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Arte, amore e altri guai

Arte, amore e altri guai

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Arte, amore e altri guai

Lunghezza:
428 pagine
5 ore
Pubblicato:
Aug 18, 2017
ISBN:
9788822712349
Formato:
Libro

Descrizione

Martina ha 42 anni, un marito bello e affascinante e due figli gemelli e adolescenti, Ananda e Nirvana. Hippy in gioventù, più tranquilla da mamma, si barcamena fra paste al pesto dell’ultimo secondo, articoli per un magazine, interviste a pittoreschi personaggi del mondo dell’arte, una rubrica per cuori spezzati, vernissage e la routine familiare. Fino a quando Martina inizia a sospettare che il marito abbia una doppia vita…
Fra equivoci, ospiti inattesi e insperati colpi di fortuna, Martina sconvolgerà completamente la sua vita. Accanto a lei, le preziose amiche e una giostra di personaggi originali che daranno colore anche alle giornate più difficili.
Alessandra Redaelli
è giornalista, critico d’arte e curatore di eventi di arte contemporanea. Nata a Milano, collabora da diversi anni con i mensili «Arte» e «Antiquariato». Cura mostre in gallerie private e in spazi pubblici in Italia e all’estero. Si è occupata di manifestazioni fieristiche dedicate all’arte ed è stata anche membro della giuria in diversi contest di arte contemporanea. Per la Newton Compton ha pubblicato Keep calm e impara a capire l’arte e I segreti dell'arte moderna e contemporanea.
Pubblicato:
Aug 18, 2017
ISBN:
9788822712349
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Arte, amore e altri guai - Alessandra Redaelli

Filippo

PARTE PRIMA

Capitolo I

Non c’è niente di peggio che scrivere con l’ansia della consegna. Se Dostoevskij fosse stato… ok, esempio sbagliato: Dostoevskij ha scritto Romanzo in nove lettere in una sola notte. Va bene: mi arrendo. E comunque io non sono Dostoevskij, giusto? Dunque per concludere in maniera decente questo servizio centrale di sei pagine su Onorato Gargiulo, artista di punta della galleria Arte per sempre (nome forse più adatto a un’agenzia di pompe funebri) ho bisogno della massima concentrazione. Perché Onorato Gargiulo non è tipo che si possa prendere sottogamba, lui non è di quelli che piazzano due bottiglie su una tovaglia, ci affiancano una pera un po’ deforme, quattro limoni bugnati e poi cominciano a dipingere. No, anche perché se la sua tecnica fosse stata così sconsolatamente priva di fantasia, difficilmente la pregiata rivista per cui lavoro, «Art & Style», lo avrebbe preso in considerazione. Lui, al contrario, ha dato prova di una notevole creatività: ha scelto come materiale per esprimersi i preservativi. Mica usati, no! Niente di così trasgressivo. Ci ha già pensato Tracey Emin, realizzando un’opera molto più poetica, tanto per citarne una, e dunque il povero Gargiulo avrebbe rischiato una magra figura. Ma va’ là: lui ha fatto qualche puntata tattica alla Biennale di Venezia, ha visto gli arazzi di El Anatsui – quelli fatti cucendo tappi a corona e lattine di alluminio – e ha deciso di ricostruirli praticamente identici, ma con le bustine sigillate dei preservativi. E non voglio nemmeno immaginare la faccia della farmacista quando è andato a comprare qualcosa come una tonnellata di confezioni. Insomma, lui apre le scatole, prende le bustine e poi le cuce una all’altra a seconda delle nuance, ottenendo qualcosa a metà tra le coperte dei nativi americani, il patchwork della nonna e la fantasia erotica di un feticista molto molto attento alle malattie sessualmente trasmissibili. Arazzi immensi: bestioni di sette metri per tre che il gallerista panneggia sulle pareti del suo spazio, tutto felice e contento, in attesa che qualcuno arrivi per comprarseli.

