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Un uomo in fuga

Un uomo in fuga

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Un uomo in fuga

Lunghezza:
484 pagine
7 ore
Pubblicato:
31 lug 2018
ISBN:
9788822724007
Formato:
Libro

Descrizione

La vera storia del tenente Alastair Cram

L'uomo evaso 21 volte dai campi di concentramento e prigionia durante la Seconda guerra mondiale

È il novembre del 1941 quando il tenente Alastair Cram viene fatto prigioniero in nord africa. Comincia così la lunga odissea di un uomo sopravvissuto a dodici campi di concentramento, tre prigioni della Gestapo e un manicomio criminale.
Cram venne definito un vero e proprio “evasore seriale”, per essere riuscito a sfuggire ai carcerieri non meno di 21 volte, compresa quella finale, nel 1945, che gli garantì la salvezza. La più incredibile delle sue imprese fu quella italiana, alle porte di Genova. A Gavi, infatti, sorgeva un carcere di massima sicurezza, destinato a ospitare i soggetti “pericolosi”: coloro che si erano distinti per i continui tentativi di fuga. Fu lì che Cram conobbe David Stirling, il leggendario fondatore dello Special Air Service, il principale corpo speciale dell’Esercito Britannico. Insieme, i due architettarono uno dei più audaci tentativi di fuga di massa della Seconda guerra mondiale. Una storia di coraggio e di resistenza alle avversità, raccontata in un libro stupefacente, che fa luce sulla vita inedita di un uomo e sulle sue imprese straordinarie.

Un’emozionante testimonianza di coraggio e determinazione durante la Seconda guerra mondiale

«Il nuovo libro di David Guss […] costituisce per tutti noi l’occasione di cercare, e trovare, gli eroi della seconda guerra mondiale non solo sui campi di battaglia, terrestri, navali o aerei che siano, ma anche in luoghi che mai sospetteremmo: i campi di prigionia militare.»
Andrea Scotto, ex direttore di Amici del Forte di Gavi

«La storia di Alastair Cram è davvero notevole, forse ancor di più per il fatto di essere rimasta taciuta tanto a lungo. Uno dei migliori libri sull’argomento che sia mai stato scritto.»
The Times

«Incredibilmente affascinante. Ho fatto il tifo per quest’eroe dalla prima all’ultima pagina.»
Sunday Times

«Un appassionante racconto di vero coraggio.»
Sunday Express
David M. Guss
Antropologo, ha vissuto e lavorato in varie zone dell’America Latina e dell’Europa, prima di stabilirsi definitivamente negli Stati Uniti. Oltre a scrivere saggi, si è occupato anche di poesia e traduzione. Affascinato dalla letteratura sin da bambino, quando ha conosciuto Isobel, la vedova di Alastair Cram, le ha chiesto di poter accedere ai documenti del marito per raccontare la sua storia. Un uomo in fuga è il suo primo libro pubblicato in Italia.
Pubblicato:
31 lug 2018
ISBN:
9788822724007
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Un uomo in fuga - David M. Guss

1

La montagna

Arrivò in aereo la vigilia di Natale, come un qualsiasi turista inglese felice di trascorrere qualche giorno d’inverno al mare. Alastair Cram desiderava visitare la Sicilia da sempre, ma mai avrebbe immaginato di trovare un posto simile. Solo quattro settimane prima si stava facendo strada tra i carri armati in fiamme durante la battaglia di Sidi Rezegh, quando un’esplosione lo aveva tramortito. I tedeschi avevano superato la postazione di controllo dell’artiglieria che lui e altri tre stavano utilizzando per intercettare i movimenti del nemico. Era il quarto giorno dell’operazione Crusader⁵, il piano dell’ottava armata con l’obiettivo di sbloccare la fortezza di Tobruk, sotto assedio da sette mesi. Cominciò con un attacco alla pista di atterraggio di Sidi Rezegh e proseguì a fasi alterne per giorni. Quando finalmente ebbe termine, ai primi di dicembre del 1941, si era trasformato nella più grande battaglia tra carri armati mai combattuta fino ad allora e l’operazione Crusader divenne la prima vittoria degli Alleati. Le perdite su entrambi i fronti furono devastanti, soprattutto dopo l’ultimo disperato attacco di Rommel. Fu allora che venne colpita la postazione in cui si trovava Alastair che fu dato per morto.

Quando si risvegliò, trovò davanti a sé un ragazzino con un’uniforme fuori misura dell’Afrikakorps. Con una mano gli scuoteva la spalla mentre con l’altra teneva nervosamente una Luger. «Verwundete?», continuava a urlare. «Ferito? Sei ferito?». Alastair non ne era sicuro. L’elmetto aveva una grossa ammaccatura, il che spiegava il ronzio nelle orecchie, il terribile mal di testa e il fatto che vedesse doppio. Poi comparve un tedesco un po’ più grande e, come un attore che aveva atteso tra le quinte prima di recitare un’unica battuta, pronunciò orgogliosamente nel suo miglior inglese da liceale: «Per te la guerra è finita». Ma, come Alastair scoprì ben presto, «stava per iniziare una guerra del tutto personale».

