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La nuova mappa dell'amore

La nuova mappa dell'amore

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La nuova mappa dell'amore

Lunghezza:
444 pagine
5 ore
Pubblicato:
Nov 2, 2017
ISBN:
9788822713155
Formato:
Libro

Descrizione

Per riparare un cuore spezzato bisogna fare le valigie e partire...

È il febbraio del 1964 quando George Baxter scappa, letteralmente, dal funerale di quella che è stata sua moglie per ventisei anni e non si presenta al successivo rinfresco. Con la sola compagnia del fedele bassotto Monty, George decide che quella è la sua unica chance di reagire e non rassegnarsi a un destino grigio e senza prospettive. Si dedica quindi al suo lavoro di antiquario, nella sua casa al centro del villaggio in cui vive, aperto a ogni genere di incontri tra le persone che varcano la porta in cerca del proprio piccolo pezzo di storia. Quando incontra la vedova Sylvia Newsome, comincia addirittura a sperare in un nuovo amore. Ma la vita offre sempre sorprese inaspettate. Nel corso dell’estate, George si troverà ad affrontare risvolti inattesi del suo passato, in grado di dare nuova forma al suo futuro.

Un libro pieno di episodi divertenti e attimi di riflessione profonda
La nuova mappa dell'amore ti conquista all'improvviso, adorabile dalla prima all'ultima pagina

«Insieme divertente e profondo.»
Reader’s Digest

«La nuova mappa dell’amore è un brillante studio della vita, dell’amore e dell’eterna contrapposizione tra uomini e donne.»
Sarah Dunant

«Acuto, divertente e sorprendentemente esaltante.»
Lancashire Post

«Una storia affascinante dall’adorabile gusto rétro.»
S Magazine
Abi Oliver
Ha trascorso la maggior parte della vita nella valle del Tamigi. Dopo aver studiato alle università di Oxford e di Londra, ha lavorato come infermiera per un’organizzazione umanitaria prima di dedicarsi alla scrittura. Ha anche cresciuto quattro figli e vive a Purley-on-Thames. La nuova mappa dell’amore è il suo primo romanzo.
Pubblicato:
Nov 2, 2017
ISBN:
9788822713155
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

La nuova mappa dell'amore - Abi Oliver

1758

Titolo originale: A New Map of Love

Copyright © Abi Oliver 2017

All rights reserved

Traduzione dall’inglese di Eleonora Zanin

Prima edizione ebook: novembre 2017

© 2017 Newton Compton editori s.r.l.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-227-1315-5

www.newtoncompton.com

Realizzazione a cura di Librofficina

Abi Oliver

La nuova mappa dell’amore

Indice

Febbraio 1964

Uno

Due

Tre

Quattro

Marzo

Cinque

Aprile

Sei

Maggio

Sette

Otto

Giugno

Nove

Dieci

Luglio

Undici

Dodici

Tredici

Agosto

Quattordici

Settembre

Quindici

Sedici

Ottobre

Diciassette

Novembre

Diciotto

Ringraziamenti

Per M, con affetto

Febbraio 1964

Uno

1.

George Baxter non aveva mai avuto intenzione di scappare dal funerale. Non aveva pianificato di uscire per primo dal parcheggio del crematorio e guidare a tutta velocità nonostante il tempaccio, prima che gli altri avessero finito di ammirare i fiori. Né gli sembrava il caso di fischiettare sulla strada del ritorno dal funerale della donna che era stata sua moglie per ventisei anni, tanto meno se quello che veniva fuori erano canzoni di South Pacific. Ma non era in sé. Sembrava uscito da Scoutismo per ragazzi direttamente dalla sua infanzia: «Lo scout è allegro anche nelle difficoltà». E non poteva sopportare il silenzio nella macchina, un silenzio che ora sarebbe durato in eterno.

I tergicristalli del parabrezza tenevano il tempo. Grossi fiocchi di neve si abbattevano sul vetro. Diede un’occhiata allo specchietto retrovisore per vedere se il branco dei partecipanti al funerale lo stava raggiungendo, ma non c’era traccia di loro. Se la sarebbero presa con comodo.

Alla guida della berlina grigia superò a tutta velocità i vari paesini finché, dalla cima della collina, apparve finalmente il suo. Greenbury era un accogliente grappolo di case raccolte attorno a un campanile quadrato e incastonato ai piedi delle alture bianche.

