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365 giornate indimenticabili da vivere a Torino

365 giornate indimenticabili da vivere a Torino

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365 giornate indimenticabili da vivere a Torino

Lunghezza:
2.185 pagine
22 ore
Pubblicato:
23 nov 2015
ISBN:
9788854187993
Formato:
Libro

Descrizione

Scopri ogni giorno la raffinata eleganza del capoluogo piemontese

Scopri i mille volti di Torino in 365 eccezionali itinerari!

Torino ha mille facce, mille vite. E ogni suo aspetto si presta a offrirci un itinerario eccezionale, da seguire nell’arco di una sola giornata. C’è la Torino dello slow food e degli splendidi vigneti delle Langhe, ma anche quella meno nota dello street food (qui sono stati inventati il cono da passeggio, il tramezzino, il pinguino, il bicerin!). Si può vivere una giornata da re o da regina passeggiando per i giardini della Reggia di Venaria. E ancora, ammirarne i monumenti e i palazzi dall’alto di un pallone aerostatico o pagaiando in canoa sul Po, o da un tram storico degustando un tipico menu piemontese. Si possono trascorrere ventiquattr’ore tutte dedicate all’arte, tra Barocco, Liberty, Neoclassico e Arte contemporanea. Oppure fare ammenda e recarsi in pellegrinaggio tra le chiese della città, vestire i panni di uno scrittore in qualche circolo letterario, proporsi come comparsa in un teatro lirico o fare shopping etnico nel Quadrilatero. E infine, progettare un tempio con la mente di un architetto egizio, fare fitwalking al Parco del Valentino o entrare nella sede del primo Parlamento della Repubblica.

Alcune delle 365 giornate:

• una giornata al Salone Internazionale del libro di Torino

• una giornata nei musei allestiti da François Confino

• una giornata alla Turin Marathon e Stratorino

• una giornata golosa di cioccolato

• una giornata sciando senza confini: le montagne olimpiche della Val Susa

• una giornata sportiva al Parco del Valentino

• una giornata risorgimentale con Camillo Benso conte di Cavour

• una giornata magica

• una giornata “sacra”

• una giornata da tifoso bianconero

• una giornata da tifoso granata

…e molte altre!

Daniela Schembri Volpe

nata a Palermo nel 1963, al Politecnico di Torino ha conseguito il titolo in Scienze e arti della stampa. Ha lavorato prima nel settore della grafica come art director junior e da tempo, nell’editoria come correttrice di bozze e editor. Ha vissuto all’estero in diverse città del mondo. È appassionata di viaggi, di arte e ovviamente della sua amata Torino.
Pubblicato:
23 nov 2015
ISBN:
9788854187993
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

365 giornate indimenticabili da vivere a Torino - Daniela Schembri Volpe

312

COLOPHON

L’autrice fa presente che i riferimenti, i luoghi e gli indirizzi

indicati nel presente libro sono aggiornati alla data

in cui il volume è andato in stampa.

Prima edizione ebook: novembre 2015

© 2015 Newton Compton editori s.r.l.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-541-8799-3

www.newtoncompton.com

Realizzazione a cura di 8x8 s.r.l. di Massimiliano D’Affronto

FRONTESPIZIO

DEDICA

A mio figlio Emanuele

Ai miei genitori Sara e Gino

RINGRAZIAMENTI

Ringraziamenti

Un’opera titanica richiede dei ringraziamenti altrettanto titanici. Innanzitutto un enorme ringraziamento alla produzione della Newton Compton, nella persona della mitica Antonella Pappalardo e grazie a tutti coloro che hanno acceso in me scintille di luoghi da proporre a chi ama scoprire nuova bellezza: Stefano Benedetto, Vittoria Brucoli, Maurizio Capobianco, Lina Catizone, Claudia Colucci, Maria Caterina Comino, Laura Dapiran, Fabio Girelli, Antonella Girola, Mariarosa Gramaglia, Luisa Grisorio, Donata Facello, Marcello Farina, Mara Fausone, Francesca Francini, Maria Luisa Luce, Carla Piro Mander, Dario Romano, Roberta Rosa, Anita Simioni, Andrea Simioni. Grazie a chi ha contribuito a curare l’opera: Chiara Balzani, Lorenzo Bertini, Massimiliano D’Affronto, Roberto Galofaro, Francesca Magnanti, Alessandra Penna, Gianluca Soddu. Un grazie dal profondo del cuore agli amici che hanno saputo darmi il necessario moral support: Claudia Dapiran e John McGarvey (the best). A mio figlio Emanuele Sacchi. Grazie alla vita che mi ha dato la possibilità di viaggiare e di capire quanto Torino sia... fantastica!

INTRODUZIONE

Sono convinta che ogni giorno della vita a suo modo sia eccezionale, perché l’esistenza di ognuno di noi ha comunque un che di straordinario e misterioso. E in questo libro ho cercato di contribuire a questa eccezionalità costruendo dei modelli di giornata in grado di stimolare le peculiarità caratteriali di ogni lettore-fruitore-turista.

Immagino chi legge il libro nei panni di un bambino curioso, che riceve in dono una palla di vetro, una boule à neige di Torino, con dentro, in miniatura, quanto di più bello la città vuole mostrare di sé. Il bambino che è in ognuno di noi, e sa ciò che desidera, comincerà a osservare quello che più lo attrae: un castello, la Mole, una mongolfiera, un mercato pieno di colori, un parco fiorito, una montagna innevata, e pian piano sposterà l’attenzione su ciò che lo interessa, fino a quando, ormai convinto, scuoterà la boule e farà cadere la neve. E allora eccoci pronti a mirare il paesaggio torinese e a vivere una tra le tante giornate eccezionali racchiuse in questo libro.

La fame di eccezionale potrà placarsi soddisfacendo tutti i sensi, non solo la vista. A Torino si può vivere una giornata eccezionale da re o da regina passeggiando per i giardini della Reggia di Venaria, o una giornata da volontario al Sermig, a fianco di chi ha bisogno. Si può ammirare la città da un pallone aerostatico o pagaiare in canoa sul Po, rigenerarsi in un hammam o degustare un menu piemontese sopra un tram storico. Si può vivere una giornata eccezionale dedicata all’arte come in un enorme caleidoscopio, e scegliere tra Barocco, Liberty, Neoclassico o Arte Contemporanea. O ancora, fare ammenda e sentirsi tutti santi in pellegrinaggio tra le chiese della città oppure vestire i panni di uno scrittore di rottura in qualche circolo letterario. Proporsi come comparsa in un teatro lirico o fare shopping etnico nel Quadrilatero. Progettare un tempio con la mente di un architetto egizio o fare fitwalking al Valentino. Calzare gli scarpini di un calciatore prima di un match importante, o sedere nel primo Parlamento della Repubblica…

365 giornate eccezionali da cui trarre esperienza, con cui creare una propria Torino evoluta, curiosa, generosa, densa di significati, scrutando intorno a noi ma anche dentro di noi. E a proposito di arricchimento interiore, dopo una giornata eccezionale guardatevi allo specchio e sorridendo ripetete quasi fosse un mantra orientale: "A-j é niente ëd pi bel che ’na facia contenta!" (niente vi è di più bello che una faccia contenta).

Torino classica

GIORNATA al Polo Reale di Torino

Un percorso unico per scoprire la storia della città

A Torino è il percorso turistico per eccellenza: il progetto museale del Polo Reale che riunisce un insieme di palazzi, strutture espositive e musei, visitabili tutti con un unico biglietto. Si tratta del Palazzo Reale con i Giardini Reali, della Biblioteca Reale, dell’Armeria Reale, del Museo Archeologico, di Palazzo Chiablese e della nuova Galleria Sabauda.

Questo grande complesso espositivo si estende su ben tre chilometri, arrivando a comprendere 55.000 metri quadrati tutti da visitare!

Palazzo Reale è da non perdere, e va sicuramente messo in agenda se si sta progettando una gita di breve o lunga durata in città. In un unico splendido contesto si possono ammirare la suggestione della Sala del Trono e degli appartamenti reali, splendenti e opulenti, che li hanno resi spesso location per produzioni cinematografiche, abbinati a un pezzo di storia più vicina, rimasta sospesa nel momento in cui i Savoia abbandonarono il palazzo con l’avvento della Repubblica. È rimasto tutto proprio come allora.

La Biblioteca Reale conserva oltre duecentomila volumi nelle grandi e maestose librerie in legno pregiato. Inoltre è possibile trovare carte e mappe geografiche, pergamene, stampe e album di foto, manoscritti e alcuni dipinti creati dal genio di Leonardo Da Vinci, che fanno parte della collezione privata della Biblioteca.

