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Tienimi accanto a te

Tienimi accanto a te

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Tienimi accanto a te

Lunghezza:
340 pagine
4 ore
Pubblicato:
28 mar 2018
ISBN:
9788822719294
Formato:
Libro

Descrizione

«È una lettura che fino alla fine non si riesce a interrompere.»
Daily Mail

Dall'autrice del bestseller Se stiamo insieme ci sarà un perché

Tua figlia chiede di sua madre. Ma non parla di te.

Anna sapeva che la sua relazione con Toby era in crisi. Ciononostante non avrebbe mai immaginato che lui potesse andarsene da un giorno all’altro, abbandonando lei e la loro bambina di sei anni senza una spiegazione valida. Invece è esattamente quello che è successo e, per quanto Anna si senta ferita, ciò che più la preoccupa è la reazione di Ava: la piccola infatti entra in un completo stato di shock e si chiude nel silenzio per tre giorni. Quando finalmente ricomincia a parlare, però, Ava pronuncia parole senza senso. Vuole andare a casa. In un posto chiamato Seal. Dall’altra sua madre. Nel tentativo di aiutare la figlia, Anna decide di portare Ava nel posto di cui parla: si tratta di una piccola isola della Scozia, dove nessuna delle due ha mai messo piede. Eppure, Ava sembra avere dei ricordi legati a quel posto… Una volta arrivate, non sarà difficile innamorarsi della bellezza dei panorami mozzafiato e della gentilezza degli abitanti. Potrebbe essere l’occasione per il nuovo inizio che Anna desiderava?

Un'autrice bestseller da oltre 1 milione di copie
Tradotta in 12 lingue

«Da Napoli a Glasgow, in Scozia, per diventare un caso letterario internazionale nel segno di uno zio che pesa nel panorama della letteratura italiana del Novecento: Carlo Levi. Daniela Sacerdoti, penna da un milione di copie vendute nel solo Regno Unito, tradotta in dodici Paesi, occhi enormi e incuriositi, altra eredità di famiglia accanto al talento per la scrittura.»
La Repubblica

«Daniela Sacerdoti, pronipote di Carlo Levi, ha sposato uno scozzese, scrive in inglese ed è stata per 18 mesi tra i libri più venduti su Amazon.»
L’Espresso
Daniela Sacerdoti
È la pronipote del celebre scrittore Carlo Levi. È nata a Napoli ed è cresciuta in Piemonte, ma negli ultimi anni ha vissuto in Scozia. È laureata in Lettere classiche ed è stata insegnante di italiano, latino e greco. Scrive sia in italiano che in inglese. La Newton Compton ha pubblicato Ho bisogno di te, suo romanzo d’esordio, che è stato bestseller in Inghilterra, Se stiamo insieme ci sarà un perché e Amore zucchero e caffè. Tienimi accanto a te ha già riscosso un notevole successo in Inghilterra.
Pubblicato:
28 mar 2018
ISBN:
9788822719294
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Tienimi accanto a te - Daniela Sacerdoti

1895

Titolo originale: Keep Me Safe

Copyright © 2017 Daniela Sacerdoti

All rights reserved.

Traduzione di Giovanni Agnoloni

Prima edizione ebook: maggio 2018

© 2018 Newton Compton editori s.r.l.

ISBN 978-88-227-1929-4

www.newtoncompton.com

Daniela Sacerdoti

Tienimi accanto a te

Newton Compton editori

Indice

Prologo

1. Neve a marzo

2. Tutto quello che resta

3. Il cuore della casa

4. Stella del mare

5. Un luogo di pietre e acqua

6. La gente di Seal

7. La Benedizione delle barche

8. Una vita per gli altri

9. Ripercorri le tue impronte sulla sabbia

10. Un pianeta e la sua luna

11. Sopravvivere

12. Il ponte sull’Atlantico

13. Il cielo nero prima dell’alba

14. Sei il mio amore

15. Quello che le madri sanno

16. Non portarmi via

17. Questo posto che chiamo casa

18. Carta e alghe

19. Delfini

20. Amore freddo

21. La nube Himiko

22. Una ruota che gira

23. Il senso di una famiglia

24. Prenditi cura di me

25. Speranze e sogni

26. Tienimi al sicuro

27. Acque gelide

28. La fine e l’inizio

29. Il sangue è forte

30. Appunti per un mare vorace

31. Una gabbia con una porta aperta

32. La canzone di Isla

Epilogo

Ringraziamenti

Questo libro è per Ross

Mezzanotte: il sole, stanco del giorno, sbadiglia colori ultimi,

oro e rosso, raffreddati dal mare, svaniscono in argento gelato.

