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Alla scoperta dei segreti perduti della Sicilia
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E-book309 pagine2 ore

Alla scoperta dei segreti perduti della Sicilia

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Itinerari per scoprire nuovi scorci, leggende, aneddoti e tradizioni

Un’isola delle meraviglie, ricca di storie, luoghi e personaggi da svelare, attraverso un viaggio fatto di tante tappe quanti sono i segreti che nasconde. Ecco cos’è questo libro: una raccolta di possibili itinerari da percorrere e intrecciare, per scoprire nuovi scorci e antiche leggende, aneddoti sorprendenti e tradizioni ben note, in cui la Sicilia è sempre protagonista incontrastata. Isolani e turisti avranno a disposizione nove percorsi da scomporre e ricomporre a proprio piacimento, fatti di storie che riguardano tanto gli imperdibili must quanto i posti più insoliti, raccontate attraverso le voci dei personaggi che ne hanno determinato l’unicità e che li hanno resi speciali. Alla scoperta dei segreti perduti della Sicilia è dunque una guida per tutti quei viaggiatori (anche siciliani) che vogliono scoprire una terra dalla storia millenaria e dalla bellezza impareggiabile. E che se lo desiderano possono farlo comodamente seduti in poltrona, sfogliando le pagine di questa insolita guida. 

Antiche leggende, piccoli misteri e aneddoti sorprendenti di un’isola inaspettata

• Lo Spasimo, la chiesa con gli alberi dentro
• Porta Nuova e Porta Felice, due donne per un uomo soltanto
• Aci, Galatea e Polifemo: storia di un triangolo amoroso finito nel sangue
• L’orecchio di Dioniso, anatomia di una leggenda
• La Scicli dimenticata: Chiafura
• E se Omero fosse stato in realtà una donna trapanese?
• L’ossidiana, oro nero di un popolo che fu
• Realmonte, tra sale e calcare
• La dea di Morgantina, storia di un furto d’autore
• Il Castello Manfredonico e tutti i suoi segreti
…e molto altro ancora
Clara Serretta
è nata a Palermo nel 1983. Vive e lavora a Roma, occupandosi di libri: li legge, li scrive e li traduce. Con la Newton Compton ha pubblicato Forse non tutti sanno che in Sicilia..., Il grande libro dei cocktail, Centrifughe, estratti e succhi rigeneranti e Centrifughe, estratti e succhi verdi.
LinguaItaliano
Data di uscita17 nov 2016
ISBN9788822702395
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    Anteprima del libro

    Alla scoperta dei segreti perduti della Sicilia - Clara Serretta

    391

    Prima edizione ebook: novembre 2016

    © 2016 Newton Compton editori s.r.l.

    Roma, Casella postale 6214

    ISBN 978-88-227-0239-5

    www.newtoncompton.com

    Realizzazione a cura di Librofficina

    Clara Serretta

    Alla scoperta dei segreti

    perduti della Sicilia

    A Filiberto, sempre e comunque

    Soffre la Sicilia di un eccesso di identità, né so, se sia un bene, o se sia un male. Certo per chi c’è nato dura poco l’allegria di sentirsi seduto sull’ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non saper districare tra mille curve e intrecci del sangue il filo del proprio destino.

    Gesualdo Bufalino, Cere perse

    INTRODUZIONE

    «È la gemma del secolo, splendore della natura. Gioca a incantare i viaggiatori anche con le glorie del suo passato, è colma di ricchezze, i suoi prodotti vengono venduti nei Paesi cristiani e in quelli musulmani. […] È una terra dalle infinite bellezze, ricca di industrie e commerci». Con queste parole tanto antiche quanto attuali il geografo di re Ruggero II , al - Idrisi, nel 1154, descriveva la Sicilia, in cui era giunto una ventina d’anni prima. Come tanti di coloro che da qui sono passati, ne era rimasto folgorato, tanto da spingersi a dichiarare che «non si conosce sulla superficie della terra un’isola che racchiuda territori più prosperi».

    A distanza di un migliaio d’anni, la bellezza di questa terra è rimasta immutata, anzi probabilmente si è arricchita del passaggio di quanti, dopo i normanni, sono capitati da queste parti e hanno lasciato il segno.

    È solo un’isola, in effetti, un piccolo triangolo di terra emersa, così vicina al resto d’Italia e d’Europa, eppure così lontana. A separarla dal continente c’è giusto una lingua di mare che a volte, per quanto sottile, può sembrare un oceano.