Tre giorni dopo fu consegnato agli italiani, in quanto a loro venivano affidati tutti i prigionieri catturati in Nord Africa dalle forze dell’Asse. Dopotutto, erano teoricamente ancora al comando della campagna. Il neonato Afrikakorps era stato inviato da Hitler solo per sostenere i cobelligeranti del sud mentre gli inglesi avanzavano in Libia. Inoltre, far viaggiare i prigionieri in nave per un breve tratto nel Mediterraneo era più facile e meno costoso che trasportarli fino in Germania. Purtroppo molti annegarono quando i sottomarini britannici silurarono inavvertitamente le loro imbarcazioni.

Prima ancora di salpare dal porto libico di Bengasi, Alastair aveva già messo in atto due tentavi di fuga. Uno fu a Derna, dove venne scoperto mentre strisciava oltre il filo spinato e per poco non gli spararono. Poi, insieme a più di 300 altri prigionieri, fu condotto dentro un cacciatorpediniere italiano e rinchiuso sottocoperta. Lo spazio, privo di aria e luce, con l’odore nauseabondo di carburante che aleggiava nell’ambiente, era troppo piccolo per contenere anche solo la metà di loro. Quando il boccaporto d’acciaio si chiuse fragorosamente, Alastair sapeva che ci sarebbero state scarsissime possibilità di sopravvivere a un attacco. Ma i sottomarini alleati non erano l’unica cosa di cui preoccuparsi. Avevano appena aggirato alcuni relitti disseminati come isolette davanti al porto, quando scoppiò un violento temporale. Onde gigantesche sollevarono l’imbarcazione, scaraventandola da una parte all’altra fino quasi a farla capovolgere; così, almeno, sembrò a chi era rinchiuso sottocoperta. Quasi tutti si sentirono male, cominciarono a gemere e a vomitare, e il pavimento si ricoprì di un liquido giallo e putrido, che mescolato alle feci di chi aveva la dissenteria, finiva per abbattersi addosso ai prigionieri ogni volta che il battello sbandava. Qualcuno fece dei paragoni con le guerre napoleoniche e le loro terribili navi prigione o, peggio ancora, con il trasporto degli schiavi attraverso l’Atlantico.

Uno dei pochi a non sentirsi male fu un ufficiale superiore britannico (sbo), un bucaniere australiano chiamato Skipper Palmer, conosciuto anche come il Venditore o il Pirata. Un omone pittoresco dal cuore grande e la personalità debordante. Skipper era diventato famoso per aver forzato il blocco di Tobruk. Era stato talmente bravo nel rifornire le truppe assediate che i tedeschi avevano messo una taglia sulla sua testa. A rendere l’impresa ancor più memorabile fu il fatto che l’avesse compiuta con una goletta a tre alberi presa agli italiani. Nel 1916 era partito per l’Inghilterra su un’imbarcazione simile che i tedeschi avevano affondato, lasciandolo su una scialuppa per tre giorni. Dopo aver servito la Royal Navy, Palmer aveva trovato finalmente la sua strada in Cina, dove si era messo a lavorare sulle golette che andavano su e giù lungo la costa. Tornato a indossare l’uniforme, gli era stato chiesto di mettere a disposizione le sue competenze in Nord Africa: organizzare gli sbarchi di commando, prelevare spie, eludere i blocchi, contrabbandare armi e alcolici. Non a caso lo chiamavano il Pirata, un epiteto che accettava con gioia insieme alla sua bandiera col teschio e le ossa incrociate. Se c’era qualcuno pronto a lottare pur di non essere catturato questo era Skipper Palmer.

Con il rapido deteriorarsi delle condizioni sottocoperta, gli italiani iniziarono ad aprire il boccaporto per far salire i prigionieri dieci alla volta. Fu a questo punto che Palmer attuò un piano per assumere il comando della nave e dirigersi a Malta. Sul ponte erano posizionate due mitragliatrici, ma solo una – un’arma a doppia canna – era costantemente presidiata. L’altra, posta a mezzo ponte, era nascosta sotto un ampio paraspruzzi di tela. Palmer assunse il ruolo più pericoloso, guidando l’attacco sul ponte dove si trovava la mitragliatrice a doppia canna. Un’altra squadra, di cui avrebbe fatto parte Alastair, doveva prendere il controllo dell’altra arma e, con essa, della nave. Trovare abbastanza volontari in buona salute si rivelò difficile. Alastair sosteneva che a quel punto non fossero rimasti più di venti uomini in grado di agire. Tra i molti sofferenti c’era un giovane ufficiale d’artiglieria di nome Leslie Hill, che sintetizzò con efficacia la situazione generale: «La maggior parte di noi soldati era troppo malridotta per essere d’aiuto. Avrei preferito che il torpediniere affondasse con tutto l’equipaggio, soprattutto il sottoscritto»⁶.

Il mal di mare non era l’unico problema. Mentre Palmer si aggirava in cerca di uomini per il suo piano, venne messo in ombra dal suo secondo in comando, un capitano dell’esercito sudafricano di nome MacQuairie. Non aveva neanche finito di spiegare la sua idea che già MacQuairie iniziò a denigrarla, insistendo che era troppo pericolosa se non addirittura suicida. Palmer era furioso e gli diede del traditore. Se avesse avuto una pistola probabilmente gli avrebbe sparato. «Quel figlio di puttana aveva rovinato una fuga perfetta»⁷, disse in seguito. Ma il momento buono era passato. Fiutando che stesse per accadere qualcosa, gli italiani si armarono ancora di più e aumentarono la sorveglianza. Alla fine, con il peggiorare della tempesta, decisero di fare dietrofront e tornare in Libia, questa volta attraccando a Tripoli. Palmer, ancora furioso, non avrebbe più avuto un’occasione altrettanto favorevole. Nel settembre 1944, un anno dopo aver perso un braccio saltando da un treno in corsa in Germania, venne rimpatriato.