La neve quel giorno aveva ridotto i tetti di paglia dei cottage e le mura di mattoni crudi a qualche sparuta linea nera, simile a un’incisione dell’epoca vittoriana. George scese in picchiata tra filari di olmi carichi di neve, rombò fino al cortile di ghiaia e frenò vicino al furgone verde pisello Morris.

La casa riparata dalla strada da piante di alloro e biancospino aveva la facciata bianca con una barba di vite del Canada e rigidi baffi di rose d’inverno, che in estate si arrampicavano fino al tetto in una lussureggiante parrucca di fiori dorati. Diversamente dai cottage nel cuore del paesino, aveva solo un centinaio d’anni, e il tetto piastrellato anziché di paglia. Sul vialetto d’accesso, appeso a una lampada che un tempo era stata a gas, c’era un cartello con scritto:

ANTICHITÀ DI CHALK HILL – EGR. GEO. BAXTER

.

George saltò fuori dalla macchina, sbattendo la portiera e avviandosi a grandi passi verso l’ingresso principale. Con una mano strinse il cappello di feltro nero, mentre con l’altra rovistò nella tasca del pantalone – all’improvviso misteriosamente profonda – in cerca delle chiavi.

«Maledizione». La solita lotta con la serratura, il cane che abbaiava dentro casa. La porta finalmente si aprì, e George lanciò un’occhiata ansiosa dietro di sé nel caso il branco del cappello nero lo avesse raggiunto. Grazie al cielo aveva preso la sua macchina.

«Ciao, vecchio mio», disse al segugio prima di salire in fretta in camera. Era un uomo alto e in carne, che faceva le scale tenendo il passo del cane. In camera: via la giacca, appenderla, un completo di buona qualità; giù i pantaloni, su una gruccia di legno, agganciata all’anta dell’armadio. George percepì la smorfia di smarrimento sul proprio viso. Dove erano finiti i suoi vestiti? Quelli veri?

Fece diversi giri per la stanza in canottiera e mutandoni, fissando inutilmente il letto e le sedie. Un paio di bretelle orfane penzolavano dallo schienale della sedia Windsor. Le prese e fissò l’elastico rovinato. Infine uno scoppio d’ira: «Winifred! Che diavolo ne hai fatto dei miei pantaloni?».

Il debole riverbero della sua voce incontrò solo il silenzio. Winifred Jane.

Win… Si lasciò sprofondare sul lato del letto dove dormiva lei. Non avrebbe risposto. Non avrebbe risposto mai più. Il silenzio lo opprimeva: si sedette come se gli mancasse il respiro. Provava sentimenti contrastanti, sensazioni di lontani abbandoni. Si sfregò le cosce con vigore.

«Non va bene, non va bene per niente».

Stava per alzarsi, quando sul comodino di Win notò il cesto in cui lei teneva gli accessori per i capelli. Si allungò per afferrarlo e si rese conto che gli era sfuggito un mugugno – la musica che accompagnava tutti i suoi piegamenti o allungamenti negli ultimi giorni. Una volta, in quel cesto lei aveva conservato delle saponette alla lavanda che le avevano regalato. Teneva sempre in ordine i vari fermagli, bigodini e forcine con i quali era solita tirarsi su i capelli – come diceva lei – ogni benedetta notte, anche se lui desiderava che non lo facesse. L’unica volta che aveva rinunciato era stata qualche inverno prima, quando aveva avuto una terribile influenza.

«Devo essere uno spettacolo orribile», si era scusata tra la nebbia del Vicks VapoRub. «Appena starò meglio mi rimetterò i bigodini…».

Come se lo dovesse fare per lui. Al tempo i suoi capelli erano ancora neri come il più scuro dei merli. La sua acconciatura era sempre perfetta: i fitti ricci domati dalla lacca e scostati dalla fronte, proprio come la regina. George strinse uno dei bigodini e trasalì: fil di ferro e rete, come un pezzetto di recinzione di un campo di prigionia.

Piacevole dormire ogni notte con quella trappola sulla testa. Quando i suoi capelli imbiancarono, lei iniziò a tingerli. Non li colorava, sosteneva, gli dava solo una rinfrescata. Alla fine non riusciva più a gestirlo, nemmeno i bigodini. Era più naturale, con indosso semplicemente un’ampia camicia da notte. Bellissima ai suoi occhi. La vecchia Win era pronta per incontrare la morte, eccome se lo era. Era pronta e attrezzata come non mai mentre si allontanava un po’ di più da lui ogni giorno.

