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L'oro del Duce

L'oro del Duce

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L'oro del Duce

Lunghezza:
491 pagine
6 ore
Pubblicato:
11 apr 2017
ISBN:
9788822705464
Formato:
Libro

Descrizione

La storia del più grande mistero del regime fascista

La vera storia dell’oro di Dongo e degli altri tesori occultati dal regime fascista 

Cosa accadde davvero gli ultimi giorni prima della caduta della Repubblica Sociale Italiana e della definitiva liberazione d’Italia? Questo pregevole saggio ricostruisce, con dovizia di particolari e una ricca documentazione, il contesto di quell’epoca, focalizzando l’attenzione sulla fuga del Duce da Milano, insieme ad alcuni gerarchi fascisti. Una vicenda dai contorni misteriosi, dalla cattura all’esecuzione finale, in cui si inserisce la storia controversa dell’Oro di Dongo. Un tesoro che secondo alcune ricostruzioni consisteva in lingotti d’oro, gioielli e banconote italiane ed estere, una fortuna sottratta a molte famiglie ebree e non solo e che Mussolini portò con sé. Ma che fine fece una volta che il Duce venne catturato dai partigiani? Ha arricchito la popolazione locale? Ha rimpinguato le casse del PCI? È stato trafugato da agenti segreti stranieri? Una storia che ha il sapore di un thriller, fatta di falsi ritrovamenti e bufale giunte fino ai nostri giorni, senza dimenticare il mega processo che si tenne a Padova nel 1957, con la presenza di trentasette imputati e oltre trecento testimoni. La verità, a oltre settant’anni di distanza, sembra ancora lontana per uno dei maggiori misteri della storia moderna.

Che fine ha fatto l’oro del Duce?
La storia del più grande mistero del regime fascista

«Sono passati settant’anni ma sembrano secoli. Quest’Italia in bianco e nero, disperata, affamata, devastata e violenta, rivive nelle pagine di questo libro che ha la potenza evocativa di un grande romanzo storico e la precisione di un saggio.»
Massimo Lugli

Tra i principali argomenti del libro:

La vita nella RSI
L’operazione Sunrise
Il giorno della liberazione: 25 aprile 1945
Il colonnello Valerio
La morte di Mussolini e di Clara Petacci
Piazzale Loreto
Il testamento del Duce
Il tesoro del Duce: i documenti, il carteggio e l’oro
Il processo di Padova
Il tesoro dei nazisti
Giuseppina Mellace
Nata a Roma nel 1957, di professione insegnante, è anche autrice di pièces teatrali, saggi, romanzi e racconti, soprattutto di tema storico. Ha scritto un romanzo a più mani con il laboratorio della scrittrice Cinzia Tani. Per la Newton Compton ha pubblicato nel 2014 Una grande tragedia dimenticata, sull’eccidio delle Foibe, con cui nello stesso anno ha vinto il premio “Il Convivio” per la sezione saggistica storica, Delitti e stragi dell’Italia fascista e L'oro del Duce.
Pubblicato:
11 apr 2017
ISBN:
9788822705464
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

L'oro del Duce - Giuseppina Mellace

Indice

Cover

Collana

Colophon

Frontespizio

Prefazione

Premessa

1. Il contesto storico

2. La caduta di Mussolini: dall’arresto alla liberazione tedesca

3. Nascita della Repubblica di Salò

4. Mussolini a Salò

5. L’apparato militare della rsi

6. Le Brigate Nere

7. La Decima mas

8. Le ausiliarie

9. La vita nella rsi

10. La questione ebraica nella rsi

11. Mussolini e la Massoneria

12. La situazione nel resto della penisola

13. Il dramma di Verona

14. Le repubbliche partigiane

15. Gli scontri ed eccidi in Valtellina

16. L’epilogo della guerra. Gli ultimi giorni di vita della rsi

17. L’operazione Sunrise

18. 20 aprile 1945

19. Il giorno della liberazione: 25 aprile 1945

20. Le ultime speranze di salvezza: 26 aprile 1945

21. 27 aprile 1945: l’arresto del Duce e la fine di un’epoca

22. Il colonnello Valerio

23. 28 aprile 1945: l’ultimo giorno

24. La morte di Mussolini e di Clara Petacci

25. Altre versioni sulla morte del Duce e di Clara Petacci

26. La morte dei gerarchi

27. Piazzale Loreto

28. L’autopsia

29. La sepoltura

30. Il testamento del Duce

31. Il dramma del Neri e della Gianna: vittime o traditori?

32. I Savoia e la fine della guerra

33. Il tesoro del Duce: i documenti, il carteggio e l’oro

34. La pista inglese

35. Il processo di Padova

36. Il tesoro dei nazisti

Appendici

Ordine del giorno di Grandi al Gran Consiglio 25 luglio 1943

Discorso pronunciato da Benito Mussolini il 18 settembre 1943 da Monaco

Il manifesto di Verona (punti principali)

Rapporto sull’esecuzione del conte Ciano e dei complici

Decalogo x mas

Delibera del Comitato di Liberazione Nazionale

Decreto Istitutivo Brigate Nere n. 446/44-xxii

I Protocolli di Roma

Documento Angelo Tarchi

Documento Silvestri

Decreto dei ministeri dell’Interno e della Giustizia contro la Massoneria Estate 1944

cln - Corpo volontari della libertà

Ordinanza di soppressione di Neri e Gianna da parte della Delegazione per la Lombardia