L’oceano che scurisce, verde tenue nella luce morente,

ingoia le ultime braci con bisbigli ondeggianti.

Non visto, un chiurlo grida senza risposta –

stridula freccia scagliata nel nero.

Stelle precoci scintillano – campanelle di peltro che suonano musica fredda.

La luna che sorge, sottile e ricurva, srotola la sua ossea luce

sulla sabbia bianca come il latte, adesso una collana luccicante.

Il vento, stanotte gentile, un caldo respiro,

vaga attraverso il machair¹, e i fiori sonnecchianti diffondono

dolci odori sulle isole dormienti.

Sale e alghe, il profumo della vita e della morte.

Questa notte che scivola via, inascoltata ma non silente,

è un canto sognato a metà – adesso batte un tamburo rosso di ruggine.

Il cielo a oriente cinguetta di colore e fresco volo.

Sole giallo come mais, mare turchese, orchidee rosa, gialle e blu.

Fiamme rosseggianti lambiscono torba fumante in fuochi mattutini.

Beccacce di mare camminano sulla spuma cercando conchiglie abbagliate d’alba.

La notte è, ancora una volta, un lamento gentile su violini non suonati.

Il canto d’arpa del mattino torna a riempire l’aria.

Ross Walker, Notte alle Ebridi, mezza estate

1 Terreno erboso basso e fertile, diffuso soprattutto sulle coste di Scozia e Irlanda (n.d.t.).

Prologo

Piccola anima

Nel luogo in cui mi trovo non c’è giorno e non c’è notte, non esiste il tempo. Non c’è nessuno a parte me e tutte queste fiammelle che si muovono e sfarfallano, anche senza vento. A volte sento mulinelli d’aria che mi sfiorano, toccandomi con mani leggere, invisibili, i loro respiri e sospiri freddi su di me. Li sento sussurrare, parlare delle loro vite e delle loro morti, e ascolto.

Così tante storie.

Così tanto amore, dolore, felicità e tristezza; così tante vite e tante morti. Cerco di chiamare, cerco di fermarli, così da poter parlare con loro. Ma non ascoltano mai, non si fermano mai. Scorrono e fluttuano via, invisibili correnti di nebbia dentro la nebbia. Tutto ciò che rimane è una fiammella che balugina in lontananza, e un ricordo, un’ombra della loro storia. E sono di nuovo sola.

Adesso conosco cose che prima non sapevo. Ho ascoltato i sussurri per così tanto tempo, e ho conosciuto così tante vite. Ero una bambina, ma non lo sono più, per tutto quello che so e per tutto quello che ho sentito. Mi tuffo nel mare delle anime e ascolto le voci di quelle che sono qui con me. Ascolto, e so che cosa portano nel cuore.

Ricordo quando ero piccola. Ricordo quando venne il mare, e com’era più forte di me, più forte di coloro che mi amavano. Avevo sempre saputo che il mare mi voleva; mi aveva quasi presa, quando ero poco più che una neonata, ma mio padre mi aveva tenuta stretta e mi aveva riportata a casa, sconvolto e grondante, e lui e mia madre si erano detti che incidente strano, come può essere accaduto, io la tenevo d’occhio, veramente, lo so, grazie al cielo è qui, l’hai riportata a casa.

E poi il mare tornò a prendermi. Gridai, nel mio cuore di bambina: per favore, lasciami.

Ti prego, fammi andare a casa.

Per favore, mare, non prendermi.

Ti prego, mare, restituiscimi.

Piansi e piansi, e pensai che avevo bisogno di respirare, che dovevo respirare; ma non riuscivo a percepire le mie lacrime nell’acqua che era tutt’intorno a me, e non potevo riempire d’aria i polmoni. Quindi tutto fu tranquillo, nero e caldo. Non sentivo più male, non avevo più freddo. Sono salva, pensai. Ma non ero salva; ero annegata.