    Chiunque sia passato di qua, nel corso dei secoli, non ha potuto fare a meno di accorgersene: la Sicilia è un posto speciale, che fa innamorare tutti quelli che ne scoprono le meraviglie e lascia spesso con l’amaro in bocca coloro che ci vivono.

    In questo libro cercherò di raccontarvela così, con le sue mille luci e le sue altrettante ombre: per quanto la si ami, è impossibile non coglierne i difetti, ma inevitabile arrendersi al cospetto del suo fascino. Nonostante tutto.

    STORIE PALERMITANE

    I mosaici dell’abside del duomo di Monreale (da Architecture moderne de la Sicilie).

    Vista della grotta di Santa Rosalia, situata alle pendici del monte Pellegrino presso Palermo.

    L’HOTEL DELLE PALME

    E TUTTI I SUOI SEGRETI

    L’ Hotel delle Palme, anzi il Grand Hotel Et Des Palmes (d’altronde, si sa, i nomi in francese sono molto più chic), è un albergo che per anni è stato al centro delle trame culturali, politiche e sociali del capoluogo siciliano, custodendone i misteri e alimentandone di nuovi.

    Fu fatto costruire a metà Ottocento dagli Ingham-Whitaker, una famiglia di imprenditori inglesi che si erano trasferiti in Sicilia e qui avevano scoperto il Marsala, impiantandone una fabbrica¹, ed era collegato alla chiesa anglicana, da loro voluta e edificata proprio di fronte, da un passaggio segreto. L’edificio rimase dimora privata fino a quando non venne acquisito da Enrico Ragusa, che ne fece un hotel di lusso già a partire dal 1877 e ne affidò poi, nel 1907, la ristrutturazione interna all’architetto Ernesto Basile², molto in voga a quei tempi.

    Quel che ne risulta è uno splendido edificio in stile Liberty, dove nel corso degli anni hanno alloggiato politici, scrittori e celebrità, che ne hanno fatto la storia.

    Sin dall’inizio della sua attività l’Hotel delle Palme diventa meta dei personaggi più illustri in visita a Palermo. Uno dei primi a soggiornare nelle sue camere fu Richard Wagner, nel 1881, insieme a sua moglie Cosima, la figlia del compositore Franz Liszt, ai loro figli, Siegfried, Eva e Isolde, e a Blandine e Daniela, le figlie che Cosima aveva avuto da un precedente matrimonio. A consigliare questo particolare albergo a Wagner era stato il pianista Joseph Rubinstein, già residente in città, che gli aveva decantato le lodi del bel parco interno, ricco di piante esotiche, e del giardino d’inverno. L’hotel era attivo da appena quattro anni, ma già erano state apportate diverse modifiche rispetto a quando era residenza privata dei Whitaker: era stato aggiunto un piano e spostato l’ingresso da via Mariano Stabile a via Roma, dove si trova attualmente. Wagner e la sua famiglia vennero accolti dalle più prestigiose famiglie palermitane: i Tasca, i Lanza, i Gangi e persino i Florio, che si recarono in visita da loro, presso la suite al secondo piano in cui risiedevano. Nacque anche una storia d’amore: il conte Biagio Gravina si innamorò di Blandine, la figlia di Cosima, e ne chiese la mano, che gli fu felicemente concessa.

    Fu proprio all’Hotel delle Palme che Wa gner concluse il suo Parsifal, il 13 gennaio del 1882; dopodiché il compositore, preoccupato dal costo che avrebbe comportato continuare a risiedere in albergo, decise di accettare l’invito del principe di Gangi a trasferirsi nella sua residenza estiva. Finì dunque così, per banali questioni economiche, il suo soggiorno all’hotel³.

    La permanenza del pensatore uruguaiano José Enrique Camilo Rodó Pineyro si concluse invece in modo altrettanto brusco, ma decisamente più drammatico, il 1° maggio del 1917: Rodó aveva quarantacinque anni ed era molto malato, tanto che da quando si era stabilito in hotel, il 3 aprile di quello stesso anno, aveva condotto una vita molto ritirata. La notte tra il 30 aprile e il 1° maggio ebbe una crisi e venne ricoverato in ospedale, dove morì poche ore dopo. Il partito dei cospiratori vuole che sia stato lentamente avvelenato dai suoi oppositori.

