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È facile vivere bene a Torino se sai cosa fare

È facile vivere bene a Torino se sai cosa fare

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È facile vivere bene a Torino se sai cosa fare

Lunghezza:
305 pagine
3 ore
Pubblicato:
22 set 2016
ISBN:
9788854198487
Formato:
Libro

Descrizione

Alla scoperta della città e di tutti i suoi luoghi per riuscire a viverla al meglio

Torino è una città tutta da scoprire e offre a chi sa esplorarla infinite occasioni per viverla al meglio

Quali sono le vie più ricche di storia, per le quali è bello gironzolare imparando, sulla città, qualcosa che non si conosceva? E quali, invece, quelle della movida che, con l’evolversi costante del capoluogo piemontese, si sposta facilmente di zona? Quali i locali o i ristoranti più alla moda? O quelli che invece, nell’arredamento così come nei menu, conservano un attaccamento più forte alla tradizione? Quali i teatri in cui ascoltare musica o prosa, o le librerie in cui entrare per essere consigliati da un libraio esperto e attento? A passeggio per questa città affascinante e suggestiva, una continua scoperta per il turista occasionale, ma soprattutto per chi ha la fortuna di viverci da sempre.
Maurizio Ternavasio
giornalista, è nato a Torino nel 1961. Ha al suo attivo romanzi, saggi, biografie e diversi volumi sulla storia di Torino.
Pubblicato:
22 set 2016
ISBN:
9788854198487
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

È facile vivere bene a Torino se sai cosa fare - Maurizio Ternavasio

bellezze.

PRIMA PARTE

Il cuore della città

1. L’incanto di piazza Carlina

Se si chiede a qualcuno, anche a chi abita nelle vicinanze, dove si trova piazza Carlo Emanuele II , molto probabilmente si verrà guardati con aria quantomeno stranita: è infatti scientificamente provato che i torinesi non conoscono il vero nome di quell’ampio spiazzo quadrato ed elegante noto a tutti come piazza Carlina, dal nomignolo che secondo le malelingue il popolo affibbiò all’esponente del casato dei Savoia per i suoi modi un po’ effeminati.

Eppure, sotto il ducato di Carlo Emanuele (1635-1675) la città si arricchì di importanti opere architettoniche. La piazza, per esempio, fu realizzata durante la reggenza di Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, sul progetto redatto nel 1674 da Amedeo di Castellamonte, proprio in seguito all’idea di Carlo Emanuele II, il quale, in adesione al modello di place royale, ipotizzò, in segno di celebrazione del proprio potere sovrano, un grande spazio, con facciate uniformi e al centro una fontana con una statua equestre che lo raffigurasse.

Inizialmente era previsto un imponente slargo ottagonale, nel quale si sarebbero dovuti affacciare altrettanti isolati per palazzi nobiliari: ma il progetto si arenò perché la vendita dei lotti trapezoidali si rivelò impresa improba. Così si optò per un’area quadrangolare destinata, in base a un editto del 1678, a ospitare il mercato del vino. Anche l’esatta ubicazione venne più volte modificata: alla fine la piazza fu posta più a sud-est rispetto al piano iniziale che la collocava in prossimità di via Po.

Al centro, durante l’occupazione napoleonica, vi era la ghigliottina (la prima testa a cadere fu quella di una donna, la bela caplera, la bella cappellaia) e in seguito, durante la restaurazione, fu collocata la forca. Tra il 1800 e il 1815, in quella che era stata provvisoriamente chiamata piazza della Libertà, si contarono più di quattrocento esecuzioni.

Sul suo lato meridionale sorge la chiesa di Santa Croce, edificata su disegno di Filippo Juvarra, con campanile orientaleggiante e facciata tardo-ottocentesca, mentre al centro troneggia il monumento a Camillo Benso conte di Cavour (opera di Giovanni Duprè del 1872), che porta in mano un cartiglio con incisa la celebre frase Libera Chiesa in libero Stato. Da ricordare pure il palazzo Roero di Guarene (la cui facciata è sempre dello Juvarra), l’ex Collegio delle Province, ora caserma dei carabinieri, progettato da Bernardo Antonio Vittone, e la casa al numero 15 (l’ex Regio albergo di Virtù) nella quale abitò, tra il 1919 e il 1921, Antonio Gramsci, allora segretario della sezione socialista di Torino.

