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La guerra infinita

La guerra infinita

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La guerra infinita

Lunghezza:
419 pagine
6 ore
Pubblicato:
20 mar 2019
ISBN:
9788822732804
Formato:
Libro

Descrizione

Un autore da oltre 1 milione di copie

Spagna, 137 A.C. Quella tra i conquistatori romani e i ribelli celtiberi è una guerra sanguinaria, che sembra non avere mai fine. Muzio Spurio, veterano pluridecorato, ne ha abbastanza: ha deciso di chiedere il congedo e di tornare da quella famiglia che ha trascurato per troppi anni. Ma, dopo tanto tempo trascorso sui campi di battaglia, il vecchio soldato non è più lo stesso e il ritorno alla vita civile si rivela più difficile del previsto. E quando l’orrore travolge la sua stessa casa, portandogli via ciò che ha di più caro, Muzio comprende che non sarà mai libero finché durerà quel brutale conflitto. Accompagnato dalla figlia maggiore e dal suo amico più fidato, il veterano si avventura così in territorio ostile, tra feroci avversari e pericoli di ogni sorta, in cerca della propria vendetta e di una bambina rapita. I tre romani, divisi da anni di incomprensioni e di segreti, si confronteranno, si perderanno e poi si ritroveranno davanti alle mura di Numanzia, la roccaforte dove si sono rinchiusi gli ultimi ribelli. E proprio là, nella città-simbolo della più strenua resistenza al dominatore, oggetto di un implacabile assedio, si compirà il loro destino e quello della guerra infinita. 

Un autore da oltre 1 milione di copie 
Tradotto in tutto il mondo

«Non si può fare a meno di appassionarsi alla narrazione di questo autore.»
Il Messaggero

«Grande conoscitore del quotidiano annidato nella storia, Frediani usa il particolare come un fregio, arricchendo le vicende con precisione, dalle descrizioni degli abiti fino alle regole dei cerimoniali.»
Sette

«La sua scrittura ha l’andamento avvincente di una macchina da presa che inquadra l’angolatura giusta al momento giusto.»
Il Tempo

Andrea Frediani
è nato a Roma nel 1963; consulente scientifico della rivista «Focus Wars», ha collaborato con numerose riviste specializzate. Con la Newton Compton ha pubblicato diversi saggi (tra cui Le grandi battaglie di Roma antica; I grandi generali di Roma antica; L’ultima battaglia dell’impero romano; Le grandi battaglie di Napoleone, La storia del mondo in 1001 battaglie; L’incredibile storia di Roma antica e Le grandi guerre di Roma. L'età repubblicana) e romanzi storici: Jerusalem; Un eroe per l’impero romano; la trilogia Dictator (L’ombra di Cesare, Il nemico di Cesare e Il trionfo di Cesare, quest’ultimo vincitore del Premio Selezione Bancarella 2011); Marathon; La dinastia; 300 guerrieri; 300. Nascita di un impero; I 300 di Roma; Missione impossibile. Ha firmato le serie Gli invincibili e Roma Caput Mundi; il thriller storico Il custode dei 99 manoscritti; Lo chiamavano Gladiatore, con Massimo Lugli; La spia dei Borgia, Il cospiratore e La guerra infinita. Le sue opere sono state tradotte in sette lingue.
Pubblicato:
20 mar 2019
ISBN:
9788822732804
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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La guerra infinita - Andrea Frediani

2309

Copertina © Sebastiano Barcaroli

Prima edizione ebook: maggio 2019

© 2019 Newton Compton editori s.r.l., Roma

ISBN 978-88-227-3280-4

www.newtoncompton.com

www.andreafrediani.it

Facebook: andreafredianiofficial

Edizione elettronica realizzata da Manuela Carrara per Corpotre, Roma

Andrea Frediani

La guerra infinita

Newton Compton editori

A John Ford,

per tutte le emozioni

che provo tuttora

rivedendo i suoi film

Indice

Capitolo I

Capitolo II

Capitolo III

Capitolo IV

Capitolo V

Capitolo VI

Capitolo VII

Capitolo VIII

Capitolo IX

Capitolo X

Capitolo XI

Capitolo XII

Capitolo XIII

Capitolo XIV

Capitolo XV

Capitolo XVI

Capitolo XVII

Capitolo XVIII

Capitolo XIX

Capitolo XX

Capitolo XXI

Capitolo XXII

Capitolo XXIII

Capitolo XXIV

Epilogo

I

Penisola iberica, 137 a.C.

Il soldato si tuffò precipitosamente nel fiume Tago, cercando di recuperare la testa dell’ennesimo prigioniero celtibero giustiziato, rotolata in acqua e trascinata via dalla corrente.

Muzio Spurio aprì la bocca per richiamare il soldato e impedirgli di compiere quel gesto insensato, ma poi decise di lasciar perdere, quando si rese conto che la sua affannosa rincorsa stava provocando l’ilarità dei commilitoni: un po’ di divertimento, in quell’orrore senza fine, non poteva che far bene alla truppa.

E anche a lui.