Racconto di don Enea Mainetti

Il presunto testamento del Duce redatto la notte tra il 27 e 28 aprile 1945

Testamento spirituale di Benito Mussolini scritto durante la notte del 27 aprile nella caserma della Guardia di Finanza a Germasino

Conteggio e classificazione del denaro e degli oggetti rinvenuti nei bagagli dei catturati il 28 aprile 1945 - Dongo

Altro conteggio

Inventario redatto e controfirmato da Michele Moretti, Teresa Tettamanti, Giuseppina Tuissi e Bianca Bosisio

Dichiarazione del clnai sulla fucilazione di Benito Mussolini e dei suoi complici, 29 aprile 1945

Deposizione resa da Cesare Tuissi, fratello di Gianna

Relazione dell’ispettore Ciro Verdiani, redatta nel dicembre 1945

Versione Ufficiale dell’esecuzione di Mussolini tratta dall’Unità del 13 dicembre 1945

Memoriale di Carlo Maderna (stralcio)

Distinta dei beni sequestrati alla colonna di Mussolini riportata negli Atti del processo contro Michele Moretti ed altri n. 772/49/rg, vol. ii, p. 28

Stralci della sentenza della sezione istruttoria della Corte d’Appello di Milano n. 772/49/rg nel processo 1200/1949 contro Michele Moretti

Relazione del Questore di Como al presidente del Consiglio Alcide de Gasperi

Ringraziamenti

Bibliografia

488

Prima edizione ebook: aprile 2017

© 2017 Newton Compton editori s.r.l.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-227-0546-4

www.newtoncompton.com

Realizzazione a cura di Corpotre, Roma

Giuseppina Mellace

L’Oro del Duce

La vera storia dell’«Oro di Dongo» e degli altri tesori occultati dal regime fascista

Newton Compton editori

A Nicola, compagno di una vita e paziente consigliere

Prefazione

Ci sono libri che hanno il potere di aprire uno squarcio sul nostro passato. Questo è uno di quelli. Dalla prima all’ultima pagina, Giuseppina Mellace, con la consueta puntualità di ricercatrice della storia, tratteggia il quadro, fosco, avvincente e contraddittorio, degli ultimi anni di guerra. Un’Italia divisa in due, sia fisicamente che ideologicamente, dove si intrecciano faide di potere, speranze, vendette personali, ruberie, angherie, omicidi, razzie di bande armate più o meno politicizzate. È il periodo convulso e sanguinoso della Repubblica di Salò: Benito Mussolini, ormai devastato nel corpo e nello spirito, che tenta di rimettere in piedi, con molta meno convinzione dei gerarchi che lo circondano, una parodia di Stato fascista. Le bande nere che imperversano nel Nord Italia mentre, a sud, prosegue l’inarrestabile avanzata degli Alleati, dei partigiani e del cln. Ragazzini poco più che adolescenti che imbracciano le armi da una parte e dall’altra, la follia omicida che sembra diventata un’epidemia, le frenetiche trattative segrete tra il Duce e Churchill che s’intrecciano di continuo approfittando di una vacanza dello statista britannico, il processo di Verona che si concluderà con la morte di Galeazzo Ciano, genero di Mussolini e di molti altri maggiorenti in orbace…

Sono passati settant’anni ma sembrano secoli. Quest’Italia in bianco e nero, disperata, affamata, devastata e violenta, rivive nelle pagine di questo libro che ha la potenza evocativa di un grande romanzo storico e la precisione di un saggio. La stessa forza espressiva che ritroviamo nelle sequenze di alcuni film del neorealismo come Tutti a casa o Roma città aperta. L’autrice, da vera storica, non giudica, non commenta, non prende parte: racconta. E lo fa con la sapienza consumata di chi è abituata a ricostruire il passato sui fatti e non sulle ipotesi, come testimonia la ricca raccolta di allegati e documenti che chiude il volume.

In questo contesto drammatico e multiforme si inserisce il mistero dell’Oro di Dongo, che dà il titolo al libro ma che non ne è l’argomento centrale. Un tesoro di lingotti d’oro, gioielli, banconote italiane ed estere di un valore, stimato con inevitabile approssimazione, intorno agli otto miliardi, e mai ritrovato o ritrovato solo in parte. Una fortuna che Mussolini, ormai braccato assieme all’inseparabile Claretta Petacci, portò con sé durante la fuga e che fu presumibilmente sequestrato dai partigiani che bloccarono il convoglio. Una vicenda che ha il sapore di un thriller e che i processi del dopoguerra non sono mai riusciti a chiarire: che fine ha fatto il tesoro? È finito nel lago di Garda o nel fiume Nera? Ha rimpinguato le casse del pci? Ha arricchito gran parte della popolazione locale che, negli anni successivi di fame e miseria collettiva, sembrò colpita da un inaspettato benessere? È stato trafugato dagli agenti segreti stranieri che ronzavano attorno a un Mussolini allo stremo? Assieme alle banconote, ai gioielli e ai lingotti viaggiavano anche le famose carte segrete del Duce di cui tanto si è favoleggiato: documenti sul carteggio e l’intesa sotterranea tra il Capo del fascismo e Churchill, corrispondenza con Hitler, carte compromettenti sulla vita sessuale di Umberto di Savoia. I lettori più attenti ricorderanno i falsi ritrovamenti, le rivelazioni a orologeria e le bufale che si sono susseguiti nell’ultimo decennio. L’unica cosa certa è che l’Oro di Dongo era macchiato di sangue. La caccia al tesoro costò la vita ad almeno dieci persone, assassinate nel ginepraio di vendette ed esecuzioni sommarie che lacerarono, soprattutto nel Settentrione, il nostro paese dopo la fine del conflitto mondiale.