    Altrettanto bruscamente si concluse, qualche anno dopo, anche il soggiorno di Raymond Roussel: il poeta francese infatti fu trovato morto nella sua stanza, la 224, il 14 luglio del 1933. Uno strano caso, il suo, su cui hanno indagato nomi illustri, Mauro de Mauro prima, in un articolo uscito su «L’Ora», e Leonardo Sciascia poi, in un libro intitolato Atti relativi alla morte di Raymond Roussel: Roussel si sarebbe suicidato emulando un altro finto suicidio, quello del suo connazionale Jacques Rigaut, che aveva deciso di togliersi la vita proprio al Grand Hotel Et Des Palmes, nel 1926. Rigaut era stato poi convinto a cambiare idea, ma prima di andarsene aveva messo in scena la sua morte facendosi trovare riverso su un materasso, davanti alla porta comunicante con la stanza della sua accompagnatrice. Anche Roussel, come Rigaut, era dedito ai barbiturici e fu proprio con un’overdose che, pare, si sia tolto la vita. Il pretore Margiotta, incaricato del caso, ne trovò un flacone da dieci sul comodino, da cui mancavano sette pillole. Perché solo sette e non tutte e dieci? Forse si trattò di un incidente, più che di un suicidio intenzionale. Ma Sciascia, nel volume citato, pone anche altri interrogativi, tutti rimasti irrisolti: pare che l’autista di Roussel, per esempio, fosse scomparso proprio il giorno della morte del suo principale e che la polizia non si sia mai occupata di cercarlo o interrogarlo. Sciascia nota piuttosto che tutti i verbali relativi al caso portano la stessa data, quella del 14 luglio: il che significa che esso venne aperto e chiuso nel giro di poche ore. Ma d’altronde allora vigeva «la regola fascista, cui la polizia e la magistratura alacremente sottostavano, di mettere sotto silenzio tutti quei casi in cui il tedium vitae assurgesse a tragici esiti».

    «Innegabilmente, ci sono molti punti oscuri negli ultimi giorni di vita e nella morte di Raymond Roussel; e se si declinano dal punto di vista del sospetto, la vicenda assume un che di misterioso, da detective-story», conclude Sciascia nel suo resoconto, che non approda a una verità, ma piuttosto certifica l’insondabilità dell’enigma.

    Passa qualche anno, scoppia la seconda guerra mondiale e, dopo lo sbarco degli Alleati, il Grand Hotel Et Des Palmes diventa quartier generale degli americani. E insieme a loro giunge in albergo, il 19 aprile del 1946, anche colui che si dice abbia orchestrato il loro arrivo: Lucky Luciano, insieme alla sua amante, Virginia Massa. Le ragioni del suo soggiorno sono ovviamente poco chiare: qualcuno dice che fosse venuto per fare affari, altri che invece fosse interessato al Movimento separatista che in quel periodo si era sviluppato in Sicilia, tanto che pare avesse ricevuto in visita molti politici e attivisti.

    E negli anni successivi l’Hotel delle Palme continua a essere la location preferita di personaggi abbastanza discutibili: nei giorni fra il 10 e il 14 ottobre nei suoi saloni si tenne un summit al quale parteciparono i più importanti boss siculo-americani. Stiamo parlando di personalità del calibro di Lucky Luciano, Carmine Galante, Frank Garofalo e Charles Orlando, cui tennero testa i padrini siciliani Rosario Mancino, Domenico La Fata e Giuseppe Genco Russo. Nel corso di questo incontro, come ci racconta Michele Pantaleone nei suoi articoli su «L’Ora», si stabilirono le linee guida delle relazioni che sarebbero intercorse in futuro tra le due organizzazioni e si decise la condanna a morte del boss americano Albert Anastasia, che era diventato una specie di sanguinaria mina vagante.