Si accorse che perfino le sue labbra si erano increspate in un accenno di sorriso. Era molto tempo che non accadeva. Ignorò gli altri prigionieri e rimase a seguire con lo sguardo i patetici sforzi del legionario, incitato dal tifo sempre più farsesco dei camerati. Il macabro cimelio galleggiava sulla superficie dell’acqua, sballottato dalla corrente, e si sottraeva a ogni tentativo del soldato di afferrarlo per i lunghi capelli fluttuanti. L’uomo alternava goffe bracciate e saltelli nell’acqua ancora bassa, ma la testa dell’ispanico procedeva sempre più verso il centro del fiume e il suo inseguitore iniziò ad annaspare.

«Neanche fosse una bella ragazza!», gli gridò un legionario.

«Infatti si è allenato inseguendo le donne che scappano via da lui allo stesso modo!», urlò un altro, sbellicandosi dalle risate.

«Ricordati che hai la lorica indosso, imbecille!», si sentì in dovere di gridargli Muzio, che aveva preso la faccenda con leggerezza nella convinzione che il subalterno non fosse tanto stupido da spingersi lontano dalla sponda.

Solo allora il legionario sembrò prestare attenzione alle parole provenienti dalla riva. Si bloccò improvvisamente, disorientato, poi gettò uno sguardo sconsolato alla testa che si allontanava. Scosse il capo, fece una smorfia e tornò indietro, lottando contro la corrente che lo spingeva nella direzione opposta. Uscì dall’acqua come un pulcino bagnato, tra gli sguardi ironici dei compagni e quello, più severo, di Muzio.

«Non ti preoccupare, una testa in meno non farà alcuna differenza con quei bastardi!», dichiarò un altro legionario accogliendolo con una pacca sulle spalle.

Ma il soldato scosse ancora la testa. Si avvicinò a uno dei prigionieri inginocchiati lungo la sponda con le mani legate dietro la schiena, estrasse il gladio e sferrò un fendente che recise di netto il capo dell’ispanico. Quindi guardò il centurione con imbarazzo: «Perdonami, signore, ma se il tribuno ha stabilito di lanciare cento teste nel campo celtibero, suppongo che debbano essere proprio cento, non una in meno…», precisò, riponendo il gladio insanguinato nel fodero.

Muzio gli rivolse uno sguardo di disapprovazione. «Magari eri tenuto ad aspettare che ti autorizzassi a sostituire la testa finita in acqua con un’altra. E lo avrei fatto, se non altro per premiarti del tuo sforzo nel fiume. Ma non hai chiesto il permesso», rispose con il tono più autoritario di cui disponeva e che sapeva bene essere molto intimidatorio. Il soldato, infatti, si fece subito piccolo piccolo.

Anche le risate degli altri soldati si spensero all’improvviso. Tutti, e non solo nella centuria di Muzio, conoscevano la severità dell’ufficiale, diventata proverbiale in tutte le armate stanziate in Spagna nel corso dell’interminabile ribellione celtibera. E adesso tutti si aspettavano una punizione esemplare.

Ma Muzio ne aveva abbastanza. Di tutto. E gli attimi di divertimento che quello sprovveduto gli aveva regalato meritavano un premio. Indicò la pila di teste che la sua unità aveva disseminato lungo la sponda del fiume e dichiarò: «Radunale tutte e mettile sul carro. Sei responsabile di ognuna di esse. Le voglio sistemate e a disposizione della centuria entro mezz’ora. Subito dopo, trascina nel fiume i corpi decapitati, tutti quanti: finiranno a valle, davanti ai villaggi dei ribelli, come monito». Poi si rivolse agli altri. «E che nessuno lo aiuti. Voi riportate i prigionieri superstiti al loro recinto. Domattina all’alba marceremo verso il campo nemico e lanceremo le teste dentro il vallo».

Il soldato punito emise un sospiro di sollievo, nonostante la prospettiva lo costringesse a lavorare da solo per ore, probabilmente fino a notte fonda, senza potersi asciugare né riposare, sferzato dal freddo vento autunnale proveniente dai Pirenei. Ma conosceva abbastanza il suo comandante di unità da sapere che se l’era cavata fin troppo bene e finì per annuire con convinzione.

Muzio diede un’occhiata agli ispanici sopravvissuti. Tutti lo fissavano con l’odio che aveva imparato a riconoscere nei lunghi anni in cui li aveva affrontati. Aveva combattuto su tanti fronti lungo tutto il Mediterraneo, dai galli ai cartaginesi, dai numidi ai macedoni, ma non aveva mai affrontato avversari tanto tenaci e invasati, uomini che facevano della guerra la loro unica occupazione. Nei loro occhi, che nessuno abbassava quando incrociava il suo sguardo, leggeva una fierezza e un orgoglio che le umiliazioni della cattura, del dileggio e dei tormenti subiti dai romani non avevano minimamente incrinato. Neppure quando aveva lasciato i suoi uomini liberi di aggirarsi tra i prigionieri e decidere sul momento chi dovesse essere decapitato e chi potesse continuare a vivere da schiavo. Muzio conosceva i celtiberi abbastanza da sapere che speravano tutti di morire, piuttosto che vivere in schiavitù.