Mi concederete, ora, che non sia proprio facilissimo trovare 4500 caratteri di testo per accompagnare le foto. Ma andatelo a spiegare a Carlo Pittarelli (detto Karl Pitbull). Pitbull è il caporedattore che tutti sognano, perché ti insegna a stare dentro una redazione, a scrivere e a farti le ossa (se non te le spacchi), ma è molto esigente sui tempi di consegna e anche, ahimè, puntigliosissimo. Per la didascalia della foto di apertura, stampata su due pagine, mi ha chiesto di scrivere esattamente quanti preservativi fossero stati usati per l’opera in questione, appesa lungo il transetto di una chiesina sconsacrata. E siccome Gargiulo non rispondeva al telefono e Pitbull non si dava pace, ho dovuto prendere la lente, cercare di contare quanti ce ne fossero nella prima fila verticale e in quella orizzontale, moltiplicare base per altezza e tentare un’approssimazione al netto delle pieghe e dei panneggi. Va da sé che se ho sbagliato il conto e lui lo scopre mi uccide. Sarebbe capace di vendere l’anima per farmi assumere solo per il gusto di licenziarmi.

Il telefono!

Eccolo! Oh mio dio! Se si usassero ancora i telefoni fissi, sono sicura che si vedrebbe il filo assumere le sembianze luciferine di Pitbull, come nei cartoni animati.

«Eccomi, Carlo, ho quasi finito».

«Mi spieghi che cosa stai facendo? Mi avevi assicurato che me lo avresti consegnato lunedì! Oggi è mercoledì!».

No, i convenevoli e i saluti non fanno per noi.

«Sì, infatti è praticamente finito. Sto solo cercando una conclusione a effetto, tipo… finale aperto. Una cosa un po’ thriller».

Ma che cosa diavolo sto dicendo?

«Eh? Cosa farnetichi? Lascia perdere, per cortesia, che farebbe sicuramente schifo. Chiudi e mandamelo all’istante! E poi dov’è la rubrica?».

Respira, Martina. Respira profondamente prima che parta il laringospasmo.

Come sempre quando viene tirata in ballo la rubrica Cuori spezzati, sento una bolla di acido per le batterie che mi risale lungo l’esofago. E come sempre mi domando: perché? Perché nella mia ingenua, stupida inesperienza di giovane giornalista non ho capito subito, tanti anni fa, che per quella maledetta rubrica avrei dovuto usare uno pseudonimo? Perché sono stata obnubilata dalla fregola della firma a tutti i costi? Dalla smania di avere il mio nome stampato su più pagine possibili in ogni dannato numero della rivista? E non ho capito al volo che l’intervista a Maurizio Cattelan non avrebbe mai potuto essere presa sul serio se io, dieci pagine prima, avevo consigliato a una signora di mezz’età che mutandine comprare per risvegliare la libido del marito. Mai!

La rubrica Cuori spezzati è la mia vergogna, la macchia indelebile sulla mia coscienza di impeccabile giornalista rampante, la chiazza di unto sulla camicia Ralph Lauren. Ed è così maledettamente conosciuta che mi è capitato un sacco di volte di inventarmi un’aria molto seria, approcciare l’artista di grido all’ennesima inaugurazione, presentarmi per chiedergli un’intervista e sentirmi dire: «Martina Casati di Art & Style… Sì, certo! Ho letto il tuo pezzo…» (la mia faccia si illumina, le sopracciglia si alzano). «Mi è piaciuta da morire l’idea di un sex toy party per i sessant’anni dell’amica ancora single, volevo consigliarlo a mia madre!». (Faccia che precipita sul pavimento).

Capite che cosa significa?

Solo che a me questa cosa dei cuori spezzati intriga da morire. Quando mi arrivano quelle mail strappalacrime io non riesco a non farmi coinvolgere: ci metto l’anima. E forse per questo la rubrica è passata da una pagina a due, e poi a tre. Ma sto seriamente dubitando che mai qualcuno possa considerarmi davvero una giornalista esperta in arte contemporanea.

Va bene, aprirò la posta per vedere se tra le mail delle lettrici c’è qualcosa di pubblicabile. Alla conclusione di Gargiulo penserò dopo: magari mi verrà in mente un colpo di scena.

