Scopri milioni di ebook, audiolibri, riviste e altro ancora

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

L’ascesa e la gloria di Roma antica

L’ascesa e la gloria di Roma antica

Leggi anteprima

L’ascesa e la gloria di Roma antica

Lunghezza:
675 pagine
8 ore
Pubblicato:
18 ott 2018
ISBN:
9788822726551
Formato:
Libro

Descrizione

Le origini dell’impero che conquistò il mondo

Dall’età del ferro alle guerre puniche

Nel III secolo d.C. il territorio di Roma, inizialmente modesto, si era esteso a tutta la penisola italiana e già la città guardava con ambizione alla conquista del Mediterraneo. Ma che cosa, esattamente, riuscì a trasformare un umile villaggio di pastori in un grande impero? L’archeologa Kathryn Lomas ricostruisce le battaglie, gli accordi diplomatici, gli intrighi politici e i cambiamenti culturali che si avvicendarono nell’ascesa di Roma. È affascinante notare come il mondo latino non sia stato soggiogato da Roma, quanto piuttosto unificato. Le civiltà arcaiche che abitavano la penisola, infatti, avevano lingua e costumi propri. I più famosi sono gli Etruschi e i Sanniti, la cui civiltà era fiorente e seppe influenzare la religione, le usanze, l’architettura e persino le armi dei “conquistatori”. Roma seppe quindi assorbire a suo vantaggio le strutture sociali e politiche preesistenti, bilanciando il dominio con forme di indipendenza concesse ai territori sottomessi. Un nuovo tipo di società, emerso dalla conquista e dall’unificazione dell’Italia, che servirà da modello politico per i secoli a venire.

Come e perché i romani riuscirono a conquistare l’Italia e a dominare sul Mediterraneo 

Troiani, latini, sabini e furfanti: Romolo, Enea e la “fondazione” di Roma 
La rivoluzione urbana: la città e lo stato nell’Italia del VI secolo
Tiranni e perfide donne: Roma, la dinastia dei Tarquini e la caduta della monarchia 
Cooperazione o conquista? Alleanze, cittadinanza e colonizzazione

«Un saggio ben scritto, appassionante e chiarissimo che fornisce uno sguardo di insieme sull’ascesa di Roma e sulla sua lotta per l’egemonia in Italia.»

«Competenze archeologiche e scrittura fluida fanno di questo libro quasi un romanzo sull’affascinante storia di Roma e su come sia riuscita a imporre al mondo il suo potere.»
Kathryn Lomas
È ricercatrice onoraria in Lettere classiche e Storia antica presso l’Università di Durham. Ha pubblicato diversi saggi sull’archeologia italiana e arriva per la prima volta in Italia con L’ascesa e la gloria di Roma antica.
Pubblicato:
18 ott 2018
ISBN:
9788822726551
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Correlato a L’ascesa e la gloria di Roma antica

Titoli di questa serie (40)

Libri correlati

Articoli correlati

Categorie correlate

Anteprima del libro

L’ascesa e la gloria di Roma antica - Kathryn Lomas

dell’antichità.

PARTE I

L’ITALIA ANTICA

E LA FONDAZIONE DI ROMA

1

Introduzione alle origini di Roma

Nel ix secolo Roma era solo un insediamento tra i tanti che stavano crescendo nel Lazio¹. È possibile che fosse più grande di molti centri confinanti, ma non avanzava la pretesa di primeggiare, né nella regione, né al di là di essa. Nell’Italia centrale del periodo le comunità più potenti e dinamiche si potevano rintracciare in Etruria, a nord del Tevere. Tuttavia nel iii secolo Roma si era evoluta in una potente città-stato, aveva preso il controllo del resto d’Italia e stava per conquistare un impero che si sarebbe esteso su tutto il Mediterraneo. Questo libro esplorerà lo sviluppo dell’Urbe dalle sue origini fino alla metà del iii secolo, la natura della sua egemonia sull’Italia e i motivi per cui fu in grado di raggiungere un tale livello di dominazione. Sebbene la storia più antica di Roma e dell’Italia sia molto lontana nel tempo, tratta questioni sorprendentemente moderne. I problemi con cui si confrontarono queste società includono le spinte e le tensioni nelle comunità multietniche, la gestione di grandi disuguaglianze sociali, politiche e legali e i rapporti tra l’ordinaria società civile e l’élite internazionale. Nel iii secolo l’Urbe era anche alle prese con le questioni pratiche e morali poste dalla rapida espansione dell’impero.

Roma non si è sviluppata in una condizione di isolamento e non può essere compresa al di fuori del più ampio contesto italiano. Uno degli obiettivi di questo libro consiste nel presentare il panorama storico della penisola, con i suoi popoli e le sue culture, così come esplorarne le relazioni con la Città Eterna. Per quanto riguarda Roma le testimonianze sono, naturalmente, molto più complesse di quelle disponibili sulle altre comunità italiane dato che possediamo sia reperti archeologici che resoconti antichi dettagliati sulle sue iniziali fasi di sviluppo, sebbene entrambi pongano problemi di ordine interpretativo. Il principio su cui è organizzato questo libro è alternare capitoli che parlano dell’Italia e che introducono temi ad ampio spettro, ad altri che esaminano Roma nello specifico, e infine le relazioni fra quest’ultima e i suoi vicini.

Le fonti su quest’epoca iniziale sono decisamente problematiche. I reperti archeologici provenienti dalla maggior parte delle aree italiane sono abbondanti, ma le testimonianze rinvenute nell’Urbe sono frammentarie e di difficile valutazione dato che il sito è stato abitato sin dall’antichità.

Le fonti testuali pongono questioni altrettanto difficoltose. Nelle fonti greche del v, iv secolo si possono rintracciare dei riferimenti contemporanei alla storia italiana e romana, ma gli storici romani più antichi, la cui opera sopravvive solo in forma frammentaria, scrivono alla fine del iii secolo e nel ii². Alcuni autori della media e tarda era repubblicana e dell’età imperiale la cui opera è ancora esistente, come Polibio (ii secolo), Cicerone e Varrone (entrambi del i secolo), inclusero nei loro scritti commenti sulla Roma delle origini, ma i racconti più antichi del periodo sono quelli di Livio e di Dionigi di Alicarnasso, che scrivono alla fine del i secolo. Questa carenza di testimonianze scritte contemporanee inevitabilmente comporta che gli autori delle fonti sopravvissute avessero, nella migliore delle ipotesi, una conoscenza limitata del periodo che va dal xii al iv secolo a.C., e, nella peggiore, nessuna informazione autentica. I Romani avevano dei registri di stato e degli archivi, ma la data in cui iniziarono a conservarli sistematicamente non è chiara ed è probabile che documenti e archivi, pubblici e privati, fossero limitati o inesistenti prima dell’inizio della repubblica, oltre al fatto di essere soggetti a deterioramento. È possibile trovare un’introduzione agli antichi resoconti della Roma delle origini e una discussione sui problemi che ponevano nel capitolo Una nota sulle fonti.