Quando l’oscurità scomparve e i miei occhi furono nuovamente in grado di vedere, davanti a me c’era una luce dorata. Da lì sentivo provenire voci che mi chiamavano per nome, invitandomi ad andare con loro. La luce mi attirava sempre più, proprio come il mare che mi aveva affogata; e le voci erano affettuose, e promettevano di avvolgermi nell’amore. Io volevo raggiungerle, desideravo il loro abbraccio, perché avevo avuto tanta paura e sofferto così tanto. Ma avevo bisogno dei miei genitori. Non potevo andare là dentro, non potevo lasciarli. Non potevo abbandonare la mia famiglia.

Così voltai le spalle alla luce dorata, e il grigiore e la solitudine mi spaventarono, perché era tutto così desolato, come se fossi l’ultima persona al mondo, l’unica rimasta. Tornai a voltarmi, ma la luce e le voci erano scomparse. Ero rimasta nel grigio di quell’isolamento.

Comparvero delle lucine, tutt’intorno, sopra la mia testa, sotto i miei piedi: fiammelle tremolanti.

E adesso sono qui, e vago e ascolto, e a volte piango, a volte canto delle canzoni che una volta conoscevo. È tutto grigio e soffice, come se camminassi nell’ovatta.

Non so se sia passato molto tempo o soltanto un po’.

Non so dove mi trovo.

So solo che voglio andare a casa.

Sussurri echeggiano nella nebbia: i miei tenui singhiozzi, le canzoni che intono a bocca chiusa. Mi tornano in mente cento volte. Ma poi, un giorno – ammesso che, qui dove sono, esista una cosa chiamata giorno – sento qualcos’altro, qualcosa che non è un’eco. Qualcuno che chiama. Le fiamme tutt’intorno danzano e danzano, come se l’avessero sentita pure loro, e dei vortici muovono la nebbia in lente correnti. Cammino tra quelle piccole candele e seguo la voce; la gioia mi sommerge. Non provo gioia da così tanto tempo, ed è come se la sentissi per la prima volta. È tutto nuovo e pieno di calore, come se stesse splendendo il sole, e provo il desiderio di ridere e piangere al contempo, e corro, corro verso chiunque mi stia chiamando. Dev’essere la mia famiglia, devono essere loro. Sono io, sono qui, esclamo senza voce. Alzo le mani nella nebbia bianca, e il suono dei richiami e delle grida è ovunque; per favore, mamma, prendimi le mani e portami a casa. E lei lo fa: mi prende le mani e mi tira fuori.

Per un momento, tutto è nero; quindi apro gli occhi.

1

Neve a marzo

Anna

Quando Ava sobbalzò dentro di me, improvvisa e inattesa come la neve a marzo, non ebbi il tempo di chiedermi le ragioni di quel miracolo. Lavoravo e mi preoccupavo troppo. Con tutti i problemi pratici e le nausee mattutine e il cercare di rimanere sveglia durante i turni di notte, non mi restava molto tempo per considerare quello che stava accadendo: un essere umano si era insediato nella mia pancia, e stava crescendo senza sosta. Qualcuno con occhi, orecchie, gambe e un cuore. Non solo: era più di un corpo e delle sue parti. C’era un’anima che viveva dentro quel corpo in formazione, una coscienza, un insieme di sentimenti, emozioni e pensieri simili a scintille, nel suo minuscolo cervello.

Mi chiedevo con apprensione come avrei potuto prendermi cura di una neonata, con i turni e i pochi soldi che avevo, senza una famiglia che mi aiutasse, mentre l’uomo responsabile di tutto era perso dietro a questo o quel folle progetto. Era sempre a intrallazzare da qualche parte, mentre io vomitavo e piangevo, e intanto osservavo le corsie d’ospedale piene di nuove mamme, con i loro piccoli accanto a sé in lettini di plastica, e non riuscivo a credere che presto sarei stata una di loro. Non prendevo sonno, ma quando alla fine mi addormentavo facevo sogni strani, sogni d’acqua, di mare e di grigie onde che mi ingoiavano. E poi Toby mi carezzava la pancia appena sporgente e mi prometteva il mondo intero, e lo prometteva anche alla nostra bambina; io non gli credevo più, naturalmente, ma non volevo che mia figlia crescesse senza un padre, com’era successo a me.