Da: mariolina.gilli@yahoo.it

A: info@cuorispezzati.it

Oggetto: Cambiamenti

Ciao Marty! Scusa se ti chiamo Marty, ma ti leggo sempre e ti considero un po’ un’amica, spero che non ti dispiaccia… Senti, io ho quarantaquattro anni e sono sposata da quindici con un uomo piuttosto belloccio, ma che non ha mai dedicato la minima attenzione al proprio aspetto fisico. Pancetta, stempiato senza drammi, maniglie dell’amore e via dicendo. Ora, misteriosamente, si è iscritto in palestra, ha cominciato ad andare a correre la mattina, pesa tutto quello che mangia e… qualche volta si ferma fino a tardi in ufficio. Pensa che ho addirittura trovato un dopobarba antirughe nel suo armadietto del bagno! Ha anche più voglia di fare sesso, e questo tutto sommato mi sembra un buon segno. Ma gli sono venute delle strane fantasie. Insomma, è cambiato. Che cosa devo pensare? Quello che già penso?

Da: info@cuorispezzati.it

A: mariolina.gilli@yahoo.it

Oggetto: Re: Cambiamenti

Sì, senza dubbio! Trovati un hobby e possibilmente un amante giovane.

Elimina.

Da: info@cuorispezzati.it

A: mariolina.gilli@yahoo.it

Oggetto: Re: Cambiamenti

Ciao Mariolina. Be’ a dirla tutta mi sembrano segnali almeno da allarme arancione, se non rosso. Anche se il tono della tua lettera mi fa pensare che tu sia una donna capace di trovare il lato comico delle situazioni, e questo aiuta. Certo, il fatto che la vostra vita sessuale sia in pieno rigoglio e che addirittura lui, dopo quindici anni, abbia voglia di dare sfogo a nuove fantasie è un dato positivo, perché ti vuole, ti cerca. Prova a stargli vicino senza pressarlo. Cerca di capire quello che gli sta succedendo e di prendere il bello che questa situazione ti dà. La prossima volta che ti dice che si ferma in ufficio rispondigli che allora lo andrai a prendere, che hai voglia di una cena a lume di candela e vedi come reagisce. E fatti bella, indossa biancheria sexy, sorprendilo: potrebbe essere l’inizio di una meravigliosa seconda luna di miele. Auguri!

Ok, sto ufficialmente per vomitare: ho riempito di chiacchiere questa povera cornuta. Non è escluso che se va a prenderlo in ufficio per fargli una sorpresa, la sorpresa, poi, se la trovi lei. Speriamo di individuare qualche altra lettera da pubblicare, perché se pubblico questa e lui scappa con la segretaria, poi la poveretta finirà pure per essere presa in giro dalle amiche.

C’è un’altra mail… ops!

Da: cesare.corradi@bauhaustudio.com

A: info@cuorispezzati.it

Oggetto: Calzini

Ciao, sarebbe carino se ogni tanto rispondessi al telefono, giusto per gradire.

Personalmente non ho problemi di cuore, ma di calzini. Ti faccio notare che stamattina ne ho indossato un paio con gli alluci di fuori. Ti pregherei di dare un’occhiata alla biancheria, prima di infilarla nei cassetti, visto che non ci pensa Laetitia. Se fossi andato a visitare una moschea avrei fatto una figura di m!

C.

Da: info@cuorispezzati.it

A: cesare.corradi@bauhaustudio.com

Oggetto: Re: Calzini

Sono mortificata,

stavo pensando che oltre a rammendarti i calzini potrei ricamarci qualche versetto del Corano, così se visiterai una moschea farai un figurone.

Da: cesare.corradi@bauhaustudio.com

A: info@cuorispezzati.it

Oggetto: Re: Re: Calzini

Ma come sei spiritosa!

Ieri sera eri così presa dalle mail delle tue casalinghe disperate che mi sono dimenticato di dirti che domani pomeriggio non riesco a portare nostra figlia per il controllo dall’oculista. Ho un appuntamento non previsto con un cliente che per lo studio è importantissimo.

Ce la fai tu, vero?

C.

Ma certo! No, che non ce la faccio: ho un’intervista fuori Milano e devo chiudere e consegnare questa maledetta rubrica. Lei prenderà i mezzi – o la bici – e poi mi maledirà perché ha perso metà pomeriggio per attraversare la città. Ma non è questo, il problema. È che ha sedici anni e avrei voluto che uno di noi due adulti fosse lì a sentire quello che ha da dirci il medico. Del resto esistono i telefoni, no? Questo mi farebbe notare il mio saggio consorte. Chiamerò il dottore e mi farò raccontare. Anzi, già che ci sono potrei zoomare la pupilla di mia figlia e farla visitare via Skype, così non perde tutto quel tempo in spostamenti e riesce anche a prepararsi per la versione di latino. C’è sempre una soluzione. Perché devo essere così inetta e infantile?