L’Italia dell’antichità era una regione dalla grande varietà climatica, topografica e in termini di risorse naturali, che spaziava dalle regioni alpine nella sua estrema propaggine settentrionale alle pianure del Lazio e della Campania, fino alle aride montagne della Calabria. Fertili pianure lungo la costa e in alcune valli fluviali, specialmente quella del Po, si alternavano ad aree più montuose. Gli Appennini, che formano la spina dorsale del paese, sono una catena di territori inospitali in alta quota che si estende lungo tutta la penisola e divide l’Italia in due metà distinte. La naturale barriera di comunicazione tra le coste tirrenica e adriatica fece sì che queste due aree avessero traiettorie evolutive, culturali ed economiche, differenti.

L’Italia occupava una posizione vantaggiosa sotto altri aspetti. Era il crocevia di rotte commerciali da tempo consolidate: via mare, dalla Grecia e il Mediterraneo orientale alla Spagna, la Francia e il Nord Africa, e via terra, attraverso le Alpi, fin dentro il continente. La sua lunga linea costiera era ben rifornita di porti naturali, e costituiva un comodo e breve valico per cose e persone in viaggio dalla Grecia occidentale alla costa della Dalmazia, come anche per chi si spostava dalle isole al Mediterraneo occidentale. L’Italia e i suoi abitanti erano connessi, attraverso un’ampia rete, al Medio Oriente e all’Egitto fino all’Europa centrale, un fatto che si rifletteva non solo sui beni d’importazione greci e orientali, ma anche sull’influenza di queste aree su molte culture italiane. Ciò è chiaramente espresso nell’inclinazione romana al prendere in prestito e adattare gli stili culturali e gli usi provenienti dalle terre oltre l’Italia e il Mediterraneo, senza perdere mai di vista la propria essenziale identità.

Le pianure costiere erano densamente popolate, caratterizzate dallo sviluppo iniziale della città-stato come principale forma di organizzazione sociopolitica, e un’elevata densità di insediamenti urbani (mappa 1). Gli insediamenti proto-urbani si costituirono nel periodo dal ix al vii secolo. Differentemente dalla Grecia, tuttavia, dove i confini naturali di ogni città erano piuttosto definiti, gli Appennini sono l’unica barriera topografica di rilievo. Alcune delle regioni pianeggianti sono divise da catene di zone collinose, ma ci sono ampie aree che non hanno chiari confini naturali, il che creava un elevato potenziale di contrasti territoriali e conflittualità interna. La maggior parte delle aree del bassopiano era ricca di terreni fertili e di risorse minerarie, quindi non sorprende che le guerre in queste regioni fossero più o meno endemiche, dal momento che varie città in fase di espansione competevano per allargare la propria quota di terreno e di ricchezze.

L’urbanizzazione è un concetto chiave per la comprensione dello sviluppo italiano ma è complicato da definire, e vasta è la gamma di approcci accademici a questa materia. Anche nel mondo antico sussistevano notevoli differenze: nella Grecia classica la natura di una città era definita da quella dei suoi abitanti, come anche in base alla forma, ma gli scrittori greci di epoca successiva classificavano le città in base al possesso di talune caratteristiche fisiche; i Romani, invece, le descrivevano in termini legali, come comunità che possedevano una concessione conferita da Roma³. Gli approcci moderni non sono meno vari, ma il più recente e completo sforzo in questo senso è il progetto del centro Copenaghen Polis, che definisce le città antiche come insediamenti con una popolazione non inferiore a 1.000 abitanti e un territorio di non meno di 30 chilometri quadrati che abbia lo stesso nome e le stesse strutture legali, sociali e politiche. Tutti i sistemi per approcciarsi alla questione concordano sul fatto che la città antica era una città-stato comprendente un insediamento centrale e il territorio circostante sotto il suo controllo che lo supportava economicamente. Per essere considerato urbano un insediamento deve essere grande a sufficienza da possedere un grado di specializzazione e diversità economica tali da ergerlo al di sopra di un’economia di sussistenza; doveva inoltre possedere un’organizzazione politica, gerarchie sociali e un concetto di cittadinanza o di appartenenza alla Stato che fosse oltre e al di sopra dell’adesione a una famiglia o un gruppo con legami di parentela. Caratteristiche come la formalizzazione di una struttura urbana o la presenza di palazzi monumentali non sono attributi essenziali delle città, ma frequentemente fanno parte del loro sviluppo e ne sono utili strumenti diagnostici, dato che dimostrano l’esistenza di un surplus economico oltre che di un potere politico e di una volontà collettiva tali da sfruttarlo per dare vita a grandi progetti. L’urbanizzazione fu preceduta, in molte aree italiane, dallo sviluppo di insediamenti nettamente più grandi e consistenti dei villaggi ma ancora non pienamente costituitisi intorno a un centro e senza quel livello di complessità richiesto da una città. Questi centri, che consistevano spesso in aggregati interconnessi di abitazioni dotati di uno spazio comune (frequentemente a scopo religioso), sono definiti insediamenti proto-urbani e considerati come i precursori dello sviluppo delle città.

Grazie al suo territorio accidentato, l’Italia appenninica si sviluppò in base a un modello molto diverso da quello del bassopiano. Le valli in alta quota non avevano le risorse per sostenere grandi concentrazioni di residenti. Gli abitanti delle regioni montane vivevano in comunità meno estese di quelle del bassopiano e si affidavano a un misto di pastorizia e agricoltura su piccola scala. L’isolamento della regione contribuiva allo sviluppo di un’identità sociale e culturale peculiare che risultava considerevolmente resiliente alle pressioni. Sebbene fossero popolati da piccoli insediamenti, gli Appennini sarebbero rimasti in larga parte non urbanizzati fino a dopo la conquista da parte di Roma. La loro organizzazione politica e sociale era basata su un ente federale a maglie larghe, costituito da piccole comunità, che si adattava bene alla natura della regione. La regione si sviluppò a un ritmo diverso dalla pianura, ma queste differenze emersero dall’adattamento all’ambiente locale, non dall’arretratezza o dalla barbarie. L’abilità con cui resistettero all’espansione romana ne è testimonianza sufficiente. Le comunità appenniniche svilupparono una forma di Stato da molti punti di vista simile a quella delle città-stato, ma senza centri densamente abitati.