Sapevo che era una bambina. E non una bambina qualunque: lei era Ava. La amavo con un’intensità che mi travolgeva. In qualche modo, nella lotteria della procreazione, cui assistevo ogni giorno nel mio lavoro, questa neonata, questa e nessun’altra, tra i milioni di possibili combinazioni genetiche, era stato donato a me. E mi venne in mente un’antica filastrocca che la mia nonna scozzese era solita cantare:

Di tutti i bambini che nuotavano nel mare

Ava era a me che doveva arrivare…

Mentre rifacevo letti, o andavo a prendere pannolini per le ostetriche, o facevo le pulizie, ero consapevole di lei, come una canzone costantemente sullo sfondo della mia mente. La mia pancia cresceva, e con essa le paure e il mio amore per lei. In questa città di otto milioni di persone – pensavo mentre contemplavo il profilo di Londra fuori della finestra della sala del personale – adesso ce n’era una in più.

Passarono i mesi, mentre il mio segreto veniva alla luce, perché la pancia ormai era troppo grande per essere nascosta. Parole a parte, Ava parlava con me in ogni modo possibile. Ti conosco, piccola mia; ti conosco da sempre, pensavo mentre sceglievo le tende per la sua cameretta e una culla di vimini, e sognavo il giorno in cui l’avrei tenuta tra le braccia. «Ti amo, ti amo da sempre», le sussurravo mentre stavamo distese sul letto a metà della giornata, in attesa di un altro estenuante turno di notte.

Giacevo mezza nuda con una cosina che mi spezzava da dentro, e con il corpo che continuava a torcersi. Quando finalmente venne fuori, dopo quelli che sembrarono giorni, la guardai negli occhi, semi-ciechi e di un nero alieno, e feci il pensiero più strano: che mi fossi illusa di conoscerla davvero, questa piccola anima che era rimasta dentro di me in attesa, questa creatura per cui io ero stata una sorta di contenitore.

Ma non la conoscevo affatto. Non avevo idea di chi fosse.

Non ho mai rivelato a nessuno cosa mi passò per la mente quando nacque; il fatto che non la riconobbi come pensavo che avrei fatto, e che quella sensazione del tipo ma certo, eri tu fin dall’inizio a me non fosse mai capitata. Quella percezione di conoscere la creatura che è stata dentro di te per nove mesi, e di riuscire finalmente a incontrarla. No, non andò così. Non la conoscevo, non l’avevo mai conosciuta. Era qualcun altro, non la piccola vita che avevo immaginato.

Sarebbe stato impossibile spiegare una sensazione così bizzarra. La gente, comunque, non parla di queste cose, e dopo il parto hai la testa confusa. È inevitabile fare pensieri strani.

Ben presto mi dimenticai del tutto della faccenda, via via che Ava cresceva e io entravo nella mia nuova vita. Una vita formata da Ava e Anna: la nostra piccola famiglia.

Gli occhi di mia figlia ormai hanno perso quella loro aura aliena, e adesso è pienamente qui, pienamente lei. Adesso la riconosco. Ava Elizabeth Hart, sei anni, allegra, loquace, vitale e intrepida come io non sono mai stata; così diversa da me, eppure così profondamente mia; una parte di Toby e di me, eppure se stessa.

Quando tutto ebbe inizio, però, quando Ava mi disse di una vita che aveva avuto senza di me, con persone che non conoscevo – quel giorno, ripensai al momento in cui era nata. Pensai a quando me l’avevano messa delicatamente tra le braccia, avvolta in una coperta bianca, coi capelli ancora incrostati del mio sangue, e aveva aperto quegli occhi che sembravano di un altro mondo. Allora, la prima cosa che avevo pensato era stata Ti amo, e la seconda Dov’eri, prima?.

2

Tutto quello che resta

Anna

Sapevo da sempre che un giorno sarebbe successo. Sapevo da sempre che Toby ci avrebbe lasciate; rimasi perfino sorpresa che avesse aspettato così a lungo. Nonostante tutti i miei sforzi, non ero riuscita a tenere insieme questa famigliola traballante.

