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Le grandi guerre di Roma. L'età repubblicana

Le grandi guerre di Roma. L'età repubblicana

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Le grandi guerre di Roma. L'età repubblicana

Lunghezza:
999 pagine
14 ore
Pubblicato:
9 ott 2018
ISBN:
9788822726391
Formato:
Libro

Descrizione

L’età repubblicana: dalla guerra di Veio alle guerre galliche, dalle guerre puniche alle guerre partiche

Perse molte battaglie, ma vinse quasi tutte le guerre. Il curriculum militare di Roma antica è tra i più prestigiosi della Storia e presenta un numero straordinario di imprese impossibili, di disfatte e resurrezioni, di eroi e di incapaci, ma anche di nemici geniali e di popoli feroci. Il mezzo millennio della Repubblica fu segnato da conflitti epocali, dalla Guerra di Veio alle guerre galliche di Giulio Cesare, che garantirono a Roma un territorio sterminato prima ancora che avesse inizio il principato, fino alle guerre partiche. L’ascesa del piccolo villaggio sui sette colli passò attraverso la lunga serie di scontri contro gli irriducibili Sanniti e le tre guerre puniche, il confronto nel quale l’Urbe fu più vicina a sparire dal palcoscenico della storia. Altrettanto importante fu l’antagonismo con le falangi ellenistiche, da quelle condotte da Pirro alle armate macedoni e seleucidi, fino a quelle pontiche di Mitridate. Questo libro passa in rassegna eventi, tattiche e strategie, comandanti e antagonisti, scacchieri e campagne del più grande esercito mai conosciuto, nei primi secoli delle sue conquiste.

Un autore da oltre 1 milione di copie

Imprese impossibili e conflitti epocali in cinque secoli di Repubblica

Le guerre raccontate:
La guerra di Veio • le guerre sannitiche • la guerra tarantina • le guerre puniche • le guerre macedoniche • la guerra siriana • le guerre ispaniche • la guerra giugurtina • la guerra contro cimbri e teutoni • la guerra sociale • le guerre galliche • le guerre partiche

«Frediani è un grande narratore di battaglie.»
Corrado Augias

«Frediani è abile nell’immergere il lettore dentro le battaglie, nell’accendere emozioni, nel ricostruire fin nei minimi particolari paesaggi e ambienti, nel portare i lettori in prima linea.»
Corriere Della Sera
Andrea Frediani
è nato a Roma nel 1963; consulente scientifico della rivista «Focus Wars», ha collaborato con numerose riviste specializzate. Con la Newton Compton ha pubblicato diversi saggi (tra cui Le grandi battaglie di Roma antica; I grandi generali di Roma antica; L’ultima battaglia dell’impero romano; Le grandi battaglie di Napoleone, La storia del mondo in 1001 battaglie; L’incredibile storia di Roma antica e Le grandi guerre di Roma. L'età repubblicana) e romanzi storici: Jerusalem; Un eroe per l’impero romano; la trilogia Dictator (L’ombra di Cesare, Il nemico di Cesare e Il trionfo di Cesare, quest’ultimo vincitore del Premio Selezione Bancarella 2011); Marathon; La dinastia; 300 guerrieri; 300. Nascita di un impero; I 300 di Roma; Missione impossibile. Ha firmato le serie Gli invincibili e Roma Caput Mundi; il thriller storico Il custode dei 99 manoscritti; Lo chiamavano Gladiatore, con Massimo Lugli; La spia dei Borgia e Il cospiratore. Le sue opere sono state tradotte in sette lingue.
Pubblicato:
9 ott 2018
ISBN:
9788822726391
Formato:
Libro

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Le grandi guerre di Roma. L'età repubblicana - Andrea Frediani

editori

INTRODUZIONE

Tratto da molti anni di episodi e personaggi bellici dell’antica Roma. Ho descritto battaglie, singole campagne, la carriera dei più prestigiosi condottieri, le sfide più note, ma mai avevo affrontato in modo organico la storia militare dell’Urbe, che può aver perso qualche battaglia anche di rilievo, ma, è bene ricordarlo, vinse tutte le guerre. Molti dei più celebri scontri campali, vittorie o sconfitte che fossero, vanno inquadrati in lunghi, complicati e altalenanti conflitti. Attraverso di essi Roma è riuscita a inglobare dapprima i territori del Lazio, poi dell’Italia centrale, quindi dell’intera penisola, in seguito dell’area mediterranea, dell’Europa e dell’Asia, in una progressiva espansione che conobbe solo rare battute d’arresto, prima del riflusso iniziato a partire dalla tarda epoca antonina. Questo lungo percorso avrebbe portato Roma a essere la capitale di uno dei più estesi e longevi imperi conosciuti.

In questo volume, il primo di una trilogia dedicata alle guerre di Roma antica, viene preso in esame il mezzo millennio della Repubblica, durante il quale l’Urbe vinse dapprima la pressione della sua grande antagonista nell’area laziale, Veio, per poi superare la seconda grande sfida, attraverso la lunga serie di guerre sannitiche che le garantì il dominio dell’Italia centrale, e affrontare quella per il predominio del bacino mediterraneo, con guerre altrettanto dure contro Cartagine. Una volta liberatasi dell’opposizione rappresentata dalla città punica, era inevitabile che Roma entrasse in conflitto con i regni ellenistici emersi dalla frantumazione dell’impero di Alessandro Magno, quello macedone degli antigonidi e quello siriano dei seleucidi; e in progresso di tempo, anche quello pontico di Mitridate. Sono gli ultimi conflitti contro Stati omogenei prima della folle impresa di Crasso e delle grandi sfide col regno partico e persiano di epoca imperiale. Si tratta di guerre da manuale militare, che videro opporsi due diverse concezioni belliche e, nello stesso tempo, le due più grandi formazioni dell’antichità, la falange greca e la legione romana, che avevano avuto un primo confronto in occasione dell’avventura italica di Pirro.

L’ultimo secolo della Repubblica introduce il concetto di barbaro che, fino a quel momento, semmai, era stato attribuito ai romani, almeno da un protagonista delle guerre ellenistiche – palcoscenico principale della storia militare dell’epoca – come Pirro. Dai cimbri e i teutoni, capaci di sterminare intere legioni e poi annichiliti da Gaio Mario, ai galli, ripetutamente battuti da Giulio Cesare, Roma affrontò armate che non avevano nulla in comune con le sue: una situazione pressoché inedita, rispetto al terreno comune di matrice greca cui, in maggiore o minore misura, avevano attinto l’Urbe e quasi tutti i suoi nemici fino ad allora, se si eccettuano celti e celtiberi. Nello stesso periodo, paradossalmente, Roma sostenne anche la prova più ardua contro il suo alter ego, ovvero l’esercito più simile al suo, quello che aveva combattuto al suo fianco per secoli, condividendone le sconfitte e le vittorie ma non i frutti dei suoi trionfi: i socii, gli alleati italici che costituivano i reparti ausiliari schierati insieme alle legioni sui campi di battaglia.

A parte, ho fatto un excursus sulla conquista della penisola iberica, che nonostante l’opera Le guerre ispaniche di Appiano non si può definire una vera e propria guerra per due motivi: la sua durata fu plurisecolare, con momenti di belligeranza alternati a tregue più o meno lunghe; in più si trattò soprattutto di operazioni di guerriglia e controguerriglia, solo raramente inframezzate da scontri campali o grandi assedi, per giunta contro singole comunità o popoli solo occasionalmente coalizzati. Ma gli ispanici furono tra gli avversari più tenaci dei romani, e non li si poteva lasciare fuori da una rassegna del genere. Cosa che ho invece dovuto fare per le guerre galliche nella pianura padana e a sud delle Alpi. Si trattò per la gran parte di conflitti troppo sfilacciati per poterne rendere il racconto omogeneo come quello degli altri eventi analizzati nel volume, e ho preferito limitarmi a segnalarne solo gli episodi più eclatanti, nell’elenco delle battaglie al termine del libro.

