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Miserere. Attentato in Vaticano
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E-book430 pagine6 ore

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Info su questo ebook

«Vito Bruschini dimostra come la capacità di saper riprodurre la ricca ambiguità che accompagna la vita, sia il modo vincente di raccontare una storia.»
La Repubblica

Un grande thriller

1983 Siamo sull’orlo di un olocausto nucleare, la Guerra Fredda spacca il mondo in due blocchi e lo spettro di un conflitto è incombente. Nessuno si sente al sicuro e l’incubo del “first strike” – l’attacco preventivo a sorpresa – raggela i rapporti diplomatici, tesissimi. In Polonia gli operai dei cantieri navali di Danzica oppongono un violento dissenso al governo filosovietico del generale Jaruzelsky, sostenuti dai finanziamenti di papa Giovanni Paolo II. Lo stesso papa che solo due anni prima aveva rischiato la vita in un attentato a opera del KGB. E la figura del papa, anche a distanza di anni, non ha smesso di essere scomoda. Tanto che la Sezione “Affari bagnati” del KGB decide di affidare a un pericolosissimo sicario il compito di togliere di mezzo il pontefice. Il nome in codice dell’assassino è Miserere, uno spettro di morte che non si fermerà davanti a nulla per portare a termine la sua missione.

Dopo il fallimento di Ali Agca, nel 1985 il KGB organizzò un secondo attentato contro papa Wojtyla 
Il killer si chiamava Miserere

Una storia che solo i servizi segreti conoscono

Hanno scritto dei suoi libri:

«Bruschini sfrutta di nuovo il proprio mestiere di cronista per costruire un avvincente thriller di fantasia basato su alcuni fatti reali e argomenti attuali tornati alla ribalta.»
Panorama

«Un thriller dal respiro epico e dal forte impatto narrativo.»
Il Messaggero
Vito Bruschini
Giornalista-scrittore, ha diretto «Geos», il primo mensile di ecoturismo e realizzato oltre 300 tra reportage e serie televisive a carattere sociale e scientifico. Attualmente dirige il web magazine Globalpress.it dedicato al patrimonio immateriale e alle eccellenze culturali italiane. Con la Newton Compton ha pubblicato, riscuotendo notevole successo di critica e pubblico, The Father. Il padrino dei padrini; Vallanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno; La strage. Il romanzo di piazza Fontana; Educazione criminale. La sanguinosa storia del clan dei Marsigliesi; I segreti del club Bilderberg; I cospiratori del Priorato; Il monastero del Vangelo proibito; La verità sul caso Orlandi e Rapimento e riscatto. In versione ebook ha pubblicato Il romanzo del boss dei boss. I suoi romanzi hanno vinto il “Premio Rossellini” al Festival Internazionale Fiera del Libro del Mediterraneo; il “Premio internazionale della critica Pegasus” di Città di Cattolica e il “Premio Eccellenze” al Festival Napoli cultural classic. I suoi libri sono tradotti all’estero.
LinguaItaliano
Data di uscita28 mar 2018
ISBN9788822719300
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    Anteprima del libro

    Miserere. Attentato in Vaticano - Vito Bruschini

    editori

    ringraziamenti

    Ringrazio Bruno, l’amico carabiniere della Catturandi, negli anni ’80 di base alla caserma di via Moscova a Milano. Senza di lui questa storia non sarebbe mai stata raccontata.

    Personaggi

    Gregory Borislav, alias Igor Kaminski, alias Ardashir Hassan, alias Padre Ibrahim, alias Miserere.

    Lyosha Ivanov, sergente degli Specnaz, nipote di Gregory.

    Karin Borislav, sorella di Gregory.

    URSS

    Jurij Andropov, segretario generale pcus.

    Colonnello Konstantin Morozov, aiutante di Jurij Andropov.

    Boris Romanov, ufficio politico del pcus.

    Tenente Leonid Nikolay, ex zampolit.

    Viktor Lysenko, direttore generale del kgb, succede ad Andropov.

    Isay Golubev, Maggiore generale.

    A Istanbul

    Sikandàr, detto Gran Khan.

    Babur, braccio destro di Gran Khan.

    Rana, cugino di Babur.

    Fidel, bodyguard di Babur.

    Ramazan Kasim, fratello maggiore di Polat.

    Polat Kasim, fratello di Ramazan.

    Turgay, ispettore della Interpol.

    Alla corte del Gran Khan

    Eha, principessa estone.

    Aysel, originaria dell’Azerbaijan.

    Kunis, sorella minorenne di Aysel.

    Aminah, cortigiana turca.

    Denika, cortigiana bulgara.

    Beyza, prima moglie di Gran Khan.

    Ceren, seconda moglie.

    Fatma, madre di Gran Khan.

    Demir, guardaspalle del Gran Khan.

    Burak, capo-bastone.

    Idris, altro guardaspalle.

    Arslam, turkmeno, consulente del Gran Khan.

    Seyed, afgano, secondo consulente del Gran Khan.

    Damiano Saponaro, boss Sacra Corona Unita.