Anche in questo caso, l’autrice non si concede ipotesi che pure sarebbero giustificate e valide come tante altre: sta ai fatti e lascia al lettore la scelta tra le tante ricostruzioni possibili. Di certo, il mistero del Tesoro è legato a quello dell’esecuzione di Mussolini e della Petacci su cui tanto si è ipotizzato: chi comandò veramente il plotone d’esecuzione? Chi era, il realtà, il colonnello Valerio? Dove e quando furono giustiziati i due condannati? Chi emise la sentenza alla pena capitale? Perché tante testimonianze di allora sono discordanti? Perché molti hanno saputo e taciuto per decenni?

Se il lettore si aspetta la verità su uno dei misteri più cupi e avvincenti del nostro passato, forse, resterà deluso. Ben difficilmente i saggisti, gli storici si sbilanciano, e quando lo fanno, nella gran parte dei casi, è solo sensazionalismo se non malafede. Giuseppina Mellace se ne guarda bene e questo, a mio parere, è uno dei punti di forza del libro. Ma chi vuole rivivere, pagina dopo pagina, uno dei momenti più tremendi e, al tempo stesso, più fondamentali per la nuova Italia che stava per nascere, non riuscirà a smettere di leggere questo volume. La narrazione secca e incalzante costringe ad andare avanti fino alla fine e ne fa un saggio storico avvincente come un romanzo. Un libro che vedrei volentieri sui banchi di scuola o delle università perché i giovani di oggi, stregati dalla tecnologia, molto spesso, purtroppo, sanno pochissimo di quanto succedeva meno di un secolo fa. Opere come queste sono una splendida occasione per riscoprire la forza della Storia. E impedirci di dimenticare.

Massimo Lugli

Premessa

La Repubblica di Salò non può essere considerata una realtà voluta da un manipolo di uomini che non accettarono l’8 settembre e preferirono continuare una lotta fine a se stessa, ma uno Stato che ebbe una genesi molto complessa, determinata da cause e fattori interni come la caduta del fascismo e l’ambiguità dei Savoia, solo per citare i protagonisti principali, ed esterni come l’arrivo sul territorio italiano della guerra, la drammatica evoluzione che portò allo scontro fratricida, la posizione degli Alleati nei confronti dell’Italia, dei Savoia e del movimento di Liberazione e, dall’altra parte, i tedeschi, traditi dal voltafaccia sabaudo, pronti a scatenare terribili vendette come accadde dal ’43 alla fine del conflitto su tutta la penisola.

In questo nuovo contesto, determinato dal collasso e sfaldamento della maggior parte delle strutture dello Stato, rientrarono le responsabilità di molti italiani che si strinsero intorno a Mussolini, non accettando la sconfitta, ma anche del Re e di Badoglio che, con le loro incerte e titubanti posizioni, contribuirono ad avere due eserciti stranieri in casa e non seppero e non vollero evitare una guerra civile che si frantumò in mille rivoli e scontri dalle sfumature politiche più disparate, dilaniando l’Italia per circa due anni, recando morte e distruzioni immani che pesarono enormemente in un dopoguerra caratterizzato dal dualismo usa-urss.

Il Duce aveva vissuto l’armistizio come un vero e proprio tradimento e sembrò che addirittura tentasse il suicidio verso la metà di settembre del ’43, ma al di là di questa voce mai suffragata da documenti o prove inconfutabili, è certo che era ormai diventato l’ombra di se stesso e molti pensarono addirittura che fosse un sosia perché il vero Mussolini era morto durante la prigionia sul Gran Sasso.

Solo da queste poche righe possiamo ravvisare quante sfaccettature hanno le vicende di questo periodo, con una parte della storiografia che vide nella scelta del capo del fascismo un voler proteggere gli italiani, quello che restava della Patria dalla violenza tedesca e da quei fascisti che erano accecati dalla potenza del Reich.

Nello stesso tempo c’era un desiderio di tornare alle origini, al fascismo sorto alla fine della Grande Guerra, che poteva risorgere come un’araba fenice sulle rive del Garda, il voler riportare il proprio popolo o almeno quello che ne restava a fianco dei tedeschi da alleato senza accorgersi però che si era solo generato uno Stato fantoccio, manovrato e controllato da Hitler, padrone assoluto della situazione.

In questa fase della storia italiana colui che era stato l’indiscusso capo della penisola sottovalutò, almeno all’inizio, la Resistenza, il risveglio degli italiani che vollero riprendersi le proprie vite, le libertà, lottando per un futuro diverso da quello scelto per loro dal Duce.