Quest’ultimo, per anni in stato di abbandono e in parte transennato nelle vie laterali, di recente è tornato agli antichi fasti, dando ulteriore smalto all’intera piazza: ora, trasformato in resort di lusso con ristorante e raffinati negozi al piano terra, ha preso il nome di Hotel Piazza Carlina – così da continuare a celare ancora il vero nome del luogo in cui sorge.

Il monumento a Camillo Benso conte di Cavour in piazza Carlina in una incisione ottocentesca.

Qui accanto, esattamente al numero 2 di via Santa Croce, nel lontano 1927 aveva aperto i battenti Il Gatto nero, uno dei migliori (e più longevi) ristoranti torinesi, che trent’anni più tardi si trasferiva definitivamente in corso Turati. Dalla parte opposta, cioè nel tratto di via Des Ambrois, sino alla prima metà degli anni Ottanta c’era un cinema: si trattava dell’ex teatro Gianduja (che aveva l’ingresso in via Principe Amedeo), poi trasformatosi nel cinema Orfeo (che ha concluso la sua carriera come sala a luci rosse), con annessa la sala da ballo Moulin Rouge.

Da qualche anno piazza Carlina è un’appendice della movida torinese, in virtù di qualche locale (la brasserie Lutece su tutti) particolarmente alla moda. Nelle sere di primavera e d’estate si anima che è una meraviglia, e il vino continua a scorrere quasi come ai tempi del mercato…

2. La storia di piazza San Carlo

Pedonalizzata, ma impoverita dalla chiusura di un negozio storico come Paissa, per decenni gioia di occhi e palato di torinesi e turisti: è come se si fosse consumato una sorta di passaggio di consegne, con i portici che cedono parte dei loro visitatori al meraviglioso spazio all’aperto, da qualche tempo finalmente interdetto alle auto e arredato a dovere. Opera meritoria che, nelle immediate vicinanze, aveva già lasciato un segno positivo in via Garibaldi, piazza Carignano e via Lagrange. Sulla parziale e recente chiusura al traffico di una parte di via Roma, invece, per il momento è meglio astenersi dai giudizi.Inutile dire che il simbolo riconosciuto di piazza San Carlo è il monumento equestre al granduca Emanuele Filiberto (noto ai torinesi come ’l caval ’d brons ), ritratto nel momento in cui ripone la spada dopo la battaglia di San Quintino del 1557, pregevole opera del torinese Carlo Marochetti. Si tratta, tra l’altro, del primo monumento in assoluto collocato in una piazza torinese.

Costruito nel 1638 su progetto di Carlo di Castellamonte, questo luogo aulico, vero e proprio simbolo di Torino e tra i suoi più rappresentativi biglietti da visita, deve il suo nome all’omonima (e quasi contemporanea) chiesa di San Carlo (che, per intendersi, è quella che si trova a destra volgendo le spalle a piazza Castello: l’altra è invece intitolata a Santa Cristina), la cui prima pietra fu posta nel 1629 dal duca Carlo Emanuele I in ossequio a San Carlo Borromeo. Costui, arcivescovo di Milano nella seconda metà del Cinquecento, fu tra i grandi promotori del rinnovamento della fede sancito dal concilio di Trento. La sua azione riformatrice toccò la disciplina liturgica, la catechesi e soprattutto la cura dei poveri, duramente messi alla prova dalla peste di Milano del 1576, in occasione della quale l’arcivescovo dimostrò una grande carità pastorale. Nel corso della sua breve vita (morì a quarantasei anni nel 1584), Carlo Borromeo fondò seminari, edificò ospedali e ospizi, profondendo a piene mani le ricchezze di famiglia in favore dei meno abbienti.