    In Afghanistan

    Firuza, prostituta kazaka a Kandahar.

    Ghulèm, capo di una tribù pashtun.

    Sharif, fedelissimo di Ghulèm.

    Sardar, trafficante del villaggio Jaldak.

    Bilal, figlio undicenne di Sardar.

    A Francoforte

    Suleyman Kaya, capo dei Lupi grigi.

    Munir, stratega dei Lupi grigi.

    Jamil, killer dei Lupi grigi.

    Duruk, secondo killer dei Lupi grigi.

    A Zurigo

    Osman Zacharia, direttore della Berenguer Bank.

    In Vaticano

    Padre Robert Duvall, cacciatore di spie.

    Padre Edmund Kowalski, spia della stasi.

    Monsignor O’Connor, cassiere generale dello ior.

    La Catturandi

    Falcao, capo operativo carabinieri.

    Ombra, vicecapo carabinieri.

    Max, maresciallo.

    Il 1983 fu l’anno in cui il mondo sfiorò l’olocausto nucleare. Erano i tempi della Guerra fredda, quando nessuno si sentiva più al sicuro nella propria città e lo spettro del conflitto atomico era incombente. L’incubo, per i generali dei due blocchi avversari, era il cosiddetto first strike, cioè l’attacco preventivo a sorpresa. Consisteva nello sferrare all’improvviso una tale forza devastante, magari camuffata da esercitazione militare, da rendere inoffensivo l’arsenale nucleare del nemico.

    Erano anni di grande fermento, il mondo intero era percorso da sussulti rivoluzionari. In Polonia gli operai dei cantieri navali di Danzica, sostenuti dai finanziamenti di papa Karol Wojtyla, avevano opposto un violento dissenso al governo filosovietico del generale Jaruzelski. Persino la Turchia si dibatteva in una strisciante guerra civile tra fazioni nazionaliste e gruppi di sinistra che la volevano far uscire dall’orbita della nato per portarla in quella sovietica.

    Nel 1981 il kgb, per interrompere gli aiuti del Vaticano a Solidarnosc, attentò alla vita di Giovanni Paolo ii. Ma, come sappiamo, Ali Agca, il killer dei Lupi grigi che doveva ucciderlo, fallì nella sua missione.

    Nel 1985 il dipartimento Affari Bagnati del kgb, che si occupava di assassinare i nemici dell’urss, organizzò un secondo attentato contro Wojtyla. Miserere era il nome in codice del sicario incaricato di ucciderlo, sempre con l’appoggio dei Lupi grigi. Ma anche questa volta il complotto fallì.

    Nella finzione del romanzo si nasconde la vera storia del secondo fallito attentato a papa Wojtyla, quello che i mezzi di comunicazione non hanno mai raccontato e che soltanto i capi dei servizi di spionaggio russi e americani conoscono. Se il mondo oggi è quello che è, lo dobbiamo alle scelte del misterioso killer dal nome in codice: Miserere.

    1. La notte delle centomila fiaccole

    Cracovia, 21 giugno 1983

    Anni dopo, un giornalista inglese gli chiese quando fu il momento in cui ebbe la certezza che l’impero sovietico sarebbe crollato. Karol Wojtyla senza esitazioni rispose che quella folgorazione gli era venuta esattamente la sera del 21 giugno, nel corso del suo secondo viaggio in Polonia come papa Giovanni Paolo ii.

    «Cosa accadde quella sera?», incalzò il giornalista.

    Dopo l’incontro con il primo ministro polacco Wojciech Jaruzelski, Karol Wojtyla aveva raggiunto per la cena i cardinali e le rappresentanze del corpo diplomatico, che si trovavano riunite nel grande salone dell’arcivescovado di Cracovia, sulla collina di Wawel. In quelle sale Wojtyla si sentiva come a casa propria perché lì nel 1946 era stato ordinato sacerdote e sempre lì, per quattordici anni, aveva svolto il suo apostolato prima come vescovo ausiliario e poi come arcivescovo. I camerieri avevano da poco iniziato a servire gli antipasti, quando dalle finestre spalancate arrivarono i canti e il vociare allegro del popolo polacco che stava confluendo in massa verso il palazzo. Wojtyla si scusò con i commensali e si alzò perché voleva salutare ancora una volta i suoi concittadini. Appena la sua inconfondibile silhouette si stagliò nel riquadro della finestra un boato di giubilo si alzò dalla folla. Il papa vide oscillare una massa di persone entusiaste, plaudenti, piene di speranza e di fiducia per il futuro.

    «Ecco», rispose al giornalista che gli aveva posto la domanda. «Fu proprio in quell’istante che sentii la grazia dello Spirito Santo posarsi sul mio popolo».