Nessuno di loro aveva detto una parola. Erano rimasti in silenzio da quando li avevano catturati, per poi legarli, torturarli e decapitarli, restituendo loro ciò che i romani subivano ogni volta che cadevano in mani ispaniche. Ne aveva viste, Muzio, di teste spiccate dal corpo dei legionari, negli anni di servizio nella penisola iberica, dapprima contro i lusitani, più a nord-ovest, poi contro i celtiberi, la cui ribellione durava da ben diciassette anni senza che i romani riuscissero a venirne a capo. E aveva visto morire dozzine dei suoi uomini al punto che quasi tutti i componenti della sua centuria erano reclute o rimpiazzi o, tutt’al più, avevano al massimo un paio d’anni di servizio nella penisola. Li aveva visti morire trafitti o sgozzati o tagliati a pezzi in battaglia, ma ancor più spesso ne aveva rinvenuto i cadaveri orrendamente mutilati, scannati e quasi sempre decapitati. E ora lanciò uno sguardo di compatimento ai suoi subalterni, chiedendosi quanti di loro avrebbero fatto la stessa fine entro breve tempo.

Ma non lo riguardava. Non lo riguardava più, ormai, si disse sollevato.

«Signore, il pretore ti vuole nella sua tenda». Un portaordini interruppe le sue riflessioni.

Forse ci siamo, pensò Muzio, che aspettava quella chiamata da diversi giorni.

Si diresse verso il praetorium con il timore che la sua richiesta fosse stata rifiutata.

Ma allo stesso tempo, temendo anche che fosse stata accolta.

Ogni volta che Muzio Spurio entrava nell’alloggio del comandante, veniva assalito da un senso di irritazione. Come sempre, varcata la soglia si guardò intorno prima ancora di fissare il pretore e riuscì a stento a trattenere il disgusto per quel lusso ostentato. Nulla poteva essere più distante dal suo animo e dallo spirito militare quanto l’arredamento di cui il generale amava circondarsi perfino nei momenti più duri delle campagne contro i ribelli, nei campi di marcia giornalieri, obbligando i soldati a perdere tempo e sprecare energie per trasportare, montare e mettere in ordine le suppellettili che si portava dietro.

Non c’era da meravigliarsi, si disse Muzio, se Roma non riusciva a schiacciare i ribelli. Se gli eserciti inviati dalla città capitolina continuavano a essere guidati da uomini tanto imbelli, prima o poi i celtiberi avrebbero prevalso una volta per tutte e avrebbero cacciato gli invasori dalle loro terre. Spesso il centurione si meravigliava di come Roma fosse riuscita a creare un impero e a sconfiggere nemici temibili mettendo a capo delle proprie armate dei politicanti che dedicavano alla carriera militare solo una piccola frazione della loro esistenza. Erano gli dèi, probabilmente, a intervenire di tanto in tanto, donando a Roma un comandante di genio che risolveva annosi conflitti e situazioni drammatiche.

In fin dei conti, l’Urbe era riuscita a schiacciare Cartagine e a sottrarle proprio la penisola iberica solo grazie all’avvento di un comandante capace e dotato di spessore militare come Scipione l’Africano: se non fosse stato per lui, Roma non sarebbe mai riuscita a possedere neppure uno spicchio di Iberia e, forse, neppure gran parte dell’Italia. E Muzio lo sapeva bene: suo nonno era stato centurione primipilo nella prima guerra punica, suo padre aveva raggiunto lo stesso grado nella seconda, finendo coinvolto nel disastro di Canne prima di prendersi la sua rivincita agli ordini di Scipione a Zama. E lui aveva avuto il privilegio di servire il nipote del grande condottiero, Scipione Emiliano, quando solo nove anni prima si era reso protagonista della distruzione definitiva della grande rivale di Roma. Era stato proprio Muzio a comandare il distaccamento incaricato di spargere il sale sulle rovine di Cartagine perché non vi crescesse più l’erba, così come il senato aveva disposto.

Un affresco… Sulla parete alle spalle del legato, c’era un affresco raffigurante una elegante domus con un laghetto al centro pieno di ninfee, bagnanti tutt’intorno che giocavano a palla e civili intenti a sorseggiare bevande sdraiati sui triclini. Probabilmente casa sua. Lo portava sempre con sé, come se avesse nostalgia della sua vita da civile… I soldati, tutt’al più, si portavano dietro il monile della fidanzata, il giocattolo di un figlio; ma un affresco… secondo Muzio, era quello, più del vasellame cesellato che vedeva sul tavolo, più dell’elegante baldacchino su cui il comandante amava dormire, più dei bei triclini con cuscinetti ricamati su cui faceva adagiare i suoi ospiti di rango, a testimoniare la sua inadeguatezza: se un uomo pensava continuamente alla sua vita da civile, non poteva essere responsabile di migliaia di militari. E poi, se un giorno i ribelli avessero espugnato il suo campo, avrebbero avuto di che divertirsi: con la roba da femmine che avrebbero rinvenuto nel praetorium, la loro legione sarebbe diventata lo zimbello di tutto l’esercito e delle schiere nemiche.