Se si eccettua la guerra con Veio, ho inoltre volutamente tenuto fuori da questa rassegna la miriade di conflitti con i popoli latini e poi italici della prima fase repubblicana, che appartengono per la gran parte al mito e rendono difficile una ricostruzione coerente delle singole campagne, oltre ad avere lo stesso limite delle guerre galliche di cui sopra, ovvero la dispersione nel tempo, la parcellizzazione degli avversari e la ripetitività. Il titolo del volume, d’altronde, è Le grandi guerre, il che imponeva delle scelte…

Questo libro, così come quelli che scriverò a seguire, parte da ciò che ho pubblicato in passato (Le grandi battaglie di Roma antica, I grandi generali di Roma antica, Le grandi battaglie tra greci e romani, 1001 battaglie che hanno cambiato la storia del mondo, L’incredibile storia di Roma antica), sviluppandolo, collegando un episodio a un altro, integrandolo con eventi e conflitti non trattati in precedenza e ricostruendo un discorso coerente e unitario. Ho cercato quindi di illustrare la crescita dell’Urbe attraverso i suoi successi militari in conflitti spesso lunghi e ripetuti, drammatici e cruenti, che la misero a confronto con popoli bellicosi e tenaci come gli etruschi, i sanniti, i cartaginesi, i galli, i numidi, ma anche greci e macedoni, e a condottieri di vaglia come Pirro, Annibale e Vercingetorige, o a nemici irriducibili come Mitridate vi Eupatore e Giugurta.

Un quadro d’insieme permette di comprendere bene come Roma sia riuscita a cavarsi d’impaccio da situazioni veramente drammatiche che avrebbero cancellato dalla storia più di uno Stato, o lo avrebbero reso subordinato a un altro. Il lettore avrà modo di notare come più volte nella sua epopea l’Urbe si sia trovata letteralmente accerchiata da coalizioni di nemici, o posta in condizioni di inferiorità da una momentanea disfatta; ma lo studio delle sue guerre permette anche di ammirare e studiare i vari sistemi e le reazioni che la sua leadership ha escogitato per ribaltare le sorti di un conflitto e conseguire la vittoria, facendo tesoro dell’esperienza per riproporsi più forte e determinata nella guerra successiva.

È difficile negare che il mezzo millennio di conflitti rappresentato in questo volume abbia plasmato la storia del mondo. Basti pensare che all’inizio del periodo repubblicano Roma era insediata su sette colli lungo il Tevere; alla fine, in diciotto province (le prime delle quali furono, nel 227 a.C., Sicilia, Sardegna e Corsica) e vari regni clienti lungo tutto il bacino mediterraneo, istituendo un vero e proprio impero con cittadini di prima, seconda e terza classe, a seconda del modo in cui erano entrati in quella che in origine figurava come una confederazione.

E proprio il diverso status dei suoi sudditi riflette le caratteristiche pressoché casuali di questa straordinaria e progressiva espansione, che solo con Augusto diverrà programmatica, coerente e cosciente. Dalle guerre di confine nel Lazio a quelle egemoniche dapprima in Italia e poi fino in Asia, infatti, lo spirito con cui l’Urbe ha intrapreso i suoi conflitti è cambiato adattandosi alle circostanze, e difficilmente si potrà delineare una sola categoria entro cui far confluire le cause scatenanti di più battaglie. Ciascuna sfida è stata motivata da una diversa esigenza, da circostanze sempre nuove. Vi sono guerre intraprese per la mera sopravvivenza, come quelle iniziali contro Veio, equi, volsci, ernici e i popoli latini; perseguite per ragioni economiche e politiche come la prima guerra punica; difensive come la seconda guerra punica; per la supremazia su uno scacchiere, come quelle sannitiche; per soddisfare le esigenze degli alleati, come quella siriana; per farla finita una volta per tutte con un nemico che ha costituito per lungo tempo una spina nel fianco, come la terza guerra punica o la terza guerra macedonica; provocate dall’ambizione personale di un singolo uomo, come le guerre galliche di Cesare o quella partica di Crasso; per mantenere intatto il prestigio capitolino, come contro cimbri e teutoni; o strettamente politiche e amministrative, come la guerra sociale.

In tutte, però, si può rintracciare un elemento comune: lo spirito indomito della città capitolina, che anche grazie all’ausilio degli alleati riuscì sempre a trarre da ogni disfatta la forza per una rivincita, grazie alla quale consolidò di volta in volta il proprio predominio.

andrea frediani

I. LA GUERRA DI VEIO

Fa una certa impressione pensare che la prima guerra di conquista di Roma sia stata intrapresa ai danni di una città che non esiste più, ovvero di un sito che, adesso, è solo materia per archeologi. Il pianoro tufaceo su cui sorgeva Veio, a quindici chilometri dal centro dell’Urbe, infatti, non ha avuto alcuna continuità insediativa, nel corso dei secoli, e l’abitato più vicino è Isola Farnese, nei pressi ma tutt’altro che adiacente a esso. Eppure, quell’antica città, avamposto meridionale etrusco, diede parecchio filo da torcere ai romani, al punto che la sua conquista e la sua caduta sono narrate nelle nostre fonti residue – tutte rigorosamente posteriori all’evento, e di parecchio – come una nuova guerra di Troia, con una serie di paragoni omerici e una durata, decennale, che desta più di qualche sospetto.

Per quanto le notizie sul più grande e lungo conflitto che segnò gli albori dell’Urbe vadano prese col beneficio d’inventario, di una cosa possiamo essere certi: Veio fu la prima vera rivale di Roma, se escludiamo quell’Albalonga con cui la città monarchica si confrontò dando luogo a episodi leggendari come quello degli Orazi e dei Curiazi; pertanto, la guerra cui i due centri diedero vita va considerata a pieno diritto come l’esordio di questa rassegna.

I motivi di attrito tra le due città non mancavano. La stretta prossimità dell’una all’altra ne faceva delle rivali naturali, destinate a sfidarsi finché una non avesse distrutto o inglobato l’altra. La posta in gioco era il controllo della più grande arteria fluviale dell’area laziale, nonché delle sue saline, che costituivano una preziosa merce di esportazione per i popoli più vicini. Il territorio di Veio si estendeva lungo la sponda destra del Tevere fino alla foce, che non a caso fino in età imperiale si chiamava ripa veientana o litus etruscum; su quella opposta, la cittadina di Fidene, situata a 8 chilometri a nord di Roma, era un satellite etrusco. Parimenti, i romani erano in possesso specularmente della riva sinistra, e avevano anche loro una testa di ponte sulla sponda opposta, costituita dal colle Gianicolo: ciò faceva sì che i due popoli avessero entrambi delle basi avanzate da cui effettuare incursioni e scaramucce.

Troviamo notizie di un conflitto tra romani e veienti già al tempo di Romolo (Livio, i, 14-15), in occasione di un attacco di Fidene che, sconfitta, chiamò in aiuto i consanguinei veienti. La seguente descrizione di Livio dà una chiara indicazione delle caratteristiche che, al di là delle rarissime battaglie campali avvenute tra le due città nell’arco di mezzo millennio, ebbe la guerra su ambo i fronti:

I veienti presero a fare scorrerie nel territorio romano, più saccheggiando che compiendo regolari azioni di guerra. Dunque non ponevano accampamenti e non aspettavano lo scontro con i nemici: semplicemente facevano preda nei campi portandola poi a Veio.

In quella circostanza Romolo li sconfisse in uno scontro campale e poi, per rappresaglia, ne devastò il territorio, obbligandoli a una pace di cento anni. Toccò ad Anco Marzio consolidare il controllo del Gianicolo, congiungendolo alla riva sinistra con il Ponte Sublicio, e della foce del fiume, impadronendosi della pineta marittima, detta Silva Moesia, nonché costruendo Ostia, che permise ai romani di sfruttare le saline in riva al mare.

In seguito, Roma entrò nell’orbita degli etruschi, ma di quelli provenienti da Tarquinia, che produssero almeno due sovrani dell’Urbe, Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo: ciò, se non altro, evitò alla città capitolina nuovi conflitti con il centro vicino. Ma la caduta della monarchia espose ben presto la neonata repubblica alle ambizioni dei popoli confinanti. Latini alle porte di casa, veienti e fidenati sul fronte occidentale, e poi equi e volsci su quello orientale, cinsero pressoché d’assedio l’Urbe per quasi tutto il v secolo, contemporaneamente o uno dopo l’altro, mantenendola in un costante stato di belligeranza; e proprio mentre, sul fronte interno, si verificavano lotte altrettanto accanite per definire l’assetto costituzionale della nuova entità statale, che nasceva senza aver definito i limiti del potere dei patrizi e le tutele della plebe contro i loro soprusi.

I primi a bussare alla porta dei romani furono comunque i latini, di cui l’Urbe aveva assunto la leadership con gli ultimi tarquini. Si partì subito con una grande battaglia, forse svoltasi nel 496 a.C., che possiamo raccontare solo come ce l’ha tramandata la leggenda.

