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Storie segrete della storia di Roma antica
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E-book388 pagine5 ore

Storie segrete della storia di Roma antica

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Info su questo ebook

Imprese straordinarie di grandi personaggi e vita quotidiana nella città eterna

Cos’è la Storia se non la somma di tante storie, vicende ed episodi più o meno noti? Questo volume vi condurrà alla scoperta della grande Storia di Roma antica attraverso una composita e variegata scelta di avvenimenti e racconti, dalle biografie di uomini celebri (come gli imperatori Claudio e Vespasiano, Bruto il cesaricida e Lucio Emilio Paolo il grande generale) e di personaggi con il tempo forse dimenticati (come i coraggiosi Deci e lo sfortunato Marcello), ai ritratti di donne che seppero guidare eserciti (come Budicca e Zenobia) o magari solo i loro uomini (come l’indomita Arria), fino alle imprese di sconosciuti Romani, capaci di illuminare piccoli frammenti della vita quotidiana di duemila anni fa. Tanti racconti che, prendendo spunto dagli scritti di Livio, Ovidio, Giovenale, Plinio il Giovane e di molti altri autori classici, così come dalle tante iscrizioni sparse per i musei della Capitale, vi porteranno con leggerezza e un pizzico di umorismo nella Storia dell’antica Roma.

Le memorie, i luoghi, i racconti nascosti della città eterna

Tra gli argomenti trattati:

• Le straordinarie avventure di Plinio il Giovane
• Caro amico ti scrivo: la corrispondenza tra Orazio e Mecenate
• Budicca e la Brexit
• Crepereia, la mummia di Grottarossa e i tristi addii
• Uomini che odiano le donne: Erode Attico e gli altri
• Lucio Albinio e la pietas a Roma
• Umorismo latino: Marziale
• Claudio, l’imperatore che divenne una zucca
• Storie di fantasmi
• Lucano, che vendette anche la madre
• Bruto: elogio di un perdente…
Flavia Calisti
è laureata in Topografia antica e Scienze storico-religiose. Dopo aver conseguito un dottorato in Storia religiosa e vinto una borsa di perfezionamento, ha lavorato per alcuni anni in ambito accademico. Dal 2008 è guida turistica abilitata della Provincia di Roma e fa scoprire le bellezze della sua città a grandi e bambini. Ha al suo attivo molte pubblicazioni sia scientifiche che divulgative. Con la Newton Compton ha pubblicato Alla scoperta dei segreti perduti di Roma e Storie segrete della storia di Roma antica.
LinguaItaliano
Data di uscita7 nov 2017
ISBN9788822714978
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    Anteprima del libro

    Storie segrete della storia di Roma antica - Flavia Calisti

    Indice

    Cover

    Collana

    Colophon

    Frontespizio

    Introduzione

    Le straordinarie avventure di Plinio il Giovane

    Caro amico ti scrivo (Orazio e Mecenate)

    L’imperatore della porta accanto (Vespasiano)

    Budicca e la Brexit

    Bambole e balocchI (Crepereia, la mummia di Grottarossa e i tristi addii)

    Tutti i fatti in cronacA (cronaca nera di duemila anni fa)

    Gli oggetti parlanti non li ha inventati Walt Disney

    Uomini che odiano le donne (Erode Attico e gli altri)

    Decio Mure e i suoi parenti

    Un funerale coi fiocchi (Lucio Emilio Paolo)

    Gli eroi da sussidiariO (Mucio Scevola, Orazio Coclite, Clelia)

    Indovina a cosa sto pensando? (Atto Navio)

    Il pio Lucio (Lucio Albinio e la pietas a Roma)

    Modestamente (Cicerone)

    Ovidio sì che capisce le donne

    Umorismo latino (Marziale)

    L’imperatore che divenne una zucca (Claudio)

    Storie di fantasmi

    Mille modi per morirE (morti non comuni nel mondo antico)

    Lucano che vendette anche la madre e altre storiE di ordinaria vigliaccheria

    Storie di donne e del loro coraggio

    Te lo spiega il tuo papà (Catone il Censore)

    Marcello che non fu imperatore

    Bruto: elogio di un perdente…

    Sapevatelo con… (Valerio Massimo e Plutarco)

    In memoria della Siria: Zenobia

    Scappo dalla città (Umbricio)

    Conclusione

    Bibliografia

    Tavole fuori testo

    544

    Prima edizione ebook: novembre 2017

    © 2017 Newton Compton editori s.r.l.