Delle camionette attendevano i prigionieri al molo per condurli a sud, verso Tarhuna, dove trascorsero le successive tre settimane in un accampamento di fortuna a togliersi i pidocchi e ad ascoltare i grugniti del loro stomaco. Molti erano così affamati da non riuscire nemmeno ad alzarsi dal letto, mentre altri caddero in depressione, non appena il trauma della prigionia cominciò a procurare i suoi effetti. Michael Ross, catturato dopo aver camminato per oltre 250 chilometri attraverso il deserto, manifestò il generale senso di smarrimento e disperazione quando scrisse: «Mi sentivo in colpa e provavo vergogna per quel terribile spreco. Ero improvvisamente diventato inutile, un essere quasi indifeso, un parassita destinato a essere nutrito e alloggiato fino al giorno in cui sarei stato misericordiosamente liberato»⁸. Anche Alastair era consapevole dei danni fisici e psicologici causati dalla permanenza in cattività. A trentadue anni era uno tra i camerati più anziani e il suo passato da avvocato a Edimburgo poteva farlo credere un tipo sedentario. Nulla di più errato. Instancabile scalatore e maratoneta, abituato a un duro allenamento quotidiano fin dalla tenera età, il tenente della Royal Artillery Alastair Cram era in eccellenti condizioni fisiche. Se con la prigionia molti si irrigidivano in un temporaneo stato di shock, Alastair vedeva invece crescere ancora di più la propria determinazione, come in seguito confermò nel suo diario:

I primi mesi di prigionia avevano un forte impatto sul morale. Un’esistenza di incessante attività di colpo diventava monotona e del tutto inattiva. La cosa più difficile da sopportare era la prospettiva degli interminabili mesi vuoti; l’unico pensiero era la prigionia, poiché era chiaro a tutti che questa guerra non sarebbe finita presto. Provavo una sorta di orrore di fronte agli effetti che essa inevitabilmente provocava sulla volontà, la mente e lo spirito, a meno che non si lottasse disperatamente contro la noia […] Oltre quegli anni sterili si ergeva lo spettro del ritorno, minaccioso e incerto, al mondo luminoso, indaffarato e incurante, probabilmente molto cambiato, per incontrare persone che nel frattempo erano andate avanti, avevano vissuto e fatto cose. Speranze, sogni e ambizioni si frantumavano in polvere amara che spietata ti si rivoltava addosso. Umiliazioni e fatiche erano poca cosa rispetto al decadimento fisico, la rovina psichica e il collasso morale. Quelli che non soccombevano, anche per poco, erano animati da un irrefrenabile stimolo a riprendersi tutto, mediante l’unico mezzo ancora a loro disposizione: la fuga.

Il 24 dicembre una flotta di ambulanze ricondusse i prigionieri a Tripoli, dove furono caricati a bordo dei bombardieri Savoia. La raf a Malta rappresentava una minaccia, che i piloti cercarono di evitare volando il più vicino possibile all’acqua. La loro destinazione era la cittadina di Castelvetrano, famosa per i suoi ulivi e per le rovine di Selinunte, uno dei siti archeologici più grandi d’Europa. Saccheggiata dai cartaginesi e poi rasa al suolo da un terremoto, Selinunte era esempio perfetto di città greca, però in Sicilia. Vennero alloggiati in un convento del xvii secolo situato nel centro della città. Costruito in origine per l’Ordine dei Minimi di San Francesco da Paola, era stato sgomberato durante l’unificazione italiana, e poi utilizzato come caserma, scuola, centro profughi e adesso prigione. Conservava ancora una forte aura di sacralità, se non altro quando vi giunsero i suoi ultimi prigionieri la vigilia di Natale. Dopo aver consumato il primo vero pasto da settimane, si abbandonarono ai canti natalizi mentre un prete offriva la comunione a una fila di uomini silenziosi. Quasi tutti si commossero di fronte agli affreschi sbiaditi che brillavano e si rianimavano alla morbida luce delle candele. Con i giacigli di paglia che coprivano il pavimento a completare l’atmosfera, molti, tra cui Alastair, ebbero modo di dare un nuovo senso alla Natività.

Al mattino l’aria era dolce e fresca, piena del profumo di piante e fiori; un sollievo dopo Tarhuna e la monotonia del deserto. La cosa più incredibile era la vista delle montagne che si ergevano in lontananza. «Se fossi riuscito a raggiungerle», scrisse Alastair in seguito, «sarei stato salvo». Fin dall’età di quattro anni, quando era salito per la prima volta sul Craigellachie, nella catena di Cairngorm, la montagna era stato il suo rifugio, un luogo di cura e rinascita. «Scalare montagne», scrisse una volta, «è solo un mezzo per raggiungere una meta e quella meta è solo l’inizio»⁹. A quattordici anni cominciò ad arrampicarsi da solo nelle Highlands e, poco dopo, anche sulle Alpi. I giornali locali lo consideravano una celebrità, riportando nel dettaglio tutte le sue imprese: il soccorso a due scalatori dispersi nell’inverno 1928, la cima del Cervino raggiunta durante una bufera, la guida offerta a degli universitari di Cambridge in condizioni di scarsa visibilità, la scalata di tutti i rilievi scozzesi, la fondazione del circolo dei giovani scalatori di Perth. Quello che ancora gli mancava era la vetta dell’Everest. Aveva sperato di far parte di una spedizione nel 1939, ma quel sogno era svanito, come molti altri, con l’avvento della guerra.