Infatti, proprio nell’epilogo di questa vicenda seppero fare un passo avanti rispetto agli stessi Alleati che li avevano sempre sottovalutati, catturando Mussolini, anticipando gli inglesi che temevano che il dittatore potesse svelare o anche inventare chissà quali complotti tramati con il premier britannico, e gli americani che avrebbero voluto un processo degno di una seconda Norimberga.

In questo complesso scenario, ecco inserirsi le protagoniste, prima fra tutte la figura controversa dell’amante di sempre del Duce, Claretta Petacci, la donna che condivise tutto con lui, dalle confidenze sentimentali ai consigli politici, sino alla morte.

Sullo sfondo la tragedia della popolazione inerme e indifesa che si trovò in balìa di forze contrastanti che sfogarono su di essa quanto di peggiore si poté immaginare, con il dramma umano degli attori che restavano sempre uomini e donne alle prese con un destino che volevano dominare, ma ne rimasero sconfitti.

Dopo oltre settant’anni è ancora impossibile definire con certezza gli avvenimenti che si sono svolti; molti gli interpreti, ma altrettante le comparse che, con le loro verità non sempre riferite per intero e testimonianze non sempre complete ed esaurienti, si sono susseguite nel corso di tutti questi anni.

Importante è vagliare le singole ipotesi per cercare di ricostruire un quadro che si avvicini il più possibile alla verità storica.

1. Il contesto storico

Se possiamo considerare la liberazione del Duce il punto di partenza della creazione della rsi e dell’inizio della guerra civile nella penisola, non si deve dimenticare il contesto storico che portò a tale situazione.

Senza ripercorrere le tappe dell’ascesa del fascismo, la presa di potere e la successiva entrata in guerra a fianco dei tedeschi con il famoso Patto d’Acciaio, partiamo dai fatti salienti del 1943, vero spartiacque per la storia italiana.

Sappiamo che la guerra volgeva al peggio per gli italiani, sconfitti su quasi tutti i fronti e ormai alle dipendenze del potente alleato. Inoltre dopo la conferenza di Casablanca, chiusa il 24 gennaio 1943, gli Alleati avevano deciso di puntare sul nemico più debole, l’Italia, con uno sbarco nel Sud della penisola. In tal modo si complicavano la vita poiché avrebbero potuto scegliere un posto più centrale o più sbarchi coordinati per evitare di risalirla completamente e arrivare alla resa incondizionata, come in realtà poi avvenne.

Tale operazione prevedeva l’intervento congiunto di Stati Uniti e Gran Bretagna su ogni aspetto, cercando di integrare i due eserciti che puntavano sul tallone d’Achille dell’Asse.

Sul versante politico interno il Re aveva tentato di riavvicinarsi alle forze moderate della penisola per trovare una via d’uscita alla pesante situazione creatasi, ascoltando anche alcuni gerarchi fascisti che lo consigliarono di sganciarsi dal Reich e di sconfessare Mussolini pur di salvare la Corona.

Comunque la decisione definitiva tardava ad arrivare e il Paese si dibatteva in difficoltà sempre più grandi, con gli anglo-americani che nel frattempo invadevano la Sicilia e il Duce che attribuiva l’avanzata di quest’ultimi all’inettitudine delle proprie truppe e degli isolani che non si erano battuti eroicamente per ricacciare in mare l’invasore, bensì lo avevano accolto come un liberatore; infatti, dalle testimonianze della gente del luogo, capiamo che il clima euforico delle adunate oceaniche di Piazza Venezia era ormai finito così come i sogni di gloria, mentre la fame e la povertà erano ogni giorno più pressanti in tutta l’Italia.

Non a caso scrisse un siciliano in prossimità dello sbarco:

Ormai la nostra isola è abbandonata a sé stessa, ci danno proprio quello che è necessario, il pane al solito anzi peggio, pasta ci devono dare tutto marzo e aprile, zucchero è da gennaio che non se ne vede, carne non ne parliamo, patate non ci ricordiamo più come sono fatte e nemmeno se ne parla.¹

Tuttavia anche gli Alleati con alcuni episodi contribuirono a rendere più dura e feroce questa guerra; il 14 luglio 1943 nei pressi di Acate, in provincia di Ragusa, avvenne una vera e propria mattanza di militari italiani e tedeschi da parte della 45ª Divisione americana.

Sconcertante fu l’ordine impartito proprio dal generale Patton ai suoi ufficiali nel momento di dare inizio all’operazione Husky:

Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!²

Caddero immediatamente circa settanta soldati e i restanti furono affidati al sergente West, il quale doveva portarli al campo di prigionia, ma dopo pochi passi ne uccise con raffiche di mitra un’altra quarantina. Solo nel dopoguerra fu processato e condannato all’ergastolo.

La stampa dell’epoca e degli anni successivi tacque su questo e altri analoghi episodi; nel frattempo gli Alleati il 22 luglio conquistavano Palermo e in pochi giorni tutta l’isola.

Contemporaneamente un po’ in tutta l’Italia, ancora in forma embrionale, nasceva un antifascismo non solo politico, che raccoglieva le varie anime dell’opposizione, dai cattolici ai comunisti, ma anche di ribellione vera e propria sorta dalle privazioni e dalle vessazioni che il conflitto comportava.