Ripose il cesto sul comodino e si sedette a fissare la finestra. Sarebbe stato possibile per loro due, potendo vivere abbastanza a lungo, ricominciare a crescere insieme in qualche modo? Si vide con lei. Entrambi tendevano le braccia fino a toccarsi la punta delle dita, poi i loro palmi scivolavano fino ad afferrare il polso l’uno dell’altra, in un’unione gioiosa, il candido braccio di lei si sovrapponeva al suo fino a diventare dei tigli, intrecciati in un unico…

Buon Dio, per quanto tempo era rimasto seduto lì?

Balzò dal letto. Doveva trovare i suoi… Ricordò: il cesto del bucato. Certo, aveva messo i pantaloni nella lavanderia come al solito, pensando che qualcuno, qualcuno poi li avrebbe lavati.

Un paio di calzoni sporchi di grasso, color letame, recuperati e lanciati sul letto. Una camicia blu a righe, il maglione blu preferito, con i gomiti logori – Win non aveva avuto voglia di rammendarli nell’ultimo periodo. Dopo aver abbottonato la camicia, andò a guardare fuori dal vialetto. Il branco sarebbe stato lì a momenti, giusto? C’era silenzio, gli unici segni nella neve erano quelli degli pneumatici e le impronte scure delle sue scarpe. Viste da lì, sembravano piccole e sole, un arcipelago disabitato in un mare desolato.

Scese in fretta al piano di sotto, le piastrelle della sala erano ghiacciate.

In piedi sul linoleum grigio della cucina, George osservava il tavolo ingobbito come un cammello sotto un canovaccio bianco.

Sapeva che nascondeva il banchetto preparato da Vera. A momenti lei e tutti gli altri amici di Win avrebbero affollato la casa. Certo, aveva scambiato due parole con loro al crematorio, prima che il bisogno di andarsene lo assalisse all’improvviso. Ed ecco, poi, i consueti piatti al forno delle cerimonie funebri. Per un attimo provò a persuadersi che poteva farcela, restare e affrontarli, Rosemary, Pat, Eunice e tutti gli altri che erano pronti a dire: povera Win. E poi, ovviamente, Vera – oh, santo cielo! Vera, ogni suo gesto lo faceva sentire in colpa o inadeguato. Era stremato, il pensiero di tutto ciò era insopportabile.

Con il naso arricciato si allungò in avanti per sollevare il lembo del canovaccio, tenendo il corpo ben lontano, come se sotto potesse esserci qualcosa di pericoloso. Esaminò le pile di tramezzini e insaccati, le zuppe inglesi arricchite con ciliegie glassate e le immancabili torte; il tutto preparato affettuosamente da Vera, la meravigliosa Vera, che aveva iniziato come addetta alle pulizie nel negozio e ora sembrava gestirgli l’intera vita.

«Non posso», affermò, lasciando cadere il lembo del canovaccio. «Non posso proprio».

Sollevandolo di nuovo, infilò la testa sotto di esso e si mise a scrutare come un fotografo di altri tempi. Dopo aver messo in un tovagliolo di lino qualche cucchiaiata delle pietanze che gli erano state portate, si voltò, eseguendo un’improvvisa piroetta per evitare di inciampare sul cane che stava fiutando speranzoso accanto a lui.

«Togliti di mezzo, maledizione, Monty. Oh, signore onnipotente!».

Si guardò. Maglione blu, lembi della camicia, mutandoni. «I miei pantaloni!».

Al piano di sopra, dopo un pericoloso momento di difficoltà con la chiusura dei bottoni, afferrò dei calzini. «Maledizione, staranno arrivando» e si precipitò giù di nuovo. Panini, cappotto (fiaschetta già in tasca), stivali, cane. Dov’era la sua pipa? No, non aveva tempo per quella.

George aprì la porta d’ingresso e sbirciò fuori. La via era ancora libera. Il Morris aveva un cappello di neve sul tettuccio.

«Bene, Monty…». Non poteva lasciare il cane lì. Avrebbe depredato i piatti degli ospiti e si sarebbe strusciato tra le loro gambe. «Ora entra».

Dopo aver aperto la portiera del guidatore, sollevò il lamentoso bassotto e lo issò sul sedile anteriore. «Troppe torte», gli disse. «Questo è il tuo problema».