    Dal Grand Hotel Et Des Palmes sono passati tantissimi personaggi famosi, da Primo Carnera a Renato Guttuso, da Giorgio de Chirico a Vittorio Gassman, passando per Fred Buscaglione, Francis Ford Coppola, Maria Callas, ma sarebbe impossibile interrompere la storia dei famosi inquilini dell’Hotel delle Palme senza menzionare due strani aristocratici che qui presero dimora. Il primo è il barone Agostino La Lomia, scrittore, burlone e gaudente, che risiedette a lungo nella stanza 224, la stessa in cui morì Roussel, e si scriveva lettere da solo, le consegnava alla reception in qualità di mittente e poi le ritirava nei panni del destinatario. Il secondo è un altro barone, Giuseppe Di Stefano di Castelvetrano, che visse nella suite 204 per più di mezzo secolo e qui morì a 92 anni, nell’aprile del 1998. Un personaggio davvero sui generis, il barone Di Stefano: le ragioni del suo esilio volontario non sono mai state chiare, forse una promessa fatta a qualche boss per avere salva la vita, fatto sta che non usciva mai dal Grand Hotel. Almeno questa è la leggenda: pare invece che facesse ogni giorno, dopo pranzo, il giro dell’isolato e che ogni 2 novembre andasse a portare i fiori sulla tomba dei suoi genitori. Protagonista del racconto di Philippe Fusaro – Palermo Solo, una storia romanzata della sua vita – quando morì si fece mettere una maschera di cuoio, per non dare ai suoi nemici la soddisfazione di vederlo in faccia nemmeno da morto. Sul grande schermo venne impersonato da Vittorio Gassman, che come abbiamo precedentemente ricordato fu a sua volta ospite dell’albergo. In Dimenticare Palermo, film del 1990 di Francesco Rosi, Gassman veste i panni del principe che vive prigioniero dell’hotel per timore di una vendetta di mafia. Al barone Di Stefano, tuttavia, da morto vennero tributati tutti i grandi onori del caso: contrariamente alle abitudini dell’hotel (i defunti uscivano di solito dall’ingresso posteriore), il feretro del barone Di Stefano uscì dall’ingresso principale, con i dipendenti schierati a rendergli l’ultimo saluto.

    ALLA SCOPERTA DEI SOTTERRANEI DI PALERMO: I QANAT

    Un reticolo di canali che attraversano la città nelle sue viscere, la tagliano e la percorrono, all’oscuro di molti di coloro che vi abitano o vi sostano di passaggio: quelli di cui stiamo parlando sono degli antichi cunicoli, i qanat , scavati nel sottosuolo dagli arabi per portare in superficie l’acqua proveniente dalle falde naturali sotterranee.

    L’acqua a Palermo, in effetti, ha sempre scarseggiato, ora come nei secoli passati. Lo dimostra questo vetusto eppure raffinato sistema di irrigazione così come, oggi, il panorama di cisterne azzurre che si vede dall’alto sui tetti della città. I palermitani, insomma, sono stati costretti a industriarsi per sopperire a una storica penuria.

    Quando gli arabi – gente del deserto, che con il caldo e la siccità era ben abituata ad avere a che fare – arrivarono in città, nell’831, fecero di Palermo la loro capitale e le diedero quell’aspetto dal sapore mediorientale che alcuni scorci conservano tutt’ora, a distanza di più di mille anni.

    Palermo, Balarm, durante la loro permanenza si arricchì di palazzi e moschee e divenne il fulcro, il cuore pulsante, di tutto il Mediterraneo, e «sotto il dominio musulmano fiorì per dottrina e gran numero di scienziati, di letterati e di uomini illustri e rivaleggiò con la Spagna»⁴. Per renderci conto del prestigio di cui godette la Sicilia in epoca araba basterà prestare ascolto al geografo di Ruggero II, al-Idrisi, che la descrive come la perla del Mediterraneo, terra ricca di bellezze di ogni sorta, meta privilegiata di viaggiatori e mercanti di tutto il mondo, che la esaltano e godono di tutti i suoi incanti.

    Pianta di Palermo disegnata da Orazio Majocchi nel 1580.