    Roma, Casella postale 6214

    ISBN 978-88-227-1497-8

    www.newtoncompton.com

    Realizzazione a cura di Corpotre, Roma

    Flavia Calisti

    Storie segrete della storia di Roma antica

    Imprese straordinarie di grandi personaggi e vita quotidiana nella Città Eterna

    Newton Compton editori

    A chi un tempo mi narrava le storie,

    a chi oggi ascolta le mie…

    Dicere etiam solebat nullum esse librum tam malum, ut non aliqua parte prodesset.

    Plinio il Giovane, Lettere ai familiari, iii, 5

    Introduzione

    Questo libro è nato durante un trasloco e, come in uno dei tanti scatoloni che ho chiuso in questi giorni, ho riposto tra queste pagine alcune delle storie che vorrei portare con me, che vorrei farvi conoscere. Sono episodi spesso poco noti della storia di Roma, racconti di vicende che hanno per protagonisti uomini un tempo celebri, le cui gesta si sono poi perse all’ombra dei grandi avvenimenti che hanno fatto la Storia, o talora invece uomini e donne comuni, che hanno saputo rendere eccezionali le loro esistenze con un gesto di coraggio, di pietà, d’amore.

    Conoscerete aspetti insoliti di personaggi celebri: dal rustico Vespasiano al vanitoso Cicerone, dal diffidente Catone al libertino Ovidio. Leggerete le imprese di eroi dimenticati come Lucio Emilio Paolo e Decio Mure. Incontrerete personaggi che non ebbero modo di fare la Storia per una sorte ingrata, come Marcello e Germanico. Sentirete parlare di celebri condottiere come Budicca e Zenobia, ma anche di donne ai più sconosciute come Arria e Pitiade. Vi imbatterete in uomini morti senza onore come Lucano o divinizzati senza dignità come Claudio. Leggerete poi storie di vita (e morte) di gente comune.

    Sono racconti che un tempo si ascoltavano la sera prima di dormire o sui banchi di scuola. Oggi stanno lentamente scivolando fuori dai nostri programmi scolastici e, di riflesso, dalla nostra memoria collettiva. Queste pagine sono il mio tentativo di salvarne alcuni, di far nascere in voi il desiderio di conoscerne altri, e poi altri ancora.

    Buona lettura, quindi: vi auguro di perdervi in questi racconti come in una foresta delle fiabe e di uscirne alla fine più consapevoli, proprio come i prodi cavalieri. Vi auguro di aprire questa scatola magica e ritrovarvi i ricordi di tante storie, le storie che hanno fatto la nostra Storia.

    Le straordinarie avventure di Plinio il Giovane

    Lo dico sempre quando parlo del mio lavoro, in fondo in fondo gli archeologi vivono un po’ delle sfighe altrui (forse è per tale karma negativo che sono tra le categorie di lavoratori più sfruttate e malpagate!). Pensate al tesoro di Morgantina, probabilmente nascosto durante il saccheggio della città a opera dei romani nel iii secolo a.C., ai Bronzi di Riace, caduti in mare durante una tempesta o gettati in acqua da una nave nella speranza di evitare il naufragio nei pressi della costa calabra, o ancora agli anonimi tesoretti di monete esposti qua e là nei musei, nascosti da proprietari intimoriti che poi non sono riusciti a recuperarli. Molto di ciò che oggi esponiamo con orgoglio nelle vetrine dei musei è infatti spesso frutto di paura, disperazione, della speranza – frustrata – di poter un giorno tornare in possesso dei propri beni. Per non parlare dei corredi funebri (e spesso dei loro proprietari), che quelle stesse vetrine affollano. Infine, inutile negarlo, buona parte di ciò che sappiamo sulla vita nell’antica Roma ci viene da una vera e propria catastrofe epocale: l’eruzione del Vesuvio.