Saltò su, accese il motore – «Dài, dài…». I tergicristalli del parabrezza sibilarono. Nessun’auto all’orizzonte, nessun cappello nero. Ce l’aveva fatta. Spostò con cautela il furgone dal vialetto, si diresse verso Didcot Road e si allontanò alla velocità di uno scassinatore in fuga.

2.

Parcheggiò il Morris in cima alla strada che tagliava il fianco di Greenburton Hill. Tutto era bianco ora, eccetto le fresche cime del frumento invernale e un rettangolo di strada di tronchi malridotta che attraversava il pendio. I fiocchi si accumulavano costantemente sul parabrezza. Ogni tanto accendeva il motore per attivare i tergicristalli.

Nella quiete, George sedeva di fianco a Monty, masticando lentamente e guardando fuori la neve che scendeva. L’attenzione del cane era divisa tra il turbinio dei fiocchi e il panino di manzo e rafano che diminuiva rapidamente, in mano a George. Il panino stava avendo la meglio.

«Sembri allegro quasi quanto me», George si rivolse al muso afflitto di Monty. «Hey, signor tristezza», aggiunse, consapevole che l’espressione del cane era permanente e non mostrava alcun grande segno di sensibilità agli eventi. «Siamo una bella coppia».

Con il panino in mano, si osservò nello specchietto retrovisore. La larga faccia rosa che lo fissava era quella di un uomo di cinquantasei anni e due mesi. I suoi lineamenti mostravano segni di cedimento nell’eterna lotta con la gravità. Grandi occhi grigi, il naso una marcata fetta di qualcosa che l’aveva fatto vergognare quando era giovane. Ora sperava che, piuttosto, gli occhi apparissero profondi e il naso una sua particolarità. I capelli color castagna erano tutti ciuffi all’aria, come se si fosse imbattuto poco prima in un vento fortissimo. Diede loro un’inutile sistemata con la mano libera. La vista del suo stesso viso sembrava solo accrescere la strisciante sensazione di angoscia.

«Che diavolo ho fatto, Monty? Come diamine siamo finiti quassù?». Era scappato dal funerale di sua moglie proprio come una persona in fuga dal matrimonio. Eccolo là, mentre si nascondeva da tutte le persone che avevano voluto bene a Win. Quelle che avrebbe dovuto salutare e ringraziare, dalle quali avrebbe dovuto accettare sostegno. Era certo che lo considerassero già un tipo sgradevole, quelle maledette femmine. Lo poteva intuire dal modo in cui lo guardavano. Già pensavano che avesse trascurato Win. E ora vedi un po’, se l’era svignata. «Che razza di uomo sono?», borbottò di fronte a quella prova del suo stesso squilibrio mentale.

Monty, con gli occhi imploranti e un filo di bava penzolante dalle mascelle, osservò il panino descrivere un’ampia curva e finire nella mano di George.

«Ecco qui, caro amico». George lanciò l’ultima crosta. Monty la prese al volo come una foca ammaestrata. «Oh, guarda che cosa ho, i tuoi preferiti». Lo sguardo di Monty guizzò verso il fruscio proveniente dalla tasca. La vecchia, rassicurante battuta: «Caramelle Bassetts per il bassotto».

Scelse un panino alla liquirizia e zucchero bianco dalla piccola scatola e lo lanciò verso l’alto. Monty lo prese in un colpo solo.

«Ecco! E vedi di non rubarli dalla tasca».

George si pulì le mani sui pantaloni e dall’altra tasca di tweed estrasse la sua fiaschetta (argento, L.G. Birmingham 1892, non proprio d’epoca). Tolse la tazzina, sorpreso dal tremore delle mani nel versare un sorso del liquido color ambra. La fragranza fece divampare le sue narici; che cognac glorioso e divino quello, distillato in pentole di rame e botti di quercia. Si mise comodo, più comodo che poteva su quel sedile in verticale, e fissò il cielo immenso.

«Per la miseria, Monty, come farò ad affrontarli dopo questo?».

Monty non fece alcun commento ulteriore a eccezione di un grugnito mentre prendeva posto sul sedile, occhi socchiusi e rassegnato al fatto che non c’era più traccia di liquirizie assortite.