L’Armeria Reale vanta un’esposizione che non ha nulla da invidiare a quelle delle principali città europee, basti citare il Musée de l’Armée (noto anche come Hôtel National des Invalides) di Parigi. Armature e corazze, armi e trofei guidano il visitatore attraverso un percorso affascinante che porta dai tornei medievali fino alle battaglie risorgimentali, vantando una collezione di circa 1200 pezzi.

La maggior parte dei reperti del Museo Archeologico invece arriva dalla collezione privata che nel corso dei secoli i Savoia riuscirono a mettere insieme. I materiali e gli oggetti vari di grande importanza storica partono fin dal Paleolitico e arrivano al Rinascimento, e notevole rilievo è dato ai reperti del Piemonte e di Torino.

Palazzo Chiablese è adesso soprattutto il luogo dove vengono allestite interessanti mostre di arte e i suoi ambienti sono visitabili tramite una collaborazione con il Touring Club. Lo splendido palazzo risalente al xvi secolo racchiude alcune testimonianze e aneddoti che riguardano sovrani e nobiltà: fu ad esempio una delle dimore di Paolina Bonaparte.

Infine, la Galleria Sabauda ha trovato la sua nuova collocazione nella Manica Nuova di Palazzo Reale, seguendo un progetto che ha voluto esaltare la visita alla mostra, presentando i dipinti secondo una corretta esposizione alla luce e rendendoli ammirabili dalla distanza più appropriata per scorgerne ogni dettaglio. Esposte cronologicamente su tre piani sono disposte le opere di Andrea Mantegna, Rembrandt, Rubens, Tintoretto, Van Dyck e molti altri. Dietro il Palazzo Reale, una piacevole passeggiata nei Giardini Reali, tra alberi secolari, permette di godere di questo polmone verde dal quale si ammira la Mole Antonelliana in tutta la sua magnificenza.

Per avere informazioni basta consultare il sito internet o rivolgersi ai numerosi punti informativi dislocati nel centro città. Buona visita allora, immersi nelle splendide atmosfere del Polo Reale!

Polo Reale

www.poloreale.beniculturali.it

Palazzo Reale

piazzetta Reale, 1

bus/tram 4, 6, 11, 13, 15, 27, 51, 55, 56, 57, 92, Star2

Giardini Reali

viale dei Partigiani

bus/tram 13, 15, 24, 55, 56. 93B

Biblioteca Reale

piazza Castello, 191

bus/tram 4, 6, 11, 13, 15, 27, 51, 55, 56, 57, 92, Star2

Armeria Reale

piazza Castello, 191

bus/tram 4, 6, 11, 13, 15, 27, 51, 55, 56, 57, 92, Star2

Museo Archeologico di Torino

via xx Settembre, 86

bus/tram 4, 6, 11, 27, 51, 57, 92, Star2

Palazzo Chiablese

piazza San Giovanni, 2

bus/tram 4, 6, 11, 27, 51, 57, 92, Star2

Galleria Sabauda

via xx Settembre, 86

bus/tram 4, 6, 11, 27, 51, 57, 92, Star2

GIORNATA al Palazzo Reale

Il centro del potere sabaudo

La stanza dei bottoni certamente era qui. La maggior parte delle decisioni sul destino della dinastia sabauda venne presa in questo luogo che, per almeno tre secoli, rappresentò il centro del potere, il cuore della corte e la residenza, tra tutte quelle reali, più importante. Palazzo Reale riempie di luce piazza Castello, con la sua tinta elegantemente chiara che riflette riverberi di luminosità come una madreperla raffinata.

Le origini di questo edificio sono più recenti del ben più antico Palazzo Madama, ex Porta Praetoria, perché la costruzione, progettata da Ascanio Vittozzi, architetto alla corte di Carlo Emanuele i di Savoia, fu adibita a palazzo vescovile almeno fino al xvi secolo.

Quando la sede ducale venne trasferita da Chambéry a Torino, Emanuele Filiberto i di Savoia lo scelse come residenza, pur avendo vissuto per qualche tempo a Palazzo Madama, considerato evidentemente inadatto a essere elevato a dimora reale; dunque si può solo immaginare il fascino che la casa vescovile doveva esercitare, dal momento che, per stabilirvisi, il nobile ne fece addirittura cacciare il proprietario.

Il vescovo venne esiliato nell’adiacente Palazzo di San Giovanni, mentre la nuova residenza della corte divenne il Palazzo Ducale di Torino: siamo nel Cinquecento e l’urbanistica della nuova capitale sabauda vede l’edificio pericolosamente prossimo alle mura, motivo per cui, in seguito, la città verrà espansa fino a piazza Vittorio.

Ma è grazie alla grande stima di questi luoghi da parte di Maria Cristina di Borbone-Francia che si ebbero le più importanti modifiche del palazzo: fu chiamato l’architetto di corte Carlo di Castellamonte con il figlio Amedeo, con l’incarico di ricostruire le parti danneggiate dal grande assedio del 1640. A loro si devono la facciata e gli interni, anche se questi vennero in gran parte modificati dal 1722 in poi per volontà dei vari sovrani, in onore delle nozze dei propri figli.

Dal 1656, anno in cui venne terminata la solenne facciata di Amedeo di Castellamonte, si può parlare di epoca d’oro, durante la quale, nel 1667, furono avviati anche i lavori di costruzione della Cappella della Sindone da Guarino Guarini. Gli anni di splendore, dopo una piccola pausa dovuta alla censura e alla severità caratteristiche del regno di Vittorio Amedeo ii di Savoia, ripresero nel 1722, quando Carlo Emanuele, futuro re, si sposò con la principessa palatina Cristina di Baviera-Sulzbach, con conseguenti grandi trasformazioni dell’edificio, specialmente del secondo piano, questa volta operate da Filippo Juvarra all’insegna del lusso e della vita mondana. Per più di un secolo, altri illustri architetti vennero chiamati per i successivi matrimoni: Benedetto Alfieri, già famoso nella regione, fu assunto per le nozze di Vittorio Amedeo iii e Maria Antonietta di Borbone-Spagna; a Carlo Randoni e Giuseppe Battista Piacenza fu affidato invece l’incarico di progettare gli ambienti che oggi costituiscono gli Appartamenti del duca d’Aosta, un’ala del palazzo destinata a Vittorio Emanuele, secondogenito di Vittorio Amedeo iii; Pelagio Palagi fu poi ingaggiato successivamente per le nozze di Vittorio Emanuele ii.

Dopo essere stato abbandonato dalla famiglia sabauda, che si ritirò nel Palazzo Reale di Cagliari durante la parentesi di dominio francese tra il 1799 e il 1815, il castello divenne nuovamente sede della monarchia nel 1861, con l’Unità d’Italia, e lo rimase fino al 1865. In questo periodo fu disegnato il Grande Scalone d’Onore da Domenico Ferri, su richiesta di Vittorio Emanuele ii, per donare prestigio alla residenza reale di Torino, a capo della neonata nazione. Con lo spostamento della capitale a Firenze, i regnanti si stabilirono a Palazzo Pitti, così che Palazzo Reale non rimase che un comodo appoggio durante le visite a Torino. La reggia non dimenticò comunque il suo splendore per molti anni, tanto che fu ancora modificata per il matrimonio di Umberto ii di Savoia nel 1930; tuttavia, quando cadde la monarchia nel 1946 e fu proclamata la Repubblica, le maestose sale persero progressivamente le loro funzioni, e molte parti, come le stanze al secondo piano dei Duchi d’Aosta, richiesero un ingente restauro prima di poter essere aperte al pubblico, all’interno di quello che sarebbe divenuto un museo e un palazzo da uffici.

Le immagini allegoriche raffiguranti le vicende della dinastia sabauda dipinte nelle ampie e ricche sale sono frutto del lavoro di moltissimi artisti. La Galleria del Daniel viene così chiamata proprio per il bellissimo affresco di Daniel Seiter, che lo realizzò alla fine del Seicento. Al primo piano nobile si possono ammirare le sale di rappresentanza, che, con il loro fascino ricco di solennità d’altri tempi, ci mostrano le meraviglie architettoniche di Pelagio Palagi: assolutamente da vedere il Salone d’onore in marmo e la sontuosa Sala del Trono. E poi la Sala da Pranzo neobarocca, gli ambienti in stile Impero dove si svolgevano le danze, per non parlare dei capolavori dello Juvarra: la suggestiva Scala delle Forbici, costituita da doppie rampe e il Gabinetto Cinese, decorato da Claudio Francesco Beaumont sotto il dominio di Carlo Emanuele iii.

Durante l’anno, a seconda dei periodi, è possibile visitare altre magnifiche aree del palazzo, come le Cucine Reali al piano interrato, l’Appartamento di Madama Felicita e quello del Re al pianterreno, la Cappella Regia, le Tribune Reali e la Sacrestia della Sindone al primo piano, e infine l’Appartamento dei Principi di Piemonte al secondo piano.

