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Cospirazione Medici
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E-book258 pagine3 ore

Cospirazione Medici

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Info su questo ebook

Dall'autrice del bestseller In nome dei Medici

Firenze, domenica 26 aprile 1478. Durante una messa solenne celebrata dal cardinal Riario, i congiurati hanno levato il pugnale scagliandosi su Giuliano de’ Medici, riducendolo in fin di vita. Per vendicarsi, Lorenzo spargerà molto altro sangue: la città, culla del Rinascimento, per lunghe settimane vedrà le sue strade orridamente tinte di rosso. Sfiancato dal dolore e dal rimorso, il Magnifico non potrà fare a meno di interrogarsi sullo sfacelo che ha devastato la sua vita, invidiata da tutti fino a poco prima. Perché Giuliano è morto? Quali colpe poteva aver commesso? In fondo l’egocentrismo di Lorenzo lo aveva condannato a rimanere sempre in secondo piano. Mentre si accusa per quella sciagura, Lorenzo rivede i volti di coloro che hanno voluto colpire i Medici: Francesco Salviati, roso dall’invidia; Jacopo de’ Pazzi, assetato di vendetta; Antonio Maffei da Volterra, mosso da un odio viscerale contro Lorenzo. In penombra altre misteriose e potentissime figure, che hanno brigato e pianificato la distruzione dei Medici. Ma se ci fosse altro dietro la morte del fratello? Se fosse una passione amorosa ad aver deciso la sua tragica sorte?

La famiglia Medici piange la morte di Giuliano, assassinato durante una congiura destinata a colpire Lorenzo il Magnifico 

Hanno scritto dei suoi libri:
«Una studiosa che ha dedicato anni di lavoro e altre opere a questo argomento… Si legge con gusto.»
Umberto Eco

«È un libro che si beve.»
Corrado Augias

«Una studiosa “prestata” alla narrativa, come Eco, Manfredi, Barbero.»
Il Giornale

«La fantasia del lettore già corre.»
la Repubblica

Barbara Frale
è una storica del Medioevo nota in tutto il mondo per le sue ricerche sui Templari. Autrice di varie monografie, ha partecipato a trasmissioni televisive e documentari storici. Ha curato la consulenza storica per la serie I Medici. Masters of Florence in onda sulla RAI ed è autrice, insieme a Franco Cardini, del saggio La Congiura, sui Pazzi. La Newton Compton ha pubblicato con successo I sotterranei di Notre-Dame, In nome dei Medici. Il romanzo di Lorenzo il Magnifico, Cospirazione Medici e il saggio I grandi imperi del Medioevo.
LinguaItaliano
Data di uscita28 ago 2019
ISBN9788822736710
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    Cospirazione Medici - Barbara Frale

    giorno».

    1

    Presagio

    La pietra di calcedonio ha colore pallido […].

    Ha il potere di scacciare le illusioni mandate dal demonio,

    sì da poter vincere compiutamente le battaglie contro i nemici.

    Arnoldo il Sassone, Il potere delle pietre, 12

    I

    Il cielo sulla laguna pareva aver preso un colore malsano. A velare il sole s’era addensata una sottile crosta di nuvole che conferiva alla luce una sfumatura malata d’ittero. Da qualche parte, lontano, incombevano i temporali, ma per ora sopra i tetti di Venezia ristagnava soltanto una cappa di pesante umidità.

    Nel magnifico giardino affacciato sul Canal Grande, Giuliano de’ Medici fissava l’acqua ferma sotto di lui e provava un’inquietudine sottile per quell’odore di alghe in marcescenza e il troppo lento scorrere. Gli ricordava un sangue ispessito e denso che si guasta nelle vene di un corpo ancora vivo. Alle sue spalle, la bella residenza ducale festeggiava con musica, canti e solenni libagioni il Natale dell’anno di grazia 1477.

    Passi pesanti sulla ghiaia lo indussero a voltarsi. Sua Eccellenza Marco Correr, fiduciario del Doge e membro di spicco nel patriziato della Serenissima, si avvicinava a lui con intenzione benevola. Alto, possente, scuro come un moro, era chiuso in una tonaca di velluto blu notte alquanto sobria, in confronto allo sfarzo delle sete traslucide e dei broccati in oro così in voga tra i nobili veneziani. Aveva il sorriso scanzonato di chi cerca un facile approccio parlando del più e del meno.

    «Giuliano de’ Medici, siete un ragazzo imperdonabile! Avete abbandonato quatto quatto il banchetto che il Doge ha offerto in vostro onore. In fede mia, credevo fosse per recarvi a un incontro galante. Invece no: vi trovo qui da solo a fissare il canale, tutto immalinconito. Come mai?»