    Soltanto quattro giorni prima, dopo essere atterrato all’aeroporto di Varsavia, l’atmosfera che si respirava nelle strade deserte e nei negozi privi di beni di prima necessità, era tutt’altro che euforica. La gente non aveva voglia di sorridere. Era malinconica, delusa, senza alcuna aspettativa per il futuro. Erano gli effetti della legge marziale, che da oltre diciotto mesi aveva trasformato la Polonia in una prigione e fatto crollare l’economia del Paese. La giunta militare, guidata dal generale Wojciech Jaruzelski l’aveva imposta per arrestare la travolgente azione politica di Solidarnosc, il sindacato degli operai nato a Danzica che in poco più di un anno aveva raccolto l’adesione di quattordici milioni di lavoratori. Il timore principale della popolazione era che Giovanni Paolo ii fosse venuto a legittimare l’ordine imposto dai militari per sacrificare, nel nome della pace sociale, le conquiste ottenute dal libero sindacato e dai giovani che mal sopportavano le restrizioni di una società militarizzata. Ma avevano sottovalutato la determinazione e la grinta del loro ex arcivescovo perché Wojtyla, sin dal primo incontro con i fedeli, aveva espresso chiaramente i motivi della sua visita: «Chiedo a coloro che soffrono di essermi particolarmente vicini», aveva esordito con voce ferma. «E lo chiedo con le parole di Cristo: Ero malato, e mi hai visitato. Ero in prigione e sei venuto da me».

    Quelle parole riscaldarono i cuori di tutti coloro che si erano radunati nella cattedrale per seguire la messa in suffragio del cardinale Wyszynski. Qualcuno tra la folla gridò: «Il papa è con noi». Altri cominciarono a cantare gli inni di Solidarnosc. Fu in quel frangente che in molti nacque la speranza di un cambiamento.

    Karol Wojtyla aveva affrontato il viaggio in Polonia deciso a risollevare gli animi dei suoi concittadini. In cuor suo sapeva che, se fortemente motivati, i polacchi potevano dare una energica spallata al sistema sovietico. Wojtyla chiese al presidente polacco Henryk Jablonski il riconoscimento di Solidarnosc, il diritto degli operai di riunirsi in assemblea e quello al lavoro. Quando si sparse la voce di ciò che il papa era riuscito a ottenere, la popolazione cominciò a credere davvero in un mutamento dell’attuale situazione. Wojtyla non fece sconti nel rimproverare sia il presidente sia il generale, accusandoli della morte della poetessa Barbara Sadowska. La notizia dello scontro tra Wojtyla e il presidente Jablonski fu un messaggio inequivocabile per gran parte dei polacchi: il loro illustre cittadino non si era lasciato intimidire dalle autorità e proseguiva nella sua irresistibile crociata.

    Il giorno successivo celebrò la messa in uno stadio che poteva contenere soltanto poche migliaia di persone. Gli amministratori comunali contavano in questo modo di scoraggiare la popolazione dal partecipare alla funzione. Ma la notizia della presa di posizione del papa nei confronti delle violenze della polizia aveva riacceso le speranze dei cittadini di Varsavia. In trecentomila si diressero in corteo verso lo stadio, sfilando provocatoriamente sotto le finestre del palazzo del Comitato Centrale del partito urlando e scandendo lo slogan: «Vi perdoniamo! Vi perdoniamo!». Il popolo era compatto, come mai prima di allora. La situazione era esplosiva. La milizia si tenne a distanza, preoccupata soltanto di non provocare reazioni che avrebbero potuto sfociare in una guerra civile. Poi venne il momento dell’omelia. Wojtyla avanzò al centro del palco. Immediatamente, dentro e fuori allo stadio, calò un silenzio sovrannaturale, considerata la distesa infinita di persone presenti. La voce pacata del papa rimbalzò da un altoparlante all’altro. «Cari fratelli, noi polacchi abbiamo una storia molto difficile, specialmente nel volgere degli ultimi secoli. Le esperienze dolorose della storia hanno acuito la nostra sensibilità nel campo dei diritti fondamentali dell’uomo. In particolare, il diritto alla libertà, il diritto alla libertà di coscienza e di religione, ai diritti del lavoro…». Qui il papa lasciò la frase in sospeso perché voleva parlare della sacrosanta pretesa degli operai di essere difesi da un sindacato. Voleva parlare di Solidarnosc, tuttavia per quel giorno preferì non stravincere e rimandò il momento in cui avrebbe chiesto di riconoscere ufficialmente il movimento sindacale di Walesa…

    Ma ormai i polacchi avevano capito che era dalla loro parte. Così, alla messa successiva, un’altra sterminata marea di fedeli testimoniò la sua fedeltà al pontefice e la volontà di riscatto, sollevando al cielo una distesa di crocefissi e di mani con le dita divaricate a indicare la V, il segno della vittoria.

    Ormai il papa aveva abbandonato ogni incertezza e ogni riserbo, e nelle omelie successive cominciò a parlare di solidarietà, ripetendo la parola ogni volta che poteva. Anche i responsabili e i sostenitori di Solidarnosc, fino a quel momento alla macchia, uscirono dai loro nascondigli e nelle altre adunanze oceaniche distesero i loro striscioni bianchi con la scritta Solidarnosc in rosso che ben si fondeva ai colori bianco e rosso delle bandiere della Polonia che sventolavano all’unisono.