    Oggi non ci rendiamo bene conto dell’entità dell’evento (altrimenti, forse, non avremmo permesso a tante persone di accalcarsi sulle pendici di quello che è ancora un vulcano attivo!), ma sappiate che buona parte di ciò che è scritto nei libri di storia antica dei vostri figli e nei best seller di Alberto Angela, lo sappiamo grazie a tonnellate di lava e lapilli e a migliaia di morti. Si potrebbe pensare che la mancata pianificazione delle aree a rischio sismico o idro-geologico sia un malcostume atavico del Paese, ma a onor del vero i campani di duemila anni fa non sapevano che il monte Somma, quella fertile e rigogliosa montagnola puntuta, fosse un vulcano. Ignoravano il fatto che esso fosse già attivo da quasi 400.000 anni, come ignoravano che avesse già dato noia ai loro antenati fin verso Avellino (le cosiddette Pomici di Avellino recano tracce di una precipitosa, e non sappiamo quanto fortunata, fuga di uomini di 3780 anni fa). Certo si erano un po’ preoccupati nel 62 d.C., quando un terremoto aveva distrutto molte delle ricche ville e degli edifici pubblici cittadini. Abbiamo anche una foto d’epoca, un rilievo proveniente dal larario della casa di Cecilio Giocondo in cui i templi sono rappresentati inclinati, vittime del sisma e un reporter d’eccezione, Seneca, ci fornisce il resoconto di vittime e danni (Questioni naturali, vi, 1). Molte case, al momento dell’eruzione di 17 anni dopo, avevano ancora parti in restauro (non lamentatevi dunque della lentezza dei vostri operai!).

    I terremoti però avvenivano di frequente, già nel iii secolo a.C. una scossa aveva colpito l’Etruria, e tra il 100 e il 99 a.C. c’era stata una lunga attività sismica che aveva colpito il Centro Italia e in particolare Nursia (Norcia). E poi Luni, Lipari, Priverno, e ancora l’Emilia, il Piceno, la Sicilia. Molte sono le notizie di terremoti nella Penisola, ricordati dagli annalisti come segni inviati dal cielo e spesso commentati dagli storici in una cronaca nera che è tornata ahimè a essere quanto mai attuale. Cassio Dione ricorda per esempio il drammatico terremoto di Antiochia del 115 d.C. che rischiò di vedere tra le moltissime vittime anche l’imperatore Traiano. Così descrive l’accaduto:

    Mentre Traiano si trovava ad Antiochia ci fu un terremoto di straordinaria violenza: molte città subirono dei danni, ma ad Antiochia toccò la sorte peggiore […]. C’erano stati anche molti tuoni e dei venti prodigiosi, ma nessuno si sarebbe aspettato che ne fossero conseguiti degli eventi così catastrofici. Dapprima, improvvisamente, scoppiò un fragore immenso, al quale seguì una violentissima scossa di terremoto; la terra si sollevò interamente e gli edifici furono sbalzati dalle loro sedi: alcuni di essi crollarono dopo essere stati spinti verso l’alto e si sgretolarono, mentre altri, dopo essere stati sollecitati da pressioni provenienti da più direzioni, si capovolsero come se fossero in balia di un maremoto, e l’onda d’urto si propagò per lungo tratto anche nei luoghi aperti. Lo schianto delle travi che si spezzavano e s’infrangevano, insieme a quello delle tegole e delle pietre, fu terribile, e si sollevò così tanta polvere che non si poté vedere né dire né sentire nulla. Molte persone, anche tra quelli che si trovavano all’esterno delle case, ebbero a soffrire le conseguenze: infatti, sollevati e scagliati via violentemente, si schiantarono a terra come se fossero trascinati giù da un precipizio, e alcuni rimasero mutilati, mentre altri morirono. […] Il numero di coloro che furono lasciati nelle case e morirono fu incalcolabile: infatti, l’impeto stesso delle macerie che precipitavano uccise moltissime persone, ed altrettante le soffocò la polvere.¹