L’imponente cancellata esterna, che cinge il cortile davanti alla reggia, è invece opera del Palagi, che vi fece aggiungere i monumenti intitolati ai dioscuri Castore e Polluce. Questo castello è lo specchio della storia dei Savoia e della loro volontà: ogni avvenimento ha condizionato le modifiche realizzate a livello architettonico e artistico, mentre la scelta della committenza rifletteva perfettamente, di volta in volta, gli stili, le convinzioni e le mode del tempo. Il risultato è un’opera inserita nel Patrimonio dell’Umanità da parte dell’unesco dal 1997, che trasmette una grande maestosità e conserva non solo la storia, ma anche il pensiero e le vicende stesse di un’intera dinastia. Per un pranzo nella tradizione, non si potrebbe fare diversamente dopo questa immersione savoiarda, ci si può spostare verso il quadrilatero, dove in via Santa Chiara la Taverna dei Mercanti propone le proprie specialità in un menu piemontese tra oggetti d’antiquariato in un ristorante intimo con nicchie nelle pareti in pietra.

Palazzo Reale

piazzetta Reale, 1

bus/tram 4, 7, 11, 13, 13/, 15, 27, 51, 55, 56, 57

www.ilpalazzorealeditorino.it

Taverna dei Mercanti

via Santa Chiara, 13

bus/tram 4

M1 xviii Dicembre

GIORNATA tra meraviglie reali

Palazzo Chiablese, Biblioteca Reale e Armeria Reale

Questa giornata prevede la visita a tre luoghi del magnifico Polo Reale: Palazzo Chiablese, l’Armeria Reale e la Biblioteca Reale.

Palazzo Chiablese, a sinistra del Palazzo Reale, risale al xvi secolo, e fu costruito per volontà di Emanuele Filiberto di Savoia, il quale lo donò poi alla marchesa Beatrice Langosco di Stroppiana, sua amante. In seguito l’edificio ebbe una lunga serie di proprietari: l’ex cardinale Maurizio di Savoia con sua moglie Ludovica, il figlio di Carlo Emanuele iii, Benedetto Maurizio duca del Chiablese (da cui il nome del palazzo, poiché per lui il padre fece trasformare la residenza dall’architetto Benedetto Alfieri, modificandone la facciata e aggiungendovi il sontuoso scalone), Camillo Borghese con la moglie Paolina (durante il dominio francese), Carlo Felice, Ferdinando duca di Genova e Margherita, la prima regina d’Italia, regnante dal 1878 al 1900.

Molti furono i danni causati dal secondo conflitto mondiale, e successivamente, nel 1946 passò sotto il controllo del Demanio.

Dopo aver ospitato dal 1958 al 1985 il Museo Nazionale del Cinema, oggi il Palazzo, completamente restaurato, ospita la sede della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte, della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli, e della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte. È inoltre stato inserito dall’unesco, nel 1997, nel sito delle Residenze Sabaude, all’interno della lista del Patrimonio dell’Umanità.

Dal settembre del 2011, grazie al contributo dei Volontari per il Patrimonio Culturale del Touring Club Italiano e alla sua iniziativa Aperti per Voi, sono state introdotte le visite guidate, con la possibilità di ammirare il salone degli svizzeri, la camera delle guardie del corpo, la camera "de’ valets à pieds", il guardaroba, la camera di parata, la sala da pranzo, la sala degli arazzi e la galleria del Cignaroli, oltre ai dipinti degli artisti Crivelli, Cignaroli, Beaumont, Marghinotti e Tallone, e agli arazzi raffiguranti la storia della sovrana greca Artemisia, risalenti al xvii secolo. Periodicamente vengono allestite mostre temporanee riguardanti notevoli movimenti artistici o artisti. Qualche esempio di mostre tenute negli ambienti di Palazzo Chiablese: Preraffaelliti, Avanguardia russa, Tamara De Lempicka.

Chi, invece, ha la passione per le collezioni d’armi o ama antichi cimeli, solenni battaglie e brillanti medaglie al valore, non può certamente lasciarsi scappare l’occasione di proseguire la visita nell’Armeria Reale. La maestosità è evidente fin dall’ingresso, costituito dal meraviglioso scalone progettato da Filippo Juvarra nel 1733 per poter accedere al Palazzo delle Segreterie di Stato, e riadattato da Benedetto Alfieri, in modo che potesse svolgere inoltre la funzione di collegamento con la corte e, grazie a una lunga Galleria, di unione fra il Palazzo Reale e il nuovo Teatro Regio, progettato da lui stesso.

Quando le collezioni d’arte dei Reali vennero trasferite a Palazzo Madama per l’apertura della regia Pinacoteca, la Galleria del Beaumont, annessa al Palazzo Reale, rimase vuota. Nacque così l’idea di un museo dedicato alle armi appartenenti ai differenti stabilimenti, che cominciarono ad essere qui raccolte nel 1833. Gli armamenti che provenivano dagli Arsenali di Torino e di Genova, oppure dall’università e dalle raccolte private dei sovrani, insieme alla considerevole collezione dello scenografo milanese Alessandro Sanquirico comprata dal re Carlo Alberto, ne permisero l’apertura al pubblico nel 1837.

Oggi l’esposizione si sviluppa in varie aree: la Sala della Rotonda, il cui nome deriva dal Rondò, che inizialmente univa Palazzo Reale e Palazzo Madama, spesso usato come teatro di corte, e che venne ristrutturato, nel secolo successivo, da Pelagio Palagi; la Galleria Beaumont, dove sfilano cavalieri e armature, con i loro preziosi trofei; e infine il Medagliere Reale, dove più di 33.000 fra monete, medaglie e sigilli fanno bella mostra di sé.

La Biblioteca Reale venne fondata nel 1831 da Carlo Alberto di Savoia-Carignano, salito al trono quello stesso anno, sovrano illuminato che desiderò promuovere le riforme amministrative e politiche e rivalutare le arti e le istituzioni culturali.

Il progetto di Carlo Alberto prevedeva l’ampliamento della biblioteca di corte, che il sovrano decise di arricchire con gli innumerevoli volumi e documenti rari che vennero acquistati dai suoi emissari presso gli antiquari di tutta Europa, e con la sua raccolta personale, ricca di volumi un tempo raccolti dalla nonna paterna Giuseppina di Lorena-Carignano. Tale ampliamento fu necessario per reintegrare di volumi le collezioni reali, depauperate in seguito alla donazione di Vittorio Amedeo ii di gran parte della sua biblioteca, nel 1723, alla Regia Università di Torino nel 1723 (ora Biblioteca Nazionale Universitaria).

La biblioteca si arricchì così di preziosi volumi, incunaboli, cinquecentine, codici miniati, incisioni.

Carlo Alberto scelse come sede della nuova biblioteca palatina il piano terreno dell’ala est del Palazzo Reale; il locale venne ristrutturato su progetto di Pelagio Palagi, artista poliedrico che realizzò e diresse tutte le trasformazioni delle residenze sabaude sotto Carlo Alberto.

Il salone monumentale della Biblioteca Reale è un ambiente maestoso, realizzato in stile neoclassico, con una volta affrescata con scene allegoriche sulle arti e sulle scienze. Le librerie, in noce, sono organizzate secondo un doppio ordine e con una balconata dalla bella ringhiera in ferro battuto. In origine la Biblioteca Reale era rivolta solo alla corte, agli ufficiali e ai dotti studiosi della storia della patria e delle belle arti.

Nel 1839 Carlo Alberto acquista da Giovanni Volpato, un collezionista originario di Chieri, che viaggiando per l’Europa aveva raccolto una preziosissima collezione personale, una raccolta di disegni dal Quattrocento al Settecento, opera di maestri italiani e stranieri: Michelangelo, Raffaello, Rembrandt e Leonardo da Vinci.

Di Leonardo da Vinci è possibile ammirare: l’Autoritratto a sanguigna; il Ritratto di fanciulla, uno studio per il volto dell’angelo nel quadro, conservato al Louvre, La Vergine delle Rocce; il Codice sul volo degli uccelli, un quaderno di diciotto carte in cui Leonardo annotò le sue osservazioni sul volo (si può considerare come il primo manuale di birdwatching al mondo?). Il prezioso codice giunse alla Biblioteca Reale a fine Ottocento, in qualità di dono al Re Umberto i da parte di Teodoro Sabachnikoff, mecenate russo con una forte passione del Rinascimento italiano.

Dopo la seconda guerra mondiale la Biblioteca Reale divenne una biblioteca pubblica statale e attualmente è inglobata nel Ministero dei Beni e delle attività culturali e del Turismo.