    Il giorno successivo si spostò a Cracovia e la polizia, nel tentativo di contenere l’entusiasmo della folla, decise di chiudere alla gente la strada che dall’aeroporto conduceva alla città. Ma la popolazione non si fece intimidire e, a distanza di un paio di chilometri da quella strada, affollò il profilo delle vicine colline seguendo il corteo papale per l’intero tragitto, salutandolo con fazzoletti bianchi e gialli, cori di benvenuto e un ininterrotto sventolio di bandiere.

    Quella sera, nel palazzo dell’Arcivescovado, con una folla osannante di giovani e anziani radunata sotto le finestre, papa Wojtyla capì che il popolo polacco ora aveva la forza sufficiente per riuscire nell’impresa: quella di sconfiggere la dirigenza filosovietica. In soli quattro giorni era riuscito a risollevare il morale di una popolazione che al suo arrivo aveva trovato prostrata dagli effetti di una brutale legge marziale. Quella sera i polacchi erano tornati a credere nel loro futuro, nel proprio spirito unitario, nella solidarietà, nella fede. Nessuno sarebbe più riuscito a sconfiggerli.

    Dalla finestra del palazzo dell’Arcivescovado, destinata in futuro a diventare luogo di culto e punto di riferimento per la gente polacca, il papa Karol Wojtyla, con la veemenza che soltanto lui sapeva imprimere alle parole, disse loro: «Dovete essere forti, carissimi fratelli e sorelle! Dovete essere forti, di quella forza che scaturisce dalla fede!». E per l’ultima volta, addolcendo i toni, li esortò ancora: «Non dovete avere paura. Non dovete avere paura perché il papa è con voi». Poi cambiò modulazione della voce, che divenne severa: «Questo papa viene per parlare davanti a tutta la Chiesa, all’Europa, al mondo… Viene per gridare a gran voce: Non siete dimenticati!. E vi stringo al cuore della Chiesa…», una nuova, sapiente pausa… poi sollevando l’indice, come per monito, tuonò: «Mi ascoltate voi? Mi ascoltate?».

    2. Ospedale Cremlino

    Mosca, 22 giugno 1983

    Il colonnello Konstantin Morozov spense il proiettore e sullo schermo la figura del papa, che con l’indice minaccioso ammoniva i suoi nemici, sfumò nel bianco dello schermo. L’infermiere sollevò le veneziane per far filtrare la luce del giorno. Il generale si avvicinò al letto di Jurij Andropov.

    Al terzo piano del Cremlino uno dei saloni dell’appartamento destinato al segretario generale del pcus era stato trasformato in una stanza d’ospedale dotata di sofisticati macchinari per l’emodialisi. Un rene artificiale di fabbricazione americana sopperiva alle disfunzioni renali dell’illustre infermo. Durante il giorno medici e infermieri si alternavano per assicurare l’assistenza necessaria al segretario generale sovietico, sottoponendolo a continui cicli di lavaggi del sangue, avvelenato dalle sostanze tossiche che i reni non riuscivano più a depurare.

    Jurij Andropov era stato ambasciatore a Budapest durante la tragica sollevazione ungherese del 1956, dieci anni dopo era salito al vertice del più potente apparato sovietico, il kgb, e alla morte di Breznev nel 1982 aveva preso il suo posto diventando a sessantanove anni il segretario generale del Comitato Centrale del pcus, cioè l’uomo più potente dell’Unione Sovietica. Anche se i medici gli avevano pronosticato non più di sei mesi di vita, la malattia non era stata un intralcio alla sua nomina. Da quella stanza al terzo piano del Cremlino, disteso su un letto ortopedico, sostenuto da una montagna di cuscini, debole e incapace di concentrarsi per più di qualche minuto, continuava a dirigere le sorti dell’impero bolscevico.

    Fece un cenno al colonnello in direzione della vicina bombola d’ossigeno. Konstantin Morozov gli porse la mascherina che Andropov afferrò e socchiudendo gli occhi cominciò a inspirare con avidità.

    Il colonnello aspettò pazientemente ai piedi del letto che il segretario si riprendesse. Dopo qualche minuto di respirazione forzata, Andropov riaprì gli occhi e gli porse la mascherina che prontamente il suo aiutante afferrò passandola poi all’infermiere.

    «Quel prete è pericoloso», disse con voce rauca. «È chiaro che ha in mente un piano», continuò con incredibile lucidità. «A giugno dello scorso anno si è incontrato con il presidente americano. Sono pronto a scommettere che hanno stretto tra loro una santa alleanza per abbattere il nostro sistema». All’infermiere fece cenno di lasciare la stanza.

    «La conferma ci è stata data da un illegale che opera all’interno del Vaticano», annuì il colonnello.

    «Reagan tre mesi fa ha annunciato al mondo di aver dato il via al programma delle guerre stellari», disse in un soffio Andropov. «Sembrerebbe un bluff… ma io credo che faccia sul serio».

    «Compagno segretario, pensi davvero che gli americani siano in grado di lanciare in orbita una rete di satelliti capaci di intercettare con raggi laser i missili in arrivo sul loro territorio?», domandò con scetticismo il colonnello Morozov.