La diversità etnica e culturale dell’Italia antica non era meno degna di nota della sua difformità geografica. Era popolata da tanti gruppi differenti, ciascuno con un linguaggio, culti religiosi e una cultura materiale propri, principalmente di origine indigena, con l’eccezione di quelli greci che si erano stabiliti nel Sud Italia e in Campania (mappe 5 e 6). I due gruppi più importanti nell’Italia centrale identificati dagli autori antichi sono quelli che conosciamo come Latini ed Etruschi (Etrusci in latino, Tyrrhenoi per i Greci e, probabilmente, Rasenna nella loro lingua). Le culture associate a questi gruppi si possono rintracciare rispettivamente nel centro del Lazio e nell’area fra il Tevere e l’Arno fin da un’epoca molto antica. Restano delle domande irrisolte sulle origini degli Etruschi, per via del loro peculiare linguaggio che non reca somiglianze con nessun altra lingua italiana e che probabilmente non è indoeuropeo, e a causa delle affermazioni di Erodoto, secondo cui erano coloni provenienti dall’Asia minore, sebbene sarebbero in contraddizione con altre fonti antiche (Hdt. 1.93-96; Dion. Hal. 1.30; Strabo, Geog. 5.2.2-4)⁴. È ormai generalmente assodato che fossero un popolo indigeno, anche se gli studi su campioni di dna antico hanno rivelato alcune scoperte interessanti. Sono state riscontrate delle similarità tra le popolazioni dell’antica Etruria e quelle dell’Anatolia centrale, come anche delle differenze tra il dna etrusco e quello dei toscani moderni e medievali. Tuttavia, sarebbe un passo troppo affrettato ritenerle una conferma della convinzione di Erodoto che fossero coloni dell’Asia minore, e gli studi sul dna degli Etruschi restano a dir poco controversi; altre ricerche hanno mostrato che una discontinuità tra il dna di persone di periodi differenti è comune in Europa e dovrebbe essere attribuita ai movimenti delle popolazioni sul lungo periodo, non a una colonizzazione a breve termine come quella immaginata da Erodoto.

Nell’Italia del Sud e sugli altipiani le identità etniche e culturali erano più complesse. Le fonti riguardanti l’ubicazione degli insediamenti greci in Italia meridionale, la cultura e l’appartenenza etnica degli abitanti della penisola salentina sono decisamente coerenti. Ma a parte questo risulta impossibile ricostruire una mappa etnica accurata dell’Italia precedente al iv secolo. Le fonti antiche, quasi sempre scritte molto tempo dopo che queste culture avevano cessato di esistere, non concordano sui luoghi dove queste etnie vivessero, e nemmeno su quali parti della penisola potessero essere chiamate Italia⁵. Un periodo di migrazioni di massa nel v secolo, durante il quale alcuni gruppi scomparvero dalle testimonianze storiche e archeologiche e ne emersero di nuovi, complica ulteriormente la situazione. Sebbene sia evidente dalle testimonianze archeologiche e dalle iscrizioni che in Italia coesistevano molti differenti linguaggi e culture, è difficile definire il concetto di etnicità. Gli autori antichi descrivono abitualmente l’Italia come una regione di società tribali a cui attribuiscono delle etichette etniche, ma è tutt’altro che chiaro se gli italiani si considerassero appartenenti a dei gruppi etnici ben definiti, e le prove archeologiche puntano alla città-stato come la forma principale di organizzazione sociale e politica nella regione. È possibile che molti si identificassero con la propria famiglia, il villaggio o lo Stato, anziché col concetto più ampio di etnia e sembra che le identità collettive fossero piuttosto fluide. Nuovi gruppi emersero dalle migrazioni del v secolo mentre altri si espandevano all’interno di nuove aree. I Volsci, gli Ernici e gli Equi, tutti vicini problematici per Roma, compaiono in questa data ma scompaiono altrettanto repentinamente dopo la conquista romana del iv secolo. I Celti, popolo d’oltralpe, si stabiliscono nel Nord Italia, gli Etruschi si trasferiscono nella valle del Po, e i popoli dell’Appennino centrale migrano in massa in Campania e nel meridione⁶. Alla fine del v secolo la mappa culturale della penisola era cambiata notevolmente, e durante il iv secolo iniziarono a emergere le identità etniche, ma perfino allora la maggior parte delle persone potrebbero essersi considerate come appartenenti prima di tutto a uno Stato o una comunità in particolare piuttosto che a un gruppo etnico, per esempio cittadini di Tarquinia o volterrani anziché Etruschi.

Durante il periodo della sua ascesa al potere Roma aveva a sua disposizione solamente l’apparato amministrativo di una città-stato. Nonostante quest’ultimo fosse divenuto più complesso nel periodo che va dal iv al ii secolo, le risorse amministrative erano limitate. Il potere di Roma era sostenuto da una rete di relazioni a corto raggio a cui si alternavano aree su cui l’Urbe esercitava un controllo più forte, piuttosto che attraverso una dominazione diretta. Molte comunità italiane conservarono un certo grado di autonomia, benché Roma potesse servirsi liberamente di alcune delle loro risorse, specialmente del personale militare. Nonostante Roma fosse inconfutabilmente a capo degli italiani nel 270 a.C. e gestisse con fermezza qualsiasi sfida alla sua posizione, l’Italia romana non era un impero sotto il controllo diretto dell’Urbe. Le identità regionali ed etniche conservavano la propria importanza, ma erano fluide. La cultura greca, quella etrusca e la cultura romana ebbero tutte un impatto importante sui popoli italici, esattamente come quella greca ed etrusca avevano influenzato la cultura romana. La romanizzazione culturale della penisola non ebbe luogo prima del periodo tra la fine del ii secolo e il i secolo; fino ad allora il resto d’Italia conservò i linguaggi e le culture locali, e il fenomeno di convergenza culturale talvolta chiamato romanizzazione non fu il dato prevalente. Considerata la datazione posteriore di molte fonti e la nostra dipendenza da materiale che esprime il punto di vista romano, è facile dimenticare che Roma non esercitò un dominio che si estendeva su tutta l’Italia fino all’inizio del iii secolo, e che l’instaurazione di questa egemonia non era in alcun modo una conclusione scontata. Perfino durante le guerre puniche c’era la percezione distinta che il volere di Roma fosse solo uno fra i tanti fattori che determinavano le azioni degli altri popoli italiani, e fu solo con la riaffermazione dell’autorità romana successivamente alla sconfitta di Annibale che l’Urbe instaurò pienamente il proprio dominio sull’Italia. Durante il periodo trattato da questo libro potremo osservare il progressivo avanzamento di Roma dalla sua posizione di Stato fra gli Stati a un ruolo egemonico, ma il contesto italiano è fondamentale per la comprensione di questo processo.

