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Cospirazione Monna Lisa

Cospirazione Monna Lisa

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Cospirazione Monna Lisa

Lunghezza:
537 pagine
15 ore
Pubblicato:
7 set 2016
ISBN:
9788854199101
Formato:
Libro

Descrizione

Numero 1 in Germania
Un grande thriller

Non credere a quello che vedi
Le belle apparenze ingannano

A Milano L’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci viene distrutta. In Messico un gruppo di modelle viene rapito e seviziato: quando le ragazze riappaiono, i loro volti sono brutalmente sfigurati da quelle che sembrano vere e proprie operazioni chirurgiche. Contemporaneamente in tutto il mondo si diffonde un virus informatico, che altera sistematicamente i file fotografici. C’è forse una connessione tra questi eventi? Sarà Helen Morgan – una scienziata di Boston – a far luce sulla vicenda. Quando infatti sua figlia viene rapita, la donna comincia a seguire una pista che la porta in Europa, ed esattamente al Louvre, dove il quadro della Gioconda pare essere in pericolo. Ma le ragioni di tutto questo affondano nel passato, intorno al 1500, quando il famoso dipinto vide la luce…

Bestseller in Germania
Un thriller geniale
Tradotto in 10 Paesi

«Un thriller avvincente per la grande tensione e una trama del tutto particolare.»
Hamburger Morgenpost

«Veloce ed emozionante. Rode ha la padronanza degli strumenti che servono a combinare realtà e finzione.»
Ruhr Nachrichten

«Una trama velocissima e potente, uno stile fluido e brevi e incisivi capitoli.»
Neue Luzerner Zeitung
Tibor Rode
È nato nel 1974 ad Amburgo, ha studiato legge e ha lavorato come giornalista. Attualmente si occupa di diritto economico e societario ed è docente presso l’Università di Amburgo. Cospirazione Monna Lisa è il suo terzo romanzo.
Pubblicato:
7 set 2016
ISBN:
9788854199101
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Cospirazione Monna Lisa - Tibor Rode

1372

Titolo originale: Das Mona Lisa Virus

Copyright © 2016 by Bastei Lübbe AG, Köln

First published by Pocket Books, a Division of Simon & Schuster, Inc.

All rights reserved, including the rights to reproduce this book or portion thereof in any form whatsoever

Traduzione dal tedesco di Alessandra Milanese e Angela Ricci

Prima edizione ebook: ottobre 2016

© 1989, 2006, 2016 Newton Compton editori s.r.i.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-541-9910-1

Realizzazione a cura di The Bookmakers Studio editoriale, Roma

www.newtoncompton.com

Tibor Rode

Cospirazione Monna Lisa

Newton Compton editori

Per Sandra

Il potere più grande dell’uomo è la bellezza.

Honoré de Balzac (1799-1850)

Prologo

Alla fine si addormentò. Le palpebre serrate, le labbra carnose appena socchiuse. La pelle candida, che appariva ancor più luminosa alla luce accecante della lampada della sala operatoria, faceva da contrasto ai capelli castano scuro.

Lo sguardo di lui seguì la linea degli zigomi fino al mento, segnato al centro da una piccola fossetta, per poi posarsi sul lungo collo in cui un’arteria pulsava al ritmo lento del battito cardiaco. Si fermò un momento, contò sottovoce, poi rivolse l’attenzione alle sue spalle scoperte e a quella nudità che la faceva sembrare vulnerabile. I suoi seni avevano davvero una forma perfetta, il dottor Rahmani non aveva esagerato. Erano piccoli ma sodi, la loro forma suggeriva singolari associazioni. Non erano tondi ma neanche ovali. Gli ricordavano immagini di frutta, poi credette di percepire attraverso la mascherina un profumo dolce che si mescolava all’odore dell’alcol. Sua madre lo aveva allattato? In fondo si era tutti vittime dei propri pensieri.

Si asciugò la fronte con il dorso della mano. Il lattice del suo guanto era rimasto incollato alla pelle cicatrizzata. Il ventre di lei, che si muoveva impercettibilmente al ritmo del respiro, sembrava di marmo, ma allo stesso era tempo infinitamente morbido. Un paradosso. Per un attimo sentì il desiderio di appoggiarvi la guancia, poi il suo sguardo fu catturato dal piccolo zircone che brillava in prossimità dell’ombelico. Un piercing. Il suo stomaco si contrasse e avvertì una sensazione simile al disgusto. Erano fatte così. In nome della bellezza non si risparmiavano alcun dolore. Non avevano paura di ferire la propria carne. Resistette all’impulso di strappare via la pietra. Presto il gioiello avrebbe acquistato valore. Lo zircone, che sembrava quasi scomparire paragonato al resto di quel corpo praticamente perfetto, sarebbe diventato ben presto la cosa più preziosa su quel pezzo di carne.

Si passò di nuovo la mano sulla faccia. La stessa sgradevole sensazione. Quasi sollevato constatò che il resto delle parti femminili era coperto da un lenzuolo. Di certo il telo color verde brillante nascondeva gambe molto lunghe. Aveva riflettuto molto su come procedere con gli arti inferiori. Poi aveva trovato una soluzione soddisfacente. Il suo sguardo cadde su uno strumento che assomigliava a un martello di gomma. Fece un respiro profondo, poi alzò gli occhi e guardò dritto in quelli del dottor Rahmani, l’unica parte del volto a non essere coperta dalla mascherina troppo grossa. La luce delle lampade di quella sala operatoria improvvisata si rifletteva nelle sue pupille, e nel loro intenso tremolio riconobbe il nervosismo del dottore. O si trattava di paura? Le sopracciglia cespugliose del medico brillavano per il sudore, e solo ora notava il bisturi che teneva in mano. La punta della sua mano destra tremante disegnava nell’aria linee luminose, come se agitasse un fiammifero acceso. Quell’illusione ottica gli piacque. L’associò al pensiero di una miccia sul punto di essere accesa. Si grattò sotto l’occhio. Il lattice sui polpastrelli gli diede una sensazione ancora più strana di prima. O meglio, non gli diede alcuna sensazione.