    «La tecnologia ce l’hanno», rispose Andropov aggiustandosi gli occhiali che erano scivolati sul naso. «Ma dovrebbero affrontare costi esorbitanti e sarebbe una nuova escalation nella corsa agli armamenti. Se così fosse anche noi dovremmo affrontare enormi investimenti in campo spaziale e in questo momento, con l’economia al tracollo, sarebbe una calamità».

    «Recentemente i nostri servizi segreti», lo informò il colonnello, «hanno intercettato un codice cifrato della nato che fa riferimento a una esercitazione aeronavale in programma entro l’anno. Il nome in codice è able archer 83».

    «Lysenko me l’ha già detto. L’esercitazione è la loro prova generale», profetizzò amaramente Andropov. «La useranno come copertura per lanciare un attacco nucleare a sorpresa».

    «Chi lancerà il primo attacco avrà la partita in pugno», sostenne il suo assistente.

    «Dobbiamo allertare tutte le nostre stazioni di rilevamento, compagno colonnello. Al minimo sospetto, non dobbiamo avere incertezze. Con quel cowboy alla Casa Bianca, gli americani sarebbero capaci di qualsiasi sciocchezza».

    «Penserò io a trasmettere il tuo ordine al compagno Lysenko», lo rassicurò il colonnello Morozov. «E per il papa hai preso una decisione?».

    Andropov non rispose subito, ma allungò il braccio sporgendosi dal letto per afferrare di nuovo la mascherina dell’ossigeno. Dopo alcuni profondi respiri, se la tolse e disse: «L’alleanza tra gli americani e quel papa polacco potrebbe essere ancora più destabilizzante dello scudo spaziale di Reagan. Dovevamo impedire a Jaruzelski di dare il nulla osta a quel viaggio. Ma ormai il danno è fatto. Il papa va assolutamente fermato. Facciamo scendere in campo gli operativi di Viktor».

    Viktor Lysenko, all’epoca, era direttore del kgb. Aveva sostituito lo stesso Jurij Andropov, quando otto mesi prima era stato chiamato a ricoprire la carica di segretario generale.

    Il colonnello Konstantin Morozov arrivò alla Lubjanka nella tarda mattinata di quello stesso giorno e, guidato dalla mitica segretaria Nadia Karlovic, meglio conosciuta da tutti gli impiegati del Centro come La Zarina, raggiunse il terzo piano del palazzo più temuto dell’impero. Dopo aver bussato sommessamente alla porta di mogano, la Karlovic l’aprì e lasciò il passo all’ospite. Il colonnello entrò nello studio dove in passato si erano avvicendati tutti i direttori di uno dei più famosi ed efficienti servizi segreti del mondo. Conosceva bene quella stanza, avendoci trascorso gli ultimi sei anni del mandato di Andropov. Anche Viktor Lysenko era una vecchia conoscenza del colonnello Morozov. Lysenko sedeva sulla poltrona di direttore del kgb per volontà di Andropov, essendo un suo fedelissimo da almeno un decennio. Il colonnello Morozov, senza alcun formalismo, si accomodò davanti alla scrivania occupata dal secondo uomo più potente dell’impero sovietico.

    «Jurij è convinto che la nato stia preparando un attacco preventivo, mascherato da esercitazione aeronavale», esordì il colonnello offrendo una Camel acquistata al mercato nero. L’amico prese la sigaretta e la depositò sulla scrivania per fumarla in seguito, mentre Konstantin Morozov accese la sua.

    «Da quando gli ho comunicato dell’operazione able archer 83 è andato in paranoia», osservò Lysenko. «Ho tentato di spiegargli che non è in atto alcun attacco preventivo da parte degli americani. Sono certo che si tratta di una semplice esercitazione».

    «Comunque, ha ordinato la massima allerta a tutte le stazioni di rilevamento», gli comunicò Morozov. «Fai una circolare di preallarme, cosa ti costa?»

    «Ma certo, la farò. Ma riferisci a Jurij che deve stare tranquillo e di pensare alla salute», non c’era ironia nella sua voce, perché quelli del kgb ne erano completamente sprovvisti.

    «La salute… Quella ormai l’ha persa. E in questi ultimi giorni che gli mancano alla…», evitò di dire quella parola, «è pieno di amarezza», confidò tristemente. «Gli ho mostrato il filmato che hai fatto montare sul viaggio in Polonia del papa. L’esaltazione della folla lo ha prostrato. Mi ha detto di riferirti che bisogna fermarlo. La sua presenza carismatica e soprattutto gli aiuti che sta fornendo al sindacato di Walesa potrebbero essere così pericolosi da portare prima o poi a un’insurrezione popolare. Non bisogna sottovalutare il popolo polacco».

    «Tranquillo. La legge marziale lo ha ammorbidito. Solidarnosc è alla macchia. Dubito che i suoi capi possano prendere iniziative con il rischio di andare sotto processo per un’inezia», ribatté Lysenko.

    «Ma non hai visto il filmato?», domandò il colonnello.