____________________________________________

¹ A meno che non sia diversamente specificato, tutte le date in questo volume sono avanti Cristo. Una trattazione delle date e della cronologia romane può essere rintracciata nell’Appendice.

² Gli storici greci, per esempio, offrono conferme di talune date ed eventi, come l’espulsione di Tarquinio (Pol. 3.22.1), e commenti sulla cultura e sui fatti italiani contemporanei. Il primo storico romano, Fabio Pittore, scriveva nel tardo iii secolo.

³ Tucidide (Thuc. 7.77) definisce le città interamente in termini di abitanti mentre Platone (Leggi, 788-9) e Aristotele (Arist., Pol. 1330b) menzionano sia la popolazione che la forma. L’autore del ii secolo d.C. Pausania (Paus. 10.4.1), invece, liquida la piccola città di Panopeo in Grecia ritenendo che a malapena meriti di essere definita tale a causa della sua mancanza di servizi, e romani come Tacito (Agricola 21, Germania 16) vedono le città in termini di presenza di particolari gruppi di edifici e di possesso di uno specifico statuto giuridico.

⁴ Sebbene il suo interesse principale fosse la storia delle guerre persiane, l’opera di Erodoto contiene molte informazioni sul resto del Mediterraneo, incluso l’Occidente. Aveva un particolare interesse per le origini delle etnie, e include i racconti di molti miti sulle fondazioni.

⁵ Alcuni antichi autori greci riservano il termine Italike (Italia) per piccole parti dell’Italia meridionale. È solo dal iv secolo a.C. che i termini Italia (in latino) e Italike (in greco) iniziano a essere usati regolarmente riferendosi all’intera penisola.

⁶ Esistono delle difformità tra storici e archeologi nelle convenzioni dei nomi per i Celtici. Sebbene Celti sia il termine preferito dagli archeologi e molti (anche se non tutti) storici antichi si riferiscono a loro chiamandoli Galli, in realtà sono lo stesso popolo. Le differenze sorgono dalla distinzione fra il nome attribuito ai Greci (Keltoi) e quello usato dai Romani (Galli). In alcuni ambienti perfino il concetto di Celti come identità è controverso e considerato una fabbricazione moderna, anche se questo è un punto di vista piuttosto estremo. Per semplificare, questo libro userà il termine Celti nel descrivere questa popolazione.

2

Una scena in allestimento: l’Italia dell’età del ferro

L’Italia preistorica era un luogo molto diverso da come sarebbe diventata in seguito. Intorno al 1.200 a.C. era un’area con dei minuscoli insediamenti che si reggevano su un’economia di sussistenza basata su un’agricoltura di piccola entità. Tra l’età del bronzo e quella del ferro (ca. 1.000-800), si svilupparono insediamenti più grandi e complessi, definiti spesso proto-urbani, assieme a una maggiore diversità economica, divisioni sociali più ampie e culture regionali caratteristiche. Questo fu il periodo che vide instaurarsi i primi insediamenti sul sito di Roma.

Un fattore limitante è che per quanto riguarda questo periodo non disponiamo di fonti testuali contemporanee e dipendiamo completamente dalle testimonianze archeologiche. Non esiste un equivalente italiano di Omero o di Esiodo, la cui poesia ci offre una vivida descrizione della Grecia dell’età del ferro, e le iscrizioni più antiche, che sono poche e in molti casi decisamente brevi, non appaiono fino alla metà del secolo viii¹. Ciò nonostante, i reperti archeologici della tarda età del bronzo e dell’inizio dell’età del ferro gettano luce sulla cultura e la società italiane, anche se con alcune limitazioni. Una di queste è che molti dei reperti provengono dalle necropoli. Dal momento che la sepoltura è un atto rituale, i corredi funerari ci dicono molto sulle relazioni sociali, lo sviluppo organizzativo ed economico e le priorità culturali di una comunità, ma relativamente poco sulla sua vita di tutti i giorni. La pubblicazione dei dati sui molti scavi della necropoli, tra cui spiccano quelli in Osteria dell’Osa, situata a diciotto chilometri a est di Roma, e Quattro Fontanili, una delle prime necropoli di Veio, ci ha fornito molte delucidazioni sulla società dell’età del ferro e sul modo in cui si relaziona con lo sviluppo successivo del Lazio e dell’Etruria. Gli insediamenti sono meno documentati, ma il lavoro sul campo svolto di recente ha gettato nuova luce sui luoghi e il modo in cui vivevano questi popoli, come anche su come seppellivano e commemoravano i defunti.

Tuttavia, esistono dei limiti. Per esempio, non possiamo sapere come i popoli italici dell’età del bronzo definissero la propria identità, o se si considerassero come gruppi etnici distinti. Durante la prima età del ferro le differenze locali si svilupparono sotto forma di manufatti dallo stile differente e di usanze come la pratica della sepoltura, indicando la comparsa delle culture regionali. I manufatti che appartengono alla cultura villanoviana dell’Etruria hanno uno stile diverso da quelli della cultura laziale dell’area intorno a Roma, e distinzioni regionali possono essere osservate anche in altre zone, ma non sappiamo che nomi si erano dati questi gruppi o se condividessero un’identità etnica collettiva. In questo libro termini come villanoviano o laziale si riferiscono alla cultura piuttosto che al popolo.

Differentemente dai popoli che abitarono queste regioni in epoca successiva e che si riconoscevano come Latini, Etruschi, Umbri o Campani, non sappiamo se i detentori della cultura villanoviana o laziale si ritenessero gruppi che condividevano un’identità comune, oppure se avessero adottato la stessa oggettistica metallica, terracotte dalla stessa forma e altri aspetti della cultura materiale per ragioni completamente differenti. Lo sviluppo etnico della penisola verrà discusso in un’altra parte del libro, ma in questa data così antica le identità etniche non erano ancora emerse in una forma archeologicamente rilevante.

L’Italia della tarda età del bronzo

Durante l’ultima età del bronzo (xii-x secolo) in tutta Italia si verificarono dei cambiamenti nell’organizzazione della società e dell’economia. Gli insediamenti si espansero, anche se con notevoli differenze di regione in regione in termini di tipologia ed estensione, e i manufatti aumentarono in quantità e varietà, il che suggerisce che fossero opera di artigiani specializzati piuttosto che oggetti prodotti in ambito domestico.