George si posò una mano sul cuore martellante. «Dovresti vergognarti di te stesso», si rimproverò. Svuotò la tazzina d’argento, poi si ridusse a tracannare direttamente dalla fiaschetta. L’alcol scivolò giù, bruciando in modo piacevole lo stomaco. I suoi muscoli si rilassarono. Lentamente l’agitazione svaniva. Si fece riflessivo. Il minimo che poteva fare in segno di rispetto, pensò, tirandosi di nuovo su frastornato, in posizione eretta, era fare un brindisi privato a sua moglie.

«Povero piccolo diavolo», mormorò, versando un altro bicchierino. «Non ne abbiamo idea, vero?». Dopo un’ulteriore riflessione aggiunse: «Sono stato un marito scandalosamente mediocre». Scosse la testa. «Eri una bella tipa, mia cara. Ti meritavi molto di più». Dopo un’altra lunga pausa alzò la tazzina verso l’alto. «Bene, immagino che abbiamo fatto del nostro meglio. Salute, Win, vecchia mia».

Si stava scolando la fiaschetta, quando nella luce evanescente vide un movimento davanti, sulla strada. Un uomo con un cappotto marrone saliva lentamente il pendio, una sciarpa gli avvolgeva il collo. Stava guardando verso il basso, parlando a un bambino che gli teneva la mano mentre si muovevano a fatica tra la neve. Entrambi indossavano un berretto con pompon a strisce bianche e blu, come se qualcuno ne avesse tessuto a mano per loro una coppia coordinata, e stivali di gomma. Quelli del bambino – sembrava un maschio nella sua giacca a vento blu – erano rossi.

George si sentì un po’ idiota seduto lì in quel modo. Sul quieto versante della collina poteva udire appena l’uomo parlare con voce ferma e il piccolo rispondere allegramente. Il bambino aveva occhi grandi che sembravano osservare tutto con un vivace sguardo fiducioso. Era la sua franchezza che George notò subito. Con dolore pensò che poteva benissimo essere lui cinquant’anni prima: faccia tonda, gote rosee, robusto. Era sempre stato grosso per la sua età, facendo pensare che fosse più grande di quel che era, che avesse più coraggio e cervello di quanto effettivamente ne avesse.

Sentendoli, Monty balzò dal sedile e iniziò ad abbaiare. Il padre e il figlio trasalirono e poi sorrisero. Il bambino disse qualcosa, l’uomo lo prese in braccio e lo portò dal lato del passeggero per guardare. Monty diventò una furia, ringhiando con le gengive in mostra come una bestia mitologica, raspando sul sedile e facendo scendere filamenti di bava dal finestrino. George intravide il volto del bambino, bocca aperta per la sorpresa, il sorriso svanito.

«Ciao!». George salutò in un modo che sperava potesse sembrare allegro. Il cane è davvero amichevole, voleva dirgli. Fa così perché è il suo territorio. Il padre, pallido e serio, fece un rapido cenno con il capo e si allontanò, chinandosi per far scendere il figlio.

«Stai calmo, Monty, ti verrà un infarto». Un’improvvisa angoscia si impossessò di George, come se lui e il suo cane avessero dato un’impressione sbagliata, rovinando l’innocente pomeriggio dell’uomo e del bambino.

Li osservò allo specchietto allontanarsi lentamente giù per la strada verso il paesino, due figure fianco a fianco. Se stesso e suo padre, un maestro nervoso. Se stesso e il fantasma del figlio che non ci fu mai per lui e Win. L’immagine spettrale di tutto un passato che avrebbe potuto essere diverso.

Rimise la tazzina sulla sua fiaschetta, sentendosi caldo e confuso, tuttavia desolato. Le sue sensazioni scaturivano dall’alcol, dall’uomo e da suo figlio; guardò fuori, oltre il versante coperto. Più rimaneva seduto là, più le strade e i punti di riferimento familiari venivano rimodellati dalla neve, così che quel posto, così vicino a casa, diventava quasi irriconoscibile. Era come se in quegli ultimi mesi la sua vita fosse stata coperta dalla neve. Aveva pensato che tutto sarebbe andato avanti – i suoi sentieri e le sue traversate, i suoi poggi e i suoi pendii, in modo più o meno prevedibile, come prima. Era stata un’esistenza limitata, alla quale si era ridotto e dalla quale si era spesso sentito intorpidito e costretto. Se non altro la vita con Win era stata semplice e tranquilla. Ora, la cara Win se ne era andata. Era scivolata via dalle sue mani a poco a poco, l’aveva lasciato qualche tempo prima che la morte la portasse via. Andata: ogni rimprovero gentile, ogni dolce respiro e coraggioso sorriso. E lui era alla deriva, solo.