Per Alastair alpinismo ed evasione sarebbero diventati un binomio indissolubile. Non era solo il fatto che in molti dei suoi piani di fuga ci fossero di mezzo le montagne e le sue abilità di scalatore; l’alpinismo e l’evasione innescavano uno stesso tipo di trasformazione emotiva e mentale, che lui definiva come «un inesprimibile innalzamento della percezione. Il passaggio a uno stato superiore di consapevolezza cercato e voluto». Calstelvetrano, dove individuò quasi subito una via di fuga, ne era un perfetto esempio. Il bagno, raggiungibile passando dalla vecchia cucina, si trovava in un angolo sul retro del convento. Il soffitto – che offriva una mirabile vista del cielo stellato – era pressoché inesistente. Benché il muro esterno fosse alto più di quattro metri, presentava numerosi ottimi appigli che uno scalatore come Alastair non avrebbe avuto alcun problema a utilizzare. Dalla parte esterna, vi era un cumulo di detriti ammassatisi negli anni che richiedeva un semplice salto di un paio di metri. I primi tempi la zona era sorvegliata da una guardia. Poi, un po’ per la noia e la stanchezza, o semplicemente per via del freddo, la guardia si trasferì all’interno, controllando l’accesso al bagno dal tepore della cucina.

Alastair non fece parola con nessuno del suo piano, nemmeno con Skipper Palmer. Sapeva che i suoi compagni l’avrebbero preso per matto. In effetti, lo pensava lui stesso. Non aveva abiti civili, né documenti, cartine o bussola. Come provviste disponeva di un po’ di cioccolata e alcuni datteri. La sua idea era quella di dirigersi verso le montagne e, procedendo a sud per diversi giorni, arrivare alla costa dove avrebbe rubato una barca di pescatori e navigato fino a Malta per 200 chilometri. Il 28 dicembre, quattro giorni dopo il suo arrivo, era pronto a partire. Impiegò un po’ di tempo a sgattaiolare nel bagno. La guardia apriva personalmente la porta per ciascun prigioniero, poi aspettava, vigile, finché non usciva. Alastair attese pazientemente nell’ombra per più di un’ora. Alla fine la guardia venne sostituita. Ora c’era un soldato semplice grassottello, più concentrato a scaldarsi le mani vicino ai fornelli che a controllare il traffico verso il bagno. Gli uomini entravano e uscivano mentre lui guardava dall’altra parte. Alastair andò velocemente a mettersi dietro un ufficiale dalla statura alta che avrebbe nascosto il suo metro e settanta mentre entravano in bagno insieme. La porta si chiuse. Nel giro di qualche secondo salì sul muro e lo scavalcò. Nessuno lo sentì quando atterrò al suolo. Persino l’abbaiare dei cani non fu sufficiente a farlo scoprire. Si accovacciò per attraversare la strada e poi sparì nel buio della notte.

Dopo dieci minuti arrivò nei pressi di un burrone e immediatamente sentì il corpo ravvivarsi mentre scendeva rapido lungo il dirupo calcareo. Giunse a una serie infinita di uliveti, dove ogni albero nodoso – alcuni erano vecchi più di cento anni – attirava la sua attenzione. L’incanto presto si trasformò in qualcosa di molto più sinistro, spingendo Alastair ad attraversare quel luogo il più rapidamente possibile. Giunse finalmente a un frutteto carico di arance mature e, per la prima volta da quando aveva scavalcato il muro, si fermò a riposare. Con l’orecchio attento a eventuali inseguitori, rimase in piedi a mangiare una ventina di arance, una dietro l’altra. Non impiegò molto a raggiungere il fiume Belice, ben protetto da filo spinato, canne appuntite e densi cespugli di ortiche. Provò a guadarlo, ma alla fine rinunciò e lo attraversò a nuoto. Con l’avvicinarsi dell’alba e le montagne ancora a decine di chilometri, si rifugiò in un fienile abbandonato per trascorrervi il giorno. Era bagnato, infreddolito ed esausto e quasi non riusciva a smettere di tremare. Ma era libero.

Fu risvegliato dal rumore degli aerei di ricognizione che volavano a poca distanza da terra. Li trovò stranamente rassicuranti, un’affermazione del proprio successo. Poco prima dell’oscurità si rimise in marcia, seguendo la linea costiera per evitare la cittadina di Menfi. Le lavoratrici stavano lasciando piantagioni e vigneti con degli scialle avvolti sopra la testa. Alastair rapidamente si unì a loro, coprendosi allo stesso modo. Si sentiva al sicuro sotto quel nuovo travestimento fino a quando un giovane non lo scambiò per la sua amata e con voce gentile iniziò a chiamare: «Maria, Mariuccia. Aspetta, aspetta». Alastair iniziò ad accelerare il passo, seguito dal focoso corteggiatore. Quando la strada iniziò a costeggiare un burrone, decise di percorrerlo: «Discesi rapido, lungo le pareti rocciose che evidentemente erano così ripide da raffreddare gli ardori dell’amore. Chissà cosa avrà pensato quel giovane della sua atletica fanciulla. Forse ho rovinato una promettente storia d’amore, ma di sicuro fu meno traumatico del ritrovarsi faccia a faccia con me».