Molti di questi oggetti di bronzo, chiaramente realizzati da una manodopera esperta, sono prodotti di una qualità particolarmente elevata. Questo incremento di beni metallici richiedeva l’accesso a risorse minerarie che fornissero la materia prima, mentre la presenza di terracotte e oggetti di metallo di importazione (prevalentemente di origine greca) dimostra l’esistenza di una rete di contatti con il mondo mediterraneo. Era un’epoca di cambiamenti sociali, di espansione del commercio e delle attività manifatturiere, di nuove tecniche produttive e di un’agricoltura più intensiva che consentivano agli insediamenti di crescere in estensione e complessità. All’inizio della tarda età del bronzo la maggior parte dei centri italiani erano villaggi, spesso di modeste dimensioni, ma già nell’età del ferro possiamo rintracciare gli embrioni degli insediamenti proto-urbani. Questi erano caratterizzati da una maggiore estensione, una struttura più sofisticata e un grado superiore di complessità sia in termini economici che di gerarchia sociale. Potevano avere grandezza differente in base alla regione, e non avevano sempre un unico insediamento centrale, ma in tutti questi centri erano evidenti i segni di una complessità sociale e politica maggiore di quella dei villaggi dell’età del bronzo.

In Etruria possiamo ricostruire lo sviluppo degli insediamenti con un certo dettaglio. Quelli nella prima età del bronzo si trovavano lungo i tracciati per movimentare il bestiame e avevano vita breve; ciò suggerisce che la popolazione fosse parzialmente migratoria e seguisse gli armenti negli spostamenti dai pascoli estivi a quelli invernali. Durante la tarda età del bronzo, anziché vicino alle vie del bestiame, le comunità agricole sedentarie si svilupparono in località prescelte per il potenziale difensivo e la vicinanza alle riserve d’acqua, fattori cruciali per il sostentamento di insediamenti a lungo termine. Due siti di scavi intensivi, San Giovenale e Luni sul Mignone, entrambi vicino Viterbo (mappa 2), illustrano questi cambiamenti. Posizionato su un altopiano, difeso da ripide pendenze su molti dei suoi lati, Luni era protetto anche da terrazzamenti artificiali e fortificazioni. I centri della tarda età del bronzo in genere avevano un’estensione limitata e consistevano in gruppi di piccole capanne di legno che a volte erano divise in molte stanze, con un porticato a protezione dell’ingresso. In alcuni siti, inclusa Luni, sono stati rinvenuti edifici più imponenti, che misurano ca. 15-17 metri per 8-9 metri e hanno fondamenta in pietra. La loro destinazione d’uso è ignota, ma le dimensioni e l’uso della pietra – un materiale più costoso che richiedeva più manodopera della legna o dei mattoni d’argilla – per la base delle strutture ne suggerisce un’importanza che, forse, poteva derivare dall’essere i domicili dei capi della comunità oppure edifici utilizzati per dei rituali religiosi.

Altrove in Italia cambiava il modello degli insediamenti dell’età del bronzo. In Calabria, dal xii al x secolo, villaggi senza difese situati su pianure fertili e circondati da territori coltivati in modo intensivo cedettero il passo a villaggi più grandi di circa 500-1.000 abitanti. Questi centri si collocavano su altopiani che offrivano migliori difese naturali, e alcuni, come Torre del Mordillo, hanno prodotto una gran quantità di armi e armature. In Italia settentrionale nella tarda età del bronzo si svilupparono alcuni villaggi molto grandi, come Frattesina, nella valle del Po, che si estendeva su un’area di circa 200 ettari. Nel complesso durante questa fase conclusiva dell’età del bronzo, esiste una tendenza in tutta Italia a sviluppare villaggi più grandi e a spostare gli insediamenti in località più facilmente difendibili, qualche volta con l’apporto di fortificazioni artificiali. L’aumento delle armi e l’enfasi che in molte regioni si poneva sulla difesa implicava una società più aggressiva di quella dell’epoca precedente.

Al contempo si può osservare l’emergere di una élite insieme a livelli più elevati di disuguaglianza economica e sociale che si riflettevano palesemente sulle modalità di sepoltura. Il rito funerario predominante era la cremazione, a cui seguiva l’interramento delle ceneri insieme a un corredo funerario relativamente modesto in quantità e tipologia. Questo consisteva generalmente in vasi di terracotta e fibule di bronzo, uno spillone dalla forma simile a quella della spilla da balia². Alla fine dell’età del bronzo, comunque, molti cimiteri contenevano poche sepolture con un corredo funerario più ricco e abbondante che spesso includeva armi o parti di armatura, gioielli, strumenti per tessere e filare, e che implicava, quindi, una società economicamente e politicamente più stratificata, dove maggiore era la visibilità femminile nei reperti funerari.

La cultura villanoviana e dell’Etruria

La cultura dell’Etruria dell’età del ferro è nota come cultura villanoviana, dal nome del sito nel quale è stata identificata una necropoli dell’età del ferro a Villanova, vicino Bologna. Può essere datata all’inizio del ix secolo, un periodo di importanti cambiamenti negli schemi abitativi in Etruria. Gli insediamenti, che stavano già crescendo nella tarda età del bronzo, divennero molto più grandi e iniziarono a formarsi agglomerati, di solito intorno al ciglio degli altipiani o sulle dorsali dei rilievi. Le fasi iniziali dello sviluppo degli insediamenti sui siti di molte città etrusche risalgono al primo periodo villanoviano, sebbene avessero forma molto differente dalle città che gli sarebbero succedute.

Nell’Etruria meridionale molti piccoli villaggi entrarono in declino o vennero abbandonati nei secoli ix e viii, e gli insediamenti si concentrarono in un piccolo numero di grandi centri che controllavano aree più vaste del territorio circostante. Nel x secolo esistevano circa cinquanta siti nella regione, nella maggior parte dei casi avevano aree da 1 a 15 ettari ed erano distanti molti chilometri fra loro.

Nel corso dell’inizio del ix secolo si ridussero a dieci aree abitate più grandi a cui si intervallavano piccoli insediamenti o singole fattorie che probabilmente dipendevano da esse. Come e perché ciò accadde è poco chiaro, non secondariamente perché i siti di questo periodo sono difficili da datare (molti sono databili solo entro un intervallo temporale che va dal tardo x secolo all’inizio dell’viii secolo).

È plausibile che queste comunità si siano fuse in una fase in cui gli insediamenti vicini entravano in competizione per il territorio e le risorse, e i più forti fagocitavano i più deboli, fino a quando non rimasero solo i centri più grandi. In alcuni casi questo potrebbe essere avvenuto con mezzi pacifici, ma in altri è possibile sia stato un processo più violento, che contemplava la sottomissione forzosa di alcuni insediamenti da parte di altri. Nel nord della regione il cambiamento è meno drammatico. Durante il ix secolo gli insediamenti si concentravano attorno ai siti di quelle che poi sarebbero divenute le città di Vetulonia e Populonia e lungo la costa di fronte all’isola d’Elba, ma i piccoli insediamenti sopravvivevano in numero maggiore che a sud.

Gli insediamenti erano più estesi dei precedenti villaggi dell’età del bronzo, con popolazioni stimate fino a 1.000 abitanti.