Inizialmente chiamata Reale, poi d’Armi perché vi si svolgevano le esercitazioni militari, durante l’occupazione francese prese (chissà come mai…) il nome di piazza Napoleone, per poi assumere definitivamente l’attuale denominazione. Nell’Ottocento, i portici rivolti verso ovest (quelli del Caffè Torino) ospitavano il mercato delle granaglie, mentre quelli a est (sotto i quali si aprono le vetrine di prestigiosi negozi di abbigliamento) erano occupati dai venditori di frutta. Qui uno dei palazzi più rappresentativi è quello che ospita il circolo del Whist, tempio dell’aristocrazia sabauda.

Una triste curiosità storica: il 21 settembre 1864 sul suo selciato furono raccolti i corpi di centottantaquattro persone, tra morti e feriti, che si erano radunate lì per protestare contro il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, e la cui manifestazione fu sanguinosamente repressa dalla forza pubblica.

E non tutti sanno che all’ultimo piano del palazzo, dove ora si trova il Caffè Mokita è tuttora visibile una palla di cannone lanciata dai francesi durante l’assedio del 1706: un motivo in più per visitare una piazza affascinante con sguardo curioso e attento.

3. Piazza Paleocapa

Non è uno scioglilingua, ma il nome di una piazza. E anche di uno statista lombardo-piemontese di origini greche che nell’Ottocento contribuì come pochi altri a sviluppare la rete stradale e ferroviaria degli Stati sardi.

Partiamo dalla location. Piazza Paleocapa, costruita nella seconda metà dell’Ottocento, è racchiusa tra piazza Carlo Felice e via XX Settembre: a poca distanza da lì, in una camera al secondo piano dell’Hotel Roma, il 27 agosto 1950 si tolse la vita lo scrittore Cesare Pavese.

Piccola ed elegante: bei negozi, parcheggio ahimè selvaggio, una nota gelateria, una storica agenzia di viaggi, edifici di grande grazia, un paio di dehors. Insomma, una piazza quasi parigina, anche se a due passi da Porta Nuova. E rispetto alla simmetrica piazza Lagrange – comunemente chiamata piazzetta –, situata dalla parte opposta dei giardini della stazione, piazza Paleocapa è ben più raffinata, quasi una bomboniera: (de)merito del palazzo anni Cinquanta, quello in cui si trova Marvin, che ha snaturato la piazza gemella.

I soci fondatori del Circolo del Whist in un’incisione d’epoca.

Proprio al centro della piazza si trova il monumento a Pietro Paleocapa, nato a Nese, in provincia di Bergamo, nel 1788, e morto nel capoluogo sabaudo nel 1869: l’opera è dello scultore Odoardo Tabacchi, che lo ha ritratto seduto in poltrona, con il cappotto abbandonato sullo schienale. Sul manufatto un’epigrafe lo ricorda come colui che «cooperò coll’autorità della sua dottrina alle due maggiori imprese che l’industria scientifica abbia compiuto in questo secolo, il taglio dell’istmo e il traforo delle Alpi». In realtà, in quella posa pensosa, il signor Paleocapa sembra quasi meditare sulla presenza dei posteggiatori abusivi, storica tradizione locale alla pari del caffè-pasticceria Talmone, già Roma, che tra l’altro offre la più ampia scelta di brioche della città: una ragione in più per fare un salto da queste parti.

L’inaugurazione della statua in marmo, avvenuta il 18 settembre 1871, coincise con l’apertura del traforo del Cenisio, opera che Paleocapa aveva fortemente sostenuto. Fu proprio lui a caldeggiare in Parlamento, d’accordo con il conte di Cavour, la legge per il finanziamento del traforo del Fréjus, che comportava un’ingente spesa a cui avrebbe partecipato anche la Francia: nel 1871, due anni dopo la morte dello scienziato che era stato anche ministro dei Lavori pubblici tra il 1849 e il 1857, la prima locomotiva solcò finalmente la galleria che accorciava le distanze tra i due Stati.