Il suo prezioso contenuto è di circa 200.000 volumi, 4500 manoscritti, 3055 disegni, 187 incunaboli, 5019 cinquecentine, 1500 pergamene, 1112 periodici, 400 album fotografici, carte geografiche, carte nautiche, album naturalistici, incisioni e stampe. Infine, un’elegante caffetteria è a disposizione nella piazzetta Reale, per una rilassante pausa in un’atmosfera veramente regale.

Polo Reale, sede presso Palazzo Chiablese

piazza San Giovanni, 2

bus/tram 4, 7, 11, 13, 13/, 15, 27, 51, 55, 56, 57

www.poloreale.beniculturali.it

Biglietteria, presso Palazzo Reale

piazzetta Reale, 1

GIORNATA… nella Manica Nuova

180 anni di storia e di arte alla Galleria Sabauda

All’interno di Palazzo Reale, precisamente nella Manica Nuova in via xx Settembre, ha sede la collezione di dipinti del casato Savoia.

Se Torino fosse una casa, piazza San Giovanni potrebbe essere considerata lo scrigno dei ricordi di famiglia: in esso convergono la vista sulle Porte Palatine, retaggio dell’origine romana della città, il Palazzo Reale, memoria del forte legame tra la città e i Savoia, e infine il Duomo, che conserva la reliquia per eccellenza, la Sindone.

Qui si trova anche l’accesso laterale di Palazzo Reale che custodisce la Pinacoteca Sabauda, che forse sarete sorpresi nel sapere è una delle più importanti pinacoteche d’Italia per storia e numero di dipinti, poiché copre artisticamente un arco temporale che va dal Duecento al Novecento, e ora si presenta a noi in una veste moderna.

La galleria fu istituita da Carlo Alberto nel 1832, il quale appena asceso al trono volle offrire al pubblico godimento il nucleo più significativo delle collezioni di Casa Savoia, comprendendo l’importanza della condivisione dell’arte con il popolo; occorrerà attendere solo trent’anni affinché il re Vittorio Emanuele ii ne faccia dono alla Nazione.

La collezione, arricchita nel tempo da importanti acquisizioni e donazioni, presenta il più vasto sguardo nell’evoluzione della scuola piemontese, importanti opere del Rinascimento fiorentino sino alle espressioni manieriste, capolavori dei maestri veneti cinquecenteschi nonché un cospicuo gruppo di arte nordica, patrimonio di grande interesse per la possibilità di confronti con l’arte italiana sia in periodo medievale e indice del gusto internazionale del casato Savoia.

L’allestimento si distribuisce su più piani, l’intonaco bianco rende l’ambiente concentrato unicamente sulle opere in un percorso non prestabilito al visitatore, e salette comunicanti districano i secoli in opere messe a confronto per scuole pittoriche differenti. Il prestigio della collezione è tale da poter pensare di fare un viaggio all’interno di un manuale artistico, in cui le salette sono capitoli e le opere più importanti sono contrassegnate da un colore diverso come un focus sui capolavori che hanno cambiato il gusto artistico, anticipandone le caratteristiche.

Troviamo così la Madonna con Bambino del Beato Angelico inscritta in una innovativa prospettiva ma che conserva il caratteristico oro dei fondi gotici nella stoffa delle tende, rinnovando in modo aggraziato la pittura antinaturalistica dei secoli bui medievali.

Si possono mettere a confronto artisti contemporanei ma distanti come Beato Angelico e Jan Van Eyck, il genio fiammingo la cui precisione dei dettagli e il disegno analitico e moderno furono per secoli esempio della pittura nordica.

Da cercare la tela del Pollaiolo raffigurante l’Arcangelo Raffaele e Tobiolo per avere immediatamente un’immagine del gusto rinascimentale fiorentino nel periodo delle fiorenti botteghe che formarono i grandi maestri. Lo stile lineare che lo caratterizza è motivato dalla passione incisoria dell’artista, uno dei primi a praticare questa tecnica.

Nucleo nevralgico della Pinacoteca Sabauda è la collezione di dipinti di scuola italiana, in grado di documentare al meglio lo sviluppo della storia dell’arte, sul nostro territorio, dal Gotico al Manierismo. Il maestro piemontese Gaudenzio Ferrari, di cui la galleria presenta varie opere, fu l’esponente dell’arte nuova moderna e realizzatore di molte opere del Sacro Monte di Varallo, opera unica nel suo genere.

Ritratto di donna del Bronzino e Cena a casa di Simone Fariseo del Veronese sono due grandi capolavori della Sabauda, emblemi dei due poli culturali italiani moderni: Firenze e Venezia, l’una che definisce la realtà con il disegno e l’altra con il colore. Due parti necessarie all’arte e insieme totalmente diverse si fronteggiano in questa galleria rappresentanti di un periodo mitico della storia dell’arte e raffigurano in modo diverso lo stesso fasto di corte. La novità della donna del Bronzino va ricercata nel velo trasparente alle sue spalle così splendidamente definito, si vede dal disegno; la mastodontica tela del Veronese invece raffigura il fasto della Venezia manierista che cercava l’autocelebrazione attraverso i dettagli della folla.

Da scovare le due opere di Rubens, il tedesco che intorno al Seicento viene influenzato dall’arte barocca italiana che traduce in uno stile eroico; in questa qualità si rivela la sua fortuna oltralpe e apre la via all’emozione vertiginosa e opulenta del Barocco in Germania e, soprattutto, in Francia. Infine da non lasciarsi sfuggire il San Paolo in Cattedra di Anton Raphael Mengs, l’artista neoclassico per eccellenza che spazza via i capricci barocchi per il rigore architettonico delle composizioni in coerenza con l’imprescindibile insegnamento classico a cui si ispira.

Così in una giornata si ha la sensazione di camminare in un libro di Storia dell’arte, dalle pagine bianche piene di figure, senza di fatto aver passato neanche un minuto a studiare; al termine della visita è carino fermarsi nel bellissimo caffè del Polo Sabaudo, o per un pasto più sostanzioso dirigersi alle porte del quartiere del Quadrilatero Romano ricco di ristoranti che possono soddisfare davvero tutti i palati. In zona è da provare la cucina piemontese dell’Acino, tajarin e agnolotti sabaudi su tutto!

Galleria Sabauda

via xx Settembre, 86

bus/tram 4

galleriasabauda.beniculturali.it

L’Acino Restaurant

via San Domenico, 2/A

bus/tram 4

GIORNATA al Museo Civico a Palazzo Madama

L’incredibile evoluzione di un’antica porta

Impossibile non averlo visto, è probabile invece non aver capito si tratti di un museo; ma d’altronde può essere che neppure i torinesi conoscano tutti i luoghi del boom museale della loro città. Dopo la definitiva crisi industriale e giusto in tempo per i Giochi Olimpici Invernali del 2006, Torino si è scoperta città d’arte investendo molto nel recupero dei propri musei e nell’apertura di altri. Palazzo Madama appartiene alla vecchia guardia della città, riposa elegantemente nel cuore di Torino in piazza Castello al fianco del suo sposo Palazzo Reale.

La storia di Palazzo Madama è tra le più antiche della città e il museo che la struttura ospita ne racconta tutta l’evoluzione: in epoca romana la costruzione si limitava a essere costituita da una porta a quattro archi, la Porta Praetoria, verso il Po, che rappresentava uno degli ingressi alla città, l’antica Augusta Taurinorum di cui si trovano ancora oggi tracce nella struttura del palazzo e nella collezione di arte antica. Per avere un’idea della forma che doveva avere la porta est della città di fondazione potete fare una passeggiata sino alle Porte Palatine, che distano una piazza da Palazzo Madama.

Nel Medioevo la porta con le due torri di vedetta viene riadattata a castello militare dei principi D’Acaja divenendo una casaforte, che lentamente verrà decorata per essere abitabile dalla corte, documentata nella collezioni medievali del primo piano tra cui spicca il Ritratto d’uomo (Trivulzio) di Antonello da Messina, risalente al 1476, e le varie pale d’altare di scuola piemontese. Al tempo il palazzo si presentava come un classico castello medievale come si può tuttora ammirare nel lato est e nel giardino interno allestito sul modello medievale. Da non perdere l’occasione di vedere Torino dall’alto della Torre panoramica molto amata dai bambini e dai fotografi! Interessantissime le proiezioni panoramiche che indicano, anche in braille, i nomi dei maggiori monumenti e dei monti più alti della catena alpina, tra cui il Monviso, nonché le direzioni verso le maggiori città europee.

Nel Seicento la Madama Cristina di Francia prese residenza nel castello iniziando una serie di modifiche che continueranno le successive madame settecentesche trasformando l’edificio nel palazzo signorile, esempio del più raffinato Barocco piemontese nelle mani dell’architetto Filippo Juvarra.