Nella guerra civile che seguì non c’era più la giustificazione della violenza data dalla contrapposizione di eserciti poiché lo Stato si era frantumato e non esisteva più perché diviso in due entità contrapposte ed entrambe sottomesse ad alleati-padroni.

La singola persona non aveva quasi più la possibilità di individuare il nemico poiché questi non era sempre in divisa o aveva un segno che lo facesse riconoscere: la guerriglia ebbe la supremazia nel territorio, dove allo stesso tempo si combatteva la guerra degli eserciti, degli Stati, un conflitto nel conflitto con un numero di vittime ogni giorno più alto.

Fu proprio allora che l’uomo si riprese la sua unicità, la sua personalità, smembrando la collettività che era stata la forza del regime che ora non esisteva più: la morte divenne protagonista della scena con bestiale ferocia, ma anche con altrettanta spettacolarità, avendo il proprio epilogo a Piazzale Loreto nel 1945.

Comunque ancora nel 1943, non tutti vollero arrendersi all’evidenza della situazione e molti continuarono a portare avanti un’idea alla quale, probabilmente, lo stesso Mussolini non credeva più, creando una frattura all’interno del già minato Partito fascista.

Se lo sbarco prima e il bombardamento di Roma poi scossero profondamente le coscienze, il 25 luglio fu lo spartiacque che divise apparentemente Mussolini e i suoi fedelissimi come Farinacci, Bastianini e pochi altri, dagli oppositori come Grandi, Bottai e Ciano che erano per un cambio di rotta decisivo.

Questo fatto spezzò il Paese ulteriormente, con gravissime colpe da parte dei Savoia che ancora una volta si preoccuparono più di salvare la Corona che l’Italia.

Sul versante fascista iniziarono i primi dubbi sul comportamento di Mussolini perché non ostacolò il famoso ordine del giorno Grandi conoscendone il contenuto, non lo fermò, anzi diede il benestare per la discussione.

Non dimentichiamo che c’era stato anche l’incontro di Feltre che in realtà si svolse a Villa Socchieva o Pagani-Gaggia a San Fermo, a una ventina di chilometri dalla cittadina, in provincia di Belluno e presumibilmente prese questo nome da un errore di trascrizione dello stesso Mussolini nelle proprie memorie.

Lo storico meeting iniziò alle ore undici del 19 luglio 1943 alla presenza del Duce, di Hitler, dei vari sottosegretari, degli ambasciatori e dei capi delle forze armate come il generale Ambrosio, il colonnello Montezemolo, il feldmaresciallo Keitel, i generali Rintelen e Warlimont, più tutto lo staff della sicurezza.

Era l’occasione giusta per un attentato ai due premier, che in realtà fu organizzato da alcuni alpini, reduci dalla campagna di Russia, che erano stati incaricati di tenere il picchetto d’onore.

Questi pensarono di gettare delle bombe a mano verso i due uomini politici poiché le armi per la parata sarebbero state sicuramente ispezionate dalle ss che seguivano costantemente Hitler, controllando qualsiasi luogo, oggetto e persona che avrebbe potuto interagire con il capo del Reich.

Questi soldati italiani erano ben determinati a mettere a segno il loro proposito con la speranza di porre fine a quella guerra che aveva visto cadere tanti loro compagni.

Raccontò uno di loro:

Eravamo partiti in 1800 per la Russia e tornammo in 117 ai quali si devono aggiungere un centinaio di feriti rimpatriati prima della ritirata. Eravamo alloggiati in una caserma di Feltre, dove l’insofferenza per la disciplina era totale. Si sentiva continuamente gridare Viva Lenin, Viva Stalin, Morte al Duce. Ma non ci potevamo fare niente, perché noi eravamo quelli che la retorica ufficiale definiva Eroi della Russia.³

Eppure all’ultimo momento il picchetto d’onore fu cancellato dal programma e l’ordine dell’attentato sospeso.

Sembrò ci fosse stato l’intervento del Vaticano che temeva un predominio comunista nella lotta di liberazione e nel futuro della penisola; era stata preferita una posizione di attesa, confidando nell’arrivo degli Alleati che impiegarono però altri due anni a raggiungere l’obiettivo con un numero di vittime elevatissimo e distruzioni immani che forse potevano essere evitati.

Tornando a quella mattina, l’incontro tra il Duce e Hitler non fu amichevole poiché quest’ultimo rinfacciò l’inettitudine dell’Italia nel contrastare gli anglo-americani ormai insediatisi nella penisola che stavano risalendo il territorio senza neanche incontrare la dovuta opposizione da parte di quel che restava dell’esercito e della popolazione stessa.

Solo dopo il suo discorso Mussolini replicò con quanto era successo a Roma, al quartiere San Lorenzo, illustrando nei minimi dettagli le cifre dei morti e dei feriti, sottolineando che i bombardieri nemici avevano sganciato ben settecento tonnellate di esplosivo senza che i camerati fossero riusciti a contrastarli.

I romani, non trovando più le istituzioni che dovevano proteggerli, si erano stretti intorno al Papa, prontamente accorso; pertanto il Duce pensò che poteva ancora tenere a bada il suo vecchio ammiratore tedesco e, in un certo senso, evitare ciò che stava patendo la popolazione polacca a causa dell’invasione teutonica.