    Lo storico racconta che le scosse si protrassero per più giorni, impedendo così i soccorsi e facendo entrare nel novero delle vittime coloro che erano rimasti agonizzanti tra le macerie ed erano spirati per le ferite o la fame. Non mancò un miracolo in così atroce disastro: una donna fu trovata viva insieme al suo neonato, entrambi erano sopravvissuti grazie al nutriente latte della puerpera. Tra le vittime ci fu anche il console M. Virgiliano Pedone; si salvò invece Traiano, soccorso da un pio energumeno che lo aiutò a fuggire da una finestra. L’imperatore, come buona parte della popolazione, restò allora diversi giorni accampato nell’ippodromo, aggiungendo allo sgomento e alle privazioni il rigido freddo di quell’inclemente inverno. Cassio Dione racconta che la cima del monte Casio (Nur) modificò il suo aspetto e rischiò di franare sulla sottostante città. «Sprofondarono anche altre montagne, e molta acqua che in precedenza non era visibile venne in superficie, mentre molti corsi scomparvero»².

    Solo pochi anni dopo, sotto il regno di Antonino Pio, ecco un nuovo devastante terremoto (nel 147 o 148 d.C.) che colpì la Bitinia e l’Ellesponto, devastando città e facendo crollare il meraviglioso Tempio di Cizico. «Dicono anche – riporta il cronista – che nel mezzo della terraferma dalla cima aperta di un monte traboccò dell’acqua di mare, e che la schiuma del mare puro e limpido, trasportata dal vento, giunse molto addentro alla terraferma»³.

    Insomma, Nettuno con il suo tridente scuoteva spesso la terra nei quattro angoli dell’Impero. Recentemente si è arrivati addirittura a sostenere che fatale, per l’Impero, fu il grande sisma, con relativo devastante tsunami, verificatosi nel Mediterraneo nel 365 d.C., ricordato anche da Ammiano Marcellino⁴.

    Anche le eruzioni vulcaniche erano conosciute: i navigatori cartaginesi che alla metà del v secolo a.C. avevano accompagnato Annone nel suo viaggio lungo le coste meridionali dell’Africa dissero di essere giunti in un luogo in cui la costa appariva infuocata e «grandi rivoli di fuoco scendevano nel mare e la terra era innavicinabile per il calore», e anche una volta allontanatisi per quattro giorni continuarono a vedere la terra inondata dal fuoco, con una fiamma tanto alta da arrivare fin quasi alle stelle. Era quello il Carro degli dèi, visibile ancora dopo un’intera settimana di navigazione⁵.

    Il problema nel caso campano – come detto – era che il monte Somma sembrava ai felici abitanti dell’area flegrea solo una fertile montagna, sulle cui pendici far crescere floridi vitigni per vini pregiati, come mostra – probabilmente – l’affresco proveniente dal larario della Casa del Centenario a Pompei (che secondo altre versioni raffigurerebbe il monte Nisa, sul quale venne allevato Dioniso fanciullo). Certo qualche dubbio doveva aver sfiorato più d’un osservatore, se all’inizio del secolo Strabone scriveva:

    Sopra questi luoghi si leva il monte Vesuvio, interamente occupato tutt’intorno, salvo che alla sommità, da campi bellissimi. La sommità stessa è per buona parte piana, ma del tutto sterile, dall’aspetto cinereo; essa mostra delle cavità con fessure, che si aprono su rocce fuligginose in superficie come fossero state divorate dal fuoco. Così uno potrebbe supporre che questo luogo precedentemente bruciasse e avesse crateri di fuoco che poi si estinsero, una volta venuta meno la materia da ardere. Forse questo è anche il motivo della fertilità della terra lì intorno così come avviene a Catania, dove dicono che la superficie coperta dalla cenere gettata fuori dal fuoco dell’Etna rese la terra particolarmente favorevole alla coltivazione della vite.

    Insomma, la fertilità della terra era tale e tanta che ci si poteva anche abbandonare all’idea che il pericolo fosse lontano o inesistente. Sempre Strabone osservava infatti ammirato:

    Segno della fertilità del suolo è che qui nasce un grano bellissimo, vale a dire quel frumento da cui si ricava un fior di farina, superiore ad ogni altro genere sia di riso sia di ogni altro prodotto a base di cereali. Si dice che alcune pianure della Campania sono coltivate due volte all’anno a spelta e una terza volta a miglio e che, talora, sono coltivate una quarta volta a ortaggi. I romani fanno anche venire da là i vini migliori, quali il Falerno, lo Statano e il Caleno […].