Di fronte alla coalizione di 30 città latine, il dittatore romano Aulo Postumio Albino marciò con un esercito di 24.000 uomini alla volta del lago Regillo, che è stato indicato come Pantano Secco, presso Tuscolo e poco a sud-est di Roma; qui si era spinta l’armata nemica al comando di Ottavio Mamilio di Tuscolo, forte di 40.000 effettivi tra i quali romani esiliati e i tarquini, e perfino il novantenne re deposto, Tarquinio il Superbo. Proprio la presenza di quest’ultimo infiammò gli animi dei romani, che si scagliarono contro gli avversari con vigore e li costrinsero ad arretrare. Alcuni esiliati capitolini giunsero a rinforzare la prima linea latina, cambiando l’inerzia dello scontro; di lì a poco, infatti, i collegati riguadagnarono terreno.

Postumio ordinò allora alla sua guardia personale di cavalleria di chiudere ogni via di fuga ai romani e di uccidere chiunque tentasse di scappare. A quel punto, i legionari non poterono far altro che affrontare il nemico a viso aperto, supportati dalla cavalleria, che il dittatore fece smontare di sella e combattere al fianco della fanteria. Per stimolare ulteriormente lo spirito combattivo dei suoi, Postumio afferrò un’insegna e la scagliò tra i ranghi nemici, esortando i legionari a recuperarla. L’impegno dei romani crebbe permettendo loro di travolgere le schiere nemiche, che si diedero alla fuga senza più opporre resistenza. Solo un quarto dell’armata dei collegati riuscì a scampare alla morte o alla cattura. La leggenda tramanda che a guidare i romani alla vittoria siano stati i gemelli divini Castore e Polluce, e già questo, come è stato osservato, la dice lunga sull’origine greca del racconto.

Ma in realtà le cose non dovettero andare così bene per i romani, se poco dopo furono indotti a stipulare una pace di compromesso, il cosiddetto foedus cassianum, dal nome di Spurio Cassio Vecellino, che ne sarebbe stato promotore. Roma perdeva la leadership sulla lega ma si garantiva una pace eterna e una fascia di sicurezza nei territori più vicini alla città, che gli altri contraenti avrebbero dovuto impedire a qualsiasi nemico di attraversare; si garantiva inoltre che gli altri latini facessero causa comune con gli avversari; si assicurava l’aiuto dei collegati in caso di attacco nemico; si stabiliva la metà del bottino nelle guerre combattute insieme agli altri.

Il trattato era interesse di entrambe le parti, in verità, perché nuovi, temibili nemici si stavano affacciando nel Lazio orientale. Erano volsci ed equi, popolazioni partite verso la fine del secolo precedente dalle zone intorno al lago del Fucino. I primi erano avanzati fino a sud-est dei Colli Albani, impossessandosi di Velletri dopo aver disputato in epoca regia ai romani il possesso di Pomezia; i secondi si erano insediati un po’ più a nord, superando l’Aniene e spingendosi nella zona di Tivoli. Tra i due insediamenti si trovavano i poveri ernici, che occupavano la valle del Sacco e rischiavano di finire stritolati. Proprio per questo latini, romani ed ernici avevano tutto l’interesse a stipulare un’alleanza, che consentì all’Urbe di fruire di un cuneo tale da mantenere il fronte nemico diviso, scongiurando il pericolo che equi e volsci si coalizzassero e potendo così affrontarli uno alla volta.

I Trecento Fabi

Gli albori della repubblica romana sono ricchi di episodi e personaggi cui è difficile attribuire una realtà storica. Ogni fronte di guerra ha il suo eroe o una figura di riferimento: Coriolano per quello dei volsci, Cincinnato per quello degli equi, Furio Camillo un po’ su tutti i fronti. Spesso, la tradizione si incarica di creare eroi ed eroismi per celare o attenuare il racconto di una sconfitta; o anche solo per conferire interesse e importanza a una narrazione altrimenti piatta e noiosa. Per questo, verrebbe spontaneo diffidare del racconto di Tito Livio (iii, 49, 8-50) e di Dionigi di Alicarnasso (xix, 19-21), che ci narrano di come un’intera famiglia composta di trecento persone, la gens Fabia, sia stata massacrata fino all’ultimo uomo dagli etruschi di Veio, appena tre anni dopo il sacrificio di Leonida e dei suoi trecento spartani alle Termopili.

Poi, però, a ben guardare, si scopre che nella lista dei consoli romani di epoca repubblicana, negli anni successivi manca qualsiasi esponente della gens Fabia, che nei sette anni precedenti aveva pressoché monopolizzato la suprema magistratura della repubblica. Le leggende nascondono spesso un fondo di verità. Nel caso dei Fabi, forse la tradizione ha operato qualche forzatura per associare il loro olocausto a quello degli spartani; forse non erano proprio trecento come gli uomini di Leonida (il cronista Diodoro Siculo è il solo a dire che da Roma partì un esercito che comprendeva 306 Fabi), e forse non erano tutti appartenenti a un’unica famiglia; ma di certo, una delle gentes che aveva in mano le redini del potere a Roma nei primi anni della repubblica dovette subire un rovescio di proporzioni devastanti, tanto da rischiare l’estinzione.

La pericolosità di Veio consisteva soprattutto nel fatto che la città etrusca non è mai stata il solo avversario con cui la fragile repubblica appena nata doveva confrontarsi.

I primi scontri campali di un certo rilievo arrivarono proprio nel momento peggiore per Roma, e non a caso: i veienti pensarono bene di approfittare delle difficoltà interne degli avversari per cogliere una decisiva vittoria e promossero quindi un’alleanza con le altre città etrusche per ampliare i loro effettivi, e proprio quando la renitenza di leva tra i romani aveva assunto proporzioni ingestibili e aveva avuto ripercussioni perfino sul campo di battaglia:

Ormai l’abitudine a disobbedire ai magistrati aveva seguito i soldati romani perfino negli accampamenti. Durante l’ultima guerra, con gli eserciti già schierati e, anzi, proprio nel momento decisivo della battaglia, l’esercito aveva consegnato la vittoria agli equi già sconfitti: insegne abbandonate, il comandante lasciato solo sul terreno, la disobbedienza e il ritorno negli accampamenti (Livio, ii, 45).

I contrasti tra patriziato e plebe, che erano immediatamente seguiti al crollo della monarchia, avevano raggiunto il culmine e le rivendicazioni del popolo salivano quanto più l’Urbe era minacciata dai vicini. Non a caso nel 481 a.C. il console cui fu assegnato il fronte veiente, Cesone Fabio Vibulano, «ebbe più da fare contro i suoi concittadini che contro i nemici» (Livio, ii, 43). Livio ci dice che se la dovette sbrigare con la sola cavalleria, sbaragliando il nemico con un’incursione ma senza poter rendere decisiva la vittoria perché la fanteria si rifiutò di attaccare gli etruschi allo sbando, consentendo loro di fuggire.

Il successo fu ben lungi dal cementare le due fazioni. Anzi l’anno successivo i due nuovi consoli, un altro Fabio, Marco Fabio Vibulano, e Gneo Manlio Cincinnato, dovettero sudare parecchio per vincere l’opposizione agli arruolamenti da parte dei tribuni della plebe, che la condizionavano all’approvazione della legge agraria, e costituire un esercito, nonostante che la repubblica corresse uno dei momenti di maggior pericolo. Anzi, proprio a causa della minaccia il popolo cercava di approfittare della situazione per trarne i maggiori vantaggi politici. A ogni modo, un terzo dei coscritti fu lasciato a protezione della città, mentre l’esercito partiva rinforzato da contingenti di alleati latini ed ernici.

È facile immaginare l’insicurezza che guida un comandante di fronte al timore che la propria truppa defezioni. Ed è straordinario notare come proprio la coesione e l’unità di intenti che ha reso celebre l’efficacia delle legioni romane fosse, all’inizio, solo una chimera. Non a caso, una volta al fronte e posto il campo su una delle colline vicine a Veio, Marco Fabio e Gneo Manlio non osavano dare battaglia e se ne stavano rintanati nel proprio accampamento.

I nemici veienti e anche tutti gli altri etruschi, proprio per quel motivo, cercavano di affrettare i tempi: provocavano alla battaglia prima caracollando coi cavalli davanti agli accampamenti e aizzando i nemici; poi, visto che non riuscivano a smuovere nulla, insultando l’esercito e gli stessi consoli: quella storia delle lotte intestine, urlavano, era un modo per mascherare la paura e i consoli, in realtà, dei loro soldati non temevano la loro poca affidabilità, ma lo scarso valore (Livio, ii, 45).