    «Sentivo bisogno di un po’ d’aria fresca. Fa troppo caldo in sala», rispose sul vago.

    «Davvero? Non sarà piuttosto che cercate di sfuggire ai tentacoli di chi vuole imbrigliarvi? Il reverendissimo patriarca sembrava ansioso di agganciarvi. Vorrà chiedervi un colloquio privato, ci scommetterei. A nome del Santo Padre».

    «Può darsi», fece Giuliano evasivo.

    «Sapete quel che si mormora in giro? Che Sisto IV freme dalla voglia di farvi sposare sua nipote Agostina, la sorella di Girolamo Riario. Dicono pure che vostro fratello Lorenzo non è affatto contrario a questo progetto, perché porterebbe a Firenze l’alleanza con Genova e le altre città delle Cinque Terre. Però voi, giovanotto, non sembrate molto entusiasta. Non avete la faccia radiosa di uno che sta per convolare a nozze».

    «Perché dovrei? Non ho mai visto quella ragazza in vita mia».

    Il che non era falso; o meglio, a giudicare dal ritratto che di lei gli avevano fatto pervenire, quell’Agostina Riario non possedeva nulla delle attrattive femminili capaci di attizzare le voglie di un giovane maschio. Piccola, naso aquilino, persino un po’ gobba. Ma certi agenti finanziari che frequentavano la Liguria dicevano che in realtà il pittore era stato magnanimo: la damigella in questione era bassa, scura di pelle, e aveva per giunta una complessione da zappatrice. Si sarebbe detta una contadina saracena!

    Il volto disgustato di Giuliano rendeva superflue ulteriori specifiche. Compiaciuto per quella tacita ammissione, Correr prese atto ch’era il momento di fare la sua mossa.

    «Mi sono accorto che avete apprezzato mia figlia Laudomia. Sapete che vi aveva visto passare per strada, e mi ha tormentato perché trovassi il modo di farla invitare? Credo sia già pazza di voi. Se ciò vi aggrada, ne parlerò al Doge. Sappiamo tutti che un’alleanza con Venezia può rivelarsi molto utile alla Signoria e a vostro fratello Lorenzo. Non siete venuto qui proprio per sondare il terreno? Mia figlia fa al caso vostro, Giuliano. Sempre che il fidanzamento tra voi e madamigella Riario non sia cosa già fatta, s’intende… No, non lo è. O sbaglio?»

    «Nulla che sia irrevocabile, Eccellenza. In realtà mio fratello non vede di buon occhio un legame tra noi Medici e Girolamo Riario. Resta pur sempre il nipote del papa, è vero: ma non gode di buona reputazione».

    A quelle parole, Marco Correr proruppe in una gran risata di pancia.

    «Buona reputazione? Perdiana, quel Girolamo Riario è uno dei peggiori farabutti che io conosca! Ci vuole solo la faccia tosta di Sisto IV, per tenerlo con sé in Curia e sfoggiarlo quasi fosse un vanto di Santa Romana Chiesa!».

    Correr non esagerava. Ambizioso, arrogante, spudorato, per giunta neanche tanto intelligente, Riario aveva quale unica dote un aspetto avvenente che gli procacciava l’amore delle donne, vedove, nubili o sposate che fossero; e da ciò una gran nomea di puttaniere che non poteva certo giovare alla santità del signor papa zio. Nonostante tutto, Sisto IV stravedeva per lui ed era incapace di tenerlo a freno. Assillato dal nipote, che voleva elevarsi di rango a ogni costo, il pontefice gli aveva comprato a caro prezzo il titolo di conte; non essendo abbastanza per saziare l’avidità del giovinastro, Sisto IV si era spinto a chiedere per lui la mano di donna Caterina Sforza, figlia naturale del duca di Milano, arrivando addirittura a comprare la città di Imola affinché Girolamo potesse diventarne il signore. Ma ancora non bastava, per lui. Non bastava mai.

    «Pensateci, Giuliano. E soprattutto, fate ragionare vostro fratello. A voi Medici serve prestigio, in questo momento: per consolidare il vostro ascendente in seno alla Signoria, specie dopo che Lorenzo è stato così geniale da sposare una donna di casa Orsini. La vostra famiglia è assurta al rango principesco, oramai: cosa accadrà se adesso vi legate a una ragazza di oscure radici? Prima che Sisto IV diventasse papa, quel Girolamo Riario sbarcava il lunario facendo lo scrivano. Non sarebbe un gran parentado, vero? Noi Correr, invece, apparteniamo al più antico e illustre patriziato veneto. Abbiamo diversi dogi in famiglia, e molti legami che potrebbero rivelarsi utili, per voi. E infine, cosa che non guasta, possediamo ingenti fortune».