La consapevolezza pulsò nella sua testa: eccolo seduto qui, George Oswald Baxter, solo con le sue iniziali sfortunate e un cane ridicolo. Non aveva nemmeno un parente al mondo. Solo, senza bussola in quella bufera di neve, tutti i punti di riferimento svaniti. Solo e…

No, non poteva essere vero. Strane sensazioni si agitavano dentro di lui. Sentimenti che sembravano completamente fuori luogo. Qualche secondo dopo esplose in lui un lampo di euforia così impetuoso che dovette afferrare il volante. Il suo cuore iniziò a battere come un tam-tam mentre una vergognosa eccitazione gli tolse il respiro e gli ostruì la gola. Era terribile. Stava perdendo la testa, prima fuggendo e ora questo… Strinse il volante. Per l’amor del cielo…

Ma sì, sì – non gli sarebbe stata negata. La forza della vita. Non era morto. C’era ancora della vita in lui. E come la desiderava, tutta quanta! Il desiderio lo assalì, avendo la meglio su qualunque altra sensazione. Gli tirava forte le orecchie e lo trascinava per le caviglie. Era una fame primitiva che lo afferrava e lo riempiva: un’avida, irrazionale, fame per la vita.

La possibilità si materializzò davanti a lui. La vita. Significava camminare mano nella mano nei prati punteggiati da ranuncoli. Gli presentava davanti vassoi con pesche mature, brocche di vino e serate a nuotare nudo nel fiume… Lo trascinava attraverso paesaggi sublimi. Voleva dire cavalcare senza sella nelle pianure… No, forse no… La sua immaginazione si fermò per un momento. Trovava i cavalli del tutto terrificanti, ma ciò che intendeva era esplorare un mondo più ampio. Un mondo in cui poteva dividere il letto con una bella donna, una donna spumeggiante, sussultante e sinuosa che lo avrebbe fatto ridere e, senza malizia, avrebbe riso di lui.

Si sentì così smarrito e il suo desiderio era in tale folle collisione con l’angoscia e il rimorso che si piegò in avanti finché la testa non toccò il volante. Il suo corpo sussultò. Per la prima volta da quella mattina d’estate del 1944, su una collina in Italia, pianse. Occhi chiusi, i singhiozzi crebbero e lo sopraffecero; le lacrime scivolarono sulle sue mani. Solo poco alla volta si rese conto che qualcosa di bagnato, baffuto e dal leggero odore di liquirizia stava dando dei colpetti al suo orecchio.

«Va tutto bene», disse. Ancora in lacrime si tirò su a sedere, liberandosi dal muso preoccupato di Monty. «Siediti, così, ragazzo». Il suo braccio circondò il cane e, confortato dal calore puzzolente di Monty, guardò fuori l’imbrunire. «Basterebbe andare oltre le colline e non tornare più. Ci stai, Monty? Tu e io?».

Il cane lo guardò in modo ottuso. George si pulì la faccia e si soffiò il naso, la dura realtà gli piombò di nuovo addosso. A cosa diavolo stava pensando? Si era solo congedato da sua moglie. Non era il caso di far qualcosa di avventato. Doveva trovare la sua dimensione, nel frattempo aveva un’attività da mandare avanti e un cane in estremo bisogno di un barattolo di Winalot.

Accese il motore e lo lasciò girare al minimo per qualche istante, prima di rilasciare il freno a mano.

3.

Doveva affrontare la questione della casa. Anche adesso sembrava inconcepibile che Win non sarebbe tornata. Se, entrando, l’avesse trovata con il grembiule davanti ai fornelli non sarebbe stato strano. La sua malattia e la morte sarebbero svanite come in un sogno. La vita sarebbe andata avanti. L’esistenza, per lo meno.

Chiudendo la porta d’ingresso, si fermò ad ascoltare, per sicurezza. Le unghie di Monty ticchettarono sulle piastrelle, poi si fermarono. Si girò rivolgendogli uno sguardo minaccioso come per dire: "Su, andiamo".