    E tra i tanti scienziati che popolarono le sue strade c’erano anche degli abili ingegneri, che avevano fatto loro la tecnica del qanat e che qui decisero di riproporla. Gli arabi, infatti, si erano appropriati di uno stratagemma di matrice persiana e scavarono nel sottosuolo un particolare sistema di tunnel che costituisce un vero e proprio capolavoro di ingegneria idraulica. Sfruttando soltanto la gravità e la pendenza e approfittando del fatto che molto del sottosuolo palermitano è in calcarenite (una roccia molto friabile e quindi facilmente lavorabile), riuscirono attraverso questi canali a far affiorare l’acqua proveniente dalle sorgenti sotterranee, di cui Palermo, a differenza di quanto si potrebbe pensare, è molto ricca, e a garantire così ai suoi abitanti un sufficiente approvvigionamento idrico. Specialisti del settore erano i muqanni, cioè i maestri d’acqua, che captavano la presenza delle sorgenti e stabilivano il percorso dei canali. Quelle che costruirono erano vere e proprie gallerie, con tanto di pareti e di soffitto a volta per stabilizzarne la tenuta. Ogni venti/trenta metri c’erano dei pozzi seriali (che oggi non esistono più), i quali permettevano agli operai di guardare in superficie e dunque orientarsi nel corso del lavoro di scavo, di trasportare più facilmente all’esterno il materiale di risulta, nonché di uscire dal sistema di tubazioni senza doverlo percorrere tutto a ritroso. Ormai, dopo circa nove secoli questi ambienti creati dall’uomo stanno piano piano tornando alla natura, trasformandosi in grotte, con tanto di stalattiti. Così li descrive Luigi Natoli in I Beati Paoli:

    Il passaggio repentino dalle tenebre alla luce, per un minuto gli tolse la percezione esatta dell’ambiente; poi a poco a poco si assuefece, e nel momento di silenzio che regnò nella stanza, guardò con stupore il luogo in cui si trovava, quasi non persuadendosi che nel cuore di Palermo si trovassero di quelle caverne che, non infrequenti nei dintorni della città, il popolo attribuiva ai saraceni. La stanza era scavata nel tufo, con un certo criterio d’arte; aveva il tetto a volta, nelle pareti qualche nicchia. V’erano presso l’altare vestigia d’intonaco, ma l’umidità l’aveva scrostato: si sentiva che quella grotta si trovava nel sottosuolo.

    È merito di questo sistema di irrigazione se nella Conca d’Oro (come sarà poi ribattezzata) vengono introdotte colture quali gli agrumi, il riso, i gelsi, i datteri, i pistacchi e i peschi, per citarne solo alcune, trasformando l’agro palermitano in un rigogliosissimo giardino. Ed è sempre merito degli arabi se Palermo allora poteva permettersi di contare 300.000 abitanti, a fronte per esempio dei soli 30.000 che vivevano a Roma⁶. Furono sempre i qanat che garantirono nei secoli successivi il funzionamento delle camere dello scirocco, ovvero quelle stanze in cui i nobili si rifugiavano a prendere il fresco, e che svolsero persino il ruolo di alternativo percorso sotterraneo per coloro che non potevano farsi vedere in superficie. Per esempio, di essi pare si servissero le monache del XVIII secolo, alle quali non era permesso mostrarsi in giro, per raggiungere una specie di tribuna sul Cassaro, da cui, il 14 luglio, potevano assistere ai festeggiamenti per la patrona, santa Rosalia.

    Palermo, insomma, possiede «un patrimonio cavo che non è da meno di quello napoletano o romano, con un armamentario simile di catacombe e luoghi sepolcrali (o di rifugi antiaerei), ma con l’aggiunta dell’eredità orientale nello scavo e nell’irreggimentazione delle acque sotterranee»⁷.

    Un patrimonio fortunatamente almeno in parte ancora fruibile, poiché a Palermo di qanat se ne possono visitare tre: il gesuitico basso, o della Vignicella (scoperto per caso nel 1979, all’interno dell’ex ospedale psichiatrico), il gesuitico alto e quello dello Scibene (che alimenta la camera dello scirocco di Villa Savagnone).

    L’ABATE VELLA E L’ARABICA IMPOSTURA

    Il vero mistero in questa storia, vecchia di un paio di secoli, è come mai l’abate maltese Giuseppe Vella, artefice della cosiddetta arabica impostura, e il suo acerrimo rivale, Rosario Gregorio, che svelò il suo inganno, dopo anni passati a darsi battaglia, siano finiti vicini di sepoltura, nella chiesa palermitana di San Matteo e San Mattia.

    Ma andiamo con ordine e raccontiamo dall’inizio questa vicenda tanto assurda da sembrare frutto della fervida immaginazione di uno scrittore, mentre invece è accaduto proprio il contrario, visto che è stata fonte di ispirazione per gente del calibro di Sciascia⁸ e Camilleri⁹. Quando si dice che la realtà supera la fantasia.

    Siamo in piena età illuministica. Giuseppe Vella, frate dell’ordine dei gerosolimitani, di

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