Alla fine, lo spirito di vendetta prevalse sull’odio nutrito nei confronti dei patrizi e i soldati, che non avevano voluto agire soprattutto per non regalare ai consoli una vittoria di cui si sarebbe fregiata solo l’aristocrazia, invocarono la battaglia.

Ma Marco, temendo ciò che era successo l’anno precedente contro gli equi, attese ancora finché non ottenne un giuramento da parte della soldataglia: vincere o morire. Condusse quindi i suoi uomini allo scontro più determinati che mai, al punto che i legionari scagliarono i loro giavellotti prima ancora che i nemici si schierassero; poi si gettarono contro le file dei veienti cercando ciascuno un avversario con cui duellare in singolar tenzone, per ricacciargli in gola tutte le offese. L’ala sinistra era presidiata da due Fabi, i fratelli Quinto e Cesone, consoli più volte, e si dice che il primo sia stato trafitto da un enorme guerriero etrusco e poi si sia estratto da solo l’arma, prima di morire. In questo settore, in un primo momento gli etruschi fecero valere la loro superiorità numerica e la posizione che occupavano, leggermente in altura, minacciando di stringere i romani tra fronte e fianco.

L’ala si ritrovò separata dal centro, al cui comando si trovava il console Marco Fabio. Questi si congiunse all’altro fratello superstite, col quale condusse una manovra avvolgente percorrendo l’intero schieramento, superando l’ala destra e presentandosi alle spalle degli etruschi, provocandone l’accerchiamento e la fuga. «In questa parte l’esercito tirrenico perse ogni energia ed essi che prima braccavano i nemici, furono ricacciati dagli sconfitti» (Dionigi, ix, 11, 5). Quindi Marco si spostò sull’ala opposta dove Gneo Manlio, inizialmente in grado di guadagnare terreno, aveva fatto scendere di sella i suoi cavalieri per incrementare il numero dei fanti, ma poi era stato costretto a ripiegare per una ferita, ed era stato creduto morto provocando un accenno di rotta tra i suoi uomini. L’apparizione di entrambi i consoli infuse nuova linfa nell’azione romana, tanto più che i veienti avevano sguarnito i loro effettivi per assalire i campi capitolini, indebolendo la fronte. Gli etruschi, dopo aver espugnato il vallo di Manlio riuscirono a penetrare in quello di Marco Fabio, ma i triarii, che come consuetudine non erano stati impegnati in prima linea, accorsero a chiudere loro ogni via d’uscita. Tornò indietro anche Gneo Manlio, che però cadde mentre i veienti cercavano di aprirsi una via di fuga. Ciononostante, gli etruschi indugiarono a razziare, dando all’altro console il tempo di raggiungerli e di assalirli, costringendoli alla fuga nel loro campo.

Si tramanda che questa battaglia sia stata per i romani la più grande rispetto alle precedenti, sia per l’elevato numero di partecipanti, sia per l’arco di tempo e per la varietà della fortuna. I più fiorenti e scelti dei romani provenienti dalla città erano circa ventimila fanti e milleduecento cavalieri schierati accanto alle quattro legioni, e altrettante erano le forze dei coloni e degli alleati. Lo scontro ebbe inizio sul far del mezzogiorno e continuò fino al tramonto del sole. La fortuna fu a lungo fluttuante ora in una direzione ora in un’altra, tra vittorie e sconfitte; avvenne la morte di un console, di un legato che era stato console per due volte e di molti altri capitani, tribuni e centurioni, quanti mai prima. L’esito della battaglia parve favorevole ai romani, perché nel corso della notte successiva i tirreni, lasciato il campo, fecero la ritirata (Dionigi, ix, xiii, 1-2).

Una volta nell’Urbe, però, Marco Fabio, a sua volta ferito piuttosto gravemente, rifiutò il trionfo che il Senato gli offriva, in segno di rispetto verso il fratello e il collega caduti, e si adoperò per la riconciliazione, facendo ospitare e curare nelle case patrizie i soldati feriti. Si trattava soprattutto di una mossa propagandistica, per attenuare l’odio del popolo nei confronti della sua famiglia, che più di ogni altra aveva rappresentato lo strapotere nobiliare nei confronti della plebe. Per un po’ parve funzionare acquietando le tensioni sociali. Non altrettanto efficace si rivelò la vittoria, che non aveva allentato in alcun modo la pressione dei popoli confinanti sull’Urbe. Per l’anno 479 a.C. il consolato spettò a Cesone Fabio, cui fu assegnato per sorteggio il fronte degli equi, mentre i veienti toccarono a Tito Virginio Tricosto Rutilio. Quest’ultimo, incoraggiato dal successo dell’anno precedente, spinse le razzie della sua armata fin quasi sotto le mura di Veio, facendosi sorprendere da una sortita del nemico quando i suoi erano appesantiti e rallentati dal bottino. Così perse quanto aveva depredato e parecchi effettivi, prima di riparare su una collina e chiedere aiuto al collega, che venne in suo soccorso mettendo in fuga gli etruschi.

Ma non era finita. I veienti approfittarono della successiva ritirata delle due armate congiunte per avventarsi sulla campagna romana e spingersi con le loro razzie fino al Gianicolo, depredando e distruggendo a loro piacimento grazie al fatto che i romani, avendo appena smobilitato le truppe, impiegarono del tempo a riunirne di nuove inquadrandole in centurie.

Questa incursione dei veienti nel territorio romano fu breve in relazione al tempo, ma gravissima per la quantità del territorio invaso, e portò ai romani un inconsueto fallimento e disonore (Dionigi, ix, 14, 8).

Ormai «con i veienti c’era un rapporto di non pace e non guerra; la contrapposizione era scaduta quasi in brigantaggio» (Livio, ii, 48). Ma la possibilità che il nemico si spingesse indisturbato a ridosso dell’abitato dell’Urbe nei momenti in cui l’esercito non era in armi terrorizzò il Senato, che arrivò a considerare l’ipotesi di mantenere entro i confini un esercito stabile. Coi tempi che correvano e con le rivendicazioni della plebe, si capisce che una decisione del genere avrebbe comportato non solo grosse spese, ma anche grandi compromessi politici, che il patriziato non intendeva concedere.

Ciò consentì proprio ai Fabi di presentare al Senato una proposta che in altra occasione sarebbe parsa quasi sacrilega: fu proprio Cesone a farla, chiedendo allo Stato di appaltare la guerra contro Veio ai Fabi.

«La guerra contro Veio, come voi padri coscritti ben sapete, ha più bisogno di un impegno assiduo che del coinvolgimento di molti uomini. Voi dedicatevi alle altre guerre e concedete che siano i Fabi a essere nemici dei veienti» (Livio, ii, 48),

disse l’esponente della gens ai suoi colleghi. Sovente, nella storia, si sono verificati casi di stretta commistione tra interessi privati e attività bellica, con conflitti scatenati o condotti in nome del vantaggio personale di una fazione o un clan. Questo è il primo caso accertato per Roma, senza che si trattasse di una guerra civile. I Fabi avevano infatti i loro buoni motivi per avocare alla loro famiglia la decisione sulle modalità di condurre la belligeranza sul fronte settentrionale: proprietari di territori nel settore, miravano a mantenere il controllo delle saline dell’Aniene, che gli etruschi, con la loro avanzata, avevano messo in pericolo.

In sostanza, lo Stato non avrebbe dovuto farsi carico di nulla: ci avrebbero pensato i Fabi, sostenne Cesone, a condurre un conflitto che si trascinava da anni. Il Senato accettò, e il popolo ne fu felice:

Se due famiglie avessero avuto, in Roma, lo stesso nerbo, avrebbero potuto chiedere una, la guerra volsca, l’altra, la guerra equa: sarebbe stato possibile sottomettere tutti i popoli confinanti mentre il popolo romano se ne sarebbe stato tranquillo in pace (Livio, ii, 49).

Poco dopo, una colonna di 306 armati, secondo Diodoro Siculo, partì da Roma attraverso l’arco di destra della Porta Carmentale (che dopo la strage sarebbe stata chiamata Porta scelerata), tra le benedizioni e le acclamazioni della gente; la guidavano lo stesso Cesone e suo fratello Marco, anch’egli già console due volte. Secondo la tradizione, a Roma rimase solo un Fabio di sesso maschile, il figlio più piccolo di Marco, di nome Quinto, in futuro uno dei più grandi condottieri romani della sua epoca. Ma è bene precisare che il concetto di famiglia va qui preso in termini estensivi, considerando anche clienti e aderenti.