Temevo il giorno in cui se ne sarebbe andato, e non per me – tutti i miei sentimenti per lui erano svaniti da molto tempo – ma per Ava. Era così legata a lui, anche se Toby continuava a deluderla, in modi sempre diversi. Ava adorava suo padre; e se lui meritasse o meno di essere adorato era una questione assolutamente priva di importanza per una bambina così piccola.

Un pomeriggio d’inverno, la tata, Sharon, mi telefonò al lavoro per dirmi che Toby era venuto a casa, aveva infilato alcune cose in una valigia e se n’era andato. Io rimasi lì col telefono all’orecchio, bloccata. Potevo solo immaginare che cosa avesse significato per Ava restarsene seduta in lacrime e spaventatissima mentre il padre sfrecciava per la casa ficcando vestiti in valigia. Per lei era come un fulmine a ciel sereno; quanto a me, mi ero immaginata così tante volte quella scena, che quasi ebbi un senso di déjà vu.

Sharon mi disse che Toby aveva lasciato un biglietto per me, e una bambina angosciata che piangeva a dirotto. E aggiunse che, prima di uscire definitivamente, si era rivolto ad Ava, spiegandole che gli dispiaceva molto, ma doveva partire per un luogo molto, molto lontano, e saremmo state meglio senza di lui; che era un perdente, che ci aveva provato ma non gli era riuscito nulla.

Aveva detto tutto questo a sua figlia di sei anni.

La rabbia mi divampò dentro mentre riagganciavo il telefono e correvo dalla caposala a comunicarle che dovevo precipitarmi a casa. Ero diventata infermiera da poco – alla fine mi ero diplomata, dopo anni di lavori non qualificati, studiando la notte mentre Ava dormiva – e lavoravo per un’agenzia.

Mi precipitai nella gelida aria della sera; saltai su un treno, quindi su un altro, in uno stato di stordimento, mentre gli occhi mi si gonfiavano di lacrime non di rimpianto, ma di furore. Aveva ferito Ava. Aveva fatto la sola cosa per cui non l’avrei perdonato. Dopo tutti gli anni in cui mi ero costretta a rimanere con lui, per dare ad Ava una famiglia…

Quando entrai in casa, Ava era sul divano e guardava CBeebies² tenendo stretta Camilla, la sua bambola preferita. Aveva gli occhi gonfi e rossi, ma non piangeva più. Si succhiava il pollice, un’abitudine che avevo cercato di farle perdere. Sembrava molto piccola e profondamente smarrita.

«Ava, tesoro…», dissi sedendomi accanto a lei.

Lei non mi guardò e non si mosse.

«Ava…».

«È così da più di un’ora. Non ha detto una parola», sussurrò Sharon, mentre un velo d’ansia le oscurava il viso bruno. Sentii i battiti del cuore accelerare e le mani iniziarono a formicolarmi; i comuni segnali del panico.

Presi mia figlia tra le braccia. Lei lasciò che la stringessi e mi appoggiò la testa sul petto, continuando a succhiarsi il pollice. Le carezzai i lunghi capelli neri e il viso – carnagione chiarissima e occhi neri a mandorla, forse ereditati da un antenato asiatico di cui non sapevamo nulla.

«È tutto a posto. La mamma è qui… Dov’è il biglietto?», chiesi a Sharon a bassa voce, senza staccarmi da Ava. Sharon afferrò un pezzo di carta rozzamente ripiegato in quattro e me lo passò.

Cara Anna,

mi dispiace così tanto. Non ho portato che cose brutte nella tua vita. Me ne vado a Melbourne per stare per un po’ con un amico, e poi spero di ottenere un visto di lavoro. Ho spiegato tutto ad Ava, in modo che non restasse troppo turbata…

Io lo ammazzo, pensai.

...meritate qualcuno che si prenda cura di voi come si deve. Ava ha bisogno di un padre degno di questo nome…

Su questo hai ragione.

Tu e Ava starete meglio senza di me. Per favore, ricorda ad Ava quanto le voglio bene.