Giunse poi a un vecchio sentiero di ciottoli che seguì fino al limite delle nevi. Ormai era buio pesto e impossibile proseguire. Aveva freddo e fame e il disperato bisogno di trovare un rifugio. Fu allora che Alastair sperimentò ciò che capita a molti fuggiaschi: la sensazione di non essere solo¹⁰, di essere guidato da una presenza o da una forza superiore. Forse fu qualcosa del genere a spingerlo verso una capanna di pietra nascosta dentro una cava. Appeso alla porta c’era un grosso secchio di latte fresco ricoperto da uno spesso manto di panna. Ci appoggiò sopra la faccia e bevve. Poi un ragazzino aprì la porta e lo fece entrare. Si rannicchiarono l’uno accanto all’altro per darsi calore fino al mattino, quando fece la sua comparsa un vecchio. Alastair, ancora con la sua uniforme inglese, dichiarò di essere un soldato tedesco, smarritosi dopo essere stato separato dai propri compagni. Con sua sorpresa l’uomo parlava un ottimo tedesco, essendo stato prigioniero in Austria durante la precedente guerra. Quando saltò fuori l’argomento Mussolini, l’uomo sputò per terra pestandoci sopra col piede. In seguito arrivarono altri due uomini con una grossa pagnotta e delle olive. Il vecchio preparò il formaggio, che modellò in una massa delle dimensioni di un pugno. Lo mise nelle mani di Alastair, insieme a un bicchiere di vino rosso. Parlarono piano, alzando appena la voce per farsi sentire. Era un’ospitalità dettata più dalle abitudini che dalla convinzione. Gli uomini rifiutarono il suo denaro e a malapena voltarono la testa quando Alastair fece il saluto nazista. Mentre percorreva il sentiero, dopo un po’ si girò, ma nessuno era rimasto a guardarlo andar via.

Alastair rimase sulle montagne da solo, fatta eccezione per uno o due pastori – esseri sfuggenti che vivevano dentro caverne ed erano abbigliati dalla testa ai piedi con pelli di pecora, utilizzate anche come giacigli e persino come porte d’ingresso. Si nutrivano di latte e formaggio di pecora. Agli esseri umani preferivano il gregge, a cui facevano serenate con la zampogna o che chiamavano in una strana lingua ovina, mentre gli animali gli leccavano il sale dalle mani o dalla faccia. Quando Alastair provava ad avvicinarli, questi uomini sparivano rapidamente. Eppure anche Alastair era un figlio delle nebbie, un ragazzo delle Highlands il cui padre apparteneva ai Buchanan di Callander, con origini risalenti a Rob Roy e ai MacGregor. Erano quelli che emergevano dalle nebbie montane per rubare il bestiame e scagliare la propria vendetta contro i ladri che avevano rubato loro la terra.

Al sopraggiungere dell’oscurità, si imbatté in un giovane che lavorava nei campi. Ancora una volta finse di essere un soldato tedesco che si era perso. L’uomo, ricoperto di terriccio e sudore e vestito con un’accozzaglia di tessuti diversi, lo accolse per la notte. La baracca di pietra, simile alla precedente, era più buia e puzzolente. Solo quando i suoi occhi si abituarono alla semioscurità comprese il perché. Insieme al vecchio e al ragazzo seduti accanto al fuoco, c’erano anche diversi animali: cani e polli, due buoi, un asino e persino una capra.

Mangiarono olive, fichi freschi e pane, innaffiando il tutto con un corposo vino rosso. Poi, con grande sorpresa di Alastair, il vecchio gli chiese: «Parli inglese? Sembri proprio un inglese». Alastair rispose lentamente, sforzandosi di assumere un accento tedesco, e dicendo che ne aveva imparato a leetle beet a scuola. Il vecchio allora iniziò a raccontare di New York, dove aveva vissuto molti anni, mettendo da parte i soldi per comprare il terreno in cui si trovavano adesso. L’America gli piaceva, ma aveva promesso di tornare nella sua terra natale, decisione di cui si era pentito e che non avrebbe mai preso se avesse saputo che paese oppresso era diventato l’Italia:

Hanno preso tutto il nostro oro. I gioielli di mia moglie. Adesso ci prendono il grano, l’olio e il vino. Sulle colline la situazione è tranquilla, ma giù al paese ci sono i carabinieri e le camicie nere. Noi lavoriamo tanto, la terra è fertile, ma riceviamo poco, e scarpe e vestiti sono cari. A volte penso che sarebbe meglio essere indipendenti. Noi siamo gente allegra, ci piace la musica, il vino, divertirci. Amiamo la terra. Non siamo soldati. Per noi l’impero è solo una fregatura. Non siamo come la gente del nord, spaccona e arrogante, crudele e infida. Abbiamo le nostre faide e ce la prendiamo l’uno con l’altro, perché abbiamo un temperamento focoso. Ogni donna siciliana ha un coltello nascosto sotto le calze. Ma la guerra è una faccenda troppo grossa per noi. Vogliamo solo essere lasciati in pace […] Che ne pensi, signore? Tu non sei come gli altri che abbiamo conosciuto.

Alastair partì all’alba, ancora prima che si svegliassero gli animali. A metà mattina raggiunse una serie di passi molto scoscesi, con pareti ripidissime su entrambi i versanti. Mentre stava attraversando il secondo passo, si ritrovò di fronte una roccia a forma di pinnacolo. La tentazione di scalarla fu incontenibile e, sebbene provasse un certo senso di colpa, fu presto superato dagli effetti benefici sul morale: «La scalai dal versante orientale. Naturalmente si trattava di una pazzia. Ma non potevo fare a meno di continuare. A quei tempi la fuga era ancora un’avventura gioiosa, non la faccenda seria e grave che divenne in seguito».