I Fabi costruirono una massiccia fortezza su una delle tante alture tufacee che contraddistinguevano la zona di confine con Veio, a circa 8 chilometri dall’Urbe, alla confluenza del Tevere e il suo affluente Cremera (oggi chiamato anche Fossa di Formello, e nel corso inferiore, Valchetta), e la usarono come base per le incursioni in territorio veiente. Allora, il bottino non consisteva in oro e argento, ma in greggi e mandrie. Si andò avanti così per l’intero autunno, poi in inverno le armi tacquero. Le provocazioni romane indussero Veio a chiamare di nuovo in causa le undici città etrusche con cui era confederata, e al nuovo console Lucio Emilio Mamerco toccò affrontare in battaglia campale un’armata delle dodici città tirreniche; ciò avveniva mentre l’altro console doveva confrontarsi con volsci ed equi. Allo scontro parteciparono anche i Fabi e la vittoria arrise a Roma, grazie a una rapida carica della cavalleria sul fianco nemico mentre i tirreni erano ancora impegnati a schierarsi; inseguiti fino a Saxa Rubra, teatro della battaglia di Ponte Milvio sette secoli dopo, i veienti si fecero sorprendere nel loro stesso campo e chiesero la pace, con la condizione che i Fabi sgombrassero il presidio del Cremera. Ma il console non seppe ricavare alcun vantaggio territoriale per l’Urbe, tanto che il Senato si rifiutò di accordargli il trionfo, e la belligeranza proseguì.

Non sappiamo se abbia ragione Dionigi di Alicarnasso, sostenendo che la potente famiglia non abbandonò le sue posizioni, o Livio, secondo il quale i veienti violarono i patti prima ancora che i Fabi provvedessero alla ritirata. È lecito supporre che la gens abbia brigato per minare una pace che comprometteva i suoi interessi e abbia utilizzato tutta la sua influenza e le sue risorse per la ripresa delle ostilità. Di fatto, i Fabi rinnovarono presto le loro scorribande in territorio veiente. Trascorse così l’intero 478 a.C. e tale rimase la situazione l’anno seguente; la guarnigione finì col rendere terra bruciata tutto il territorio circostante, e per racimolare bottino dovette spingersi sempre più a nord, verso Veio.

L’assenza di ogni resistenza e di pericoli rese tuttavia Cesone e Marco sempre più audaci e imprudenti. Quando gli dissero che un cospicuo gregge di pecore pascolava indifeso in un territorio particolarmente lontano dal Cremera, non esitarono a uscire con una forte colonna di armati per andare a impossessarsene.

Ma era una trappola. Non appena i romani avvistarono gli armenti, dalle colline adiacenti uscirono centinaia di opliti etruschi, che si avventarono sulla colonna. Allora i legionari combattevano anch’essi a falange e vestivano come gli opliti greci; ma i Fabi stavano conducendo una guerra privata, ed è probabile che solo pochi di essi fossero armati di tutto punto. Ebbero la peggio e «forti solo dei loro corpi e delle loro armi, schieratisi a cuneo, si aprirono una via che li condusse sopra un modesto rialzo del terreno» (Livio, ii, 50), sul quale gli etruschi rinunciarono a inerpicarsi per andare ad affrontare il contingente di soccorso uscito dalla fortezza sul Cremera. La nuova colonna non riuscì a fare molta strada; il nemico la aggredì presto e non ne rimase vivo neppure uno.

Solo allora i veienti poterono dedicarsi ai resti del primo contingente, che oppose una fiera resistenza, prima di soccombere anch’esso fino all’ultimo uomo. Rimaneva il presidio nella fortezza, alla quale gli etruschi si avvicinarono, offrendo un salvacondotto ai difensori per il suo sgombero. Ma i pochi uomini rimasti scelsero una morte onorevole, lanciandosi in una sortita suicida e cadendo sul campo in una mischia all’ultimo sangue:

Dal momento che i Fabi avevano respinto le loro offerte, ma sceglievano una morte degna di uomini di origine illustre, fecero di nuovo impeto contro di loro gli uni dopo gli altri, non combattendo da vicino e corpo a corpo, ma tutti insieme, vibrando da lontano lance e pietre e la massa di colpi era molto simile a una caduta di neve (Dionigi, ix, 21, 3).

La seguente descrizione di Dionigi di Alicarnasso, anche se difficilmente credibile, è una pagina troppo bella di storia per non essere riportata:

I romani, raccolti in centurie, si lanciarono su di loro che non riuscirono a far fronte all’assalto ma, per quanto subissero molti fendenti da coloro che li accerchiavano, seguitavano a opporre resistenza. Ma una volta che le spade di molti risultarono inutilizzabili, avendo alcune le punte limate, altre essendo spezzate e i bordi degli scudi frantumati intorno, mentre la maggior parte dei soldati erano esangui, a causa dei proiettili, e della moltitudine di ferite che bloccava le membra, i tirreni, schernendoli, li assaltarono, ma i romani, abbattutisi come fiere, presero le loro lance, le spezzarono, e sottrassero loro le spade, afferrandole per le punte e alcuni, ruzzolando sul terreno, mescolavano i propri corpi a quelli dei nemici, lottando con il valore più che con le forze. I nemici quindi, sorpresi dalla resistenza di quegli eroi e dal folle slancio acquistato dalla disperazione della propria vita, non si scontravano più con loro, ma distanziatisi nuovamente, li colpivano con pezzi di legno, pietre e quant’altro capitasse, e infine li sbaragliarono con la grande quantità di colpi. Dopo che ebbero sopraffatto gli avversari, i tirreni correvano in direzione della fortezza recando le teste degli uomini più illustri, decisi a cattura al primo impeto quanti vi si trovavano. Ma l’operazione non ebbe l’esito che si attendevano; infatti coloro che erano stati lasciati a guardia, pieni d’invidia per la nobile fine dei compagni e dei congiunti, fecero la sortita, sebbene in pochissimi, e dopo aver a lungo lottato, trovarono tutti una morte simile a quella degli altri. I tirreni espugnarono così la fortezza deserta (Dionigi, ix, 21, 3-6).

Ancor oggi non è ben chiaro in che giorno avvenne il massacro: la tradizione più diffusa lo data al 18 luglio, ma potrebbe essere una forzatura per associarlo al successivo disastro dell’Allia, verificatosi in quello stesso giorno del 390 a.C., e che avrebbe permesso ai galli senoni di entrare a Roma. Nei Fasti di Ovidio, viene preferita invece la data del 13 febbraio.

Pare incredibile che un’intera famiglia, ancorché estesa ai suoi clienti, sia stata sterminata in un’unica battaglia. Eppure, nella lista dei consoli romani di epoca repubblicana, negli anni successivi all’episodio manca qualsiasi esponente della gens Fabia, che nei sette anni precedenti aveva sempre piazzato un proprio esponente alla suprema magistratura della repubblica. Di certo, una delle gentes che aveva in mano le redini del potere a Roma nei primi anni della repubblica dovette subire un rovescio di proporzioni devastanti, tanto da rischiare l’estinzione.

La fortezza del Cremera aveva costituito un baluardo contro le ambizioni di Veio. Ed è curioso che il console Tito Menenio Agrippa Lanato, accampato col suo esercito regolare a 6 chilometri, non sia intervenuto per salvare i Fabi, secondo Dionigi per invidia «della loro virtù e rinomanza». E che non abbia fatto nulla, ma anzi, dice sempre il cronista greco, abbia perfino consentito agli etruschi di raggiungere e fortificare il Gianicolo, lasciando che intercettassero tutti i convogli dei rifornimenti destinati alle sue truppe e facendosi così affamare e assediare nel proprio campo. I veienti

incalzavano il console a tal punto che egli non era più arbitro né dell’occasione né del luogo in cui voleva combattere – questo sembra essere un grave segnale dell’incompetenza del comandante –, mentre i tirreni facevano in entrambi i casi scelte di proprio gradimento (Dionigi, ix, 32, 5).

Si arrivò quindi a una nuova battaglia campale a ridosso dell’Urbe, e l’esercito romano, in inferiorità numerica, di posizione e tattica, si fece subito accerchiare; i centurioni furono i primi a cadere, lasciando privi di ordini i legionari che si diedero alla fuga nell’accampamento conquistato durante la notte dal nemico. Fu l’arrivo dell’altro console, Gaio Orazio Pulvillo, impegnato sul fronte volsco, a ribaltare la situazione, consentendo ai romani, che si erano predisposti all’assedio, di cogliere una nuova vittoria campale presso Porta Collina, vicino al Quirinale tra le vie Salaria e Nomentana.