Toby

Ed è qui che ti sbagli, Toby, dissi a me stessa. "Ti sbagli molto, moltissimo. Io starò meglio senza di te; Ava no. Tu, uomo stupido, irresponsabile, egoista, incapace di tenersi un lavoro, pronto a spendere migliaia di sterline per un’auto costosa, ma senza soldi per comprare da mangiare: davi ad Ava gelato a pranzo e a cena e poi ti stupivi se vomitava. Tu, troppo impegnato per occuparti di tua figlia, ma sempre disponibile a incontrare i tuoi amici. Tua figlia ha bisogno di te. Non semplicemente di qualcuno che si prenda cura di noi, ma di suo padre.

Ma tu te ne sei andato lo stesso".

«Andrà tutto bene, piccola mia», sussurrai nei capelli di Ava, stringendole la mano piena di fossette. E la sentii emettere un breve sospiro, carico del dolore e del senso di perdita che non sapeva come esprimere.

Fuori era buio, e Ava non aveva ancora parlato. Era venuta e passata l’ora di cena, e lei sedeva a tavola con una varietà di piatti intatti davanti a sé. Bastoncini di pesce e purè, un sandwich al prosciutto e una scodella di zuppa di pomodoro. Non era tentata da niente.

«Ordiniamo una pizza!», dissi, cercando di suonare allegra o anche solo normale. Stavo iniziando a disperarmi.

«Che ne dici? Una pizza?», ripetei, mentre lo sfinimento mi comprimeva i lati della testa al punto da farmi venire la nausea. Nessuna risposta. «Per favore, Ava. Non hai mangiato niente da colazione».

Lei rimase lì, fissandomi con un’espressione vuota, senza dire una parola.

Telefonai in ospedale e poi all’agenzia, e dissi che mia figlia era malata e dovevo prendere alcuni giorni. Non ne furono felici ma, pur con riluttanza, accettarono la mia inattesa richiesta di un permesso. Poi chiamai Sharon e le dissi che per un po’ non avrei avuto bisogno di lei, ma naturalmente avrei continuato a pagarla. Infine contattai la madre di Toby. Non so perché. Non che mi aspettassi qualche forma di compassione o di aiuto da lei. Qualunque cosa facesse suo figlio – accumulare migliaia di sterline di debiti, lasciare ancora una volta un lavoro, farsi picchiare da qualcuno a cui doveva dei soldi – lei, semplicemente, lo giustificava e piangeva, dicendo che era un ragazzo affettuoso e che non era sua colpa se era un po’ immaturo.

«Sapevi di questa cosa?»

«Dell’Australia? Sì. Mi aveva detto di non dirti nulla fino a che non fosse stato pronto…»

«Be’, l’ha detto ad Ava. Prima di dirlo a me. Le ha detto che se ne andava, e che sarebbe stata meglio senza di lui. Dio mio, Ava ha sei anni!».

«È confuso. È solo un ragazzo confuso senza nessuno che lo consigli adeguatamente», lo difese.

«Non è un ragazzo, Gillian».

Ah, quante cose Gillian non sapeva. Toby era un uomo fatto, un uomo che mi inveiva contro tutte le volte che le cose non andavano come voleva, sbatteva le porte e sapeva sempre la cosa giusta da dire per farmi sentire una nullità. Ma sua madre ignorava tutto questo. Non doveva venire a saperlo. Le avrebbe spezzato il cuore, e un cuore spezzato era più che sufficiente.

«Sai com’è. Per una mamma restano sempre dei bambini!». E fece una risatina sciocca. Non aveva nemmeno senso arrabbiarsi con lei.

«Mi fa piacere sapere che mia figlia ha un bambino per padre», sibilai.

Ci fu una pausa, quindi attaccò con il suo mantra preferito, la sua scusa per tutto quello che Toby combinava. «Non era pronto per diventare padre».

Come se fosse stata colpa mia. Come se lo avessi pianificato. Chiusi gli occhi per un momento, maledicendo il giorno in cui ero stata abbindolata dal suo fascino e dal suo inesauribile ottimismo. Ero giovane, sola e affamata di affetto, dopo un’infanzia fredda e senza amore; mi ero innamorata delle sue promesse.

«Se telefona, Gillian, digli che non vogliamo più vederlo».