Avvicinarsi alla Madama è d’obbligo per il visitatore, anche solo per curiosare nel suo nobile ingresso a doppio scalone barocco che accede al secondo piano, inondato di luce da ampie vetrate, che accoglie i visitatori proiettandoli in un maestoso ambiente di luci e morbide linee. Qui fasto e equilibrio compositivo si uniscono in un solo colpo d’occhio, un modo diretto ed emozionale per approcciarsi al Barocco piemontese. Ancora all’ingresso vi è la sala dedicata alle esibizioni temporanee, ospitata su un piano trasparente su cui si può camminare pochi metri sopra le antiche rovine romane del palazzo, resti di mura imponenti quasi sottovuoto; osservando contemporaneamente, magari, una mostra fotografica.

Nella visita il palazzo ripercorre in sé, come in una linea del tempo, l’evoluzione della città attraverso la Collezione Civica d’Arte Antica.

Il percorso espositivo enfatizza questa passeggiata nella storia partendo dalle fondamenta dell’edificio con il Lapidario medievale e ripercorrendo l’evoluzione stilistica della scultura nell’Alto-Medioevo piemontese. Salendo al piano terra vi accoglierà un imponente coro ligneo della tradizione cistercense piemontese riccamente decorato (coro: sedute lignee dedicate agli ecclesiastici nelle chiese medievali, vicino all’altare); proseguendo si può ammirare la produzione artistica della regione attraverso il Gotico e il Rinascimento. Proprio in questa sala, nascosta nella torre dei Tesori si trova il capolavoro quattrocentesco Ritratto d’Uomo di Antonello da Messina, punto di riferimento e unione di tutte le rivoluzioni pittoriche del suo secolo, in cui si uniscono la spettacolare luce fiamminga che fa emergere il volto dall’oscurità, con la plasticità e l’espressività italiana. Al primo piano si entra negli appartamenti reali delle madame del Barocco dove la collezione si armonizza in modo indissolubile con gli ambienti: stucchi, tappezzerie e mobilia nascono contemporaneamente ai ritratti nobili e ai grandi quadri storici. Le stanze si articolano attorno alla Sala del Senato dove appunto questo si riunì per la prima volta nel 1848 per decretare l’impegno dei Savoia nell’unificazione d’Italia. Al secondo piano si dispone la collezione di arti decorative che documenta la grande tradizione di maioliche e porcellane piemontesi tra cui spicca il Vaso Medici, esempio dei primi tipi di porcellana europea dall’importanza inestimabile. La visita si conclude con la sala dei tessuti in cui, in una suggestiva luce adatta alla conservazione di questi fragili materiali, viene tracciata la storia del costume piemontese.

La raccolta dà un ampio spettro della cultura piemontese nei secoli perché riunisce collezioni principesche a raccolte di cittadini eminenti donate alla città.

Per rifocillarsi continuando a vivere idealmente la vita di una famiglia reale si può sorseggiare un tè con pasticcini tra regali vetrate nella luminosa caffetteria di Palazzo Madama, camminando sullo splendido pavimento a scacchiera. Il panorama attraverso le vetrate offre una piazza Castello elegante e silente, con i vetri che attutiscono i rumori della vita che scorre. Oppure per una cena tra tradizione e innovazione, con incontro tra cardo gobbo e salsiccia di Bra, provare il ristorante Il Consorzio, non per turisti per caso.

Palazzo Madama

piazza Castello

bus/tram 13, 13/, 55, 56, 72

www.palazzomadamatorino.it

Ristorante Il Consorzio

via Monte di Pietà, 23

www.ristoranteconsorzio.it

Lo scalone di palazzo Madama in una incisione di fine Ottocento.

GIORNATA con i torèt

Seguire i dissetanti torelli di Torino per scoprire la città

I love Toret è il nome di un entusiasmante progetto senza scopo di lucro, che nasce per tutelare e valorizzare le celebri fontanelle torinesi: i torèt. I torèt da più di centocinquanta anni, con estrema umiltà ma con una grande storia alle loro spalle di ghisa, dissetano i torinesi e tutti coloro che hanno il piacere di visitare Torino. Letteralmente il significato nel dialetto piemontese è piccolo toro, traslandone il significato il termine indica le tipiche fontanelle pubbliche che costituiscono parte dell’arredo urbano della città. Il torèt è sicuramente un oggetto urbano simbolico per i cittadini di Torino, che nutrono nei riguardi di queste testoline di toro sgorganti acqua un tenero affetto, tanto che tutti i torinesi possono vantare al riguardo dei ricordi. Sicuramente non esiste un abitante di Torino che non abbia mai ricevuto questo invito: «Andiamo a bere qualcosa al Toro verde?». I primi torèt risalgono agli inizi del Novecento, negli anni Trenta furono collocati quelli in ghisa, alti un metro e venti e pesanti circa 150 chilogrammi. In origine l’acqua che alimentava le fontanelle proveniva dall’acquedotto del Pian della Mussa. Oggi l’acqua arriva dalla rete ordinaria dell’acquedotto civico, che miscela acqua sorgiva a quella attinta dalle falde sotterranee e a una parte naturalmente sanitarizzata dell’acqua del fiume Po. Circa 800 sono le fontanelle mappate e oltre 3000 sono quelle adottate sul sito ilovetoret.it, che così recita: «Attraverso la possibilità di adottare gratuitamente e moralmente una delle circa 800 fontane vogliamo coinvolgere gli utenti come parte attiva e incoraggiarli a prendersi cura del loro torèt controllando che sia sempre presente, che non venga danneggiato e che l’acqua esca regolarmente». Simpatico lo slogan: «Anche se ha le corna, non è un buon motivo per tradirlo. Soprattutto dopo anni di dissetante carriera». Anni fa affiorarono idee bislacche come la sostituzione del torèt in ghisa con un torèt di pietra in pietra grigio-beige di Luserna (alcuni esemplari sono visibili in piazza Carlo Alberto), oppure di fare ridipingere tutti i torèt da mani d’artista, proposte, per fortuna, tutte accantonate. Torèt della tradizione ma anche tecnologici visto che è possibile scaricare dal web un’applicazione, iToret, che indica qual è il torèt più vicino. Volete vedere i torèt più particolari? I toretti innamorati in via degli Stampatori, messi uno di fronte all’altro; i due toretti indicati con i punti cardinali: piazza San Carlo nord-ovest e piazza San Carlo sud-est; il torèt di via Giuseppe Bertola gradito ai fruitori dell’atm (si trova vicino alle fermate dei mezzi). Per vedere il merchandising più torèt che ci sia e acquistare un originalissimo souvenir di Torino basta recarsi al Cortile del Maglio. Volete adottare un torèt? www.ilovetoret.it. Volete provare l’esperienza di inchinarvi al dio torèt e bere la sua acqua? Basta guardarsi intorno e sicuramente ce ne sarà uno nei pressi, fedele, verde, immobile pronto a farsi prendere per le corna e a dissetare ogni sete… forse anche quella dell’anima! Dopo un bel giro tra i torèt perché non deliziarsi con una bella fetta di torta, magari accompagnata da un buon tè. Allora dopo i torèt di piazza San Carlo dirigendosi verso via Maria Vittoria girare a sinistra all’angolo con via San Francesco da Paola, proseguendo si arriva al Convitto Café Bistrot: torte paradisiache per tutti i gusti! Qualche esempio? Pesche, amaretti e cacao; ricotta e cioccolato; pere e cioccolato; cheesecake. E dopo magari si va ai torèt di piazza Vittorio Veneto sud oppure nord a bere acqua fresca.

Toretti verdi (torèt)

vie della città di Torino

M1 Porta Nuova o xviii Dicembre

I love Toret

Cortile del Maglio

via Andreis, 18

bus/tram 4, 10, 11, 12, 51

www.ilovetoret.it

Convitto Café Bistrot

via San Francesco da Paola, 8/D

bus/tram 13, 13/, 15, 55, 56

www.convittocafe.it

GIORNATA tra quelle finestre… sul cortile (prima parte)

Varcate quei portoni!

Nel 1960 Sir Alfred Joseph Hitchcock si trovava a Torino per visitare il Museo del Cinema. L’auto, lunga e nera, che lo trasportava, sicuramente ebbe qualche difficoltà tra le strette viuzze del centro storico e probabilmente, durante il lento incedere, il regista buttò l’occhio al di là dei tanti portoni che svelano i magnifici cortili di Torino. Hitchcock aveva già realizzato a quell’epoca la sua celebre pellicola La finestra sul cortile, un capolavoro girato, come è noto, negli studi della Paramount. Chissà se ammirando tutte quelle misteriose corti non si sia detto che il luogo giusto per finestre e cortili sarebbe stato, invece degli studi, proprio Torino con la sua aura di mistero?