    Gli occhietti del Correr brillavano come l’oro di cui evocava il fascino. A Giuliano parve prudente moderare la sua euforia: non voleva correre il rischio che quello si mettesse in testa strane idee, e meno che mai pensasse di averla spuntata, prima che Lorenzo avesse preso in considerazione la proposta.

    «Magari non mi sposerò mai, Eccellenza. In fondo, ci ha pensato Lorenzo a continuare la stirpe. E la vita da scapolo non mi dispiace affatto».

    Un po’ deluso, Correr assunse un’espressione pungente e un tantino perfida.

    «Ma non mi dite! Allora è vero quel che si mormora. Vostro fratello Lorenzo è tornato alla carica per trovarvi un posto in Curia. Un seggio molto prestigioso, dicono. Addirittura nel Sacro Collegio…».

    Giuliano sgranò gli occhi. Il sorriso fatuo solo in apparenza del Correr diceva che doveva conoscere più di quanto fosse prudente e opportuno.

    «Non è un segreto, figliolo», disse il veneziano prevenendo ogni domanda.

    E gli passò la trascrizione di una lettera che monsignor Gentile Becchi, un tempo precettore di Lorenzo, aveva scritto un mese prima. Era una lettera riservata, ma il Doge della Serenissima aveva amici devoti nella Curia Romana, che sbirciavano chi di dovere, per poi riferire ogni dettaglio giudicato interessante.

    Giuliano afferrò il foglio con mano rabbiosa e vi posò lo sguardo. Monsignor Becchi sembrava mosso da sincera urgenza. E il suo tono indicava allarme.

    Mio caro Lorenzo,

    ieri ho di nuovo ricevuto la visita del cardinale Ammannati, il quale, come sai, porta nel cuore te e l’intera tua famiglia; in qualità di tuo precettore, ma soprattutto per l’affetto che ho per te, ritengo che tu debba prestare al problema la massima attenzione.

    L’eminentissimo padre è tornato a chiedermi se resti del parere che tuo fratello Giuliano debba prendere i voti per poi ricevere, a tempo debito, anche la sacra porpora. Sa che tieni moltissimo a vedere un cardinale di casa Medici nel Sacro Collegio, e questo fu a suo tempo un grandissimo desiderio che Cosimo non poté realizzare. Ammannati non è contrario, e se vorrai accogliere i suoi consigli, ne parlerà al papa.

    Il primo punto sul quale devi riflettere è che Giuliano è un giovanotto alquanto impreparato in fatto di dottrina. E di costumi assai libertini, godereccio e spendaccione. Che diventi subito cardinale parrebbe sconveniente, dunque non è il caso di farlo assurgere sin da subito a un onore tanto alto. Non ha nulla di un sacerdote, e nessuno dei cardinali potrebbe adattarsi a vederlo vestito di porpora e assiso in concistoro. Bisognerà istruirlo e dirozzarlo, e per far ciò dovrà indossare un rocchetto ecclesiastico, e prendere gli ordini minori. Un paio d’anni come protonotaro apostolico gli insegneranno come parlare, pensare e condursi in modo conveniente alla Curia Romana. Non occorre che sia consacrato sacerdote, anzi al contrario è opportuno che resti chierico: perché sarà più facile, in caso tu muoia per mano dei tuoi nemici, farlo tornare allo stato laicale affinché possa succederti prendendo in mano le sorti della famiglia Medici.

    So che le mie parole ti feriranno: ma non ho che questo mezzo, per aiutarti. Ogni giorno, mentre mi muovo, sento serpi agguerrite che sibilano nell’ombra contro voi Medici. Vorrei fermarle, ma non posso. Nemmeno l’Ammannati, ben più in alto di me, può fare nulla. In Vaticano la complicità non è un reato, mentre l’omertà è spesso ritenuta un dovere. Ti prego, allora, di non ignorare i miei avvertimenti.

    Tuo devoto e affezionato

    Gentile Becchi

    Giuliano accartocciò il foglio in un moto d’irritazione incontenibile. Al diavolo Lorenzo e le sue macchinazioni!