Nello stesso tempo il Re ancora tentennava a tirar fuori l’Italia dal conflitto, o almeno a rompere quell’alleanza per chiedere una pace separata.

In questo frangente si fece forse strada anche un’altra ipotesi che avrebbe visto delle trattative separate con i vari Alleati che mostrarono particolare interesse per le carte in possesso del Duce ma, a tutt’oggi, non sono stati ritrovati documenti che possano provarlo con certezza.

1 Aurelio Lepre, L’occhio del Duce, Mondadori, Milano 1992, p. 180.

2 «Giornali di Guerra», Hachette edizioni, Carugate (mi), n. 34, p. 5.

3 Atti del Convegno Alpenvorland 1943-1945, Palazzo Crepadona, Belluno, 21-23 aprile 1983.

2. La caduta di Mussolini: dall’arresto alla liberazione tedesca

Nella capitale la tensione fra i gerarchi era altissima con il Duce che, pur se messo sotto accusa dai suoi più stretti collaboratori, ribadiva la propria fiducia nelle armi, sicuro di poter tener testa agli Alleati anche se sconfessato dalle significative parole di De Bono che dichiarò: «Come si può pretendere che le nostre truppe, tuttora armate coll’antico fucile modello 91, quello stesso della battaglia di Adua, possano arrestare i carri armati dell’viii armata britannica?»⁴.

Anche in quest’affermazione possiamo cogliere il pressappochismo con cui Mussolini e i suoi ministri affrontarono la guerra, contando solo sul fatto che, secondo i propri calcoli, sarebbe durata pochissimo e gli inglesi non avrebbero affondato gli artigli nel suolo italiano come in realtà fecero, per la malcelata avversione nei confronti dei loro stessi alleati russi.

Nel frattempo Grandi e gli altri collaboratori del Duce cercarono di sganciarsi dalle responsabilità della guerra unendosi fra di loro, stipulando alleanze e cercando di attirare gli indecisi, offrendo poi al Re l’effettivo comando delle forze armate appellandosi all’articolo 5 dello Statuto Albertino mentre Ciano attaccava i tedeschi che non avevano mai riscosso le sue simpatie, firmando in questo modo la sua futura condanna a morte.

L’ordine del giorno di Grandi non chiedeva esplicitamente la destituzione di Mussolini; infatti, la richiesta di convocazione del Gran Consiglio, che non era stato più consultato dal 1939, era stata avanzata il 13 luglio e, solo dopo il suo ritorno da Feltre, il Duce, vedendo anche la devastazione del quartiere San Lorenzo di Roma, stabilì la data del 24 luglio.

Quel fatidico giorno vide l’apertura della seduta alle ore 17 con Mussolini ben deciso a non far stenografare nessun verbale, ma dichiarando che

ora il problema si pone. Guerra o pace? Resa a discrezione o resistenza ad oltranza? Dichiaro nettamente che l’Inghilterra non fa la guerra al fascismo, ma all’Italia. L’Inghilterra vuole un secolo innanzi a sé, per assicurarsi cinque pasti. Vuole occupare l’Italia, tenerla occupata. E poi noi siamo legati ai patti. Pacta sunt servanda.

È a questo punto che intervenne il genero del Duce, Galeazzo Ciano, che con le proprie parole iniziava quella parabola discendente che lo avrebbe condotto alla condanna a morte per tradimento:

Pacta sunt servanda? Sì, certamente: però, quando vi sia un minimo di lealtà anche dall’altra parte. Ed invece, noi italiani abbiamo sempre osservato i patti, i tedeschi mai. Insomma, la nostra lealtà non fu mai contraccambiata. Noi non saremmo, in ogni caso, dei traditori ma dei traditi.

Senza addentrarci nel dibattito che seguì, è importante ricordare che per molti dei gerarchi presenti questa manovra politica era solo un mezzo per alleggerire Mussolini dalla direzione dei ministeri militari e trovare una via d’uscita onorevole per il regime che stava naufragando a causa dei disastri bellici.

Non è ben chiaro perché il Duce non intervenne direttamente, non espresse il suo punto di vista, ma si limitò a chiudersi in un silenzio totale che diede una piega, forse inaspettata, alla seduta, con il dittatore che non volle ulteriori votazioni sugli altri punti e neanche la trascrizione del verbale di cui parlò solo lo storico Renzo De Felice in una nota a un suo libro, molti anni dopo⁷.

Di fatto le dichiarazioni, dopo l’illustrazione dei punti in esame da parte di Grandi, gli interventi di altri gerarchi e i diciannove voti a favore della proposta con solo sette contrari, cambiarono la vita del paese, restituendo le funzioni dello Stato al Re, al Governo, al Parlamento e condannarono in seguito alla pena capitale Galeazzo Ciano con altri traditori durante il processo di Verona.

Anche gli Alleati non erano tranquilli in quanto temevano una svolta troppo a sinistra che avrebbe gettato l’Italia nel bolscevismo, poiché erano i comunisti a gestire l’organizzazione della Resistenza e, all’est della penisola, Tito avanzava velocemente verso Trieste.