Vi presento mio marito, l’architetto Cesare Corradi. Il mio bellissimo marito, il quale ritiene – e non ha forse tutti i torti – che siccome sua moglie lavora a casa, possa e debba occuparsi di tutte le faccende di corvée. Il mio meraviglioso consorte è convinto che la sua dolce metà trascorra la giornata a casa in attesa di qualche interessante incombenza da sbrigare per ammazzare il tempo.

Ma posso, seriamente, discuterne?

Posso lamentarmi se devo interrompere la stesura di un articolo su uno che cuce bustine di preservativi per portare mia figlia dall’oculista?

Ecco, questo è lo sporco piccolo segreto che ribolle sotto il nostro matrimonio.

Spero almeno che la prossima mail mi possa tirare su il morale.

Da: dragonfly@gmail.com

A: info@cuorispezzati.it

Oggetto: Voglio una moglie!

Buongiorno Martina. Premetto che nonostante il titolo questa non è una mail sull’orgoglio lesbico. Secondo me in camera da letto ognuno può fare ciò che vuole, ma il mio interesse finisce lì. No, questo è il grido d’aiuto di una donna felicemente sposata ma a cui manca… una moglie. Ho trentasette anni, lavoro in un’azienda farmaceutica con orari sostanzialmente umani e ho un marito che mi ama (penso) e con cui sto ancora bene nonostante (termine non scelto a caso) nove anni di matrimonio sulle spalle e due figli rispettivamente di otto e sei anni. Il punto è che i bambini sono entrambi alle elementari, con tutto ciò che questo comporta in termini di accompagnare, andare a prendere, partecipare a riunioni, assicurare una decente vita sociale con gli amichetti, far loro praticare uno sport, gestire le malattie; il punto è che mio marito torna molto tardi, che i miei genitori abitano in un’altra città e che non vogliamo investire denaro in questo momento in un aiuto domestico. Insomma, io da sola fisicamente non ce la faccio. Trascorro il weekend a pulire e lucidare casa (con risultati tutt’altro che soddisfacenti, vista l’età dei pargoli e la loro sbalorditiva abilità nello sporcare e nel mettere in disordine) e le sere, davanti alla televisione, a stirare. Esco dal lavoro e la tappa al supermercato è obbligatoria, neanche l’avesse ordinata il medico. E quando mio marito si stravacca sul divano e mi lascia la lavastoviglie da riempire, o butta i calzini accanto al cesto della biancheria sporca perché tanto c’è qualcuno che li raccoglie e li ficca dentro, ecco, penso lucidamente che potrei ucciderlo. Anche se lo amo molto. E penso – a questo punto – che se invece che un marito io avessi una moglie, magari ci alterneremmo alle casse del supermercato, ed eviteremmo sguardi basiti e frasi tipo: «La spesa? Ma non l’abbiamo fatta due settimane fa? Di che cosa abbiamo bisogno?», o, al contrario, non correremmo il rischio che lui, preso da un impeto di collaborazione, vada a fare la spesa e acquisti scorte improbabili di cinque chili di burrata e dieci chili di petti di pollo pensando di semplificare le cose. E poi, chissà, magari qualche volta stirerebbe lei, o rammenderebbe i calzini, o andrebbe alle riunioni a scuola capendo davvero quello che si sta dicendo e non tornerebbe convinta di aver ascoltato la maestra di scienze del grande dopo un colloquio con quella di italiano del piccolo. Dici che sbaglio?

Evviva! L’Universo mi sta ascoltando, e questa mail ne è la prova!

Al di là di tutto, comunque, questa donna è un genio. Se non fossi sicura che mi soffierebbe il posto in un mese, la proporrei a Pitbull come collaboratrice fissa del giornale. E grazie a lei ho anche trovato la lettera portante della rubrica di questo mese!

Capitolo II

Articolo: finito. Rubrica della vergogna: impostata (diciamo che ci siamo al sessantacinque per cento). Figli: rientrati entrambi a casa. Cena… insomma, la verità è che alla cena ci devo pensare. Ma ho ancora una ventina di minuti prima delle fatidiche venti.