    «Certo che l’ho visto».

    «E ti sembra una popolazione depressa, quella? Forse la gente aveva paura prima che lui mettesse piede in Polonia», osservò con foga Konstantin Morozov. «Hai visto quanti erano gli striscioni di Solidarnosc? L’hai visto a Cracovia, l’ultima notte, affacciato a quella finestra? Mi è stato riferito che ha esortato la gente a ridare forza e vigore a Solidarnosc e si è beffato del governo. Ha giurato che non li avrebbe mai più abbandonati, a rischio di mettersi alla testa di un’armata di fedeli e marciare su Danzica».

    «Dobbiamo fermarlo. Sono questi gli ordini, vero?», chiese conferma Lysenko.

    «Ha detto di provare con il ricatto, sequestrando una cittadina vaticana. A Roma gli illegali sono ancora esecutivi per questa operazione, vero?», domandò il colonnello.

    «Certamente. Abbiamo soltanto dovuto cambiare persona perché le due ragazze che in un primo momento avevamo deciso di sequestrare sono state messe sull’avviso dai servizi francesi e i genitori le hanno segregate in casa».

    «La terza che avete scelto è altrettanto importante per il papa?», s’informò Morozov.

    «Non ha, per Wojtyla, il peso emotivo che potevano avere le altre due. La prima era la figlia dell’assistente di camera e l’altra del capo della vigilanza. Ma anche questa, si chiama Emanuela, è cittadina vaticana e risponde al profilo che ci avevate chiesto: una minorenne. Ha quindici anni, come le altre due e il padre lavora nel Palazzo Pontificio».

    «Bene, allora puoi passare all’azione», confermò il colonnello.

    «E se dovessimo fallire anche con il sequestro?».

    «In questo caso mi ha detto di attivare i fantasmi della Mokrie delà», esclamò con tono melodrammatico il colonnello Konstantin Morozov.

    La sezione fantasma Mokrie delà era conosciuta dai servizi occidentali come dipartimento Affari Bagnati.

    Erano i killer del kgb.

    Roma, 22 giugno 1983

    Quel giorno, era un mercoledì, a Roma, nei pressi di piazza Navona, una ragazzina di quindici anni scomparve in modo misterioso e non fece più ritorno alla sua famiglia. Era una cittadina vaticana e si chiamava Emanuela Orlandi. Il padre era un dipendente della Prefettura della Casa Pontificia e prestava servizio come messo all’anticamera papale del Palazzo Apostolico. Papa Wojtyla nei successivi mesi per ben otto volte implorò i suoi sequestratori di liberarla, ma nessuno mai rispose ai suoi appelli.

    Furono fatte mille e una ipotesi sui motivi del sequestro, ma mai nessuna poté essere accettata come inconfutabile. Un fatto però fu accertato: i suoi presunti rapitori rifiutarono i tre miliardi di lire raccolti dagli amici della famiglia per pagare un eventuale riscatto. I rapitori dichiararono esplicitamente che non si trattava di un sequestro a scopo estorsivo, bensì politico. Gli investigatori arrivarono a ipotizzare un diabolico accordo tra gruppi eversivi dell’Est e una loggia massonica interna al Vaticano. Lo stesso pontefice disse ai familiari della ragazza rapita che si trattava di un atto di terrorismo internazionale. Lo scopo del sequestro era quello di rallentare o meglio frenare, con ricatti e minacce di scandali, la politica anticomunista del papa che si era concretizzata con il finanziamento del sindacato Solidarnosc, attraverso lo ior, la banca vaticana. Papa Wojtyla non si fece intimorire dalle minacce e dai ricatti e proseguì ostinatamente nel suo obiettivo di scardinare l’impero sovietico, cosa che avvenne qualche anno più tardi.

    3. Il sogno di un futuro specnaz

    Mosca, settembre 1983

    «Zio, voglio entrare negli specnaz».

    Non era la prima volta che il giovane Lyosha Ivanov manifestava quel suo desiderio al potente zio, il maggiore del kgb, Gregory Borislav.

    «Lyosha, non continuare a chiedermelo ogni volta che c’incontriamo», lo ammonì lo zio. «Lo sai come la pensa tua madre».

    «Tanto ho già fatto la domanda di ammissione», lo sfidò il giovane.

    «Lo so», rispose glaciale Gregory. «E ti avverto che la tua domanda non avrà corsie preferenziali».

    Il maggiore Gregory Borislav era considerato uno dei più brillanti strateghi degli eserciti del Patto di Varsavia. La militanza nell’Armata sovietica prima e tra le fila del kgb poi non lo avevano piegato alle impersonali convenzioni dei regolamenti militari. Era sempre riuscito a mantenere una propria autonoma libertà di giudizio, anche se antitetica con i principi militari.

    «Non ti aspettare da me alcun aiuto», ripeté Gregory Borislav stringendo le spalle del nipote diletto. «Innanzitutto, perché proprio io non posso permettere che vengano fatti favoritismi a un parente».