Gli etruschi conservarono tuttavia il possesso del Gianicolo, il che consentì loro di proseguire le razzie: «In nessun luogo greggi e pastori potevano dirsi al sicuro» (Livio, ii, 51). Allora i romani usarono nei confronti del nemico lo stesso stratagemma di cui erano rimasti vittime i Fabi. Valendosi di un gregge come esca, il console Spurio Servilio fece strage degli incursori, costringendo i superstiti a riparare sul Gianicolo, alle cui pendici si accampò. Poi provò ad attaccarli nonostante lo sfavore di pendio, e subì un rovescio, dal quale lo salvò l’altro console Orazio. Adesso erano due gli eserciti consolari ad assediare la roccaforte veiente e stavolta il doppio assalto andò a buon fine, provocando una netta sconfitta degli etruschi.

L’insuccesso spinse gli etruschi a coalizzarsi di nuovo, stavolta coi sabini. Ma i romani non stettero ad aspettare il loro assalto e il console Publio Valerio Publicola condusse un esercito fin sotto le mura di Veio, davanti alle quali si era accampata l’armata alleata. Il comandante sbaragliò i sabini e sull’abbrivio penetrò all’interno dell’accampamento. «Entro il vallo fu strage più che battaglia» (Livio, ii, 53). Allora i veienti uscirono dalle mura per una sortita e sorpresero i romani alle spalle stringendoli in una morsa. Ma i legionari riuscirono a disporsi su due fronti e a resistere alla pressione di ambo gli eserciti, finché il console non lanciò una carica di cavalleria che infranse lo schieramento etrusco provocandone la rotta. Questa sì che fu una vittoria decisiva: nel 474, al console successivo cui toccò il fronte etrusco, Aulo Manlio Vulsone, non fu neppure necessario combattere: i veienti offrirono denaro e frumento per una pace quarantennale.

Sul fronte occidentale non successe più nulla, o perlomeno non ne siamo a conoscenza, fino al 438 a.C., quando insorse Fidene, che Roma aveva conteso agli etruschi per lungo tempo. Sembra che dagli inizi del secolo l’Urbe ne avesse assunto il controllo; a ogni modo, i veienti ci misero di nuovo lo zampino, oppure i fidenati avrebbero male interpretato le disposizioni del lucumone veiente Volumnio e messo a morte quattro ambasciatori romani: si combatté così per un triennio e poi di nuovo nel 426-25 a.C. È lecito supporre che una delle due guerre sia una duplicazione dell’altra, perché a distanza di quasi un decennio i protagonisti della tradizione sono gli stessi e anche qui abbiamo un eroe: Aulo Cornelio Cosso, che agiva sempre agli ordini di un dittatore, Lucio Emilio Mamerco.

Questi marciò con un esercito contro Fidene, rinforzata da contingenti di Veio, accampandosi a poco più di due chilometri dalla città, in posizione sicura con le colline sul fianco e il Tevere dall’altro. Il dittatore, inoltre, mandò il suo legato Tito Quinzio Cincinnato, detto Peno e figlio del più celebre Cincinnato, a occupare una collina alle spalle del nemico. Il giorno seguente avanzò scatenando una battaglia i cui partecipanti combatterono con la veemenza e l’odio accumulati da anni di scontri, tregue violate, vittorie e sconfitte, eccidi e rappresaglie. I romani sembravano prevalere, quando da Fidene uscì una moltitudine di gente armata di torce. Soprattutto l’ala sinistra venne presa dal panico, ma Mamerco esortò i suoi a strappare le fiaccole di mano al nemico e a usarle contro di esso.

I legionari reagirono e in breve entrambi gli schieramenti disposero del fuoco. Il vice di Mamerco, Aurelio Cosso, fece togliere i morsi ai cavalli e si lanciò al galoppo tra le fiamme, seguito dagli altri cavalieri. Costoro sollevarono un polverone che, insieme al fumo, oscurò la vista degli etruschi ponendoli alla mercé della carica romana. Poi anche Quinzio entrò in campo, tagliando la ritirata ai fuggitivi. I nemici cercarono di raggiungere i monti, gli accampamenti, la città, il Tevere, ma moltissimi furono massacrati o finirono annegati nel fiume. Sull’abbrivio, i romani riuscirono a irrompere in città e, dopo ulteriori combattimenti, costrinsero alla resa i fidenati. Al pari di Romolo, Aurelio Cosso si conquistò le spolia opima, uccidendo il comandante nemico Tolumnio in duello.

Sebbene molti degli eventi narrati debbano essere ritenuti perlomeno enfatizzati, se non inventati di sana pianta, il nucleo deve avere un fondo di verità: sia Livio (iv, 17) che Cicerone (Filippiche, ix, 2) ricordano le statue degli ambasciatori uccisi, e Augusto, nel corso del restauro del tempio di Giove Feretrio, lesse l’iscrizione sulla corazza di Tolumnio. A ogni modo, con i veienti fu stipulata una nuova pace, stavolta ventennale, che avrebbe fatto da preludio alla definitiva resa dei conti tra le due rivali.

Furio Camillo

Del conflitto tra Roma e Veio, come si è visto, si è impadronita la tradizione, facendone un’epopea. E come in ogni epopea che si rispetti, emerge un eroe, l’artefice del successo finale dei capitolini, il novello Odisseo che, con la sua astuzia, riesce a porre fine a un conflitto talmente estenuante per i romani da aver provocato radicali cambiamenti nell’ordinamento militare dell’Urbe. Da allora, nella tradizione che è giunta fino a noi, quell’eroe è stato anche l’artefice di pressoché tutte le vittorie di Roma nei decenni a venire, contro i popoli circonvicini contro cui la città capitolina condusse una serie ininterrotta di guerre fino a quando l’intero Lazio non fu sotto il suo controllo.

Tale eroe, «il primo capitano che aprì ai romani la brillante e pericolosa via delle conquiste straniere», secondo Mommsen, era Marco Furio Camillo, spuntato fuori quasi dal nulla per tutti gli autori antichi, tranne che per Plutarco; il grande biografo greco ci informa che anni prima, nel 431 a.C., appena sedicenne, questi si era distinto nella grande battaglia del lago Regillo, nella quale il dittatore Aulo Postumio Tuberto aveva sconfitto equi e volsci; il giovane, pare,

mentre infatti cavalcava in testa a tutto l’esercito, raggiunto da un colpo alla coscia, non cedette, ma estrasse il giavellotto infisso nella piaga e si azzuffò coi nemici più valorosi volgendoli in fuga (Plut., Camillo, 2, 2).

Sappiamo quindi che era un cavaliere. Apparteneva dunque a una famiglia sufficientemente benestante da garantirgli un cavallo, ma non tanto da permettere alla sua gens di rivestire cariche importanti prima di lui; lo stesso Plutarco afferma che fu il primo della sua famiglia a raggiungere la notorietà. Ma qui ci viene in soccorso l’archeologia, che consente di precisare, grazie ad alcune iscrizioni sepolcrali, come il ragazzo facesse comunque parte di un’antica famiglia patrizia di Tusculo, la gens Furia, e fosse perciò di origine etrusca. D’altro canto, il comportamento eroico di Furio Camillo al lago Regillo non valse a garantirgli un immediato salto di qualità nell’establishment capitolino, allora squassato dalle lotte tra plebei e patrizi, ma ancora saldamente nelle mani di questi ultimi; dovettero passare ben ventotto anni prima che gli venisse affidata una carica di rilievo, ovvero quella di censore.

Dopo il consolato e il tribunato, la censura era una delle magistrature più importanti dell’intero apparato repubblicano: i due che la rivestivano annualmente, oltre a occuparsi del censimento della popolazione, gettavano un occhio alla pubblica moralità ed erano responsabili della locazione di immobili e terreni pubblici. Camillo e il suo collega, Marco Postumio Albino, peraltro, furono costretti a adottare provvedimenti largamente impopolari, come la tassa sul celibato e la tassazione degli orfani – abolita dopo l’età regia. Era il 403 a.C., d’altronde, e la lunga volata finale contro Veio era già iniziata, pur non volendo dare credito alle fonti che la fanno durare un decennio: serviva denaro, e proprio in quell’anno si decise di prolungare le campagne annuali al periodo invernale, privando così la guerra di una soluzione di continuità fino alla sua conclusione.