Per ovviare non è necessario girare un thriller ma visitare una serie di cortili celati dietro i maestosi portoni dei palazzi storici di Torino, attraversando i quali, tutto quello che è nascosto allo sguardo, viene svelato varcando il portone.

Un ingrediente non necessario, ma che può essere in tal caso un graditissimo optional, è una giornata di sole. Entrando nei cortili e spostando lo sguardo verso l’alto, il blu del cielo risulta di un’intensità maggiore, così com’è, incorniciato dalle prodezze architettoniche degli architetti di un tempo, vere archistar e geni dell’architettura. Fissiamo i nostri occhi sul blu che ci sovrasta, e abbassando lentamente lo sguardo facciamoci avvolgere dalla luce che si riflette dalle finestre ai loggiati, dalle colonne agli stucchi. Poi, come se fosse una degustazione visiva, compiamo, con calma, con lo sguardo un angolo giro.

Queste le istruzioni per l’uso prima di dare inizio al nostro tour dei cortili torinesi.

Partiamo da via Garibaldi, l’antica via Dora Grossa e ancor più antica quando rappresentava il Decumanus Maximus della Augusta Taurinorum, per dirigerci, direzione piazza Savoia, in via della Consolata 1/bis al Palazzo Saluzzo-Paesana, uno dei più bei palazzi del Barocco torinese. Il palazzo fu costruito tra il 1715 e il 1722 da Gian Giacomo Plantery per la committenza nobile di Baldassarre Saluzzo di Paesana, cavaliere della Santissima Annunziata. Con la sua grandiosa dimora – le dimensioni sono tali da costituire ben un quarto di piazza Savoia – il committente voleva competere con il Palazzo Reale, tanto che Plantery inserì nel progetto il doppio scalone aulico, il doppio loggiato e il doppio accesso. Peccato che solo il Palazzo Reale poteva ambire al doppio accesso e di conseguenza Vittorio Amedeo ii, sentitosi sfidato, diede ordine di chiudere l’accesso a Palazzo Paesana da quella che è l’attuale via Bligny.

Varcando la soglia si nota la struttura del cortile all’italiana che si replica in tutti i cortili del percorso: portone ampio, tanto da permettere alle carrozze di varcarlo, atrio porticato, cortile d’onore. Un carattere del cortile, che si ripete spesso, è l’acciottolato. Una pavimentazione esterna eseguita con sassi arrotondati, un materiale facilmente reperibile nella zona perché prelevato dagli argini dei fiumi circostanti. I ciottoli, sassi arrotondati da madre natura, venivano sistemati su un letto di sabbia e terriccio, posto sopra di un terreno livellato, senza il legante, che cominciò a essere utilizzato nei secoli successivi. Si riempivano poi gli spazi tra i ciottoli con altra sabbia. Ai posatori talvolta veniva richiesto di formare con i ciottoli, a seconda delle sfumature della pietra, delle composizioni. Il cortile è considerato tuttora uno dei più belli di Torino – che Vittorio Amedeo ii non si offenda – nella sua eleganza e sobrietà, nelle sue proporzioni ed elementi decorativi con cornici triangolari e curvilinee, mascheroni e decorazioni a conchiglia.

Ben trecentomila lire fu il costo di questa residenza, una cifra altamente considerevole per l’epoca. Si racconta che durante le feste che vi avevano luogo si utilizzassero, per offrire ai personaggi di nobile lignaggio un relax consono al loro status, dei cuscini imbottiti di monete d’oro. In realtà i debiti sovrastarono la committenza e ben tre generazioni furono coinvolte per onorare i debiti contratti.

Lasciamo l’ovattata atmosfera del cortile di Palazzo Saluzzo-Paesana per ritrovarci in via della Consolata, dalla destra di piazza Savoia proseguiamo per via Corte d’Appello verso il Palazzo Civico in piazza Palazzo di Città 1. La committenza, questa volta civica, nel 1659 diede incarico all’architetto Francesco Lanfranchi di costruire una sede per l’autorità municipale dove vi era un preesistente palazzo di origine medievale. Il palazzo si affaccia su quella che era la piazza delle Erbe, dove si teneva l’omonimo mercato in cui si vendevano ortaggi, soprannominata un tempo "el marcà dij busiard, per la presenza, oltre ai venditori, di ciarlatani di ogni genere che attiravano ingenui, curiosi e sfaccendati. Qualche malpensante", nel tempo, cominciò ad affermare che la piazza meritava quel nome anche perché ospitava il Palazzo di Città. Nel cortile d’onore, rimasto quasi identico al progetto originale, ritroviamo l’acciottolato, qui alternato alla pietra di Luserna. L’ornamentazione architettonica rivela dei mascheroni dal ghigno inquietante, teste taurine tra loro differenti contornate dai frontoni triangolari delle finestre del piano nobile, capitelli, ghirlande, conchiglie. Sotto l’atrio di fondo, di fronte al porticato principale, si trovava la Spezieria comunale, alle cui dipendenze lavoravano nove chirurghi e dieci medici condotti. Qui i farmaci venivano distribuiti, gratuitamente, ai poveri. Dall’atrio di fondo, sotto una ricchissima inferriata semicircolare in ferro battuto che riproduce al centro lo stemma della città con il toro, si passava al cortile del burro, luogo della compravendita di questo prodotto. Lungo il cortile avevano sede alcune botteghe.

Uscendo, senza dimenticare di salutare i civic a guardia del portone, si prosegue lungo via Palazzo di Città dove al numero civico 19 si apre quello che pare un anonimo cortiletto un po’ dimesso. Una lapide posta sopra il cancello, all’ingresso, ne fa risplendere il ricordo. Nel caseggiato denominato Volta rossa, il 17 gennaio 1828 il canonico Giuseppe Cottolengo fondò il Deposito de’ poveri infermi, una infermeria per poveri malati respinti dagli ospedali. Il canonico era stato profondamente scosso dalla morte di una giovane mamma lionese che, di passaggio a Torino, era stata respinta, in quanto tubercolotica, dagli ospedali. Le poche camere divennero nel tempo la maestosa opera di soccorso che tuttora persegue il motto "Caritas Christi urget nos".

Per rimanere in argomento ci dirigiamo verso l’ex Seminario metropolitano in via xx Settembre al numero 83. In questo edificio si trova oggi la facoltà di Scienze Teologiche. La committenza è religiosa e le linee sono più semplici e severe. Si ripete in esso la struttura all’italiana (portone, atrio porticato, cortile) e intorno al cortile si può ammirare il doppio loggiato. L’acciottolato è stato sostituito dalla ghiaia. Il progetto per iniziativa del teologo Pietro Costa risale al 1711 fu portato avanti per un lungo periodo.

Ritorniamo ai fasti nobiliari dirigendoci in quello che doveva essere il cortile: il cortile aulico di Palazzo Reale in piazza Castello. La piazzetta Reale che separava il palazzo da piazza Castello.

L’affaccio su piazza Castello era un tempo delimitato da una balconata, e non dalla cancellata in ghisa con i dioscuri, opera di Pelagio Palagi, come si presenta tuttora, sulla quale avveniva l’ostensione della Sindone.

Attraversando piazza Castello e portandoci verso la sinistra ci inoltriamo sotto i portici percorrendo poi la Galleria Subalpina, progettata nel 1873 da Pietro Carrera secondo la tipologia ottocentesca delle aree commerciali in voga nelle capitali europee. Al termine della galleria si apre alla vista piazza Carlo Alberto con la Biblioteca Nazionale e la facciata ottocentesca di Palazzo Carignano, ora Museo del Risorgimento. Volgendo lo sguardo a sinistra notiamo a distanza un magnifico portale dalle imposte lignee lavorate con motivi geometrici. Questo portone appartiene a Palazzo Graneri della Roccia, realizzato per la nobile committenza di Marco Antonio Graneri tra il 1681 e il 1699 da Giovanni Francesco Baroncelli, ed è conosciuto da tutti i torinesi per essere l’ingresso del famoso Circolo dei lettori, fucina culturale attivissima (se non si ha l’opportunità di ritornare per vivere la giornata sul Circolo dei Lettori descritta in questa guida salire al primo piano per ammirarne le sale e magari gustare un aperitivo). Al di là del portone si apre un atrio colonnato arioso. Il cortile d’onore ricoperto di ghiaia, sul quale si affaccia il raffinato porticato sovrastato dal loggiato, è separato dal giardino da un recinto sul quale poggiano obelischi in pietra sovrastati da sfere. Sicuramente questo cortile vide sfilare una serie di personaggi storici non indifferenti. Durante l’assedio dei francesi del 1706 il palazzo fu sede del comando supremo di difesa. Terminata la battaglia della vittoria del 7 settembre, dopo aver presenziato in Duomo al Te Deum qui, il maresciallo Daun offrì al duca Vittorio Amedeo ii, al principe Eugenio di Savoia e ad altri convitati un magnifico banchetto nel salone.

