da solo.

Non sono forse inutili copie del reale? Se ne scattano milioni ogni giorno! Guardiamo con supponenza queste compagne invadenti della nostra vita. Eppure ogni foto, anche la meno artistica, contiene un frammento di mistero, il mistero del Tempo e della Luce.

La fotografia mette in relazione drammatica il presente di chi osserva la foto con il passato che essa rappresenta.

Ignoto, Teresa Cosentino e Pasquale Todarello il giorno delle loro nozze, 1948. Nel suo dramma La piccola città (l’ho messo in scena due volte, ma vorrei farlo ancora una volta) Thorton Wilder racconta di una giovane donna, Emily, che muore di parto, nel pieno della vita. Si ritrova tra le anime dei morti che l’hanno preceduta. Anima tra le anime. Il suo desiderio di vivere è ancora talmente forte che ottiene di ritornare nel mondo dei vivi. Gli altri morti la sconsigliano di tornare laggiù. Soffrirai troppo, le dicono. No, risponde lei, sceglierò un giorno speciale, quello del mio dodicesimo compleanno, sarò felice. Si trova così tra i suoi famigliari, suo padre, sua madre, suo fratello. Tutti le fanno gli auguri per il suo compleanno. Riceve dei regali. Loro sono nel loro tempo, non sanno che lei è morta. Non lo è ancora. Lei invece sa di essere già morta e di essere nel passato. Per quelli che ama è il presente quello che per lei è ormai irrimediabilmente passato. Soffre, Emily, di come loro vivono la loro vita come se niente fosse. La guardano come se niente fosse, con affetto naturale, niente di più. Lei vorrebbe qualcosa di speciale, uno sguardo più intenso, più consapevole. Il fatto è che lei ha già provato come tutto questo sia destinato a finire. Loro no. Sono così giovani, così belli! Perché devono invecchiare e morire?. Prima che il giorno finisca Emily decide di tornare tra i morti. Non si può tornare indietro. E non si può convincere i vivi a condividere l’affanno dei morti per la vita.

L’AFFANNO DEI MORTI


Nel suo dramma La piccola città (l’ho messo in scena due volte, ma vorrei farlo ancora una volta) Thorton Wilder racconta di una giovane donna, Emily, che muore di parto, nel pieno della vita. Si ritrova così tra le anime dei morti che l’hanno preceduta. Anima tra le anime. Il suo desiderio di vivere è ancora talmente forte che ottiene di ritornare nel mondo dei vivi. Gli altri morti la sconsigliano di tornare laggiù. Soffrirai troppo, le dicono. No, risponde lei, sceglierò un giorno speciale, quello del mio dodicesimo compleanno, sarò felice. Si trova così tra i suoi famigliari, suo padre, sua madre, suo fratello. Tutti le fanno gli auguri per il suo compleanno. Riceve dei regali. Loro sono nel loro tempo, non sanno che lei è morta. Non lo è ancora. Lei invece sa di essere già morta e di essere nel passato. Per quelli che ama è il presente quello che per lei è ormai irrimediabilmente passato. Soffre, Emily, di come loro vivono la loro vita come se niente fosse. La guardano come se niente fosse, con affetto naturale, niente di più. Lei vorrebbe qualcosa di speciale, uno sguardo più intenso, più consapevole. Il fatto è che lei ha già provato come tutto questo sia destinato a finire. Loro no. Sono così giovani, così belli! Perché devono invecchiare e morire?. Prima che il giorno finisca Emily decide di tornare tra i morti. Non si può tornare indietro. E non si può convincere i vivi a condividere l’affanno dei morti per la vita. Il dramma di Thorton Wilder ci dice che i due mondi sono irriducibili. I morti sono ancora, ma non sono per noi. Né noi vivi siamo in grado di essere per loro. Sembra cioè voler chiudere il discorso con due considerazioni che possono coesistere. Anche ammettendo che ci sia un aldilà in cui i morti continuino a vivere, noi non possiamo saperne niente. Né possiamo in qualche modo entrare in contatto. La vicenda di Emily è esemplare per assurdo. Dimostra il contrario di quello che è. È un ritorno che dimostra l’impossibilità di tornare. È un tentativo che fallisce perché non poteva non fallire. Ma dietro l’invenzione poetica di Wilder c’è una verità ancora più profonda. Una verità cioè che, stando più in profondità, nutre questa invenzione e tante, tantissime altre cose. L’Occidente, nel suo insieme, non crede nell’aldilà. Perché non crede che ci sia qualcosa di diverso dal presente. È la dottrina del nulla che avvolge dai due lati l’attimo. È un punto di vista che ha avuto e ha la pretesa dell’oggettività. È comprensibile che sia così. Perché tutti noi siamo stupefatti davanti allo scorrere continuo delle cose. Al loro apparire e al loro svanire. Stupefatti e terrorizzati, perché sappiamo che anche noi siamo dentro il comune destino dell’apparire e dello svanire. E tra l’apparire e lo svanire,

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