Si condensarono in gruppi che distavano fra loro appena 1,2 km. A Caere, per esempio, sono note otto zone con insediamenti, e, a Veio, lungo il perimetro dell’area che sarebbe stata poi occupata dalla città, erano disseminati cinque consistenti villaggi, ciascuno con uno spazio destinato alle sepolture (ill. 1). A Tarquinia e a Volsinii c’erano almeno due insediamenti molto vicini fra loro. L’area del Calvario a Tarquinia era occupata da almeno venticinque case di legno o mattoni d’argilla, con fondamenta di pietra e tetti di paglia. La maggior parte erano piccole, anche se è possibile che alcune strutture più grandi avessero una destinazione d’uso pubblica, probabilmente come edifici destinati al culto, oppure che fossero le abitazioni private di personaggi facoltosi. Ma a qualunque scopo fossero dedicati, dimostrano lo sviluppo di una gerarchia sociale più complessa.

Nelle necropoli villanoviane gli scavi sono stati più estesi di quelli negli insediamenti. Nella necropoli di Quattro Fontanili, una delle aree di questo tipo localizzate a Veio, sono stati compiuti scavi su 650 sepolture, che risalgono a un periodo fra il ix e il vii secolo. Le più antiche si trovano in cima alla collina, mentre le altre sono disseminate sui versanti più in basso, raggruppate in agglomerati che si ritengono essere cimiteri di famiglia. Il rito funebre principale era la cremazione, cosa che da sola segnalava che il defunto era una persona di una qualche levatura. Raccogliere il combustibile e costruire la pira richiedevano un investimento in lavoro e risorse di una certa entità, e la cremazione garantiva che il funerale fosse piuttosto spettacolare.

Le ceneri venivano raccolte in un contenitore in terracotta (fig. 1), noto come urna biconica (con una forma che assomigliava a due coni)³, coperta da una ciotola poco profonda che probabilmente veniva usata per le libagioni funerarie e poi rovesciata perché facesse da coperchio. L’urna veniva interrata in una buca nel terreno, coperta a volte con lastre di pietra, assieme a un modesto corredo funerario che consisteva in fibule (fig. 2) – spille metalliche decorate con delle spirali –, e fusaiole per la filatura, oppure in coltelli e rasoi. Si presume che questa variante riflettesse la differenza di genere: le donne erano seppellite con il necessario per la filatura e gli uomini con i coltelli, ma i resti degli scheletri sono troppo esigui per confermarlo e le supposizioni di questo tipo basate sul corredo funerario sono sempre più messe in discussione⁴. La distribuzione di alcuni dei ritrovamenti nella tomba potrebbe indicare che l’urna, adornata da gioielli e circondata dagli effetti personali del defunto, ne era considerata la rappresentazione o il simbolo. Potrebbe essere stata addirittura abbigliata da un tessuto allacciato mediante fibule, ma dal momento che del tessuto non è rimasto niente, è solo una congettura, basata sulla distribuzione delle fibule.

Una piccola quantità di sepolture conteneva corredi funerari decisamente più ricchi, con armi di bronzo, armature e vasellame importato dalla Grecia, che divennero più numerosi a partire dalla metà del secolo viii.

In un caso, a Quattro Fontanili, le ceneri si trovavano in un recipiente di bronzo piuttosto che nella solita urna di terracotta ed erano accompagnate da circa cinquanta offerte funerarie, tra cui terracotte, gioielli, uno scudo di bronzo e un imponente elmo con un lungo pennacchio affusolato, armi e le briglie di un cavallo (ill. 2). Le armi e le finiture per il cavallo sono sufficienti a indicare una persona di rango elevato, dato che la proprietà di tali animali nell’Italia antica era limitata alle élite⁵. Tale metodi di sepoltura ci suggeriscono che si stesse formando un’élite consistente nei capi delle famiglie o perfino dei clan/famiglie allargate ed evidenziata da simboli del loro rango come il possesso delle armi e il controllo di una porzione più ampia di ricchezza e di risorse. Chiaramente siamo molto distanti dalla società urbana degli Etruschi, la popolazione che avrebbe abitato questa zona, ma l’entità del cambiamento dimostra un rapido sviluppo politico ed economico.

Alcune delle comunità villanoviane del secolo viii erano abbastanza grandi da rientrare nelle specifiche con cui Mogens Hansen definisce gli insediamenti urbani, anche se avevano una forma molto diversa da quella delle città greche e romane che avevano un centro definito. Consistevano in agglomerati di insediamenti che si erano formati sui siti di Veio, Vulci, Tarquinia e altri luoghi, che poi si sarebbero trasformati in città e che erano troppo vicini per essere delle comunità completamente separate⁶. Indagini archeologiche condotte a Roma dalla British School negli anni Sessanta e Settanta inizialmente evidenziarono cinque zone di insediamento distinte sul sito di Veio, che si fusero in un unico insediamento centralizzato nel vii secolo. Tuttavia, ricerche più recenti hanno svelato un’occupazione dell’area fra i cinque nuclei principali che risale all’età del ferro, come anche la costruzione di una fortificazione nella metà del secolo viii da cui si potrebbe desumere che nella seconda metà dell’viii secolo Veio fosse divenuta un unico e più complesso insediamento. Indizi che agglomerati di villaggi in questo periodo si stessero unendo in singole comunità più grandi si possono rintracciare anche a Vulci, che si dotò di una fortificazione intorno allo stesso periodo di Veio, e a Tarquinia, al cui centro sorse un luogo di culto apparentemente condiviso da vari agglomerati di insediamenti.

1. Veio: aree degli insediamenti villanoviani.

Un’indagine su Nepi (anticamente Nepet), svolta da Ulla Rajala e Simon Stoddart, potrebbe fare ulteriore luce su questi sviluppi. Qui si erano formate su un altopiano delle comunità di cui ogni sottogruppo controllava aree del territorio che comprendevano un villaggio, alcune case sparse e un cimitero⁷. Un’ipotesi suggestiva (sebbene non sia affatto l’unica) è che ciascun agglomerato di abitazioni appartenesse a una famiglia o a un clan specifico, che aveva suddiviso l’altopiano in territori separati, permettendo a ciascuno di conservare una propria zona all’interno del complesso della comunità. Caratteristiche come i luoghi di culto condivisi e grandi progetti come le fortificazioni dimostrano che stavano sviluppando un’identità condivisa e una capacità organizzativa sociale e politica sufficientemente forte da intraprendere imprese come queste. Gli insediamenti villanoviani non mostrano livelli di sviluppo economico, complessità sociale o centralizzazione politica richiesti dalla definizione di urbanizzazione. Possono essere considerati nel migliore dei casi comunità proto-urbane molto più complesse dei villaggi dell’età del bronzo, ma non ancora sviluppatisi in città-stato, nelle quali sottogruppi come clan o famiglie possedevano zone proprie.