Tornando sui propri passi, verso piazza Carlo Alberto, si accede al cortile di Palazzo Carignano dall’ampliamento ottocentesco deciso nel 1863 e terminato nel 1871, ad opera di Giuseppe Bollati su disegno di Gaetano Ferri, quando ormai la capitale del regno era già stata trasferita a Firenze e poi a Roma. Il palazzo è costituito quindi da due diversi corpi, uno secentesco e l’altro ottocentesco. Il cortile stesso quindi venne raddoppiato chiudendo l’originaria pianta a U progettata da Guarino Guarini per la committenza reale del principe Emanuele Filiberto di Savoia-Carignano. Un tempo la prosecuzione del cortile, infatti, era costituita da un giardino, che tramite mura di cinta terminava alle scuderie del principe di Carignano, che ora ospitano la Biblioteca Nazionale. Osservando le mura interne dal cortile si nota una sorta di giuntura dove il colore è differente dovuta, anche se il disegno geometrico prosegue perfettamente, alle diverse epoche dei mattoni utilizzati. La costruzione secentesca rappresenta una delle più alte manifestazioni del Barocco piemontese ed europeo. Lasciando il cortile alle nostre spalle ci troviamo nel salotto di piazza Carignano e da qui è possibile ammirare la facciata del palazzo dal profilo curvilineo, con alternanza di parti concave e convesse.

Una volta approdati in piazza Carignano questo primo tour dei cortili termina e, perché no, si può fare una sosta alla storica gelateria Pepino oppure gustare visivamente lo spazio intorno sedendosi su uno dei sedili in legno. Si raccomanda infine di non iniziare a fantasticare riguardo a modifiche da apportare al proprio cortile, privato o di condominio, il doppio loggiato potrebbe non essere adeguato allo spazio a disposizione…

A fine giornata, in via Bellezi, il ristorante Le Tre Galline offre un ambiente caldo e accogliente, ed è considerato, con i suoi oltre cinquant’anni di tradizione, uno dei templi della cucina piemontese, con piatti raffinati presentati egregiamente; da provare la ricotta fatta in casa su misticanza di verdure; ottima inoltre la carta dei vini, con etichette anche molto pregiate.

Inizio percorso da via della Consolata 1/bis

vie del centro storico

bus/tram 4, 11, 13, 13/, 56, 61, 72

M1 xviii Dicembre

Gelateria Pepino

piazza Carignano, 8

bus/tram Star2, 13, 13/, 55, 56

M1 Porta Nuova

www.gelatipepino.it

Le Tre Galline

via Bellezia, 37

bus/tram 3, 4, 7, 11, 16, 19, 27, 50, 51, 57, 92, Star2

www.3galline.it

Piazza Delle Erbe oggi piazza Palazzo.

GIORNATA tra via Po e piazza Vittorio Veneto

Ammirare il mobile più bello del mondo e la piazza più giovane di Torino

Il mobile più bello del mondo è nelle nostre sale, così recita il motto della Fondazione Accorsi-Ometto e Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto. È auspicabile che nessun moderno designer del mobile prenda a prestito questa frase, perché non sarebbe possibile competere con la collezione del principe degli antiquari Pietro Accorsi (1891-1982), che fu anche uno straordinario collezionista. La sua personale raccolta, risalente al Seicento-Settecento, comprende arredi, dipinti, oggetti di uso vario italiani e stranieri. Tra i mobili che aveva posseduto figurava il superbo scrittoio della bottega di Martin Carlin donato dalla regina Maria Antonietta di Francia alla sorella Maria Carolina, regina di Napoli, e oggi conservato alla fondazione Calouste Gulbenkian di Lisbona. Come importante protagonista della storia dell’antiquariato europeo, Accorsi, appassionato fin da ragazzo all’arte decorativa, ricompose rilevanti opere d’arte scomposte e disperse sul mercato come il Polittico di Bianzé di Defendente Ferrari, ora custodito a Vercelli presso il museo Borgogna. Se nella collezione del museo Civico di Palazzo Madama è possibile ammirare il Ritratto d’uomo di Antonello da Messina e la seconda parte del Trés belles heures di Jan Van Eyck – un codice miniato – lo dobbiamo ad Accorsi. Nel 1935 il collezionista, con l’appoggio di Umberto di Savoia e su commissione dell’ente del museo di Palazzo Madama, aveva concluso l’acquisto della collezione Trivulzio-Belgioioso. Senonché il Duce, informato dei fatti, decise che la collezione doveva rimanere a Milano. Il Ritratto d’uomo e il Trés belles heures rappresentano il risarcimento per la mancata conclusione del contratto. Giulio Ometto erede spirituale, allievo di Accorsi e attuale presidente della Fondazione Accorsi Ometto provvide, mettendo a punto e rinnovando i locali destinati al museo, al restauro del palazzo in fondo a via Po che Accorsi aveva acquistato nel 1956 organizzando il piano nobile adibendolo ad abitazione e galleria d’arte e nel quale il collezionista aveva espresso il desiderio di volere predisporre un museo che potesse ospitare le proprie collezioni di arte. Il museo fu inaugurato nel 1999 e si presenta come una casa-museo, tra le più belle d’Europa, che propone una dimora nobiliare arredata ricostruendo ricchi ambienti in cui atmosfere d’altri tempi rinascono attraverso mobili, arazzi, oggetti, tappeti, dipinti. Il percorso si dipana lungo ventisette sale in cui vengono proposti oggetti soprattutto del Settecento, tra queste la sala da pranzo con le pareti rivestite da papier-peint raffiguranti cineserie e provenienti dal castello di Favria; la sala della musica con al centro un fortepiano funzionante del 1818 che si trovava, per desiderio dello zar Alessandro i nell’ambasciata di Russia a Parigi; il salotto Luigi xvi dove si può ammirare un mobile che Accorsi acquistò da un discendente di Rasputin, un doppio corpo rivestito da ceramiche smaltate di Pesaro; il salotto Luigi xv dove si trova, proveniente dalle collezioni reali spagnole una splendida commode francese, il Salone Piffetti con opere del primo ebanista di corte di Carlo Emanuele iii di Savoia tra cui quello che viene definito il mobile più bello del mondo un doppio corpo del 1738 di Pietro Piffetti capolavoro rococò ricco di intarsi in avorio, madreperla e tartaruga, commissionato per un matrimonio riporta la dicitura "perpetuum nodis" e simboli quali un Cupido o scene tra cui un matrimonio che si svolge davanti alla statua di Apollo Citaredo; le camere da letto; i due salotti con opere di Vittorio Amedeo Cignaroli che riproducono scene di caccia. Infine il salone cinese con pannelli del Settecento che illustrano la quotidianità cinese e un modello di modernariato il salottino Dior nel quale campeggia un superbo cassettone di Piffetti. Tra le collezioni di oggetti si possono vedere i vasi in cristallo di Baccarat, le porcellane di Meissen, i trecentottanta pezzi in rame della cucina, il servizio di centocinquanta pezzi in porcellana di Frankenthal. La fondazione propone inoltre mostre e antologie di maestri della pittura con appuntamenti, conferenze e visite guidate su prenotazione, tenute dal curatore della mostra e dagli storici dell’arte per approfondimenti sulle opere e sulla figura dell’artista in mostra. Sono previsti anche appuntamenti rivolti alle famiglie. Nell’androne del palazzo una targa ricorda un artista di levatura europea: «Antonio Fontanesi dal 1869 professore di Paesaggio all’Accademia albertina ebbe dimora in questa casa e vi morì il 17 aprile 1887». Volendo esprimere la grandiosità dell’opera di Pietro Accorsi una sua affermazione, che era solito ripetere, è più che eloquente: «Se potessimo rimettere insieme tutto ciò che mi è passato per le mani, non basterebbe piazza Vittorio a contenerlo».

Uscendo dalla casa-museo Accorsi-Ometto ci si può concedere un piacevolissimo intervallo nell’attigua piazza Vittorio Veneto, già Vittorio Emanuele i sino al 1919, al termine di via Po verso il fiume, chiamata confidenzialmente dai torinesi piazza Vittorio, che offre golosi ristori di gourmandise, sotto i portici, con la presenza di una serie di caffetterie o trattorie-ristoranti. Tra questi l’ancora attivo Caffè Elena frequentato assiduamente un tempo da Cesare Pavese, dove si può gustare un ottimo aperitivo. Per un pranzo della tradizione piemontese ci si può affidare all’Antico Ristorante Porto di Savona, in attività dal 1863 e uno dei più antichi di Torino, tanto da fare parte dell’associazione Locali Storici d’Italia. Nella denominazione compare Savona perché nell’Ottocento proprio davanti a questa trattoria partivano i mezzi di comunicazione con la Liguria e in speciale modo proprio per il porto di Savona, i collegamenti consistevano in diligenze trainate da cavalli. Il ristorante è stato considerato dal quotidiano inglese «The Guardian» tra i primi migliori dieci ristoranti di Torino.