Era la vigilia di Capodanno, l’ultimo giorno del 1941, un anno che gli Alleati avrebbero preferito dimenticare. Il cammino che portava in fondo alla valle era affollato di famiglie che si recavano in città a festeggiare. Dopo un lungo sonnellino all’interno di un aranceto, Alastair si unì alla processione. Fu subito fermato da due uomini che chiesero di vedere i documenti. I soldati tedeschi, li informò Alastair, non avevano l’obbligo di mostrare i documenti agli italiani. E, con voce minacciosa, chiese dove fossero i loro, di documenti. Ce li avevano? Allora forse preferivano seguirlo fino al quartier generale tedesco. Questo bastò a porre fine alla loro inopportuna intromissione, sebbene Alastair non fosse del tutto sicuro che gli avessero creduto.

Ormai aveva preso l’abitudine di scegliere una casa verso cui avvicinarsi all’imbrunire, poco prima di cena. Gli veniva sempre aperta la porta e offerto un posto per dormire. Questo spesso voleva dire un semplice mucchio di paglia da condividere con gli altri familiari e animali. Non importava quanto fossero poveri e quanto poco possedessero, i contadini italiani erano fin troppo generosi, tutti lo accolsero nelle proprie case, senza alcuna eccezione.

L’indomani, dopo aver faticosamente attraversato una lunga e stretta vallata, si ritrovò in una casa così decrepita che era davvero difficile credere che qualcuno potesse viverci. Sovrastata da antichi alberi di frutta e fichi d’india, pendeva pericolosamente da un lato, come in attesa di una folata di vento che la buttasse giù del tutto. Seduto all’ingresso, su di una sedia traballante, c’era un nano altrettanto malmesso. La moglie dell’uomo era andata a Bivona a trovare i familiari e lui era ben felice di avere un po’ di compagnia. Portò fuori due grosse ciotole di pasta, insieme a del pane e un po’ di vino. Come dessert bevvero del marsala, anch’esso prodotto dall’uomo. Ormai si era fatto buio e il freddo della sera iniziava a essere pungente. Avvicinandosi al fuoco, Alastair rimase incantato dal volto del vecchio, un groviglio di solchi e crinali simile a una carta geografica. Era curioso di sapere della famiglia di Alastair. Come erano i suoi genitori e fratelli in Germania e se sentiva la loro mancanza. Alastair, che era figlio unico, fu ben felice di potersi inventare una sorella ideale e altri parenti immaginari. Il vecchio sembrava soddisfatto e, dopo essere rimasto a fissare il fuoco per un po’, offri la sua teoria sulle donne nordiche, la repressione sessuale e l’origine della guerra:

I giovanotti vanno matti per le bionde. Le vogliono perché credono di trovare qualcosa che in realtà non c’è. La forza oscura della passione. Sono attratti dal loro essere fredde, ma quando si lasciano conquistare – e pochi ci riescono meglio dei nostri uomini focosi – trovano ben poco trasporto. Quando ero giovane, cercavamo tutti una ragazza con i capelli così neri da avere i riflessi azzurri del fuoco sotto il sole. Proprio come il vino siciliano: fuoco e forza. Ma se non riesci a soddisfare questo tipo di donna, allora sono guai, perché tutte le sue energie si trasformano in gelosia. Per il tuo amore è capace di uccidere. Fin da piccole le nostre donne vanno in giro col coltello, e se tu provi a lasciarle, i familiari si vendicano. Tu prova a scappare e vedi che succede: zac! spunta la lama di un coltello nel buio. E le vostre donne, come sono? Quasi tutte bionde, dicono. Ah, voi tedeschi avete delle donne così fredde che siete costretti a eccitarvi con la guerra. Lo stesso vale per gli inglesi. Se le loro donne fossero come le nostre allora preferirebbero restare a casa.

Divisero il letto, intriso di olio e sporcizia, e un’unica coperta logora che si contesero per quasi tutta la notte. Mentre si preparava a partire, il vecchio lo avvertì che avrebbe potuto incontrare problemi ad attraversare il fiume Platani perché il ponte era stato portato via dall’acqua. Alastair lo ringraziò e si incamminò per Agrigento. Al pari di Selinunte, era una delle grandi città della Magna Grecia, la colonizzazione greca che trasformò per sempre l’Italia antica. Alastair contava di trovare una barca in uno dei piccoli villaggi di pescatori lungo la costa e, da lì, salpare per Malta. Dopo non molto iniziò a sentire il rumore del fiume, via via che attraversava un dirupo profondo centinaia di metri. Stava percorrendo uno stretto sentiero per le capre quando all’improvviso spuntò fuori dal nulla un uomo che per poco non lo fece cadere. A differenza dei due che lo avevano fermato la notte dell’ultimo dell’anno, questo era davvero un componente della milizia fascista di Mussolini, le cosiddette camicie nere. Chiese ad Alastair di mostrargli i documenti e si mise a ridere quando gli disse che era un soldato tedesco che stava cercando di tornare alla propria unità.

«Tu non sei mica tedesco», rispose. «Io ho combattuto in Spagna. Tu sei inglese».