È pazzesco: viviamo ormai nel caos assoluto. Tra nuoto, tennis, autodifesa, calcio, volontariato, varie ed eventuali (e fin qui parliamo solo dei figli), si sono ormai ridotte a due le sere nelle quali ci riuniamo tutti e quattro insieme intorno a un tavolo per cenare. Eppure, se alle venti – ora di rientro del coniuge – la tavola non è apparecchiata e sulla piastra a induzione non gorgoglia almeno una pentola, sulla fronte dell’architetto Cesare Corradi appare un solco perfettamente verticale. Non dice nulla, non si lamenta, non protesta: si limita a inalberare quel solco tra le belle sopracciglia nere e poi, con voce suadente (come i cattivi nei film, proprio appena prima di infilarti il tagliacarte tra le costole) chiede: «Che cosa si mangia di buono stasera?».

Ora, è vero che ho un po’ di sensi di colpa perché invece di andare, da brava massaia, a fare la spesa a fronte di un frigo vuoto, ho preferito infilarmi le scarpe da jogging, un vecchio paio di pantaloni, una maglietta scolorita e andare a correre. Ma come biasimarmi? Ho quarantadue anni e un marito bellissimo, molto più bello di me. Non credete che sia un mio dovere tenermi in forma esattamente quanto lo è nutrire la famiglia? Non sono così frivola da pensare che un matrimonio solido affondi le sue radici nell’avvenenza, però…

Ecco, diciamo che, avendo tutta la giornata a disposizione, forse dovrei cercare almeno di evitare di scegliere quello spicchio preciso del pomeriggio in cui l’ora di uscita dagli uffici, il rientro e la fine delle attività extrascolastiche dei bambini portano il pm10 al di sopra di tutti i livelli di guardia. Ci devo lavorare. Inoltre, per qualche misterioso motivo legato certamente ai bioritmi animali, quello è anche il momento in cui al Parco Sempione si danno appuntamento i cani più minacciosi di Milano. C’è un alano pezzato che la prima volta che l’ho visto, da lontano, giuro, ho pensato fosse una mucca. E lì a domandarmi chi potesse mai aver portato una mucca al parco, se stessero girando un film o una pubblicità del formaggio, fino a quando, guardando meglio, ho visto che la mucca era, effettivamente, un po’ troppo magra e aveva due stranissime orecchie, per essere un bovino, e soprattutto non si mostrava affatto amichevole e paciosa verso le persone che le correvano vicino. Poi ci sono due mastini napoletani, fratello e sorella (sì, per sopravvivenza ho fatto amicizia con i padroni e adesso so tutto), che adorano inseguirmi per qualche decina di metri – facendomi pensare ogni volta che sia giunta la mia ora – e un delizioso Weimaraner argento dal rassicurante nome di Himmler con il quale ho fatto conoscenza qualche mese fa quando, attratta dalla sua irresistibile bellezza, mi sono avvicinata troppo. La padrona ha fatto appena in tempo ad acchiappare il guinzaglio prima che lui mi dilaniasse il didietro.

Insomma, bisogna che io lavori sulla tempistica. Ma resta il fatto che ora, finita la doccia e messi a lavare gli indumenti sudati, io mi trovi qui in colpevole ritardo. Dunque penso che riempirò a caso una pentola di acqua calda, appannerò con il fiato le finestre per fare finta che stia bollendo da un po’, butterò la tovaglia e qualche piatto sul tavolo e intanto penserò a un alibi credibile.