Finalmente Muzio fissò il comandante, Gaio Ostilio Mancino. Neanche il suo aspetto era rassicurante, per un militare di professione: non sarebbe potuto essere meno marziale, con l’abbondante adipe che la corazza faticava a contenere e la statura modesta. A Muzio ricordava un altro legato sotto cui aveva servito per poche settimane, tale Aulo Vitellio, caduto in un’imboscata anni prima contro i lusitani, che lo avevano ucciso insieme a molti altri legionari ignorandone l’identità: il guerriero che lo aveva trafitto si era giustificato per aver privato i celtiberi di un prezioso ostaggio, si diceva, sostenendo che non avrebbe mai pensato che un uomo tanto goffo e ridicolo potesse essere un comandante.

Per fortuna, fino al quel momento al suo generale non era mai toccato affrontare in battaglia i celtiberi, altrimenti, sospettava il centurione, avrebbe fatto la stessa fine di Aulo Vitellio. E l’avrebbe fatta fare ai suoi uomini. Muzio non riusciva a ricordare le volte in cui lui, da centurione, aveva dovuto mettere una toppa agli errori degli alti comandi; e quando era abbastanza fortunato da servire un generale di buon senso, che comprendeva i propri limiti e si affidava all’esperienza dei suoi subordinati, le cose si potevano aggiustare; ma quando capitava un personaggio tronfio e vanesio, che non pensava ad altro che al proprio lignaggio, la disfatta era assicurata.

Con Mancino non era ancora successo nulla di rilevante, né in positivo né in negativo. Era giunto al fronte solo da due mesi, in fin dei conti. Ma Muzio lo aveva conosciuto nove anni prima, in occasione dell’assedio di Cartagine, quando da console aveva comandato le truppe prima dell’avvento decisivo di Scipione Emiliano: Mancino si era dimostrato inconcludente e imbelle in Africa e non c’era ragione di sperare che se la cavasse meglio su uno scacchiere, come quello iberico, se possibile ancor più insidioso.

«Centurione primipilo Muzio Spurio a rapporto, pretore», dichiarò infine, mettendosi sull’attenti.

Mancino lo fece aspettare con studiato sadismo. Sentiva su di sé, evidentemente, il disprezzo che un militare di carriera nutriva per uno come lui e intendeva tenerlo sulle spine. Erano le meschine vendette dei patrizi sui plebei più in gamba di loro. Il legato fissò a lungo e in silenzio una tavoletta cerata con una smorfia in viso, e poi alzò lo sguardo.

«A quanto pare, qui tu hai finito», disse con sufficienza.

Muzio attese qualche dettaglio in più. «Signore?».

Mancino sbuffò. «La tua domanda di congedo è stata accettata, centurione», precisò. «La tua carriera è terminata, come desideravi: l’esercito ha deciso di riconoscere il prezioso contributo alla Repubblica nei tuoi trentadue anni di servizio e di concederti il meritato riposo. Da domani non sarai più al comando della prima centuria della prima coorte della legione».

Era fatta, dunque. Aveva chiuso con tutto quel marciume. Muzio si concesse un sospiro di sollievo. «Grazie signore», si sentì in dovere di dire, anche se sapeva bene che la decisione non era dipesa dal pretore.

«Non ringraziarmi», disse infatti il governatore. «Fosse stato per me, non avrei smobilitato alcun ufficiale in questa fase delicata della rivolta. Non possiamo privarci di uomini di esperienza proprio in questo momento, con le difficoltà che abbiamo a espugnare Numanzia e l’estensione della rivolta ai vaccei. Basterebbe un ultimo sforzo, con tutte le truppe di cui disponiamo, e sono certo che nell’arco di poco tempo stermineremmo questi selvaggi!».

Mancino non sapeva nulla di quei selvaggi, si disse Muzio soffocando con difficoltà l’indignazione. Per fortuna, il suo congedo era stato approvato dal predecessore di Mancino, Marco Popilio Lenate, e confermato dal senato: l’attuale pretore non poteva impedirlo.

«Credo di aver dato abbastanza alla causa dell’Urbe, pretore, come tu stesso hai detto. Sono stanco e un vecchio stanco non sarebbe di grande aiuto, con questi prodi guerrieri», replicò asciutto.

«Ne dubito. Sei ancora gagliardo, a quanto mi dicono», insisté il generale. «Ho letto nel rapporto del tribuno che l’altro giorno hai ucciso personalmente tre arevaci in combattimento, dopo aver soccorso con la tua unità quella di Gaio Favonio caduta in un’imboscata. A me serve gente come te: non c’è un modo in cui possa convincerti a rimanere?»

«No, signore. Nessun modo. Voglio tornare dalla mia famiglia».