Timore condiviso da Churchill che scrisse a Roosevelt affermando che «l’Italia è diventata rossa da un giorno all’altro […] A Torino e a Milano dimostrazioni comuniste sono state soffocate dalle forze di polizia. Vent’anni di fascismo hanno cancellato la classe media»⁸.

Inoltre dobbiamo tener presente che i tedeschi avevano già predisposto il controllo dei punti nevralgici della penisola come i valichi appenninici e alpini, i porti e le maggiori vie di comunicazione facendo affluire diverse Divisioni nelle varie località italiane.

Erano sicuri che l’Italia potesse essere invasa dagli Alleati in quanto considerata tallone d’Achille dell’Asse e le truppe sabaude presenti sul territorio erano per lo più composte da anziani o giovanissimi, male armati e inesperti, che avrebbero giocato un ruolo fondamentale dopo l’armistizio di fronte ai soldati del Reich ben addestrati ed equipaggiati.

Nel pomeriggio del 25 luglio Mussolini, accompagnato dal segretario De Cesare, si recò a Villa Savoia, oggi Villa Ada a Roma, per un colloquio risolutore con il monarca il quale gli comunicò la decisione di esautorarlo dall’incarico di capo del governo e di averlo già sostituito con il maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio.

Quello che il Re non disse è che aveva anche provveduto a organizzare il suo arresto, convocando nella residenza regale il capitano dei carabinieri Paolo Vigneri che chiese al Duce di seguirlo fino alla Scuola Allievi dell’Arma di Roma, dove fu tenuto di fatto prigioniero.

Solo in tarda serata ci fu un comunicato radio nel quale si diceva che Mussolini aveva dato le dimissioni, accettate dal Re che aveva provveduto a nominare Badoglio in sua vece.

Per non insospettire i tedeschi, i Savoia fecero seguire un altro proclama nel quale si assicurava che la guerra sarebbe continuata a fianco del Reich.

Solo nelle prime ore del mattino del 26 luglio si arrivò alla fine del fascismo con tutte le conseguenze che comportò, anche se il Duce sperava ancora di ricucire lo strappo contando sia sulle simpatie che i Savoia nutrivano per lui sia su una soluzione onorevole per tutti, come un governo di unità nazionale, magari con qualche gerarca più moderato come lo stesso Grandi quale nuovo ministro degli Esteri.

Pertanto Mussolini era per un nuovo esecutivo che desse un’immagine diversa dell’Italia, separata dalla Germania e svincolata dall’Asse.

Il capo del fascismo sperava ancora nel realizzarsi delle promesse fatte dagli inglesi a ridosso del conflitto che gli avevano fatto credere che sarebbe stato l’arbitro del contenzioso europeo, per prendere il famoso posto al sole per l’Italia, illudendosi ancora di poter guadagnare dalla catastrofe che lui stesso aveva generato.

L’esonero del Duce giunse inaspettato per la stragrande maggioranza degli italiani e trovò impreparate anche le forze dell’ordine che, dopo averlo trattenuto nella caserma dei Carabinieri di Roma, lo trasferirono, il giorno successivo, a Gaeta e da lì lo imbarcarono sulla corvetta Persefone, con destinazione Ponza.

Sulla caduta del sistema politico i giornali del tempo mantennero un prudente riserbo poiché dovevano annunciare la fine di un regime al quale avevano obbedito ciecamente per vent’anni e non accennarono minimamente al futuro del dittatore.

Lo stesso quotidiano di Mussolini, «Il Popolo d’Italia», attese gli sviluppi degli eventi scrivendo sulle proprie pagine:

Il Duce tutto ha fatto nell’interesse del popolo lavoratore del quale è figlio, per il quale ha lottato e sofferto come nessuno, al fine di procurargli una più dignitosa e umana esistenza. Con animo romano ora egli affronta l’esigenza del momento, inspirato dal suo insuperabile amor di Patria, che resta per sempre inciso, insieme con l’opera civile di ricostruzione e bonifica compiuta, negli annali d’Italia.

Al contrario la stampa estera si interessò moltissimo a quest’avvenimento che avrebbe sicuramente cambiato le sorti della guerra: «The Washington Post» del 26 luglio uscì con un editoriale firmato da uno dei suoi migliori giornalisti, Ernest Lindley, che intitolò l’articolo Italy’s tragedy, ripercorrendo le tappe salienti della tragedia del nostro paese, dall’entrata in guerra fino allo sbarco in Sicilia

ricordando il lungo colloquio che l’ambasciatore a Roma William Phillips ebbe con Mussolini l’8 giugno 1940. In quell’occasione venne sottoposta al duce l’offerta di Roosevelt che, in sintesi, implorava letteralmente l’Italia a non entrare in guerra e a restare neutrale, promettendo che, in caso di vittoria alleata, l’Italia sarebbe stata considerata alla stregua di una delle nazioni vincitrici, con tutti i benefici che ne sarebbero derivati in sede di trattative di pace e di futuro riassetto internazionale. La risposta di Mussolini fu però negativa.¹⁰

Con la diffusione della notizia della caduta e arresto di Mussolini nelle città italiane non ci furono particolari tafferugli o spargimenti di sangue anche se tutti lo vissero come un trauma; i più violenti e facinorosi tra gli uomini del Duce che erano stati emarginati dal regime che si era imborghesito secondo il loro giudizio, videro un’occasione da non perdere.