    Come sappiamo però il monte semplicemente dormiva, e quando si risvegliò inghiottì vite, città e fertili coltivazioni. Se volete rivivere quei momenti potete passeggiare per le strade di Pompei o per la meno affollata e altrettanto affascinante Ercolano. L’orrore di quei momenti è nei calchi dei corpi sorpresi nel sonno, è negli scheletri trovati ancora abbracciati gli uni agli altri sotto gli archi della spiaggia di Ercolano. Lapilli, cenere incandescente, fango denso e nessuna via di scampo.

    Da questa tragedia provengono la maggior parte delle informazioni in nostro possesso sulla vita quotidiana del mondo antico, perché tutta la vita di quell’area rimase bloccata in un preciso istante, come nell’incantesimo della fata della Bella addormentata. Ogni cosa restò lì dove la morte l’aveva sorpresa: mobilio, cibi, stoviglie, gioielli, giochi, animali e persone. Incredibilmente però abbiamo avuto anche la possibilità di conoscere tutte le fasi della catastrofe dalla penna eccellente di un testimone oculare: Plinio il Giovane.

    Ciò che vi narrerò ora è preso da due lettere da lui scritte in risposta alle richieste dello storico Tacito, che voleva documentarsi sui particolari di tale epocale avvenimento e in particolare sulle circostanze che portarono alla morte dello zio del suo amico, il famoso Plinio il Vecchio, autore della Naturalis Historia, colossale enciclopedia in trentasette libri che trattava ogni sorta di argomento: dall’arte alla medicina, dalla mineralogia alla botanica, dall’astronomia alla zoologia. Opus diffusum, eruditum nec minus varium quam ipsa natura, ovvero «Opera estesa, erudita e non meno varia della natura stessa»⁸.

    Plinio il Giovane scrive il suo resoconto circa trent’anni dopo la morte dello zio, che nel 79 d.C. si trovava a Misero come comandante della flotta⁹. Questo il suo racconto.

    Il 24 agosto verso le due del pomeriggio la madre del nostro cronista avverte suo fratello (che d’ora in poi chiameremo per comodità solo Plinio) dell’esistenza di una strana nube all’orizzonte. Lui dunque, interrotti i suoi studi, si reca in un punto da cui poter osservare bene il fenomeno. In effetti nel cielo si andava formano un’alta nube a forma di pino. Per nulla spaventato e molto incuriosito, lo scienziato ordina di preparare una nave e invita il nipote a seguirlo. Il giudizioso nipotino però deve finire i compiti e dice che attenderà a casa (ecco una storia da raccontare a tutti i bimbi sfaccendati il sabato mattina¹⁰!). Mentre sta per partire riceve però un biglietto della sua amica Rettina, che abita alle pendici del monte e spaventata lo informa di non avere altra via di fuga se non il mare. Così Plinio modifica i suoi piani e muta la natura di quella che era nata come una spedizione scientifica in un’operazione di soccorso. Così, mentre chi può fugge dai lidi vesuviani, Plinio si dirige proprio verso il pericolo, annotando per giunta tutti i fenomeni naturali cui gli è dato di assistere. Inizia una pioggia di cenere, sassi e pomici, e la spiaggia cui è diretto appare ostruita da grandi massi. Per un attimo indeciso sul da farsi, il comandante si lascia convincere dal suo pilota che esclama fortes fortuna iuvat! («La fortuna aiuta i forti!») e lo invita a dirigersi verso la villa di Pomponiano a Stabia, sul lato opposto del golfo. Raggiunto l’amico, Plinio cerca di mostrarsi non solo sereno, ma addirittura allegro: prende un bagno e cena in compagnia. Durante la notte le fiamme illuminano la cima del Vesuvio, ma Plinio rincuora tutti, dicendo che sono solo case abbandonate che bruciano. Detto ciò va a dormire e si mette addirittura a russare sonoramente. Durante la notte viene però svegliato dal personale della casa, perché la cenere che ha continuato a cadere nell’atrio è giunta ormai quasi a bloccare la porta del suo cubicolo. Plinio raggiunge così Pomponiano e gli altri abitanti della casa, che non sono riusciti a chiudere occhio, e insieme iniziano a valutare se sia più sicuro rimanere al coperto o se non sia piuttosto consigliabile fuggire. La struttura appare infatti instabile a causa del susseguirsi delle scosse telluriche, ma l’esterno sembra altrettanto insidioso a causa delle pietre che cadono dal cielo. Alla fine la fuga sembra comunque la scelta migliore. Tutti escono, con l’accortezza di proteggersi la testa con dei cuscini. Quando il gruppo si avventura fuori è ormai giorno, ma le ceneri che avvolgono il cielo non permettono a quegli sventurati di avvedersene. Plinio corre sulla spiaggia, ma il mare in tempesta rende impraticabile tale via di fuga. Allora fa qualcosa che solo i grandi saggi sanno fare nei momenti di panico: si siede. Rimane a terra per un po’, chiedendo spesso acqua fresca da bere. Quando l’odore di zolfo diventa insopportabile due schiavi lo aiutano ad alzarsi, ma subito Plinio ricade. Il nipote ritiene che le ceneri inalate gli avessero ormai ostruito la trachea, che sovente gli dava problemi di salute. Il mattino seguente, dopo tre giorni dall’inizio della catastrofe, il corpo dello studioso fu trovato ancora lì, sembrava che dormisse, invece… Invece per troppo amore della scienza e del prossimo era morto uno dei più grandi studiosi dell’antichità.