«Cosa? Non puoi impedirgli di vedere sua figlia!», piagnucolò con una voce tremula che mirava a sottolineare la mia crudeltà.

Misi giù il telefono.

«Per favore, tesoro. Magari un biscotto?», ritentai.

Avevo preparato dei biscotti con gocce di cioccolato, sperando che mi avrebbe aiutato a rimettere un po’ d’ordine nella confusione in cui mi trovavo, e che i dolcetti avrebbero fatto venire ad Ava voglia di mangiare qualcosa.

Ancora nessuna risposta. Mi guardava solamente con quei suoi occhi neri, due pozze di silenziosa tristezza nel suo viso bianco.

Ero pronta a lasciarmi andare a un lunghissimo pianto, ma non potevo farlo davanti ad Ava. La condussi dolcemente vicino alla vasca e le preparai un bagno caldo con la schiuma, parlandole a bassa voce, anche se lei non rispondeva mai. Quindi la portai nella sua stanza, le misi il suo pigiama di Little Miss Sunshine, le asciugai i capelli e infilai lei, Camilla e me stessa nel letto. Ce ne stemmo insieme distese, ipnotizzate dalla sua lanterna magica che girava e girava, fino a che non ci addormentammo entrambe.

Non parlò per tre giorni.

Sorse l’alba sul quarto giorno di silenzio di Ava. Giacevo su un materasso nella sua stanza, dopo un’altra notte in bianco. Quel giorno l’avrei portata dal dottore; non potevo più negare che il problema fosse veramente grave. Che dentro di lei si fosse rotto qualcosa.

Mi tirai su, puntellandomi con l’avambraccio e appoggiando la testa su una mano. Lei dormiva supina, con il petto che le si alzava e abbassava lentamente. Come la bella addormentata, intrappolata da un malefico incantesimo. Era così bella, mia figlia, e così piccola, così vulnerabile. Mi spezzava il cuore non essere in grado di proteggerla da tutto, da qualunque cosa potesse ferirla o turbarla. Non poterla salvare da quell’angoscia, così come io non ero stata protetta o salvata quando ero piccola. Non averle dato un padre migliore o, date le circostanze, semplicemente un padre. Sarebbe cresciuta senza, com’era accaduto a me. Forse non avrei dovuto lavorare così tanto per tutti quegli anni… Forse tutte le notti trascorse sui libri, e tutte le volte che ero troppo sfinita per poter anche soltanto parlare, avevano lentamente eroso la nostra vita familiare. Ma non avevo avuto alcuna possibilità di ricevere un’educazione scolastica, nessuna opportunità di fare alcunché per me stessa; dovevo prendere quel diploma. Avevo passato troppi anni guardando le infermiere che svolgevano il loro formidabile lavoro, mentre io ero bloccata a pulire pavimenti. Sapevo che in me c’era di più; che avevo qualcosa in più da dare. E lo feci anche per Ava, per offrirle un futuro migliore. Perché avesse le occasioni che io non avevo mai avuto.

Le lacrime minacciarono di nuovo di sgorgare, e ancora una volta le bloccai. In quei giorni spaventosi avevo pianto solo una volta, quando ero sicura che Ava stesse dormendo profondamente. Non riuscivo a sopportare l’idea che mi vedesse in lacrime, allarmandola ancor più di quanto non fosse già stata.

All’improvviso, si mosse. Fece uno scatto con la testa verso il muro e poi indietro. Un piccolo gemito le scappò dalle labbra, quindi un altro, e poi si scosse e si girò. Mi sedetti sul suo letto e presi il suo corpicino tra le braccia. Lei cominciò a piangere, sempre più forte, e i suoi singhiozzi arrivarono alle stelle e mi dilaniarono il cuore. E la cosa peggiore è che piangeva con gli occhi chiusi, come se tutto quel dolore le stesse venendo dal profondo, smisurato e senza freni, esplodendo dopo quattro giorni di silenzio e immobilità.

«Shhh… La mamma è qui…». Le lacrime si riversavano anche sulle mie guance. Non resistevo. Non sopportavo di vedere mia figlia soffrire così tanto.

«Mamma!», gridò, e ancora quei terribili, spaventosi singhiozzi;

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