È ovvio, dunque, che un vero e proprio assedio alla città etrusca sia iniziato a partire da quell’anno, ed è altrettanto ovvio che nessun uomo, per quanto attaccato alla propria città, fosse disposto a rimanere in trincea per un intero anno solo per assolvere un dovere civico: ecco dunque arrivare, finalmente, la paga per i soldati, ma non solo. Gli equites iniziarono a militare con cavalli propri, ricevendo inoltre dallo Stato una certa somma, mentre in precedenza godevano solo delle indennità per l’acquisto e il foraggiamento dell’animale. Infine, fu aumentato il numero dei tribuni con potestà consolare, che costituivano una sorta di compromesso tra patriziato e plebe, dopo che quest’ultima aveva reclamato a lungo l’accesso al consolato per almeno un suo rappresentante l’anno: l’aumento dei fronti di guerra, ma anche la volontà di stemperare il potere che veniva così ad acquisire il popolo, avevano indotto il Senato ad aumentare, in determinate circostanze, il numero annuale di quanti rivestivano la suprema magistratura, cambiandole denominazione; parimenti, in circostanze altrettanto eccezionali, si poteva ricorrere a un unico comandante, mediante una dittatura.

La tradizione, comunque, individua nel 406 a.C. l’anno in cui il Senato decise, consapevolmente, di provocare Veio per giungere alla sua completa distruzione. Il pretesto non è importante, per il semplice fatto che non potremo mai appurare la verità che c’è dietro le presunte offese ricevute dall’Urbe, lamentate dagli ambasciatori, cui i veienti risposero indignati e minacciosi. Quel che possiamo asserire con un certo margine di sicurezza è che i senatori volevano approfittare delle difficoltà in cui si dibatteva la lega etrusca dell’Etruria contro i galli, per aggredire Veio senza il rischio che ricevesse aiuti dai suoi confratelli e liberarsene una volta per tutte. Per questo il Senato, consapevole che non sarebbe stata impresa facile né breve, e di doversi assicurare stabilità sul fronte interno, arrivò anche a stabilire uno stipendio per i soldati:

Il Senato, senza che mai prima plebe e tribuni vi avessero fatto menzione, decretò che i soldati ricevessero uno stipendio tratto dalle casse dello Stato. Fino a quel momento ciascuno adempiva al servizio militare a proprie spese (Livio, iv, 59).

Ma in realtà per i primi due anni, più che di un assedio si trattò di un blando blocco, che si fece più stringente solo quando, caduta la roccaforte volsca di Artena, Roma vi poté dedicare anche le milizie destinate sull’altro fronte principale. Per la prima volta, si sentì parlare di alloggi invernali per le truppe direttamente al fronte. Fa ovviamente specie sentir parlare di trasferimento al fronte per uomini la cui casa distava solo una quindicina di chilometri dal teatro delle operazioni, ma l’intento del Senato era proprio quello di serrare il blocco e mantenere una costante presenza di soldati sotto le mura della città nemica.

La decisione provocò forti malumori tra la plebe, che la considerava una macchinazione del patriziato per allontanare i giovani dalla città e indebolire così le posizioni della plebe stessa. A nome del Senato ci viene tramandata la replica di Appio Claudio, il quale sosteneva che in nessun lavoro si prende uno stipendio per un anno lavorando sei mesi; ma soprattutto, che se non si fossero costretti i veienti a rimanere al riparo tra le loro mura, impedendo loro di sostentarsi, allora lo avrebbero fatto ai danni dei romani, rinnovando le loro razzie, e la guerra non avrebbe mai avuto termine.

Le sue argomentazioni non convinsero il popolo quanto ciò che accadde poco dopo davanti alle mura di Veio. «I romani badavano di giorno a lavorare con maggior zelo di quanto poi facessero la guardia di notte» (Livio, v, 7), e si fecero sorprendere da una sortita notturna del nemico, che distrusse i terrapieni e le macchine belliche. A quanto pare, quell’episodio stimolò l’orgoglio dei romani, che si offrirono in massa come volontari per vendicare l’onta.

Nessuno, nella confederazione etrusca, si era mosso per aiutare la città assediata. E i motivi erano tanti: Veio aveva iniziato la guerra senza consultarsi con gli altri ed era ancora una monarchia, laddove tutte le altre si erano trasformate in repubbliche sul modello romano; inoltre, i tirreni avevano l’esigenza di mantenere i contatti commerciali con Roma e sgombra la valle del Tevere per il trasporto delle merci, e su di essi gravava la minaccia che, da Nord, stava portando all’Etruria l’avanzata dei celti. Tuttavia, l’anno seguente i veienti trovarono il sostegno di falisci e capenati, timorosi dell’accrescimento della potenza di Roma. I falisci, di etnia diversa – stando ad alcune epigrafi, costoro parlavano una variante dialettale del latino, mentre il mito li definisce di origine argiva –, occupavano la riva destra del Tevere tra i monti Cimini e il fiume, con epicentro a Civita Castellana, allora Falerii Veteres.

C’era molta rivalità tra i tribuni militari, al punto che, quando un campo fu attaccato sia dai veienti che dai loro alleati, un ufficiale «preferì essere vinto dal nemico piuttosto che vincere grazie al soccorso di un concittadino» (Livio, v, 8). Per Roma, sempre più sottoposta alla pressione di vari antagonisti su più fronti, diventava difficile concentrare tutte le proprie risorse su Veio, al punto che si dovette richiamare tutti gli anziani perché prestassero servizio come guarnigione dell’Urbe. Ma bisognava pagare tutti, e l’aumento delle tasse acuì il malcontento e le tensioni sociali, offrendo ai tribuni della plebe pretesti per strumentalizzare la guerra e la sua durata come un espediente dei patrizi per accentuare la disparità tra le due classi. Mentre le tensioni intestine non facevano che aumentare, l’esercito riusciva a prendersi una rivincita contro le tre armate congiunte di veienti, falisci e capenati, respingendo proprio grazie alla collaborazione tra tribuni un nuovo attacco concentrico agli accampamenti.

Ci fu bisogno di una nuova, pesante sconfitta, a opera stavolta di falisci e capenati, che tesero un’imboscata a una colonna romana, per decidere di affidare l’impresa a un unico comandante, in qualità di dittatore. La scelta cadde sull’uomo che, come tribuno militare, più si era distinto nelle operazioni contro falisci e capenati.

Che si trascinasse da dieci anni o meno, l’assedio di Veio era divenuto una faccenda estenuante, tanto più che a Roma la situazione politica si era fatta caotica, con i plebei che richiedevano a gran voce che la maggior parte dei tribuni fosse dei loro. Mentre sotto le mura della città nemica i soldati, tra i quali si era sparsa la voce che etruschi, falisci e capenati avevano riunito le forze e stavano marciando contro di loro per liberare la città, abbandonavano le postazioni, nell’Urbe, nell’impossibilità di tenere i comizi per eleggere i tribuni, si ricorreva a Furio Camillo dapprima come interrex, una sorta di magistrato ad interim, quindi come dittatore, ovvero, scrive Livio, come «comandante designato dal fato per distruggere Veio e per salvare la patria» (v, 19). Era il 396 a.C.

La musica cambiò immediatamente, tra i combattenti. Ormai cinquantenne, Furio Camillo, il quale si era scelto come vice, ovvero come magister equitum, Publio Cornelio Scipione, punì tutti coloro che si erano fatti prendere dal panico sotto le mura di Veio, «ottenendo così che non fosse il nemico il motivo principale di paura per i soldati». I cronisti, forse duplicando gli episodi degli anni precedenti, segnalano nuovi scontri con falisci e capenati presso Nepi, prima dell’arrivo di Camillo a Veio, e ciò lascerebbe supporre che le voci che avevano terrorizzato i soldati fossero vere; a ogni modo, stavolta il dittatore colse delle vittorie piene, e Plutarco accenna anche a una grande battaglia campale.

Una volta sotto le mura, il dittatore distolse i soldati dagli sterili tentativi di assalto che avevano caratterizzato l’andamento dell’assedio fino ad allora, e li impegnò in operazioni di fortificazione – potenziando il vallo che cingeva la città ormai da anni –, ma soprattutto, «essendo i dintorni della città cedevoli allo sterro» (Plut., Camillo, 5, 4), nello scavo di una galleria che conducesse alla cittadella. Livio racconta, con una dovizia di particolari che rivela come l’espediente non sia solo una trovata della tradizione per accomunare l’astuzia di Camillo a quella di Ulisse col suo cavallo di legno, come il dittatore abbia istituito varie squadre di scavatori, di sei uomini ciascuna, che si davano il cambio ogni sei ore, lavorando ininterrottamente e «a una profondità tale da non rivelare ai nemici i lavori» (Livio, v, 19). Ancora oggi esiste un tunnel tra Fosso Formello e Fosso Piordo che congiunge l’unico settore pianeggiante, ovvero il solo punto dove poteva trovarsi il campo romano, con la parte di mura della città costruita sopra cunicoli riempiti di terra e pietre.