    Plinio il Giovane conclude così la sua lettera, compiacendosi che darà imperitura fama al coraggio dello zio, non senza però dimenticare di lanciare una piccola esca all’amico scrittore: Interim Miseni ego et mater – sed nihil ad historiam, nec te aliud quam de exitu eius scire voluisti («Intanto a Miseno io e mia madre – ma questo non ha a che fare con la storia, né tu volevi conoscere altro che la sua morte»).

    L’esca è gettata e Tacito abbocca, così in una nuova lettera ecco che Plinio il Giovane può narrare anche la sua avventura (ora a essere chiamato solo Plinio sarà lui)¹¹. La storia riprende dalla partenza dello zio.

    Il bravo Plinio, studioso diciassettenne, finisce i suoi compiti, fa il bagno e cena, poi subito a letto, ma il sonno è agitato a causa delle forti scosse di terremoto. In realtà – e questo ci dà davvero l’idea di come i campani di ieri e di oggi siano abituati a convivere con la brutalità della loro terra, necessaria controparte, come abbiamo visto, della sua bellezza – nei giorni precedenti c’erano già state diverse scosse, ma nessuno se ne era dato preoccupazione, essendo in quell’area un fenomeno assai frequente¹². Ora però la loro forza diviene dirompente e Plinio e sua madre si ritrovano, insonni, nel cortile di casa. Qui per darsi coraggio, e forse un tono, il giovane si mette a leggere Tito Livio (quando si dice un ragazzo studioso!) e continua a farlo anche quando viene rimproverato per tanta spensieratezza da un amico dello zio allora giunto. Alle prime, fioche, luci dell’alba, finalmente madre e figlio si incamminano, insieme a una folla impaurita. I carri con i quali si cerca di portare in salvo i propri beni non riescono però a procedere, spinti indietro dai sommovimenti del suolo. Lo spettacolo è apocalittico: il mare si è ritirato, lasciando sul bagnasciuga molte carcasse di pesci, mentre nel cielo si va addensando una nera nube squarciata da lampi di fuoco. Alla vista di quei prodigiosi eventi l’amico di Plinio il Vecchio cerca di far ragionare i due circa la necessità di mettersi in salvo, ma loro tentennano, volendo aspettare notizie dal congiunto. L’uomo allora si dà alla fuga e i due attendono alle porte della città incerti sul da farsi. La nube però inizia a infittirsi, a nascondere il mare e la costa. La madre prega Plinio di mettersi in salvo, ma lui rifiuta di andarsene senza di lei. La donna a questo punto si convince e, presa per mano dal figlio, novello Enea¹³, si lascia guidare in mezzo alla pioggia di cenere. Un torrente di denso fumo li incalza, e i due decidono di farsi da parte per non essere travolti dalla folla frenetica. Improvvisamente tutto si oscura. Terribile è la descrizione delle voci, in quell’innaturale notte: le voci di chi cerca i propri cari, di chi chiede che sopraggiunga rapida la morte, di chi urla che quella è la fine del mondo. Ecco improvviso un bagliore di fuoco, poi ancora nulla, solo la cenere che si accumula sui corpi e che va scrollata via quando se ne trova la forza. Finalmente però, dopo mille timori, ecco diradarsi il fumo e apparire un pallido sole. Intorno un paesaggio totalmente mutato, come avvinto in una coltre di neve. Nonostante i timori Plinio e la madre tornano allora a Miseno, in attesa di notizie dello zio. La lettera termina così. Quando e come sia loro giunta la terribile notizia della sua morte non lo sapremo mai¹⁴.