Tuttavia il suo ricordo era ancora vivo: il giorno dei solenni funerali svoltisi nella non lontana chiesa di San Carlo, venne avviata una sottoscrizione per erigergli un monumento. Il successo dell’iniziativa fu tale da consentire anche la realizzazione di un’opera scultorea a Venezia, dove Paleocapa aveva alacremente lavorato alla sistemazione degli argini dell’Adige e all’edificazione dei murazzi di Malamocco. A Paleocapa, ad abundantiam, è dedicato anche un busto collocato nell’atrio della vicina stazione torinese.

Pianta prospettica di Torino del xvi secolo.

4. Piazzetta Madonna degli Angeli

Èuno di quei luoghi della città che lì per lì non ti suggeriscono nulla e non sapresti collocare con precisione, anche se li hai già sentiti nominare. Come nel caso di piazza Benefica che, a chiamarla così, tutti sanno dove si trova: ma se si usa il suo toponimo corretto, cioè Giardino Luigi Martini (perché per la piantina della città non ha neanche la dignità di piazza), la maggioranza sicuramente brancola nel buio.

Insomma, nel collocare correttamente la piazzetta Madonna degli Angeli, saranno facilitati coloro i quali, almeno una volta nella loro vita, hanno messo piede nell’omonima chiesa. Che, guarda la combinazione, si trova proprio lì di fronte, cioè alla confluenza tra via Cavour e via Carlo Alberto. L’aver calpestato centinaia di volte i suoi marciapiedi può non essere sufficiente: sono molti a pensare che quello spiazzo, caratterizzato da un’edicola degli anni Cinquanta che sembra quasi la casetta di un benzinaio, un vero e proprio unicum cittadino, sia un semplice slargo di via Carlo Alberto.

Invece mi sbagliavo, anche se la piazzetta in questione, interamente pedonale, è composta soltanto da un bar, da un negozio di abbigliamento, da un signorile e fascinoso edificio angolare e da un paio di lampioni di aspetto d’antan. Il palazzo è francamente stupendo, con quell’eleganza molto torinese che fa sì che le cose più incantevoli siano quelle che non hanno bisogno di mettersi in mostra: chi si affaccia da quei balconi, di notte, godrà sicuramente di suggestioni particolari.

La chiesa, a cui è annesso l’omonimo convento eretto dai padri domenicani, ne è un po’ l’emblema. La prima pietra venne posata nel 1631 dal duca Carlo Emanuele I di Savoia. Soltanto due secoli più tardi, ossia nel 1834, la Madonna degli Angeli divenne parrocchia. Una ventina di anni dopo, quando si provvide ad abbellirla con i dipinti di Luigi Vacca, si scoprì la preesistenza di opere di Giovanbattista Molinari, Filippo Abbiati e Giovanni Antonio Molineri. Sempre in tema di affreschi, nel 1932 la sua facciata fu decorata con un’opera di Agostino Bosia poi deterioratasi, mentre sul primo altare di destra è tuttora visibile un dipinto raffigurante Sant’Antonio, attribuito al pittore del Seicento Bartolomeo Caravoglia.

Un fatto poco noto è che nel 1861, all’interno della chiesa fu esposto per qualche giorno il corpo di Camillo Benso conte di Cavour: per tale ragione il parroco Giacomo da Poirino fu aspramente rimproverato da papa Pio IX. Poco alla volta, l’incuria del tempo cominciò a far sentire i suoi effetti, tanto che tra il 1901 e il 1904 l’architetto Carlo Ceppi (già autore della stazione ferroviaria di Porta Nuova) si dedicò al rifacimento della chiesa ex novo (edificando, tra l’altro, uno dei primi manufatti in cemento armato della città), grazie anche al copioso contributo (diecimila lire) fatto pervenire nel 1902 dal re Vittorio Emanuele III.

Il motivo per cui da sempre la chiesa in questione è rinomata è l’armonico suono delle sue campane: nelle mattine di primavera è bello alzare gli occhi al cielo per cogliere ancor meglio quei rintocchi, e scorgere le rondini che danzano allegramente attorno al suo campanile.