Il pretore scattò in piedi. «Ecco perché i soldati non dovrebbero avere una famiglia! Ci sarà un motivo per cui non possono sposarsi! Ma a che serve non farvi sposare se poi si tollerano le vostre unioni? Vi rammollite!», si lamentò.

Muzio avrebbe voluto rispondere che nessun soldato si sarebbe mai rammollito quanto un civile prestato occasionalmente all’esercito. Ma tacque.

Il comandante, però, non aveva finito. «La verità è che vuoi goderti tutti i soldi che hai accumulato col bottino di guerra», proseguì frustrato. «Credi che non sappia che voi centurioni vi prendete la gran parte del bottino ogni volta che le truppe saccheggiano un villaggio o una città? Tu devi averne saccheggiate a centinaia, in trent’anni… E voi poveracci, non appena avete un po’ di soldi, vi montate la testa… sperate di vivere come noi patrizi, di concedervi gli stessi lussi? Siete degli idioti: non ci siete abituati e vi mangiate subito tutto. Accadrà anche a te e a sessant’anni vorrai tornare nell’esercito per non morire di fame, ma a quel punto sì che non sapremo che farcene di un vecchio come te…».

Era troppo. «Chiedo il permesso di andare a riposare, signore. È tardi», rispose Muzio stizzito.

Mancino scosse la testa e tornò a sedere. «Ma sì, ma sì… vatti a riposare… che domattina ti voglio in forma per il tuo ultimo incarico. Dopo aver fatto quel regalino ai ribelli, esigo che la tua centuria torni entro mezzogiorno qui al campo. Ora puoi andare».

Muzio chinò il capo in segno di saluto, si voltò e uscì dal locale. Aveva sperato che il pretore lo dispensasse da quel meschino compito, che poteva benissimo svolgere il suo optio. Non era edificante che uno dei personaggi di più alto rango dell’esercito di stanza in Spagna concludesse la propria carriera con un incarico di profilo tanto basso. E qualunque comandante dotato di un minimo di sensibilità militare avrebbe dovuto capirlo. Ma Mancino non era un militare; o forse, più semplicemente, considerava il suo congedo come un affronto, e quindi voleva fargli un dispetto e umiliarlo per non aver rinnovato la ferma.

Così, gli toccava terminare la carriera, che lo aveva visto comandare truppe sui campi di battaglia di mezzo mondo e contro nemici come Asdrubale il beotarca, Viriato e re Perseo di Macedonia… scagliando teste mozzate in un villaggio di celtiberi.

Se mai aveva avuto dei dubbi sul congedo, l’atteggiamento di Mancino glieli aveva fugati del tutto.

«Di nuovo!», gridò Muzio ai serventi della ballista. Uno dei soldati afferrò un’altra testa dalla catasta accanto all’ordigno e la pose nel cucchiaio; il commilitone addetto ai tiranti azionò la leva di sgancio e il braccio scattò in avanti con violenza, andando a sbattere contro il cuscinetto mentre il proietto tracciava un’ampia traiettoria nell’aria. Il centurione lo seguì distrattamente con lo sguardo, vedendolo scomparire oltre il vallo della roccaforte nemica. I suoi uomini esultarono per il successo del tiro, mentre Muzio osservò sconsolato il mucchio delle teste residue. Ne aveva utilizzate più o meno la metà, quindi la faccenda era ancora lunga.

E lui non vedeva l’ora di concluderla.

«Non se ne vede più nessuno sugli spalti. Hanno paura di essere colpiti da uno dei nostri tiri!», gridò un soldato rivolgendosi a lui.

«Ti immagini? Colpito dalla testa di un compagno…», commentò un altro.

Muzio non riusciva a condividere l’entusiasmo dei suoi uomini. Avendo sperimentato ben più a lungo di loro la tenacia dei celtiberi, sapeva già che quel sistema di intimidazione sarebbe servito solo a renderli ancor più determinati a resistere e a vendicarsi. Mancino e i suoi ragazzi si aspettavano che se la facessero sotto e si arrendessero, e che magari il loro esempio costituisse un monito per tutte le altre comunità. Ma non funzionava così, in Spagna. Non c’era nulla di scontato, su quello scacchiere insidioso. I romani avevano pagato con perdite inimmaginabili ogni progresso, solo per scoprire, poco dopo, di dover ricominciare tutto da capo. Quella missione non era solo stupida e sgradevole; era anche inutile, perfino dannosa.

Per fortuna era la sua ultima missione.

«Centurione?». Un legionario richiamò l’attenzione dell’ufficiale: erano pronti per il nuovo lancio.

Muzio diede il suo assenso, ma la catasta era ancora troppo alta e lui cominciava a spazientirsi. Non era diventato il centurione primipilo della sua legione per guidare banali azioni di rappresaglia. Ne aveva abbastanza di dover provocare terrore in gente che non sembrava capace di provarne, in guerrieri impavidi le cui mogli e i figli sembravano perfino più feroci di loro. Era un gioco perverso e senza fine, in cui ciascuna delle parti rimaneva ottusamente fedele al principio di non cedere di un palmo. E nessuno dei due contendenti sembrava avere i mezzi per prevalere definitivamente sull’altro. Talvolta si era sorpreso a sperare che il senato decidesse di rinunciare alla Spagna perché la sua conquista si stava rivelando troppo gravosa; ma sapeva bene che Roma non aveva mai fatto un passo indietro: se aveva costituito un impero era proprio per la sua capacità di riprendersi dalle sconfitte e superare tutte le difficoltà, a costo di impiegarci secoli. Come era avvenuto coi sanniti, per esempio.