    «Ma figurati», scattò irritato il ragazzo, liberandosi dalla presa. «I servizi sono pieni d’imbucati!».

    Gregory Borislav proseguì, come se non fosse stato interrotto. «E inoltre perché non voglio i rimproveri di mia sorella per il resto della vita, se ti dovesse succedere qualcosa a cui non voglio neppure pensare… il contributo alla patria l’hai già dato: hai perso tuo padre in combattimento… Senti, Lyosha», continuò Gregory con tono più accomodante, «sei stato tra i primi nel tuo corso di diploma. Potresti fare cose molto più utili per il Paese con una laurea in tasca. Pensaci bene».

    «Ma io non voglio fare l’avvocato. Voglio essere uno specnaz, come te e papà».

    «Lyosha, ti esorto a rinunciare alla selezione. La superano uno ogni cento candidati. È durissima, non fanno sconti a nessuno».

    «Ma tu e papà siete riusciti a passarla. Servirà almeno per conoscere i miei limiti», rispose caparbiamente Lyosha, che aveva un carattere molto simile a quello del padre.

    «La selezione è durissima e se riesci a passare tutte le prove, l’ultima è persino infernale perché devi respingere l’assalto di tre campioni di combattimento all’arma bianca. Ci sono stati casi di cadetti che sono finiti in coma all’ospedale».

    Lyosha gli si fece sotto: «Non mi spaventi…», fece una pausa, poi provocatoriamente lo sfidò. «Non è che sei geloso?»

    «Somigli proprio a tuo padre. Non c’era modo di fargli cambiare idea», sorrise mestamente Gregory. «Non devi dimostrare per forza di essere alla sua altezza e fare necessariamente quello che ha fatto lui. Tu hai altre qualità».

    «Perché non mi hai mai voluto dire come è morto?».

    Gregory sorvolò sulla richiesta e proseguì: «Ti faranno disinnescare bombe vere, pronte a esplodere; ti dovrai allenare a immergerti con e senza bombole; a smontare e rimontare tutte le armi da fuoco del mondo a occhi bendati. Ma dovrai anche saper estrarre un proiettile dalle carni di un compagno ferito e ricucire la lesione. Non ti ci vedo francamente a fare il superman. Dovrai allenarti anche a sperimentare varie tecniche di tortura e di rappresaglia antiterroristica. È richiesto un grande autocontrollo, cinismo, efferatezza, equilibrio psicofisico e una enorme stima in se stessi per non dover subire crisi di coscienza e sensi di colpa per le azioni turpi che sarai costretto a compiere. Sei sicuro di essere pronto per tutto questo?».

    «So tutto sull’addestramento che mi aspetta», rispose Lyosha, ora con meno convinzione.

    «E poi tu soffri di vertigini», incalzò senza pietà Gregory. «Dovrai arrampicarti su pareti rocciose, lanciarti con il paracadute, prendere il brevetto di volo e la patente per guidare autoarticolati».

    «Niente mi fa paura», rispose spavaldo il nipote.

    «Dici così perché non hai mai provato la vera paura, quella che si nutre del nostro sangue», disse emozionato Gregory, ricordando il padre di Lyosha morto in Afghanistan durante un’azione sotto copertura.

    «Sono pronto a tutto», continuò imperterrito il giovane.

    «Tu non conosci la paura che ti corrode il cervello, che ti stringe la gola fino a soffocarti e ti blocca i muscoli delle braccia e delle gambe», incalzò lo zio. «Non è facile saperla dominare».

    «Io riuscirò a controllarla», ribatté infervorato Lyosha. «Chi ci riesce, mettendosi alla prova, può davvero dire di avere vissuto, anche se uscirà perdente dal confronto. Tu, zio Gregory, hai vinto. Mio padre invece ne è uscito sconfitto, ma non per questo la mia ammirazione per lui è inferiore a quella che provo per te».

    «Poi devi avere una propensione naturale per le lingue. Devi conoscerne bene più di una per essere un effettivo. Io le ho imparate sul campo. Oltre alla nostra lingua e all’inglese, riesco a parlare anche il turco, il polacco e conosco anche un po’ di arabo e persino il pashtu, la seconda lingua ufficiale dell’Afghanistan. Per questo, nella guerra contro i mujaheddin, molti specnaz sono stati arruolati tra i musulmani provenienti dalle repubbliche meridionali dell’Unione Sovietica».

    «Scusa zio, ma se tu e papà le avete imparate, posso studiarle anch’io, non ti pare? Sono portato quanto te per le lingue. Ho orecchio, mi resta facile apprenderle. Ti prego, fammi provare».

    Le appassionate parole del nipote colpirono nel segno. Lyosha aveva dimostrato sufficiente determinazione nel voler entrare nell’inferno dei corpi d’élite. Non era il sogno di un ragazzino idealista. Gregory Borislav restò in silenzio per alcuni istanti, poi chinò la testa. Lyosha capì che aveva vinto e infatti lo zio disse: «Conosco il reclutatore. Se ne sarai all’altezza, diventerai uno specnaz».