    Detestava l’idea di ritrovarsi sepolto nella Curia, che fosse per il bene della Patria, la gloria della famiglia o la prosperità del Banco dei Medici: voleva vivere la sua vita, una vita che si annunziava splendida e piena di gioie mondane. Accarezzava il proposito di sposare una nobildonna di qualche potente città italiana; e Venezia era un ottimo approdo, dati i nuovi orientamenti che la politica stava assumendo. Aveva anche molto da offrire in fatto di donne: Falier, Foscari, Gradenigo, Barbaro, Marcello, Vendramin… E decine ancora di altre famiglie patrizie, tutte assai facoltose e con almeno una figliola da maritare il meglio che si può. Perciò Giuliano aveva intrapreso quel viaggio in segreto accordo con il Doge, dopo mesi di trattative condotte personalmente con la discrezione che lo distingueva. A Lorenzo l’ipotesi di quell’unione non poteva sembrare sgradevole, visto che avrebbe reso molto più cordiali le relazioni diplomatiche tra Firenze e la Serenissima. Ne sembrava sedotto, perciò aveva autorizzato il viaggio di Giuliano donandogli una generosa quantità di soldi da spendere per tenere alta la reputazione dei Medici; ma sottobanco, evidentemente, tesseva la sua tela con ben altro disegno, s’incaponiva a volere a ogni costo un cardinale Medici usando il destino del suo unico fratello come se fosse nulla più che una pedina da gioco.

    «Parlerò a Lorenzo della vostra proposta, Eccellenza», disse deciso. «Se lui è d’accordo, vostra figlia Laudomia sarà la donna più ammirata di Firenze. E una sposa felice».

    Marco Correr rise di gusto, poi gli assestò una calorosa pacca su una spalla.

    «Non vi chiede tanto, Giuliano! Volete diventare anche voi uno stinco di santo come vostro fratello? Dicono che dopo le nozze con quella nobildonna romana abbia messo la testa a posto, e che ora stia rigando dritto. Pare sia tanto ligio alla fedeltà coniugale per quanto era sciupafemmine e libertino nei suoi giorni da scapolo… Ma sarà proprio vero?».

    Giuliano indossò un bel sorriso di circostanza. Non era chiaro, dai modi del Correr, se giudicasse la fedeltà di Lorenzo una splendida virtù o una debolezza che lo rendesse ridicolo.

    «Verissimo, per quanto ne so», rispose.

    «Ammirevole! Dunque è così bella, questa Clarice Orsini?»

    «La bellezza c’entra solo in parte. Mia cognata ha qualcosa di speciale nella personalità. Che afferra e stringe forte. Non dà scampo».

    «Che ritratto singolare! A sentirvi, ci sarebbe da chiedersi se vostra cognata sia una maliarda o invece una strega».

    Giuliano ridacchiò come la decenza imponeva. Disprezzava le vanterie, come pure coloro che hanno la pessima abitudine di sbandierare i fatti privati, o ancor peggio, lavare in piazza i panni sporchi di casa; ma se avesse dovuto descrivere sua cognata, avrebbe scelto esattamente quelle due parole.

    Non era stato facile, all’inizio, l’esordio di Clarice a Palazzo Medici. Arrivata con molte casse di biancheria fine e scrigni di gioielli, come s’addice alla dote di una sposa di casa Orsini, si era vista subito portar via tutto perché gl’intendenti dei Medici dovevano esaminare, quotare e registrare ogni sua proprietà, persino le spille con cui si chiudeva le vesti. Monna Lucrezia, poi, era avvezza a fare il buono e il cattivo tempo con mano dispotica; gestiva ogni singolo aspetto della vita familiare, e aveva la perniciosa convinzione che fosse suo diritto, anzi addirittura un dovere, impartire ordini alla nuora che era tenuta a obbedirle a bacchetta.

    Clarice si sentiva quasi prigioniera in quella casa che traboccava di ricchezza negli arredi e nelle suppellettili, ma quell’ostentazione era solo a beneficio del prestigio dinastico, uno specchietto per le allodole che doveva abbagliare ambasciatori esteri e ospiti titolati sempre di passaggio fra quelle sale: nel quotidiano i Medici facevano economia su tutto, e la vedova di Piero di Cosimo aveva a volte una grettezza da usuraia che Clarice trovava ripugnante. Mangiava carne di vitello, per esempio, soltanto se l’aveva in regalo da questo o quell’altro dei tenutari di poderi che volevano ottenere qualche favore politico dal figlio; di comprarla non se ne parlava proprio. Troppo cara! Clarice stentava a credere che Piero fosse sul serio morto di gotta; com’era mai possibile, avendo accanto quella specie di arpia che gli razionava la carne?!

    Lentamente, abilmente, Clarice aveva trovato il modo di farsi valere. Appoggiandosi a Giuliano, spingendo Lorenzo a dare più fiducia al fratello minore che, nonostante la giovane età, aveva doti di accortezza e finezza politica in abbondanza.