5. Il cinema Ambrosio, una storia Art Nouveau

Probabilmente, visto che la concorrenza si è via via ridotta per la chiusura di tantissime sale (solo in parte compensata dalla contemporanea apertura di multisala il più delle volte del tutto anonimi), l’Ambrosio di corso Vittorio Emanuele è, con il Lux, il più bel cinema di Torino.

Anno di grazia 1909: il periodico «L’Architettura italiana» pubblica il progetto di un teatro torinese di varietà «che i coniugi Priotti intendono costruire nel cortile del palazzo di loro proprietà. Sarà adibito a spettacoli cinematografici e teatrali, avrà una capienza di 828 spettatori e sarà collegato a un elegante bar, posto all’angolo del corso».

I disegni del futuro cinema Ambrosio sono opera dell’ingegner Ballatore di Rosana, discepolo di quel Carlo Ceppi dalla cui felice matita sorse il bel palazzo che lo ospitava. I lavori, che daranno vita a un mix di Art Nouveau e Neobarocco, iniziarono nel 1911 secondo le indicazioni progettuali dell’ingegner Alfredo Premoli, il quale concepì un salone per le proiezioni con platea reclinante verso il palcoscenico e una galleria poco profonda, un atrio lungo ventisette metri e una altrettanto estesa sala d’aspetto di fronte al cortile interno. Il salone, suddiviso in tre ordini, era ricoperto da un elaborato soffitto affrescato dal famoso pittore Mino Rosso.

Il nome Ambrosio, affibbiatogli all’apertura risalente al dicembre 1913, lo si deve al fatto che a prendere in affitto quei lussuosi saloni fu l’avvocato romano Giuseppe Barattolo, concessionario dell’omonima casa di produzione fondata nel 1906 da Arturo Ambrosio. «Il nuovo cinematografo, per grandiosità, precisione, comodità ed eleganza può essere paragonato ai più grandi d’Europa. Tutte le sale sono decorate con squisito senso artistico e illuminate con profusione di luce…». Dall’inverno del 1918 «un ottimo impianto di caloriferi emana un piacevole tepore»; l’anno seguente il giardino estivo diventa una «vera oasi verdeggiante e freschissima, ritrovo preferito delle signore torinesi, che accorrono desiderose di sensazioni artistiche e musicali». Bei tempi. Il 5 marzo 1920 destò scalpore il nuovo schermo di novantadue metri quadrati, il più grande d’Italia, e nel successivo giugno si inaugurò anche «il cinematografo all’aperto, tra fontane luminose, canti, danze, concerti e attrazioni varie». Insomma, una vera meraviglia.

Nel 1923 e nel 1930 l’Ambrosio subì alcuni lavori volti al suo rinnovamento e ampliamento, e nel 1954 nell’atrio d’ingresso, insieme alla nuova bussola, comparve una scenografica scala elicoidale ideata da Aldo Morbelli, l’architetto a cui si deve – insieme a Carlo Mollino – anche l’Auditorium della RAI di via Rossini. Nel 1985 il cinema passò di mano, e iniziò così la trasformazione in multisala. Nel 1992 il nuovo esercente operò altri sostanziali cambiamenti: nonostante l’antico splendore architettonico resti relegato in sporadiche permanenze, una tradizione di prestigio è tuttora prerogativa di questa storica e gloriosa sala cittadina. E guai a chi ce la tocca.

6. Via della Rocca

Con un nome così, non può che trattarsi di una strada chic. E, in un’ipotetica classifica delle strade più eleganti della città, rivaleggia con le vie Moncalvo, quartiere Borgo Po e Lamarmora, cuore della Crocetta.

Via della Rocca, vero e proprio centro nevralgico del vecchio Borgo Nuovo, è raffinata perché ci sono pochi commerci (e comunque di qualità e mai dozzinali) e molte botteghe artigiane di pregio, gallerie d’arte, laboratori, ristoranti e locali più o meno di tendenza. Ma anche perché tutti i palazzi che si affacciano sul suo cammino sono di grande valore architettonico: non per nulla, specie nel tratto

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