    Erano tempi di follia collettiva quelli. Tempi dove dominava la cosiddetta dottrina nucleare che gli americani, amanti delle sigle, avevano denominato mad, che in lingua inglese significa pazzo, ma che in realtà riassumeva l’acronimo Mutual Assured Distruction, ovvero sicura distruzione reciproca.

    Cosa c’era di più folle che affastellare ordigni nucleari sufficienti per distruggere la vita sulla Terra dieci, cento, mille volte? Da quando poi, all’inizio dell’anno, Ronald Reagan il presidente degli Stati Uniti, aveva annunciato la realizzazione del programma Strategic Defense Initiative, più semplicemente definito dai media Scudo spaziale, l’angoscia si era impossessata di ogni abitante del pianeta e in special modo dei cittadini sovietici. La sdi non era altro che una difesa strategica dai missili del Patto di Varsavia costituita da un ombrello di contromisure modulate con differenti tecnologie che variavano dai satelliti armati con laser a raggi x, a tecniche hit-to-kill, per cui missili difensivi dovevano colpire la testata nemica in viaggio balistico per distruggerla o deviarla dalla sua rotta, a veri e propri schermi rotanti, formati da gigantesche spirali metalliche simili a pale di mulino, lanciate nello spazio per impattare l’ordigno nemico. Roba da fumetti di fantascienza.

    I sovietici avevano verificato la serietà delle intenzioni del presidente americano, quando nel febbraio di quello stesso anno erano iniziati a confluire in Europa i Cruise e i modernissimi Pershing 2, missili balistici a medio raggio, muniti di testate nucleari multiple. Oltre che nella Repubblica Federale di Germania, Gran Bretagna, Belgio e Paesi Bassi, l’Alleanza Atlantica aveva deciso di portare nel cuore del Mediterraneo la base più avanzata del suo schieramento, scegliendo l’aeroporto di Comiso in Sicilia come centro strategico dello sdi in quell’area. I 112 missili nucleari che sarebbero stati armati nel ragusano dovevano offrire al nemico l’immagine di una nato aggressiva e determinata. Calcolando la gittata dei Cruise in 2.500 chilometri, la linea d’impatto riusciva a includere le basi missilistiche sovietiche degli ss-20 dislocate a Tyuratam nel Kazakistan e a Kapustin Yar, nel Caucaso, oltre ad alcune grandi città del Patto di Varsavia, dell’Africa settentrionale e di una parte del Medio Oriente. La minaccia non andava assolutamente sottovalutata. Era come avere la canna di una pistola puntata alla tempia, dichiarò una volta Breznev. Dal giorno del bellicoso annuncio di Reagan, i capi sovietici erano andati in paranoia, temendo in ogni momento l’attacco nucleare americano. Erano ormai certi che soltanto la credibilità della loro pronta ed efficace reazione poteva contenere la minaccia dei generali statunitensi.

    Questo il maggiore Gregory Borislav lo sapeva benissimo perché nelle snervanti riunioni miste, tra militari e rappresentanti del partito, questi ripetevano fino alla nausea la raccomandazione di opporre una rapida e pronta risposta nucleare, al primo accenno di offensiva americana.

    Gli effetti nefasti di questa martellante ossessione non si fecero attendere perché nella notte tra il 31 agosto e il primo settembre del 1983, avvenne l’irreparabile: un tragico errore dalle fatali conseguenze.

    Gregory aveva seguito sul suo monitor le fasi dell’incidente, minuto per minuto, perché quella notte era il capoturno del Centro (era chiamato così il quartier generale del kgb). Appena entrato in servizio era subito stato allertato dal Comando dello Stato maggiore dell’esercito: «Un velivolo non identificato è entrato nello spazio aereo sovietico e sta sorvolando la penisola della Kamchatka dirigendosi verso l’isola di Sachalin», questo il sintetico allarme.

    La Kamchatka e Sachalin erano territori sovietici off limits in quanto ospitavano il dispositivo difensivo dell’urss sul fronte orientale. Sorvolarli era proibito nel modo più assoluto: a Sachalin erano dislocate numerose basi missilistiche di pronto intervento.

    I centri avanzati di rilevamento sovietici erano certi che si trattasse di un ricognitore militare, un Boeing rc-135, un quadrigetto ad ala bassa che gli americani utilizzavano per spiare i tempi di reazione del Comando sovietico. La tattica era elementare: gli rc-135 puntavano dritti sullo spazio aereo sovietico mettendo in allarme i dispositivi di controllo e difesa, così da fornire elementi importantissimi ai rilevatori americani sui tempi della reazione nemica. Poi però, prima di sconfinare, invertivano rapidamente la rotta facendo rientrare l’allarme della difesa sovietica. Questa volta però l’aeromobile aveva proseguito nella sua rotta superando la Kamchatka e puntando direttamente sull’isola di Sachalin.

    Furono fatti alzare immediatamente due Sukhoi su 15, i sofisticati caccia sovietici capaci di raggiungere una velocità di 2,4 Mach. Questi intercettori erano guidati da un complesso sistema radar, gestito da una rete di osservatori a terra capaci

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