Dall’altra parte, gli iberi non erano da meno: i predecessori dei romani, i cartaginesi, avevano occupato solo le zone costiere, senza sprecare risorse per dominare l’entroterra. Dopo i primi rovesci, avevano capito che era la cosa migliore da fare, con quei popoli insofferenti a qualunque forma di autorità e strettamente legati alla convinzione che i loro dèi li proteggessero; d’altra parte, i punici erano una potenza marinara, e si accontentavano di controllare i porti e i punti di approdo. Ma i romani no: i romani volevano tutto, avevano sempre voluto tutto.

Muzio nutriva da tempo dubbi sul diritto dell’Urbe di dominare quelle genti. Fosse stato al posto degli iberi, si sarebbe comportato allo stesso modo. In fin dei conti, era quello che avevano fatto i romani quando si erano ritrovati Annibale alle porte. Ma non aveva mai osato confidarsi con nessuno, nell’esercito, anche perché non aveva veri e propri amici: tutti lo temevano per la sua severità, pur rispettando il suo valore e la sua efficienza. Le falere che aveva sulla lorica erano la testimonianza dei suoi innumerevoli atti di coraggio, che gli erano valsi il grado di primo centurione della prima coorte per merito, non certo per anzianità: lo era da tanti anni, ma non si era mai tirato indietro quando si era trattato di condividere disagi e rischi della truppa. Aveva dato tutto all’esercito, tutta la sua esistenza, aveva fatto della guerra una ragione di vita, proprio come i nemici che affrontava su quello scacchiere; ma adesso che era tutto finito, si chiedeva quale buona ragione aveva avuto per farlo. Non certo per la gloria di Roma, nella quale non credeva più. E neanche per propria ambizione: aveva conseguito il suo grado come conseguenza delle sue imprese, non perché vi aspirasse.

Gli sarebbe piaciuto rispondere a quella domanda, ma non ci riusciva.

«Signore…». Di nuovo, un legionario lo richiamò ai suoi noiosi doveri.

Muzio si limitò ad annuire.

«Signore, guarda gli spalti…», insisté il soldato.

Muzio si voltò e osservò in direzione della palizzata. Notò del movimento e, strizzando gli occhi, distinse alcuni guerrieri celtiberi dagli elmi crestati. Attorniavano due individui in tunica rossa.

La tunica dei soldati romani.

Nessuno aveva detto loro che in quella roccaforte c’erano prigionieri romani. Forse gli alti comandi non lo sapevano, o forse lo sapevano ma avevano taciuto quell’informazione, per non compromettere la strategia del terrore che avevano in mente di perseguire a ogni costo, sebbene non avesse portato mai a nulla di buono. Se i legionari avessero saputo di condannare a morte altri commilitoni, avrebbero esitato, o messo in discussione gli ordini. Era così che funzionava, in Spagna. In Spagna più che altrove, perché il nemico era più ostico e il conflitto più feroce.

Fece sospendere il tiro della ballista e rimase a guardare, sapendo già, dentro di sé, cosa sarebbe avvenuto di lì a poco. E forse lo sapevano anche i suoi uomini, perché si fece improvvisamente silenzio tutt’intorno. I celtiberi sollevarono le loro falcate, le spade corte e ricurve che Muzio aveva visto recidere tanti arti, e le lame luccicarono alla luce del sole. Un attimo dopo, i corpi dei due prigionieri si accasciarono oltre la palizzata, decapitati. Trascorsero pochi istanti, poi due guerrieri si chinarono a raccogliere le teste, le afferrarono per i capelli, caricarono il braccio destro e le scagliarono oltre il vallo.

Muzio e i suoi uomini rimasero attoniti a osservare i miseri resti dei commilitoni atterrare a un centinaio di passi dal drappello romano e rotolare verso di loro, sobbalzando sul terreno piatto intorno alla roccaforte. Poi fu la volta dei corpi, che i celtiberi gettarono nel fossato che circondava l’abitato.

I legionari si guardarono l’un l’altro, disorientati, mentre dagli spalti si levavano grida di provocazione, perfino di trionfo, e incredibilmente… risate.

I romani guardarono Muzio, in attesa di ordini. Il centurione non poteva far altro che portare a termine la sua ultima missione. Se era questo che voleva da lui il pretore, lo avrebbe fatto, e poi nessuno avrebbe più potuto chiedergli niente.

«Riprendete i lanci. E non dategli soddisfazione: se loro ci mostrano di non avere paura, lo stesso dobbiamo fare noi», dichiarò ad alta voce, ma con scarsa convinzione. Gli uomini esitarono qualche istante, e lui dovette assumere la sua espressione più feroce per indurli ad agire.