    Di ciò Giuliano le era immensamente grato. Pensò dunque che proprio a lei, a Clarice, poteva chiedere aiuto per fare in modo che Lorenzo accantonasse una volta per tutte l’idea odiosa di sacrificare il suo unico fratello alle ambizioni curiali di famiglia.

    «Sposerò vostra figlia», ripeté convinto. «Ho tra i parenti un alleato capace di rendere più ragionevole Lorenzo».

    A quelle parole, Correr mostrò una faccia dubbiosa.

    «Sempre che questo alleato non sia vostro zio Tommaso Soderini», mormorò. «È un uomo impagabile: quanti possono dire di essere stati scelti ben quattro volte per la carica di Gonfaloniere? Tutti hanno stima di lui. Viene accolto a braccia aperte in qualunque corte d’Italia. Eppure, vostro fratello l’ha ridotto a un silenzio osservante. Dicono che Lorenzo fosse invidioso di lui».

    Giuliano ingoiò bile. Marco Correr non parlava a sproposito, purtroppo. Era informatissimo sui fatti fiorentini, e aveva il dono perverso di saper rigirare con eleganza il coltello nella piaga.

    Sin dalla morte di Piero il Gottoso, Lorenzo, allora poco più che un ragazzo, era divenuto il capofamiglia dei Medici; com’era ovvio, aveva ereditato anche il ruolo politico che fino a pochi giorni prima era stato di suo padre. Consapevole del carico che ora gli gravava sulle spalle, si era messo al lavoro per dare alle istituzioni di Firenze l’impronta della sua volontà e una direzione più incline alle ambizioni dei Medici. Niente di nuovo sotto il sole: però l’aveva fatto uscendo dal seminato, violando cioè quella linea invisibile tracciata da Cosimo e da Piero, entrambi assai cauti. Cosimo sorvegliava qualunque elezione e ne pilotava gli esiti, perché faceva in modo di contare su una vasta clientela di sostenitori che avevano tutto l’interesse a esaudire i suoi desideri: e tuttavia erano elettori formalmente liberi di decidere, padroni di sé stessi e del voto, indipendenti. Piero si era mosso sulle orme del padre: mai l’uno o l’altro avevano agito violando le antiche tradizioni repubblicane.

    «Avete ragione, Correr», disse Giuliano mentre incassava la stoccata. «Noi dobbiamo tutto a nostro zio Tommaso. Lorenzo è stato molto ingrato, nei suoi confronti».

    Il veneziano annuì con aria meditabonda. Sapeva bene che Soderini era stato intimo collaboratore di Cosimo, e, dopo la sua scomparsa, un fedele consigliere per il figlio Piero. Non aveva mai dato segni di cedimento nella propria lealtà alla famiglia Medici. Nel cruciale momento seguito alla morte improvvisa di Piero, radunò velocemente tutti i principali partigiani medicei, li convinse a giurare seduta stante che avrebbero dato il loro sostegno al giovane erede di soli vent’anni. Molti avevano accettato senza conoscere Lorenzo, senza certezze circa il suo temperamento e le sue intenzioni, confidando nel senno del Soderini che garantiva per lui, e che, com’era naturale, si sarebbe incaricato di guidare il ragazzo chiamato prematuramente dalla vita a reggere le sorti della famiglia Medici e della città.

    Agli occhi di tutti, Soderini perpetuava quel buongoverno garantito un tempo da Cosimo, che si era servito della violenza e dell’esilio solo con grande moderazione, quando strettamente necessario. Morto anche Piero, tutto ciò sarebbe stato proiettato nel futuro grazie alla persona del figlio Lorenzo. Di questo erano convinti, ma ahimè: il giovane s’era lasciato guidare docilmente dalla prudenza dell’anziano zio solo per poco. Giusto il tempo di farsi votare, di mettere piede nella Signoria e capire come impugnare le redini del potere. Ben presto aveva cominciato a mordere il freno; incurante che il suo comportamento potesse apparire arrogante e ingrato, aveva cominciato a contestare Soderini, a sminuirne sistematicamente l’autorevolezza e il ruolo; infine, lo aveva messo da parte. Servendosi dei propri amici, tutti rampolli delle famiglie più in vista, Lorenzo era riuscito a ledere il credito di cui Soderini godeva tra la gente. Piccole calunnie sparse qua e là, sussurri d’incerta consistenza: un lento gioco al massacro condotto con pochi scrupoli e molta scaltrezza aveva infine stancato l’anziano diplomatico, il quale, uomo tutto d’un pezzo, si era ritirato volontariamente. A molti ciò non era piaciuto; e si trattava di cittadini

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