Il 24 agosto tentarono un colpo di Stato senza crederci troppo e senza strutturarlo nei particolari. L’episodio, tuttavia, fu molto gonfiato da Badoglio che se ne servì per liquidare Ettore Muti, ucciso a Fregene proprio quella notte.

Per evitare indagini e spiegazioni si preferì velare di mistero tutta la vicenda: «Nessuna autopsia. Funerali appena d’ordinanza, dati il grado e le decorazioni. Non si poté smentire, poiché lo scrisse lo stesso capo della polizia Senise, che l’ordine gli era stato dato da Badoglio in persona[…]». In seguito fu trovato però il seguente biglietto di Badoglio: «Per S.E. Senise. Muti è sempre una minaccia: il successo è solo possibile con un meticoloso lavoro di preparazione. Vostra Eccellenza mi ha perfettamente compreso. Badoglio»¹¹.

Il commento ufficiale dello Stato fu dell’Agenzia Stefani:

A seguito dell’accertamento di gravi irregolarità nella gestione di un ente parastatale, nelle quali risultava implicato l’ex segretario del pnf, Ettore Muti, l’Arma dei carabinieri procedeva nella notte dal 23 al 24 corrente /agosto/ al fermo del Muti a Fregene. Mentre lo si conduceva alla caserma sono stati sparati dal bosco alcuni colpi di fucile contro la scorta. Nel momentaneo scompiglio egli si dava alla fuga ma, inseguito e ferito da colpi di moschetto tirati dai carabinieri, decedeva.¹²

Un’altra spiegazione o almeno approfondimento per il 25 luglio è stata fornita dallo studioso statunitense Peter Tompkins che sottolineò come una dozzina di gerarchi fosse ancora legata alla massoneria confluendo nel gruppo dei contrari al Duce che ne provocò la caduta¹³.

Intanto gli eventi si susseguivano freneticamente; prima il suo arresto, poi la rocambolesca liberazione da parte dei tedeschi con il conseguente legame, questa volta indissolubile, con Hitler, e la fine del Partito fascista che sarebbe rinato nella rsi con i presupposti da parte italiana, socialisteggianti, ma con il dittatore tedesco che voleva rifondare il fascismo con connotati prettamente nazisti nelle province occupate dai suoi uomini e ormai facenti parte del Reich.

Nel frattempo la capitale, lasciata a se stessa, veniva dichiarata unilateralmente da Badoglio, il 14 agosto ’43, «città aperta», rifacendosi alla storia millenaria che contraddistingueva Roma, ma gli americani replicarono con un secco diniego come si poteva leggere dalle colonne del «The Washington Post» poiché non era la posizione della città il vero problema bensì l’uscita o meno dell’Italia dal conflitto.

I cittadini romani e non solo erano privi di difesa, con gli Alleati padroni incontrastati del cielo, perché le contraeree italiane potevano poco o nulla rispetto alla potenza di fuoco degli aeroplani anglo-americani, e con i tedeschi che si arrogavano il diritto di essere i veri governanti locali.

Ora l’Italia aveva due padroni di cui uno, il tedesco, pronto a scatenare tutta la propria rabbia sul suolo italiano, come annotò Goebbels nel suo diario: «Il Führer è deciso a fare in Italia tabula rasa»¹⁴ e l’altro, gli anglo-americani, che decisero di combattere la guerra sul nostro territorio senza interpellare i Savoia che, almeno nominalmente, erano ancora i capi dello Stato.

Nel frattempo il 28 agosto, mentre il Duce era stato trasferito per volontà dei sovrani a Campo Imperatore, in Abruzzo, in un edificio costruito paradossalmente con un’architettura di tipo fascista e raggiungibile solo con la funivia, trovandosi a 2200 metri d’altezza, il Re con Badoglio trattavano la resa con gli Alleati.

Circa un mese prima, due giorni dopo la caduta del fascismo, il 27 luglio, era invece stato messo in crisi il rapporto amoroso tra Claretta Petacci e il Duce – che ebbe risvolti anche sul piano nazionale – poiché la donna e gran parte della famiglia lasciarono la capitale, preventivamente avvisati che sarebbe potuto accadere loro qualcosa.

La meta prefissata era Meina, sul lago Maggiore, non tanto per l’amenità del luogo bensì per la vicinanza con la neutrale Svizzera. Nessuno allora poteva immaginare ciò che sarebbe in seguito successo con il brutale eccidio di ebrei¹⁵.

Il 12 agosto però Claretta Petacci fu arrestata e trasferita al carcere di Novara nell’omonimo castello.

Fu l’unica tra le numerose amanti del Duce a subire un simile trattamento, proprio perché la monarchia voleva rimarcare la netta separazione con il passato, colpendo la donna che era il simbolo della vita segreta di Mussolini.

L’ordine dell’arresto era partito direttamente da Badoglio che fece rinchiudere Claretta in una cella umida e buia accentuandone la depressione già manifestata per le vicende del Duce.

È proprio in questo particolare frangente che s’inserì Rina Musso, una donna molto rispettata nell’ala femminile del carcere, che cercò di

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