    Oggi possiamo rivivere in prima persona quei momenti: a Ercolano esiste infatti il mav – Museo Archeologico Virtuale, che permette di assistere alle varie fasi dell’eruzione, così come descritte da Plinio il Giovane, mediante uno schermo di 26 metri e una sala con tecnologia 3D. A questa emozionante ricostruzione si affiancano oltre settanta installazioni multimediali che consentono di far rinascere le sontuose atmosfere delle splendide ville di Pompei, Ercolano, Baia, Stabia e Capri.

    A congedo di questa terribile tragedia ecco il pianto di Marziale (Gli epigrammi, iv, xliv):

    Ecco il Vesuvio, un tempo verdeggiante

    di folte vigne, un tempo produttore

    d’un eccellente vino: questo è il monte

    che Bacco amò di più dei colli di Nysa:

    su queste balze i satiri danzarono

    in coro. E questa fu Pompei, città

    prediletta da Venere, a lei cara

    più della stessa Sparta:

    e questa fu Ercolano, dedicata

    al nome del grande Ercole.

    Vedi, ora tutto è annerito, sommerso

    dal fuoco e dalla cenere. Gli dèi

    si pentono di quello che hanno fatto.¹⁵

    Tale rammarico per quello che era il più bel golfo del mondo, così repentinamente mutato dalla furia del monte¹⁶ (descritta con toni epici da Silio Italico come peste di Vulcano¹⁷), si perse nel tempo, tramutandosi in sorpresa quando un contadino, Ambrogio Nocerino, detto Enzechetta, durante la realizzazione di un pozzo nel suo orto, rinvenne alcuni pezzi di marmo pregiato. Di lì a poco sarebbe iniziata la grande stagione di scavi che portò alla riscoperta di quei luoghi, dando risposta a Stazio, che nelle Silvae si chiedeva: «Chi potrà credere in futuro che…»¹⁸.

    Del resto, pur mutando così brutalmente il suo aspetto, il golfo di Napoli non perse la sua bellezza, e il vulcano anzi iniziò a farne parte. Il 24 novembre del 1786 Goethe scriveva: «In questo momento l’eruzione del Vesuvio mette in agitazione quasi tutti gli stranieri […]. È un fenomeno di natura che ha davvero qualcosa del serpente a sonagli: attira gli uomini in maniera irresistibile. Si direbbe che tutt’a un tratto i tesori d’arte di Roma siano scomparsi; i forestieri interrompono i loro pellegrinaggi artistici e si precipitano a Napoli»¹⁹. Giunto finalmente all’ombra del vulcano e del suo «poderoso fumacchio»²⁰, dopo essere salito sulle sue pendici e aver visitato Pompei ed Ercolano, così celebra la bellezza dei luoghi l’innamorato tedesco: «Se nessun napoletano vuol andarsene dalla sua città, se i poeti locali celebrano in grandiose iperboli l’incanto di questi siti, non si può fargliene carico, vi fossero anche due o tre Vesuvii nelle vicinanze. Qui non si riesce davvero a rimpiangere Roma»²¹.

    Be’, io Roma la rimpiangerei ovunque, ma capisco l’incanto che poteva offrire Napoli quando Goethe ebbe la fortuna di visitarla.

    1 Cassio Dione, Storia romana, lviii, 24, 1-5; trad. A. Stroppa, Cassio Dione. Storia romana, vol. viii (libri lxviii-lxxiii), bur, Milano 2009, pp. 77-79.