George sentì il peso del silenzio notturno. Attraversando la casa, si ritrovò ad accendere mano a mano tutte le luci. La parte anteriore era adibita al lavoro. Il suo ufficio si trovava alla destra dell’ingresso. Non ci andò, ma entrò nello showroom sulla sinistra e premette l’interruttore. La luce gli restituì la vista dell’ampio salone, lo splendore del lustro legno di noce e di palissandro, il dolce odore del lucido Antiquax. Lasciando tutto illuminato, andò sul retro.

Raggiunse la zona giorno; il salotto era il rifugio più intimo, in fondo. Talvolta i clienti vagabondavano in cucina, dopo la sala da pranzo, sulla destra, ma raramente si spingevano così lontano. Era straordinario il modo in cui le persone si sentivano autorizzate a vagare e frugare in casa d’altri. Erano ricorsi a un cartello in fondo alle scale con scritto

PRIVATO

, dopo che una volta Win aveva visto un uomo uscire dal bagno al piano di sopra. Nei fine settimana, quando c’era il pienone, avevano addirittura appeso una corda davanti alle scale.

Accendendo la luce della cucina, la vista che si presentò davanti ai suoi occhi lo colse alla sprovvista. Il fottuto banchetto era finito e al suo posto c’era un piatto bianco rovesciato sopra un altro. Vicino, un terzo contenente un’intera, enorme torta. Un appunto con una calligrafia precisa e tonda era infilato sotto il bordo del piatto:

Caro signor Baxter,

qui trova qualcosa per cena. Gli faccia fare un salto in forno per 25 minuti, non troppo caldo, faccia a 150. Nessuno ha toccato la torta così ho pensato che l’avrebbe gradita. Passerò domani.

Vera

PS. Capiamo benissimo.

George sollevò il piatto. Sotto c’era una generosa porzione di fegato con cipolle, carote in purea e a rondelle. Solo in quel momento, guardando il cibo, si rese conto di essere affamato. Coprendo di nuovo, fece scivolare entrambi i piatti nel forno e lo accese. Scrutò attentamente il bordo smussato della torta. Una fuoriuscita involontaria di liquido rosa confermò il suo peggior sospetto.

«Rabarbaro, santo cielo! A febbraio».

Vera era bravissima a fare marmellate e conserve. Prugne, uva spina, rabarbaro, mele e pere dovevano esserci in ogni momento dell’anno, pronte allo schiocco del coperchio di un vasetto Kilner. Win amava il rabarbaro. Ciò che però non aveva mai trovato il tempo di dire a Vera era la violenta avversione di George per esso. Monty, che al riguardo non poteva essere definito schizzinoso, otteneva invece un sacco di avanzi.

È un tale spreco, George, Win avrebbe disapprovato mentre Monty ingurgitava un’altra fetta. Lo sa il cielo cosa potrebbe accadere se mangiasse troppo rabarbaro.

Be’, è sprecato per me, te lo garantisco, avrebbe risposto. Per lo meno il cane ottiene un po’ di godimento da quella maledetta roba. A ogni modo mangia solo l’impasto.

"Lei lo fa in buona fede", Win avrebbe insistito.

Mentre quella ricorrente conversazione gli passava per la testa, George sprofondò su una sedia vicino al tavolo. Il collare di Monty tintinnava a contatto con la scodella, mentre raspava per l’ultimo pezzetto di cibo. George fissò le sue mani che sembravano enormi sullo sfondo della formica celeste. Donne. Perché lo facevano sentire sempre così incapace? Con le donne si sentiva come un pezzo di sughero che viene trascinato da una sovrastante marea. Eppure, quanto era triste e inconcepibile vivere senza una donna. Le lacrime confusero di nuovo la sua vista.

Una volta finito di mangiare, lavò il piatto, il coltello e la forchetta e li lasciò sulla rastrelliera a scolare. Preoccupato che l’illuminazione della casa potesse incoraggiare qualcuno a chiamarlo, fece velocemente un giro per spegnere di nuovo le luci. In salotto sprofondò nella sua sedia verde sformata. Monty si sistemò al suo fianco. Altri due cani, in terracotta dello Staffordshire scheggiata, osservavano George dalle alcove ai lati del caminetto con un’aria malinconica.