A lungo si tenne in piazza Vittorio Veneto il Carnevale torinese, data la straordinaria capienza del luogo, e il tempo dei divertimenti si concludeva con il falò del fantoccio. La piazza invasa dalle bancarelle, dalle giostre e dai carri del Carnevale è descritta da Cesare Pavese in una pagina del libro Una casa in collina dove risalta il contrasto tra le macerie della guerra e l’allegria incongrua della festa:«Venne Carnevale e, strano a dirsi, la piazza che traversavo tutti i giorni per scendere a scuola, si riempì di baracconi di folla stracca, di giostre e bancarelle. Vidi ginnasti infreddoliti, e carrozzoni […]. Metà della piazza era diroccata da bombe, qualche tedesco sfaccendato s’aggirava e curiosava. Il cielo dolce di febbraio apriva il cuore indolenzito». Nel 1986 un’ordinanza del prefetto pose fine all’utilizzo della piazza per il Carnevale.

Attualmente l’eredità godereccia è stata colta dai giovani che considerano la piazza un luogo di ritrovo e la frequentano la sera, in particolare modo nei weekend spingendo oltre lo spazio della movida e spostandosi verso i Murazzi, la lunga banchina che fiancheggia il fiume Po. In questa piazza, tra le più grandi in Europa con i suoi quasi 40.000 metri quadrati, si conclude ogni anno, il 24 giugno, la festa del santo patrono di Torino, san Giovanni Battista, con i fuochi di artificio che creano fantastici effetti sul fiume e richiamano gran parte dei torinesi a prendere parte ai festeggiamenti. Piazza Vittorio quindi è stata da sempre un luogo di grande aggregazione e vi si tengono spettacoli, concerti, e in occasione di avvenimenti sportivi viene montato un maxi schermo. Fu edificata a partire dal 1825 in stile neoclassico da Giuseppe Frizzi, architetto ticinese. Per quasi due secoli, la popolazione torinese vi si è riversata in massa per diverse occasioni. Il 27 febbraio 1848 si tennero qui le feste per la concessione dello Statuto Albertino.

Durante il Ventennio fascista fu utilizzata per le adunanze. Gli edifici che danno sulla piazza subirono bombardamenti in più riprese tra il 1942 e il 1943. Il 6 maggio poi, con l’avvenuta Liberazione di Torino da parte delle brigate partigiane, la piazza fu il fulcro della manifestazione durante la quale i partigiani sfilarono davanti a cittadini e autorità. Per tutta Torino vennero affissi manifesti che richiamarono una grande folla, a giudicare dalle immagini che documentano quella giornata, il cui testo così recitava:

Domani, domenica 6 maggio alle ore 9:30, in piazza Vittorio Veneto, sarà solennemente consegnata al nostro glorioso Corpo dei Volontari della Libertà la bandiera di combattimento. Questa bandiera, o Cittadini, è il simbolo di venti mesi di lotta e di inenarrabili sacrifici, è la bandiera per cui hanno combattuto tutti quelli che hanno posto fine al nostro servaggio ed alle nostre sciagure, è la bandiera per cui sono caduti i nostri migliori. Perciò a nome mio e della Giunta Popolare invito tutta la cittadinanza ad essere presente, affinché questi nostri prodi patrioti sentano che non c’è cuore torinese che non abbia per loro un palpito di riconoscenza e di affetto.

Diversi uomini di cultura hanno abitato in piazza Vittorio Veneto. Al numero 23 una lapide ricorda il poeta Giovanni Prati, che soggiornò a Torino in periodi differenti tra il 1843 e il 1865. Negli anni Trenta del Novecento, al numero civico 5 ebbe lo studio lo scrittore e pittore Carlo Levi. In questo studio realizzò, prima di essere mandato al confino, la copertina di America primo amore per Mario Soldati. Al numero 1 ha invece vissuto lo scrittore romano Franco Lucentini protagonista di un fortunato sodalizio letterario con il torinese Carlo Fruttero. Particolarmente spettacolare il panorama che si apre verso il fiume come un ventaglio di delizie: il ponte Vittorio Emanuele i sul Po, la chiesa della Gran Madre, il monte dei Cappuccini, la Villa della Regina e la collina di Torino.

Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto

via Po, 55

bus/tram 13, 13/56, 55, 61

www.fondazioneaccorsi-ometto.it

Caffè Elena

piazza Vittorio Veneto, 5

bus/tram 13, 13/, 56, 55, 61

www.elenacaffe1863.com

Ristorante Porto di Savona

piazza Vittorio Veneto, 2

bus/tram 13, 13/, 56, 55, 61

www.foodandcompany.com

GIORNATA alla Basilica di Superga

In trenino verso l’orizzonte

La Basilica di Superga si può raggiungere tranquillamente in auto, oppure con la storica tranvia che parte dalla stazione di Sassi, alle pendici del colle; o ancora, per chi vuole passeggiare nel bosco, seguendo i sentieri in mezzo alla natura che salgono al colle, curiosando tra vecchie dimore aristocratiche, chiesette isolate e antiche cascine.

Il 26 aprile 1884 fu inaugurata una funicolare progettata secondo il sistema Agudio: la spinta veniva data a un trenino tramite un motore che trainava una fune d’acciaio facendola scorrere in parallelo al binario, lungo pulegge che coprivano il percorso. Nel 1934 la funicolare divenne una tranvia a dentiera con trazione centrale. Oggi il convoglio è composto di motrice e da due vetture rimorchiate che possono trasportare fino a 210 passeggeri, le carrozze sono quelle originarie e sembra di viaggiare indietro nel tempo ammirando il panorama lungo il percorso di 3100 metri che da 225 metri s.l.m. passa ai 650 della stazione di Superga, con una pendenza media del 13,5%. Arrivati a destinazione una vista spettacolare su Torino, i suoi fiumi, l’arco alpino e altre mille bellezze si presentano allo sguardo. La basilica di Superga è uno dei capolavori del Barocco italiano; fu edificata tra il 1717 e il 1731 da Filippo Juvarra per prestare fede al voto fatto dal duca di Savoia Vittorio Amedeo ii, detto la Volpe savoiarda per la sua fisionomia e la sua scaltrezza, il 2 settembre 1706. Cosa stava accadendo quel giorno? La città di Torino era assediata dai francesi da centodiciassette giorni nel corso di quella che fu chiamata Guerra di successione spagnola, e il duca Vittorio Amedeo ii di Savoia con il cugino, il principe Eugenio di Savoia, venutogli in soccorso da Vienna, decise di salire sulla collina di Superga per studiare una tattica di controffensiva contro i francesi e quindi di aggirare il nemico verso la zona nordovest della città. Allora, in una piccola cappella di campagna era conservata una statua della Madonna delle Grazie, ora nella cappella del voto all’interno della basilica a sinistra dell’altare, e proprio a questa Vittorio Amedeo ii promise che in caso di vittoria avrebbe fatto edificare un grande tempio a lei dedicato. La vittoria giunse il 7 settembre grazie alla strategia ma soprattutto agli strenui combattimenti che fecero da sfondo agli avvenimenti accaduti alla Cittadella, fatta erigere 140 anni prima da Emanuele Filiberto i di Savoia, e al sacrificio di Pietro Micca (ma questa è un’altra giornata).

La basilica sorge a 672 metri sul livello del mare, è a pianta circolare ed è preceduta da un imponente pronao sorretto da otto colonne corinzie e affiancata da due campanili. Il complesso architettonico si fonde armoniosamente con il paesaggio circostante. All’interno dell’edificio si trova un elegante chiostro con un giardino all’italiana organizzato in un labirinto di siepi di bosso, a impreziosire il giardino un pozzo, con una originale copertura a pagoda cinese ispirato dalle cineserie che andavano di moda a fine Settecento. Il chiostro, a doppia sequenza di archi, ospitava la Real Congregazione di Superga, dodici frati che gestivano il convento (pare che oggi ne rimanga solo uno ultra anziano). Nelle giornate di cielo terso è spettacolare ammirare il contrasto della tinta ocra che ricopre la parte esterna della basilica con il turchese del cielo. La cupola di 75 metri è visibile per chilometri e rende inconfondibile lo skyline torinese, tanto che anche dall’aereo è immediatamente riconoscibile la basilica che maestosa

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