Non crediate che preparare una cena qui sia una cosa semplice tipo, che ne so, una minestra di verdure seguita da un piatto di formaggi oppure un arrosto con patate per quattro commensali. Siete pazzi? Mia figlia non mangia carne da circa un anno, ma continua a dire di non essere vegetariana e ad accampare scuse tipo: «Uhm, carne? No, non oggi». Di solito lo sussurra con aria compunta. Al che tutti noi ci guardiamo e ci domandiamo se sia venerdì santo, per caso, o l’anniversario di qualche eccidio epocale nel quale mangiare carne sarebbe una mancanza di rispetto alle vittime. Ma siccome succede un giorno sì e l’altro pure, mi sa che dobbiamo farcene una ragione. Detto questo, mentre noi ci lambicchiamo il cervello, il fratello gemello ha già finito il suo piatto di arrosto, la porzione della sorella – giustamente – e si sta versando la terza razione di olio di oliva nel piatto per poi tirarlo su col pane. A questo punto, lei, lentamente, si dirige verso il frigo, lo apre, ci pensa, afferra dell’insalata, del grana, qualche volta della crescenza, lentissimamente torna a tavola. Poi si alza per cercare il sale rosa dell’Himalaya. Ne sparge un po’ sull’insalata. Mescola. Si alza di nuovo alla ricerca dell’aceto balsamico. Si siede. Di solito ha impiattato perfettamente secondo il proprio gusto quando noi abbiamo digerito. Se il menu prevede una ruspante pastasciutta, lei la prende a parte, senza sugo rosso. Anche questo per ragioni misteriose alle quali non ci è consentito avere accesso. La mette nel piatto, va alla ricerca del grana, ne grattugia l’equivalente del pil di un piccolo paese africano, mette in bocca la prima forchettata e dice, stizzita: «È fredda!». Si alza, infila il piatto nel forno a microonde per un tempo incalcolabile, estrae l’equivalente di una fonduta rinsecchita, si siede a tavola. E intanto noi siamo all’ammazzacaffè.

Ecco, queste sono le nostre cene. Il che prevede un frigo e una dispensa attrezzati con tutta una serie di riserve e riserve delle riserve nel caso che qualcuno voglia mangiare qualcosa di non previsto dal menu. Non un dramma, intendiamoci, ma una specie di giallo quotidiano: quale sarà il cibo proibito oggi dal suo Ramadan personale? Ma guarda! Proprio quello che ho appena messo in tavola!

Aggiungete la mia pigrizia, il mio odio per i supermercati, il lavoro che mi tiene tutto il giorno a casa seduta davanti al pc con il pericolosissimo retropensiero tanto posso uscire in qualsiasi momento a fare la spesa (e di solito il qualsiasi momento scocca alle 19:50), e il gioco è fatto.

Ecco, ideona! Per stasera butto nell’acqua delle trofie (trofie, trofie… le ho comprate quando? Dio mio, non saranno scadute?), apro il pesto, lavo l’insalata e via.

Mio marito mi guarda con un sorriso che gli distende le labbra, ma non si trasmette anche agli occhi.

«Non mangiamo un po’ troppi carboidrati?», chiede candido.

Alzo il sopracciglio per prendere tempo.

«Sai, dovremmo fare delle zuppe di legumi, ogni tanto. Qualcosa di più sano». E si sfiora la pancia appena appena prominente sotto la camicia immacolata.

Mio marito è uno di quegli uomini che in un mondo perfetto dovrebbero girare con un burqa. Ebbene sì, lo confesso: me ne sono innamorata perché era bellissimo. Una specie di Gregory Peck 2.0 con gli occhi a mandorla (eredità di qualche trisavola un po’ birichina) e il fisico da bronzo di Riace. Negli anni che sono passati – venti! – da quando ci siamo messi insieme le uniche modifiche di rilievo al suo aspetto sono state il passaggio dei suoi capelli dal nero corvino al grigio argento e il fisico che si è leggermente arrotondato sull’addome. Avete presente quella pancetta minima e terribilmente sexy che, quando la vedi sotto la camicia, il primo impulso sarebbe allungare la mano, infilarla tra i due bottoni chiusi e sfiorare l’epidermide? Ecco, quella! E credo che questo sia il desiderio del cento per cento delle donne dai diciannove agli ottantacinque anni che lui incontra quotidianamente nelle sue lunghe giornate di lavoro.

Anch’io mi difendo, per carità. A quarantadue anni non sono ingrassata (ok, non troppo), faccio ginnastica o corro almeno quattro giorni alla settimana e ho ancora un bel faccino. Ma lui! Lui è concorrenza sleale. Quando andiamo insieme a qualche cena o festa, io vedo le donne che si girano contemporaneamente, come le telecamere a sensori, con quei sorrisi ebeti e le pupille che si dilatano, esattamente come quelle del mio gatto quando gli gratto la pancia con i polpastrelli o quando gli verso la panna fresca nella ciotola. Voi capite come mi devo sentire?

Quando tu dormi con un uomo concupito praticamente da tutta la parte femminile del pianeta, probabilmente non dovresti scontentarlo. Non dovresti mai far apparire quel solco tra le sue benedette sopracciglia. Dovresti aspettarlo accanto a una vasca piena di petali di rosa pronta ad accoglierlo e, indossando soltanto una guêpière di Victoria’s Secret, portargli flûte di champagne mentre lui massaggia la sua epidermide perfetta con quei fiori profumati.