Al che Alastair rispose, con sincerità: «No, non sono inglese».

«Adesso tu vieni con me», sbraitò la camicia nera, nel debole tentativo di sembrare minaccioso. Fu presto chiaro che il suo intrepido inseguitore soffriva di vertigini. Quando il sentiero divenne non più largo di una trentina di centimetri, l’italiano cominciò a farsi prendere dal panico. Con lo sprofondo da un lato e la parete ripida dall’altro, si aggrappò ad Alastair per non cadere. Fu una pessima mossa poiché a Alastair bastò dargli una spinta, cosa che fece, per farlo volare giù dal precipizio, sul greto del fiume.

Alastair affrettò il passo, superando il punto in cui una volta c’era il ponte di pietra. Un manipolo di uomini era intento a costruirne uno nuovo proprio accanto. Fu sollevato nel vedere che era già stata realizzata una temporanea passerella di legno. Attraversandola di corsa, senza essere visto, riuscì a raggiungere le più sicure colline. Ormai era in marcia da più di una settimana e ogni giorno era sempre più immerso in quello stato d’animo magico che avrebbe spesso sperimentato mentre era in fuga: l’euforia della libertà, la minaccia del pericolo, i sensi elettrizzati del fuggiasco, odori e rumori percepiti senza filtro nella solitudine della natura e persino il delirio provocato dalla mancanza di cibo e di sonno associati allo sforzo fisico. Il tutto creava un percorso che portava a livelli di percezione più elevati, una strada parallela a quella che aprivano le gioie della scalata.

Camminò tra i campi appena arati per la nuova semina di grano e avena. C’erano papaveri, finocchi, carote e, in lontananza, tappeti gialli di ginestre che gli ricordavano casa. I mandorli avevano cominciato a fiorire riempendo la valle di un profumo delicato. Salendo più in alto, giunse in una zona colma di aranceti, ma fuggì quando una ragazza lo chiamò da una scala. Aveva i capelli neri che rilucevano al sole con riflessi azzurro fuoco e, sebbene non l’avesse visto, era certo che nascondesse un coltello nelle calze. Si ricordò del racconto che gli aveva fatto il vecchio. «Avevo già abbastanza guai di mio», disse, «senza dover diventare il nemico numero uno di una vendetta esemplare». Finalmente raggiunse la cima della collina e lì entrò nel giardino di un convento in rovina. L’aria era frizzante e tersa con una vista perfetta fino al mare. In lontananza c’era Malta. Non pensava che sarebbe stata visibile e rimase sorpreso nel scorgerla all’orizzonte. Fu la prima volta in cui davvero si rese conto che avrebbe potuto farcela.

Impiegò due giorni a raggiungere il mare. La prima notte dormì sul pavimento di una casa abbandonata. Al mattino sopraggiunse un temporale che non si attenuò fino a quando lui non giunse a destinazione, infreddolito e affamato, intorno all’una di notte. La spiaggia era deserta mentre il vento del temporale continuava a soffiare. Trovò due barche, ma erano legate e smantellate. Alberi, vele, timoni e remi si trovavano all’interno di un capanno a cinquecento metri di distanza. Alastair controllò la porta, ma era chiusa a chiave. Avrebbe avuto bisogno di un’altra persona che lo aiutasse a portare la barca in acqua. Ma non era quello l’unico problema. Gli italiani avevano imposto delle restrizioni su tutte le imbarcazioni non militari, limitandone le aree di navigazione e la distanza dalla costa. Qualsiasi barca trovata oltre le dodici miglia sarebbe stata affondata senza preavviso. Alastair, che aveva imparato a navigare da bambino a Perth, fece un rapido calcolo: il sole sorgeva alle cinque, perciò procedendo alla velocità di sei nodi si sarebbe trovato a venti miglia a largo quando i primi ricognitori della giornata si sarebbero levati in volo, e sarebbe stato un facile bersaglio. Inoltre si era nutrito a stento negli due giorni e aveva bisogno di provviste per la traversata fino a Malta. Decise di tornare sulle colline per procacciarsi del cibo. Poi sarebbe tornato alla spiaggia e avrebbe preso il mare con una delle barche.

Il cielo era ancora denso di nubi e il sentiero nero come la pece, mentre la pioggia si trasformava in freddo e pungente nevischio. Sentiva i morsi della fame e gli girava la testa. Sapeva che in momenti come questi la capacità di giudizio era compromessa e si commettevano errori. Un’ora dopo sentì i campanacci che annunciavano l’arrivo di un convoglio di muli. Quando finalmente lo raggiunse, il conducente – un omino sdentato che riusciva a malapena a capire – si spaventò a morte. Tuttavia, dopo qualche contrattazione, accettò di accompagnare Alastair a casa, o almeno così lui credeva. Viaggiarono tutta la notte e anche il giorno successivo, utilizzando il sentiero delle capre e percorsi che solo un conducente di muli poteva conoscere. Era già buio quando si arrampicarono su per una stradina di ciottoli ed entrarono in paese. Alastair era ormai quasi delirante e non prestò molta attenzione quando svoltarono verso l’ingresso di un grosso edificio di mattoni. Giunti all’interno, si accesero le luci e allora si rese conto di trovarsi nel mezzo di una stazione di polizia.

Finse di sentirsi indignato per essere stato condotto in quel luogo, insistendo affinché lo lasciassero andare immediatamente. Non si rendevano conto che lui era un soldato tedesco?