La quiete della casa lo opprimeva. Era così che sarebbe stato adesso, notte dopo notte, sempre? Accese la pipa, caricata con tabacco St Bruno, momentaneamente confortato da quel rituale aromatico. Il suo umore era instabile. Per un po’ fu colto dalla disperazione nell’osservare il vuoto della sua vita sentimentale. Win era stata una donna meravigliosa, tutti lo dicevano. Ma il loro matrimonio era diventato un delicato equilibrio tra abitudine e rinunce. A malapena c’era stato un giorno nei vent’anni passati in cui non avesse pensato: È tutto qui?, in cui non avesse guardato le altre coppie – che sembravano felici, sorridenti, fisicamente vicine – contorto dal desiderio. E quel desiderio e la desolazione di quando Win era così malata da non essere più lei avevano portato a Maggie, a… Oddio. Grazie al cielo Win non l’aveva mai saputo.

Ma tutto ciò era allora. Adesso sapeva a malapena chi era, da che parte doveva andare per iniziare quell’inesplorato percorso nel dolore, verso una nuova vita. Non riusciva a ragionare lucidamente su niente.

Allungandosi sul lato della sedia trovò l’orecchio caldo di Monty e si rilassò accarezzandolo.

4.

Era tardi quando squillò il telefono. George si era assopito sulla sedia con la giacca avvolta intorno, e si ritrovò a essere svegliato, infreddolito e scombussolato, da un suono metallico. Scagliò via la giacca e si spostò automaticamente verso il telefono in sala. Non gli passò per la testa che poteva lasciarlo squillare.

Non appena alzò la cornetta lo squillo si fermò. Nient’altro che silenzio percorse la linea. Poi udì qualcuno fare un profondo respiro.

«George?».

Era lei. Maggie.

«Ehm?». Un’espressione soffocata riuscì a farsi strada.

«Scusa, so che è tardi». Stava parlando pianissimo. «Ho dovuto aspettare che John e Rick andassero a letto. Io… non sono voluta venire al funerale… non dal momento, be’, lo sai».

Poteva vedere il selciato che conduceva alla fattoria, se stesso avvicinarsi, le braccia di Maggie Wylde aprirsi verso di lui. Un dolore invase il suo petto.

«Volevo solo assicurarmi che stessi bene, tesoro. Devi aver avuto una giornata terribile…».

«Sì». Si schiarì la voce, cercando di dare l’impressione di avere padronanza di sé. «Tutto bene, grazie». C’era un confine, come un muro, tra come le cose erano a letto e come lo erano al di fuori. Non poteva parlarle adesso.

«Potrei venire giù…». Ma sembrava incerta.

«No!», cercò di smorzare l’improvviso rifiuto. «Lascia perdere. È tardi. E poi non devi».

«No. Suppongo di no». La sentì sospirare. «D’accordo, Georgie, dal momento che stai

BENE

».

Il silenzio continuò così a lungo che stava quasi per abbassare la cornetta. La voce di lei tornò di nuovo in uno scoppio disperato. «George? Voglio stare con te… seriamente…». Sembrava in lacrime. «Oddio, mi dispiace, non volevo».

Per un istante il suo Io sussultò dalla speranza. Una donna in casa! La dolce Maggie. Avrebbe dovuto solo scendere per il viottolo. Dopotutto non aveva bisogno di stare da solo. Un secondo ulteriore pensiero portò la catastrofe nei suoi pensieri. John Wylde, i loro tre bambini: divorzio, vergogna e rovina.

«No, Maggie». Parlò tristemente, ma con una fermezza che lo sorprese e perfino lo impressionò. «Lo sai che non è giusto».

Un suono soffocato uscì dalla cornetta. Infine lei disse: «Lo so. Davvero. Ma…».

«Maggie, no. Ti prego. Sto per mettere giù. Arrivederci, mia cara».

«Ciao», riuscì a malapena a dire.

Ripose il ricevitore. Solo allora avvertì il freddo trapelare dalle piastrelle attraverso i calzini.

«Non devi», ordinò a se stesso. «Mai più».

«Forza, Monty». Nel salotto il cane si era seduto e lo osservava con fare colpevole, di traverso. C’era una sfumatura nera nelle sue guance e nel mezzo del pavimento; vicino alla sua giacca giacevano i resti lacerati di una scatola gialla e bianca.

«Ma che mascalzone…». Monty si piegò servilmente, in maniera teatrale, mostrando il bianco dei suoi occhi. «Hai fatto fuori tutto quanto!». Non aveva l’energia per arrabbiarsi per bene. Era troppo impegnato con

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