Un numero ridotto di sepolture che contenevano corredi funerari più ricchi dimostra che nella metà del secolo viii stava emergendo un’élite. Quest’ultima esibiva il suo potere con consumi sempre più sfarzosi, resi possibili da una fiorente economia. L’Etruria era in larga parte una regione agricola, e i cambiamenti nel modello di insediamento implicarono metodi di coltivazione più intensivi. Le ossa degli animali e i resti botanici provano la coltivazione dei cereali e della vite, assieme all’allevamento di bestiame tra cui pecore, maiali e capre. Esistono anche le prove della produzione di manufatti e dello sfruttamento delle materie prime. L’attività estrattiva era centrale nell’economia dell’Etruria settentrionale, dalle parti di Vetulonia e Populonia, e miniere di ferro etrusche sono state rinvenute sull’isola d’Elba e in Sardegna. La quantità e la qualità dei beni in metallo in circolazione continuava ad aumentare, proseguendo una consolidata tradizione di artigiani specializzati che producevano oggetti metallici di elevata qualità. Manufatti di metallo etruschi sono stati rinvenuti addirittura in Sardegna e nell’area intorno a Bologna, a dimostrazione del raggio della loro diffusione. Altre lavorazioni erano meno specializzate. Molte terracotte erano ancora un grezzo impasto fatto a mano che probabilmente veniva prodotto in casa per essere usato in loco piuttosto che da artigiani specializzati con finalità commerciali. Come in molte altre società dell’antichità, anche i tessuti erano realizzati in casa. Attrezzature come i pesi da telaio e le fusaiole per la filatura risultano ampiamente diffusi sia nei contesti familiari che nelle tombe delle defunte, a riprova non solo dell’importanza della tessitura e della filatura nell’economia domestica ma anche di quanto fossero importanti nel definire la condizione femminile e il ruolo della donna in famiglia. Questa oggettistica spazia da semplici fusaiole e pesi da telaio in terracotta a conocchie riccamente decorate realizzate con materiali costosi ed esclusivi come l’avorio. Ovviamente la pratica della tessitura era diffusa sia tra le donne benestanti e privilegiate che tra quelle di ceto inferiore⁸.

L’Etruria villanoviana traeva beneficio da una comunicazione costante col resto del Mediterraneo. A partire dal secolo viii in avanti, nelle sepolture dei ceti più abbienti dell’Etruria meridionale si può rintracciare merce di importazione greca, per merito sia dei contatti diretti con i paesi del Mediterraneo orientale che dei commerci con gli insediamenti greci stabilitisi di recente in Italia. Molti di questi beni di importazione erano contenitori in terracotta del tipo utilizzato nel simposio, o degustazione di vini, come coppe, brocche e grandi recipienti destinati alla miscelazione dell’acqua col vino. Ciò non implica necessariamente l’adozione delle usanze greche, come il simposio, ma indica che l’élite etrusca stava sviluppando un gusto per nuovi tipi di beni di consumo⁹. Di questi prodotti si realizzavano anche imitazioni locali. Gli oggetti realizzati al tornio richiedevano un’abilità tecnica superiore rispetto alle terracotte realizzate con un impasto fatto a mano e sono un’ulteriore prova della presenza di artigiani specializzati, della diffusione di nuove tecnologie e competenze, e dei contatti tra gli artigiani greci e quelli locali.

2. Corredo funerario villanoviano da una sepoltura nella necropoli di Quattro Fontanili.

La parte settentrionale della regione aveva meno contatti con i greci, ma manteneva forti rapporti con l’isola d’Elba e la Sardegna, e, per loro tramite, con i Fenici. I mercanti fenici nel secolo viii avevano costruito una solida rete commerciale con molte aree del Mediterraneo occidentale, trasportavano merci dalla Grecia e dal Medio Oriente in cambio di metalli, ed esistevano stabili comunità fenicie sulle isole occidentali del Mare nostrum. Le terracotte e gli oggetti metallici fenici rinvenuti nelle sepolture dell’Etruria settentrionale dimostrano non solo la circolazione di nuovi prodotti ma anche l’importanza per questa regione dell’esportazione dei minerali, dal momento che le comunità fenicie in Sardegna svolgevano un ruolo importante nel commercio dei metalli nel Mediterraneo.

In sintesi, l’Etruria villanoviana mostra un’economia dinamica e in crescita, comunità in via di riorganizzazione e risorse in corso di sfruttamento. Si erano sviluppati grandi e complessi insediamenti proto-urbani; le famiglie e i gruppi basati sui legami di parentela erano centrali per l’organizzazione sociale e stavano emergendo gerarchie più complesse e profondamente stratificate. La cultura villanoviana era dinamica anche sotto altri punti di vista. Le sue varianti si diffusero rapidamente in altre aree italiane, come in parti della Campania, e specialmente intorno a Bologna, a conferma dell’esistenza di una vasta rete di contatti tra l’Etruria e il resto d’Italia. La popolazione dell’Etruria dell’età del ferro possedeva un florido e vitale complesso di contatti che andava oltre la regione, laddove esportavano sia le proprie merci che la propria influenza culturale.

Il Lazio dell’età del ferro

Il Lazio si sviluppò lungo una traiettoria simile a quella dell’Etruria (sebbene più lentamente), e svolse un ruolo di vitale importanza nella storia di Roma. Secondo molte versioni dei miti della fondazione dell’Urbe, Romolo era figlio di una principessa di Alba Longa, un insediamento latino che i Romani credevano si trovasse presso i Colli Albani e a cui attribuivano la fondazione di molti altri Stati nel Lazio centrale. Sebbene non esistano testimonianze archeologiche della presenza di una potente città-stato nella zona dei Colli Albani in quel periodo, questi legami etnici e mitologici erano importanti per l’identità romana e venivano commemorati attraverso la partecipazione di Roma alle feste religiose latine¹⁰. Stabilire le date è fondamentale per la comprensione della preistoria italiana, ma la datazione della cultura laziale, la cultura del Lazio dell’età del ferro, pone problemi particolari. Anche se possiamo procedere alla datazione relativa della maggior parte dei manufatti mettendoli in relazione con altri, stabilire date precise si è dimostrato particolarmente difficile, e quelle delle varie fasi attraversate dalla cultura laziale, e quindi quelle dei primi insediamenti a Roma, sono aperte a revisioni periodiche. L’estensione delle variazioni si può vedere dal prospetto 1, che presenta un raffronto tra le date della cronologia tradizionale e la sua revisione basata sulla dendrocronologia di Marco Bettelli¹¹.