Diciamo che all’inizio è stato più o meno così. Però poi sono arrivati i gemelli, il lavoro che avevo sempre sognato e i ritmi sono cambiati.

I gemelli sono stati come l’eruzione di un vulcano furioso su un praticello di erba tenera abitato da pacifiche pecorelle. Mi hanno devastato il corpo – e l’anima – per un numero di mesi talmente lungo e sterminato da aver dimenticato i dettagli.

I gemelli.

Ecco i miei figli. Nirvana e Ananda, detta Nina. Ok, lo so… Quando siamo andati al cinema a vedere quel capolavoro francese, Le prénom (tradotto in italiano con un improbabile Cena tra amici), io mi sarei voluta seppellire. I loro Apollin e Myrtille non erano niente rispetto ai nomi dei miei figli, forse anche Adolphe avrebbe retto il confronto. Ma che volete farci? Quando ero incinta, io e Cesare galleggiavamo in una nuvola di beatitudine new age, avevamo pensato seriamente di diventare vegani (molto prima che andasse di moda) e quindi quei nomi ci erano sembrati perfetti. Nessuno di noi due è stato sfiorato nemmeno per un momento dall’idea che quei batuffoli di carne tenera sarebbero diventati due personcine, e che quelle personcine, un giorno, si sarebbero trovate in una classe gremita di Alici, Francesche, Jessiche, Edoardi e Paoli che avrebbero sgranato gli occhioni e un minuto dopo sarebbero scoppiati a ridere. A dire il vero lui, Nirvana, ha fatto pace presto col suo nome, quando ha scoperto che negli anni Novanta c’era il gruppo di Kurt Cobain e quel suo strano nome è diventato un facile elemento di fascino. E non solo! Compiuti quattordici anni, si è fatto prendere la mano e si è lasciato crescere i capelli fino a metà schiena. Ha gli occhi verdi, scuri come i miei e a mandorla come quelli di suo padre, un bel naso importante, la bocca carnosa e quella massa selvaggia di capelli di un colore tra il rosso e l’oro lo fa sembrare un angelo caduto dal cielo, un po’ come Cobain, insomma. E poi, alla peggio, quando proprio vede che la platea non capisce, si fa chiamare Ivan e per lui il problema finisce lì. La faccenda è un po’ più complicata per lei, il cui nome (che significa beatitudine, ma questo non la consola) sembra proprio un refuso. «Amanda?», chiedono puntualmente tutti. E lei – lanciandomi strali di odio – «No! Ananda, con la n». Anche lei è molto molto carina, con il musetto affilato e due giganteschi occhioni scuri da fumetto manga, ma quel nome è proprio una noia, devo ammetterlo. Diciamo che ora, che hanno compiuto sedici anni, pure lei ha cominciato a farsene una ragione, ma credo che non ce lo perdonerà mai.

Apro il frigorifero, cercando di darmi l’aria di una che sappia il fatto suo e Nirvana mi viene alle spalle e mi abbraccia. Che cosa ha combinato, ora?

«Mammy?».

Mammy? Come mai tutta questa dolcezza? Sentiamo di che cosa ha bisogno.

Mi giro, appoggio le spalle all’anta del frigo e mi prendo il tempo per guardarlo: dieci centimetri buoni più alto di me, la mascella squadrata, gli occhi obliqui che farebbero capitolare anche la Rocca di Gibilterra.

«Dimmi, Splendore».

«Senti, se io cominciassi… Insomma, dovrei avere con me dei… dei cosi, vero?».

Ora svengo.

«Se cominciassi, cosa?», chiedo, sapendo benissimo cosa.

«È che ho una ragazza».

Che novità! La numero 7522, mi sembra.

Mi guarda fisso negli occhi. Arrossisce appena, ma sostiene lo sguardo della sua mammy mentre le labbra si stendono in un sorriso e due fossette assassine appaiono agli angoli della bocca.

«Sì, credo che dovresti avere con te dei cosi», esalo. «E sapere come si usano».

Scoppia a ridere e mi stringe forte.

«Ci metto un po’ di fantasia e cerco di scoprirlo, che dici? Al massimo leggo le istruzioni».

«Nirvana… Lei… Non farti male».