«Ma Cosentino non parla tedesco?», domandò qualcuno. «Faceva il cameriere a Budapest. Vallo a chiamare». Qualche minuto dopo un uomo alto e allampanato sulla quarantina entrò di corsa, come se stesse sul punto di consegnare un’ordinazione di gulasch. Il suo tedesco si limitava alle portate del menu e, dopo una faticosa conversazione con Alastair, rassicurò tutti sul fatto che si trattava davvero di un soldato della Wehrmacht.

Per essere sicuri, svegliarono il maestro di scuola e lo trascinarono fin lì per avere un secondo parere. Il suo tedesco era persino più scarso di quello del cameriere, tanto che tutti si domandarono cosa esattamente insegnasse ai loro figli.

Poi, il sergente maggiore incaricato si mise in comunicazione con Palermo, annuendo mentre ripeteva: «Un metro e settanta, biondo, capelli ricci, occhi azzurri, carnagione rossastra, fisico atletico». Coprendo il ricevitore con una mano, guardò in alto e con un enorme sorriso annunciò: «Combacia perfettamente con la descrizione dell’ufficiale britannico evaso». Al che tutti esultarono, ad eccezione di Alastair. Furono portati vino e dolci e si festeggiò come se la squadra locale avesse vinto lo scudetto. A Racalmuto non era mai successo niente di simile.

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⁵ L’operazione Crusader cominciò la sera del 18 novembre 1941, quando l’ottava armata britannica entrò in Libia dall’Egitto. Mentre il combattimento proseguì a ovest di Tobruk fino alla fine di dicembre, Rommel abbandonò l’assedio il 4. L’insieme delle vittime tedesche e italiane fu di 38.300, mentre quelle britanniche ammontava a 17.700. Il totale dei carrarmati distrutti era superiore a 1000. Anche se Alastair colloca la data della sua cattura il 23 novembre 1941, il suo comandante, il capitano Garth Ledgard, sostiene che avvenne un giorno prima. Murphy 1961: 524.

⁶ Hill, s.d.: 318.

⁷ Palmer 1981: 266.

⁸ Ross 1997: 60.

⁹ Alastair Cram, Notes on How To’s of Climbing. Scritti non pubblicati. Gentile concessione di Isobel Cram.

¹⁰ Vedi, ad esempio, Howell 1947.

2

Il Barone

Le voci sulla miracolosa apparizione dell’ufficiale britannico si diffusero rapidamente nella piccola cittadina mineraria. A metà mattina davanti al commissariato di Racalmuto si era formata una fila di donne con cesti carichi di frutta e dolci. Tutti volevano dare uno sguardo ad Alastair, il quale ormai veniva affettuosamente chiamato il nostro inglese. Tra i primi ad arrivare ci fu il conducente di muli, responsabile della cattura. Vestito con l’abito della domenica, venne a chiedere il perdono di Alastair. Se avesse saputo che era inglese non lo avrebbe mai consegnato alla polizia. Ma era stato Alastair stesso a dichiararsi tedesco, e lui aveva dedotto che fosse un disertore.

La maggior parte dei visitatori si accontentava di guardarlo con stupore mentre lui consumava un enorme piatto di frutta dopo l’altro. Tuttavia c’erano alcuni che volevano a tutti i costi mettergli in grembo i propri figli, come se fosse un Babbo Natale in visita con il magico potere di esaudire i desideri. Verso le dieci di mattina un comandante del distretto dell’esercito italiano scese da una Fiat nera. Come gran parte degli italiani era stupito che qualcuno volesse abbandonare la sicurezza di un campo di prigionia per tornare a combattere¹¹. «Perché fuggire?», chiedevano spesso ad Alastair. «È molto pericoloso. Resti qui, mangi, bevi, dormi. Finita la guerra, te ne torni a casa. Rivedi tua madre, ti trovi una bella ragazza. Se muori, poi, sarà tutto finito».

Il comandante tartassava Alastair per sapere del suo piano. Come pensava di lasciare la Sicilia? Dove era diretto?

Alla fine, come se confessasse un grande segreto, Alastair disse in un mezzo bisbiglio: «Siracusa».

«E poi?»

«A nuoto fino in Grecia».

Al che l’italiano sbottò, incredulo. «Ma tu sei tutto matto. È impossibile. Ci sono chilometri e chilometri di distanza».

«Oh», disse Alastair con imbarazzo «pensavo ci fosse solo un piccolo stretto».

Quella notte lo portarono al pian terreno e lo rinchiusero in una piccola cella senza finestre, al freddo e al buio. Era in fuga da due intere settimane e, sebbene l’esibizione del suo straordinario appetito avesse attutito il trauma della cattura, adesso iniziava ad avvertirne tutti gli effetti:

Niente rimarca in maniera così irrevocabile la perdita di libertà come una pesante porta che si chiude, lo stridio della chiave e del catenaccio, l’eco dei passi che si allontanano, il silenzio e la solitudine […] Essere catturati di nuovo è penoso ma la delusione non è subito evidente, anzi, ci si sente sollevati dalla fatica. Fino a quel momento non ci si è resi conto che per giorni, ora dopo ora, tutto è stato vissuto intensamente, con ogni muscolo e nervo teso fino allo spasimo. Il corpo e il cervello, guidati, incanalati dagli impulsi più irrefrenabili che si possano provare, hanno conosciuto continue impennate di energia e potenza contro la fatica fisica di fronteggiare alture, fiumi, boscaglia

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