Solo quando ebbero ripreso i lanci, Muzio si accorse che sugli spalti erano comparsi altri prigionieri romani. Una delle teste scagliate ne centrò uno in pieno, facendolo scomparire dietro il parapetto. Gli altri cominciarono ad agitarsi e cercarono di divincolarsi arretrando; ma da dietro li spingevano a ridosso della palizzata, fino a schiacciarli contro i pali. Di nuovo, gli assedianti esitarono e anche Muzio non poté fare a meno di bloccarsi. In tanti anni di carriera, non gli era mai capitato nulla del genere.

Poco dopo, tuttavia, si rese conto che la sola cosa che gli importasse, ormai, era di allontanarsi da tutti quegli orrori. Voleva farla finita e basta. E prima avrebbe concluso quella spregevole missione, che si era rivelata ancor più raccapricciante del previsto, e prima avrebbe potuto iniziare, forse, a dimenticare.

E a rispondere all’annosa domanda sui motivi che lo avevano spinto a dedicare un’intera vita alla guerra.

«Non possiamo lasciarci intimidire. Roma non sarebbe contenta di noi. Continuate a tirare», dichiarò freddamente, cercando di vincere il tumulto interiore che lo avrebbe spinto ad assalire la roccaforte per liberare quei disgraziati, pur sapendo di condurre al macello i suoi stessi uomini.

II

Nevia fissò il promesso sposo mentre gli ripeteva la classica formula «Ubi tu Gaius, ego Gaia», vedendolo gonfiarsi di orgoglio.

E lo trovò strano: credeva che avrebbe dovuto commuoversi, piuttosto. Lei si sentiva commossa, per quel passo importante che l’avrebbe trasformata in donna. La sera precedente aveva pianto di sollievo, mentre bruciava i propri giocattoli come voleva la tradizione, per testimoniare la definitiva chiusura col passato infantile.

E aveva pianto anche perché il padre non era giunto in tempo. Il matrimonio rappresentava il rito di passaggio dalla manus del padre a quella del marito, ma in realtà per lei non c’era stato alcun passaggio: l’autorità del padre, sempre assente, era stata solo nominale e sebbene questo avesse comportato una maggiore libertà per lei, avrebbe preferito di gran lunga subire le limitazioni prodotte dalla sua presenza.

Eppure aveva detto che sarebbe venuto in tempo, si disse ancora una volta irrigidendo la mano destra che la pronuba congiungeva a quella dello sposo, sancendo la loro unione. Aveva riletto mille volte la sua lettera, che costituiva la sola testimonianza della sua esistenza negli ultimi mesi. E non era neppure diretta a lei: era solo una fredda, generica e impersonale comunicazione alla famiglia, che si limitava a prendere atto delle nozze annunciate, approvandole implicitamente e dichiarando che per quell’epoca avrebbe di certo concluso il servizio e sarebbe stato presente. Il solo componente della famiglia che il padre aveva gratificato di un’attenzione speciale era stato il piccolo fratello maschio, che aveva ricevuto perfino una spada in regalo, oltre a un profluvio di parole se non affettuose, perlomeno piene di orgoglio e di aspettative.

Sentì gli occhi inumidirsi, e si forzò a non piangere. Suo marito, evidentemente convinto di essere la sola causa delle sue lacrime, finalmente le rivolse un ampio sorriso, abbandonando quell’espressione sostenuta che aveva assunto fin dall’inizio della cerimonia. Aulo Bebio era un uomo che si prendeva molto sul serio: il solo vero difetto che Nevia avesse notato in lui, per il resto rassicurante e protettivo, assennato, sufficientemente giovane da poter essere solo suo padre e non suo nonno, e… ricco. Era il miglior partito che la madre avesse potuto scegliere tra gli uomini facoltosi di quella zona di frontiera, recentemente caduta nell’orbita di controllo di Roma e ancora tutta da costruire e civilizzare: Bebio era stato uno dei commercianti più solleciti nel fornire agli abitanti e alle truppe stanziate lungo il confine tutto ciò di cui avevano bisogno per ricreare gli agi delle zone più pacificate della Repubblica, e ci sapeva fare. Perciò, quando la madre aveva privilegiato il suo corteggiamento rispetto a quello di altri pretendenti, il padre, informato per lettera, aveva inviato il suo assenso, e da quel momento il destino della ragazza era stato segnato. D’altra parte, non le era piaciuto nessuno degli aspiranti alla sua mano, quindi tanto valeva scegliere un buon partito, che le avrebbe assicurato un sereno futuro in quei luoghi per tanto tempo logorati dalla guerra, dalle rivolte e dalle scorribande dei razziatori.