    2 Ivi, lviii, 24, 6; trad. cit., p. 81.

    3 Ivi, lxx, 4; trad. cit., p. 137.

    4 Storie, 26, 10, 15-19, vd. anche http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/02/11/un-apocalisse-di-terremoti-cosi-crollo.html.

    5 C. Finzi, Le grandi esplorazioni oceaniche, in Etruschi e fenici sul mare. Da Pyrgi a Cartagine, Catalogo della mostra, Roma 2009, p. 29.

    6 Strabone, Geografia, v, 4, 8; trad. A.M. Biraschi, Geografia, l’Italia, libri v-vi, bur, Milano 2000, p. 183.

    7 Ivi, v, 4, 3; trad. cit., p. 169.

    8 Plinio il Giovane, Lettere ai familiari, iii, 5.

    9 Ivi, vi, 16.

    10 Se volete farlo vi consiglio L’eruzione di Pompei di Davide Morosinotto, Edizioni el, San Dorligo della Valle 2016, riproposizione del racconto pliniano per bambini e ragazzi molto studiosi!

    11 Plinio il Giovane, op. cit., vi, 20.

    12 Goethe scriverà che quello sismico è in quei luoghi «un fenomeno bizzarro e capriccioso» di cui gli abitanti parlano «come del vento o delle intemperie» (J.W. Goethe, Viaggio in Italia, trad. E. Castellani, Mondadori, Milano 1993, p. 211).

    13 Non a caso la lettera si apre con la citazione delle parole dette da Enea a Didone che bramava di conoscere la sua storia: «Anche se l’animo inorridisce al solo ricordo… inizierò [a raccontare]». Se non l’avete mai fatto leggete il ii libro dell’Eneide, dedicato alla caduta di Troia: è uno dei passi in assoluto più belli della letteratura latina! La parte in cui Venere, per convincere Enea alla fuga, gli toglie dagli occhi il velo che gli impediva di vedere l’operato divino mette i brividi!

    14 Se queste due epistole di Plinio il Giovane vi hanno fatto venire voglia di sbirciare tra la sua corrispondenza non esitate a leggere le numerose lettere in cui descrive la sua bellissima villa di Castel Fusano, che alcuni identificano con quella in parte ancora visibile all’interno della pineta nei pressi di Ostia, o le lunghe missive mandate a Traiano in cerca di favori vari e raccomandazioni. Su tutte però vi consiglio di leggere la vii, 27, una storia di fantasmi alla Oscar Wilde, con tanto di casa stregata e spettro catene-munito, e un filosofo, il flemmatico Atenodoro, all’altezza di un Bill Murray d’annata (ma ne riparleremo…).

    15 Trad. C. Vivaldi, Gli epigrammi, Newton Compton, Roma, 1993, pp. 185-187.

    16 Tacito, Annali, iv, 67.

    17 Silio Italico, Le guerre puniche, xvii, v. 594.

    18 Si tratta della parte finale della Lettera a Vittorio Marcello (Silvae, iv, 4), nella quale il poeta sostiene che le generazioni future difficilmente potranno credere che sotto i loro piedi si celano intere città, ingoiate dalla furia del vulcano; vd. anche ivi, iii, 5, vv. 72-112.

    19 Goethe, op. cit., p. 159.

    20 Ivi, p. 203.

    21 Ivi, p. 209.

    Caro amico ti scrivo (Orazio e Mecenate)

    La vita delle élite cittadine nell’antica Roma non era poi diversa da quella attuale. Benché la città contasse, forse già in epoca augustea, un milione di abitanti, il gruppo dirigente era assai ristretto, e tra di loro si conoscevano tutti. Era davvero difficile distinguere amici e nemici. Cesare e Pompeo furono acerrimi nemici, ma pochi ricordano che furono anche suocero e genero; lo stesso dicasi per Ottaviano e Antonio, che furono cognati; la sorella di Catone Uticense fu amante del suo nemico Cesare, e si vociferava dunque che suo nipote Bruto, che poi guidò la congiura che uccise Cesare, fosse proprio figlio illegittimo di quest’ultimo. Fin qui si potrebbe pensare parenti serpenti, ma se leggerete le lettere lasciateci da molti romani illustri scoprirete addirittura che Cicerone a un certo punto della sua carriera aveva pensato di intendersela con Catilina, che Clodio

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