Ora è lui quello sorpreso.

«In che senso?».

Gli accarezzo la faccia e penso che ci sia qualcosa di folle nel fatto che quest’uomo sia uscito dalla mia pancia solo sedici anni fa.

«Nel senso che… Non farti spezzare il cuore. Se ti spezza il cuore, lo sai, io la uccido».

«Mamma!». Appoggia la fronte alla mia. «Mamma, stai tranqui. È normale, alla mia età».

Cosa, è normale? Io sto parlando del cuore.

«Ok, se ti fa del male io la faccio a pezzi e la metto a bollire con le verze».

E intanto ho gli occhi lucidi.

«Mammaaaaa! Sono le otto e un quarto! Si mangia? Avete finito con le effusioni?», Ananda spezza l’incanto con la sua voce da sirena antiaerea e Nirvana si scioglie leggero dall’abbraccio. «Cosa si mangia?».

Oh, la fatidica domanda.

«Carne di maiale con le verze», rispondo sadica, immaginandomi una manina con le unghie smaltate che galleggia in mezzo alla verdura unta.

Le si dilatano le pupille. Mi guarda smarrita.

«Sei pazza? Hai fatto la cassoeula?»

«No, scherzavo. Ci sono le trofie al pesto con le patate e i fagiolini. Ricetta ligure doc».

Le patate e i fagiolini sono un colpo di fortuna ritrovato in fondo al frigo in un tupperware. Mentre le tagliavo a dadini, le patate si sono spappolate un po’, ma sono certa che nessuno se ne accorgerà.

«Uhm, trofie. No. Non oggi. Ho fatto merenda da poco. C’è del radicchio da fare alla griglia? Ho proprio voglia di radicchio alla griglia».

Mi scosta malamente dal frigo, lo apre e trova il radicchio. Poi prende la padella di ghisa e la posa sulla piastra.

Cesare arriva. Ha solo tolto la cravatta e risvoltato le maniche della camicia: è perfetto. Viene da nove ore di lavoro e sembra appena uscito dalla doccia.

«Nina, cos’ha che non va la pasta? Perché non puoi mangiare con noi?».

Senza farmi vedere da Ananda, agito una virtuale bandiera bianca con un’espressione che significa: ti prego, no, non una discussione.

Lui si avvicina a meno di un centimetro. Penso che stia per baciarmi e gli offro le labbra, ma lui affonda la faccia nel mio collo e nell’orecchio sussurra: «Perché non può mangiare come noi? E magari anche con noi, cazzo?». Anche se non lo vedo so che sta continuando a sorridere.

Gli metto le braccia intorno al collo e rispondo piano: «Lasciala fare, dai».

Strofino la guancia contro la sua. Sa di buono.

«Ma per mangiare, stasera, bisogna passare tutti di lì ad abbracciarti?», domanda acida Ananda.

Libero Cesare, che sembrava ansioso di muoversi. Lo guardo allontanarsi, prendere la bottiglia del vino, aprirla con eleganza. Mi dà le spalle e noto che è un po’ dimagrito: da qualche mese gioca a tennis tre volte la settimana, in effetti. Mi annuso la punta delle dita e ho la conferma che ha addosso un profumo leggero, tipo sandalo e tè nero.

Il suo smartphone emette un sussurro. Lo consulta un istante, si guarda intorno come un malvivente braccato.

Oh cavolo.

«Mamma». Ananda si avvicina con uno sguardo strano. Sì, va bene: tu che leggi nel pensiero e hai le pupille fotoniche lo sai da un pezzo, che sono cornuta, ma io lo sto scoprendo solo in questo preciso istante. Quindi, per favore, non stracciarmi l’anima perché non abbiamo la radice di zenzero fresca, almeno ora.

«Mamma, a me non l’hai mai detto di non farmi spezzare il cuore».

Le accarezzo i capelli lucenti, e per una volta non si sottrae come una gatta malmostosa.

«Tesoro, non te l’ho mai detto perché…», incrocio il suo sguardo di sfida. «Perché per spezzare il cuore a te ci vuole un paletto di frassino; e dove lo trovi il frassino a Milano?»

«Che spiritosa!».

Capitolo III

«Quindi sono cornuta», concludo, afflosciandomi sulla poltroncina patchwork, praticamente l’unico pezzo di arredamento nello

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