Nevia sentì alle spalle i singhiozzi della madre e si voltò a guardarla. Le due donne si sorrisero, poi la ragazza si staccò dal marito e andò ad abbracciarla. La sentì fremere di commozione e capì che era certa di averla resa felice, scegliendo Aulo Bebio. Lei non ne era così convinta, ma in fin dei conti la madre era riuscita a farsi una ragione dell’assenza del compagno, vivendo serenamente con la responsabilità di tirare avanti da sola tre figli; perciò forse il suo equilibrio le consentiva di vedere più lontano. Non aveva patito come lei la latitanza del capofamiglia, anzi col tempo pareva perfino essersi ringiovanita, ed era più bella adesso di quanto non fosse i primi tempi, quando il suo uomo aveva iniziato a non tornare a casa neppure durante le licenze. Aveva trovato comunque una sua dimensione, e tutti i figli ne avevano tratto vantaggio. Chissà, magari aveva scelto Aulo Bebio perché pensava che Nevia si sarebbe innamorata di lui.

«Le mie più sentite felicitazioni, Nevia: questo è un grande giorno per te e per la tua famiglia! Sei una donna, adesso», esclamò Arrio Salvio, comparendo alle spalle della madre e abbracciandola a sua volta. Poi le scostò il velo arancione che le pendeva dal capo e la baciò sulla guancia.

«Lo sarà stasera, semmai», rispose ammiccando Aulo Bebio, con un’espressione che a Nevia parve un po’ volgare. La ragazza arrossì per l’imbarazzo, di fronte al più stretto amico di famiglia, l’uomo che più di ogni altro li aveva aiutati e sostenuti prima ancora della nascita dei due gemelli, nove anni prima, facendo quasi le veci del padre. Nevia si era domandata spesso se quest’ultimo gli avesse chiesto espressamente di badare alla sua famiglia; Arrio era vedovo da dodici anni: la moglie gliel’avevano ammazzata i celtiberi proprio all’inizio della rivolta, e proprio pochi giorni dopo il matrimonio. Da allora, aveva preferito non risposarsi più, sebbene fosse un uomo molto attraente e affascinante, assai più di Bebio, e benestante quasi quanto lui. Se fosse stato uno dei suoi pretendenti, si era detta più volte, gli avrebbe dato più credito rispetto agli altri.

Arrio era sempre stato irreprensibile, affidabile, discreto e presente nei momenti di maggiore difficoltà. Lui e il padre di Nevia si erano conosciuti a Cartagine, dove Muzio gli aveva salvato la vita e in seguito, probabilmente, l’amico si era sentito in dovere di ripagare il debito che aveva contratto con lui in Africa: da ragazzino, infatti, era stato catturato dai punici durante le loro scorrerie nei territori costieri colonizzati dai civili romani al seguito dell’esercito d’invasione. Muzio lo aveva liberato, insieme al fratello maggiore, poco prima che morissero di fame nella città assediata, dove gli abitanti trovavano a stento il cibo per sé e avevano smesso da tempo di darlo ai prigionieri. Sua sorella e sua madre non ce l’avevano fatta.

Arrio, poi, aveva perso il fratello, diventato legionario, durante la rivolta celtibera. In fin dei conti, ormai aveva solo loro, e si poteva dire che fossero diventati la sua famiglia.

Neppure lui parve prendere troppo bene la battuta di Bebio. Ma ogni possibile polemica fu smorzata dall’arrivo dei due gemelli, Muzio il giovane e Muzia, che si fecero largo tra la folla e si gettarono sulla palla galbeata della ragazza, il mantello giallo che avvolgeva la sua tunica bianca. La bambina si atteggiò a sua volta a sposa con uno dei lembi, il fratello se ne poggiò un altro sulle spalle a mo’ di mantellina, assumendo pose da guerriero con un’espressione arcigna che per un attimo ricordò a Nevia il padre.

«Quando toccherà a me?», chiese la sorella minore a Nevia e alla madre, muovendosi in modo lezioso e ancheggiando per farle il verso.

Le sorrisero entrambe, e Nevia lasciò che fosse la madre a risponderle. «Non aver fretta di crescere, figlia mia. C’è tempo».

«Io però non voglio distruggere tutti i miei giocattoli, quando mi sposerò. Me li porterò a casa di mio marito!», protestò la bambina.

«Io spero solo di non dover aspettare quanto lei. Sono già pronto per combattere, io!», intervenne il fratello, simulando un affondo di gladio con il braccio.

Il suo atteggiamento suscitò l’ilarità generale, e perfino di Bebio, solitamente non incline al divertimento.

«Io dico a te quello che tua madre ha detto a tua sorella». Una voce profonda e cavernosa sovrastò le risate, interrompendole improvvisamente. «Non avere fretta. Potresti voler fare qualcos’altro, da grande». Poi una figura massiccia e imponente sembrò avvolgerli tutti con la sua ombra.

L’espressione divertita sul viso dei presenti cedette il passo a espressioni di perplessità, diffidenza, timore reverenziale e soggezione. In tutti, tranne che in Nevia e nel fratellino, che si gettarono subito entusiasti tra le braccia del nuovo arrivato.

Suo padre aveva mantenuto la parola. Era tornato in tempo per lei.

«Muzio Spurio è di nuovo tra noi, amici!», esclamò Bebio quando si

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