Quando arrivò il momento di dare gli ultimi colpi di piccone, Camillo, che la tradizione ci descrive come un uomo in grado di infondere grande sicurezza ai soldati, considerò la conquista cosa fatta, e iniziò a pensare al bottino, che si prevedeva spropositato, rispetto a quelli guadagnati nelle guerre condotte fino ad allora dai romani. Nel precedente scontro con falisci e capenati, ne aveva dato la gran parte al questore, ovvero allo Stato, dividendo il rimanente tra i soldati; ma stavolta la faccenda rischiava di divenire l’ennesimo pretesto per un litigio tra plebe e istituzioni, e il dittatore preferì – anche per non rischiare l’impopolarità – richiedere disposizioni al Senato; intanto, fece anche voto di consacrare la decima parte del bottino ad Apollo Pitico, al cui santuario di Delfi alcuni ambasciatori si erano recati per interrogare l’oracolo a proposito della profezia formulata da un indovino veiente: Veio non sarebbe caduta fino a quando i romani non avessero incanalato le acque del lago di Albano che, in autunno, all’improvviso e misteriosamente, si era gonfiato fino a straripare oltre le cime dei monti che lo circondavano.

Perfino il Senato considerò troppo scottante la questione e, dopo aver a lungo discusso sull’opportunità di utilizzare il bottino per pagare lo stipendio ai soldati e diminuire contestualmente i tributi, delegò a sua volta la decisione alla plebe; questa, facendo propria l’opinione della fazione più populista, deliberò infine che chiunque volesse fare un po’ di preda potesse andare a Veio a prendersi ciò che riusciva ad arraffare. Con un enorme esercito a disposizione Camillo, una volta tratti gli auspici – cerimonia imprescindibile, se si voleva che una battaglia andasse a buon fine –, scatenò una serie di assalti diversivi contro le mura, per distogliere l’attenzione dei difensori dal vero e proprio attacco, che un contingente conduceva attraverso la galleria.

La leggenda – sono gli stessi cronisti ad alzare le braccia e ad ammettere di non avere a disposizione nulla di meglio del mito per narrare la conquista di Veio – attesta che il tunnel finiva giusto sotto il tempio dedicato alla dea Giunone, cui i sacerdoti etruschi stavano dedicando un sacrificio, affermando che la vittoria nella guerra sarebbe andata a chi avrebbe cavato le viscere alla vittima immolata; i soldati, in attesa sottoterra, nell’udire quelle parole sarebbero repentinamente balzati fuori e avrebbero portato essi stessi a termine il sacrificio, prima di aprire le porte al resto dell’esercito e assalire da tergo i difensori.

Si dice che il dittatore, dopo aver posto termine alla strage seguita all’assalto e dato il via al saccheggio, una volta constatato che il bottino era addirittura superiore a quanto preventivato, abbia invocato una minima sventura su di sé, per bilanciare gli eventi e non provocare il risentimento degli dèi; subito dopo, scivolò e cadde, e ciò lo indusse a ritenere che la sua preghiera fosse stata già esaudita, col minimo sforzo; ben altre, invece, erano le sventure che lo attendevano al ritorno in patria. Il popolo, infatti, cominciò subito ad avercela con lui, nonostante Camillo ottemperasse alla legge sulla divisione indiscriminata del bottino, solo perché non aveva deciso in tal senso egli stesso, e perché aveva venduto all’asta gli uomini liberi, il cui ricavato fu l’unico denaro a finire nelle casse dello Stato.

Del resto, il condottiero ci mise anche del suo per indisporre la gente. Al suo ritorno in città fu accolto da un tripudio di folla: la gioia per la fine di una guerra che era costata tante sconfitte a Roma, secondo gli accenni delle fonti, e tanti sforzi, era tale che il Senato aveva decretato quattro giorni di preghiere pubbliche, più che altro sancendo uno stato di fatto che vedeva i templi già affollati di matrone fin dall’annuncio della vittoria. Quando il dittatore sfilò su un cocchio trainato da quattro cavalli bianchi, paragonandosi così a Giove, che le statue raffiguravano proprio in quel modo, il malumore della plebe, «non avvezza all’insolenza del fasto» (Plut., 7, 1), aumentò, e il trionfo fu «più splendido che ben accetto» (Livio, v, 23). In seguito, la prassi di paragonare il protagonista di un trionfo a Giove sarebbe divenuta di uso comune, pur con l’adozione di vari accorgimenti, come i frizzi e i lazzi all’indirizzo del condottiero, e lo schiavo sul cocchio a ricordargli continuamente che era soltanto un uomo. Ma allora, il comportamento di Camillo parve sacrilego ai più: fu anzi una cosa «che fu giudicata poco adeguata non solo per un cittadino, ma anche per qualsiasi altro uomo» (Livio, v, 23).

Nel 391, dopo aver perso uno dei suoi due figli – le fonti non ci dicono come – e rivestito per breve tempo la carica di interrex, a causa di una malattia che aveva colpito entrambi i consoli, Camillo fu accusato di peculato da un questore, secondo la tradizione più fededegna, riportata da Plinio. Durante il processo, la plebe ne approfittò per cercare di disfarsi del più prestigioso tra gli avversari politici. Ciascuna fonte fornisce un’accusa diversa, e ciò testimonia, perlomeno, che gli piovve addosso di tutto: dall’appropriazione indebita di parte del bottino di Veio, che alcuni dicono ammontasse a 15.000 assi, alla sottrazione delle porte di bronzo della città caduta, al trionfo sul cocchio trainato dai quattro cavalli bianchi; gli fu perfino attribuita, secondo Appiano, la qualifica di iettatore e la responsabilità di prodigi funesti.

A Camillo non rimase che radunare la propria vasta clientela, che comprendeva molti plebei, e richiedere testimonianze a favore nel corso del giudizio, ma non ottenne altro che di pagare l’eventuale ammenda che ne sarebbe scaturita. Il condottiero ne prese atto e, disgustato e deluso, prese di propria iniziativa la via dell’esilio. Più di una fonte non resiste alla tentazione di paragonare la vicenda a quella di Achille durante la guerra di Troia. Valga per tutti l’esempio di Plutarco:

Abbracciati la moglie e il figlio, uscì di casa e procedette in silenzio fino alla porta della città; là si fermò, si volse indietro e alzando le mani verso il Campidoglio pregò gli dèi che se egli andava in esilio non giustamente, ma perché infangato dalla tracotanza e dall’invidia del popolo, presto i romani se ne pentissero e diventasse manifesto a tutti che avevano bisogno di Camillo e lo rimpiangevano (Plut., Camillo, 12, 4).

Si prese, in contumacia, una multa equivalente alla somma che si supponeva avesse sottratto, che i suoi clienti provvidero a pagare, e poi assistette impotente e forse gongolante, dalla sua nuova sede di Ardea, alleata dell’Urbe, alla catastrofe che si abbatté su Roma in sua assenza con il sacco dei galli senoni di Brenno.

Se non altro, da allora in poi, di Veio si sarebbe sentito parlare negli annali di Roma solo quando i capitolini valutarono l’opportunità di reinsediarsi nel sito che aveva ospitato la città etrusca, dopo la distruzione dell’Urbe a opera proprio dei galli.

II. LE GUERRE SANNITICHE

La prima guerra sannitica

All’inizio del iv secolo a.C. termina con la vittoria la prima grande sfida sostenuta da Roma agli albori del suo espansionismo. Veio è espugnata, gli etruschi ridimensionati, il fronte settentrionale consolidato. Adesso l’Urbe, senza più la spina nel fianco della grande città situata a meno di una ventina di chilometri dalle sue mura, può procedere a imporre la sua egemonia sui popoli della lega latina e su quelli con cui viene man mano in contatto, ernici, volsci, equi, tiburtini e tanti altri. Con le spalle più coperte, può ampliare anche la sua espansione verso sud, avvicinandosi sempre di più all’area campana, in Abruzzo e Molise, dove si trova la sua immagine speculare: i sanniti infatti, popolo di lingua osca emerso tra i sabelli (così come i romani erano emersi tra i latini), non hanno nulla da invidiare ai capitolini quanto ad attitudine bellica, tradizione, determinazione, fierezza. E anche come cultura, almeno in parte: se i capitolini sono stati forgiati dal lungo contatto con una civiltà più antica quale quella degli etruschi, i sanniti hanno potuto attingere a piene mani dalla Magna Grecia, appena più a sud,

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