Prospetto 1: Cronologia della cultura laziale (Smith, 2005).

Prospetto 1: Cronologia della cultura laziale (Smith, 2005)

Per le nostre finalità useremo la cronologia tradizionale, ma le date per la Roma e il Lazio delle origini sono fluide e possono cambiare alla luce di nuove testimonianze.

Lo sviluppo del Lazio segue una traiettoria simile a quella dell’Etruria, ma i cambiamenti negli schemi degli insediamenti nella prima età del ferro sono meno drastici. L’età del bronzo è evidenziata da un incremento costante del numero degli insediamenti, in modo prevalente con aree di circa 1-5 ettari e una popolazione di appena alcune centinaia di abitanti. A partire da un periodo intorno al x secolo, il numero e la grandezza degli insediamenti cominciò a crescere, indicando una popolazione in aumento.

Come in Etruria, gli sviluppi risalenti alla prima età del ferro si possono rintracciare più facilmente nelle necropoli che negli insediamenti. Le necropoli latine più antiche sono quelle che si trovano a Roma – di cui discuteremo nel capitolo successivo – e in varie località di Colli Albani (mappa 3). Le pratiche funerarie laziali erano simili a quelle dell’Etruria villanoviana, benché ci siano differenze che ci consentono di distinguere tra le due culture. Le sepolture per cremazione contenevano un’urna dove erano depositate le ceneri che veniva a sua volta posta in un grande vaso insieme alle offerte funerarie e poi interrata. Alcune di queste urne cinerarie erano recipienti biconici, come in Etruria, ma altre avevano la forma di capanne simili a quelle i cui resti abbiamo rinvenuto a Roma, Fidene e Satrico. Anche i corredi funerari erano differenti, nel Lazio tipicamente includevano terracotte, articoli in bronzo e repliche in miniatura di oggetti come coltelli e rasoi (fig. 3). Altre sepolture erano inumazioni, nei quali il corpo veniva seppellito intatto in una fossa insieme a un assortimento di oggetti simile a quello di cui sopra.

Le testimonianze più valide di cui disponiamo sono quelle che provengono dalla necropoli di Osteria dell’Osa, sulle sponde del lago di Castiglione, diciotto chilometri a est di Roma, nonché uno tra i siti più antichi in Italia, oggetto degli scavi più sistematici. Era il cimitero di un insediamento precursore dell’arcaica città di Gabi dove sono localizzate 600 tombe databili dal x all’viii secolo. Anche se sappiamo poco degli insediamenti a cui era collegato¹², ci ha permesso di tenere traccia dei cambiamenti sociali e culturali registratisi nel Lazio dell’età del ferro. Le tombe erano un insieme di inumazioni e cremazioni, il che denota una trasformazione nel tempo dei rituali di sepoltura e lo sviluppo di nuove distinzioni sociali. Durante gli ultimi anni di sfruttamento del cimitero le sepolture per cremazione divennero decisamente minoritarie rispetto alle inumazioni e sembra fossero riservate alle persone più importanti. Erano collocate al centro di agglomerati di sepolture per inumazione, e spesso c’erano resti di cibo. Questo schema è un elemento di distinzione che va ben oltre l’aspetto estetico e la dispendiosità intrinsechi nella cremazione. Questi agglomerati di tombe sembrano il luogo di sepoltura di varie famiglie allargate, al cui centro erano collocate le ceneri del capofamiglia o del fondatore del clan. Le tracce di cibo suggeriscono l’usanza di lasciare delle offerte, oppure potrebbero essere i rimasugli di banchetti che facevano parte dei riti funerari, per celebrare un culto degli antenati basato su queste tombe. Come in Etruria, sottogruppi di tombe contenevano corredi funerari diversi: alcuni defunti venivano seppelliti con coltelli e rasoi, altri con l’attrezzatura per tessere e filare, come fusaiole e ornamenti personali: i curatori degli scavi li hanno interpretati come gli elementi che distinguevano le sepolture maschili da quelle femminili. Tutte le tombe contenevano recipienti di terracotta, specialmente per bere, e fibule. In alcune si trovavano delle terracotte decorate mentre in altre erano prive di decorazioni, che forse era un modo ulteriore di distinguere i gruppi sociali all’interno della comunità, o anche fra persone appartenenti a diverse comunità, nel caso in cui il cimitero fosse condiviso fra diversi insediamenti.

Una scoperta particolarmente importante e affascinante, la prima testimonianza conosciuta di scrittura in Italia, è venuta alla luce nel sito di una sepoltura femminile per cremazione risalente all’viii secolo. Questa breve iscrizione era incisa sul fianco di un recipiente in terracotta di fabbricazione locale, con un solo manico e un foro nella parte superiore (ill. 3 e fig. 4). I segni sono stati interpretati o come un alfabeto greco molto antico oppure come caratteri fenici modificati che si possono datare intorno al 775¹³. Il significato di questa iscrizione di una sola parola, che si legge eulin o euoin, è stato molto dibattuto. È stata interpretata come un nome di persona (l’abbreviazione di eulinos), il nome di un dio (euios è un termine largamente diffuso nel mondo greco come appellativo alternativo per Dioniso), una invocazione rituale a Dioniso (euoi) o un insulto diretto al proprietario dell’oggetto. Dal momento che molte delle iscrizioni italiane più antiche consistono in nomi di persona, o del proprietario o del donatore, questa sembra essere l’interpretazione più plausibile, sebbene, data la sua forma inusuale, non si può escludere che fosse un oggetto rituale. Presumendo che l’iscrizione sia in greco, una abbreviazione di eulin[os], ci porterebbe a una parola che in greco significa che fila bene, o buona filatrice, il che sarebbe appropriato dal momento che fusaiole per filare sono state rinvenute in molte tombe femminili presso Osteria dell’Osa. Comunque stiano le cose, sollecita domande intriganti su come sia arrivato lì. Il recipiente è di fabbricazione locale e deve essere stato inciso da una persona di lingua greca che stava visitando la zona, oppure da qualcuno a cui era stato insegnato a scrivere in questa lingua. Si tratta di una straordinaria dimostrazione dei contatti che esistevano tra il Lazio e il mondo greco, probabilmente attraverso un insediamento greco sull’isola di Ischia, e ha delle implicazioni affascinanti per quanto riguarda lo sviluppo dell’alfabetismo. Precede l’adozione della scrittura in Etruria,

Hai raggiunto la fine di questa anteprima. per continuare a leggere!
Pagina 1 di 1

Recensioni

Cosa pensano gli utenti di L’ascesa e la gloria di Roma antica

0
0 valutazioni / 0 Recensioni
Cosa ne pensi?
Valutazione: 0 su 5 stelle

Recensioni dei lettori