Fece un cenno d’incoraggiamento al dottore, e mentre questi si sporgeva in avanti ansimando, e in silenzio tagliava con il bisturi il primo strato di pelle, fu preso da un profondo senso di felicità. Guardò per l’ultima volta quella creatura di Dio stesa davanti a sé. Era arrivato il momento per l’umanità di conoscere la sua missione. Anche se il mondo all’inizio avrebbe avuto difficoltà a comprenderla. Ma era il primo passo verso la guarigione. E la medicina aveva un sapore amaro.

1

Acapulco

Per alcuni mommenti ogni rivalità fu dimenticata. Miss Louisiana era in qualche modo riuscita a portare di nascosto sull’autobus una bottiglia di tequila che, avvolta in un sacchetto di carta marrone, era passata più di una volta tra le file dell’autobus. Dopodiché la tensione delle concorrenti aveva lasciato il posto a una sfrenata allegria, alimentata dalle aspettative: sul programma era prevista una settimana ad Acapulco, l’ultima tappa della maratona per i preparativi del grande evento di chiusura che avrebbe portato all’elezione di Miss America. Un’ora prima le ragazze erano state accolte sulla pista dell’aeroporto internazionale General Juan N. Álvarez da una folata di aria calda, e da quel momento nessuna aveva più dubitato che si sarebbe prospettata una meravigliosa settimana nelle piscine più belle del Messico. Ci avrebbero impiegato una buona mezz’ora fino all’hotel, aveva annunciato l’autista messicano dopo che le porte dell’autobus si erano chiuse cigolando dietro di loro. Sempre che lui fosse riuscito a distogliere lo sguardo dallo specchietto retrovisore, visto lo splendido carico che trasportava, e non fossero andati tutti a finire in un fosso, aveva aggiunto scherzosamente.

Dal cellulare di Miss New York risuonava della musica rap. Dovevano essere a metà del tragitto, quando una Miss Florida un po’ ubriaca, tra le più giovani reginette di bellezza nazionali, si tolse le scarpe e salì a piedi nudi sul suo sedile per mettersi a ballare muovendo i fianchi accompagnata dai fischi delle altre. A ogni sobbalzo, provocato dal fondo stradale sconnesso della strada statale messicana, il sedile esageratamente imbottito faceva sbattere la rappresentante dello Stato del sole contro il tettuccio del vecchio autobus. Eccitata dalle grida di incitamento delle sue concorrenti, Miss Florida, urlando di gioia, slacciò il primo bottone della polo candida e si mise in posa, con le braccia alzate in aria, davanti ai flash degli smartphone, senza immaginare che le sue speranze di vincere il titolo sarebbero svanite di lì a poco in quell’aria satura di alcol.

Non ebbe nessuna chance quando l’autobus frenò bruscamente. Fu catapultata all’istante tre file più avanti, passando sopra le teste delle sue colleghe che urlavano, sbattendo il bel viso contro lo schienale delle poltrone, la testa contro il soffitto, il braccio contro il vetro della finestra, il ginocchio contro i corpi delle altre. Quando l’autobus si mise di traverso, la forza centrifuga la scaraventò di lato insieme alle valigie, alle borse e alle bottiglie delle bibite. Già in uno stato di incoscienza, urtò contro il finestrino di fronte, lasciando una lunga crepa nella lastra del vetro. Come una bambola di stoffa senza vita, con gli arti distorti in modo singolare, scivolò sotto il sedile.

Non si accorse quindi del silenzio che calò nell’autobus, interrotto soltanto da lievi piagnucolii. Non sentì lo sparo che perforò il parabrezza passando pericolosamente vicino alla testa del conducente e non fu testimone del momento in cui questi aprì le porte a un commando spagnolo. Non vide le impronte dei pesanti stivali da combattimento vicino alla sua testa coperta di sangue e non sentì la supplica piena di paura del conducente che fu strappato dal suo posto e spinto giù, dove rimase nella polvere della strada. Quando l’autobus si rimise in moto con uno scossone, a Miss Florida fu anche risparmiato il dolore lancinante del naso che andava a sbattere contro il bordo inferiore del sedile, sul quale Miss Alabama e Miss South Carolina guardavano a bocca aperta e con gli occhi spalancati, per la prima volta nella loro vita, la canna lunga e stretta di una mitragliatrice.

2

Boston, una settimana più tardi

I battiti si fecero più forti. Più energici. Ora Helen non poteva più ignorare ciò che prima era solo una sensazione impercettibile. Si riducevano anche gli intervalli tra i singoli battiti. Il pulsare sembrava seguire un ritmo nascosto di cui lei cercava di decifrare lo schema. Lungo – lungo – corto – molto lungo. Blu – blu – giallo – blu scuro. Spesso i suoni creavano colori in quello che lei chiamava il suo occhio interiore. Helen trasalì spaventata quando sentì un forte ronzio. Un rosso scuro si diffuse dietro le sue palpebre chiuse. Le affiorò l’immagine di una pozza di sangue, ma scomparve subito quando il rosso si tramutò in violetto. Il battito divenne ancora più veloce, minacciò di ipnotizzarla. Si sentiva come se avesse scolato una bottiglia di vino rosso. Sì, era così. Il tono del colore che aveva associato al ronzio le ricordava il colore del vino rosso. Un Bordeaux corposo.

«Helen? Stai dormendo? Helen!».

Una voce metallica la strappò dai suoi pensieri. Come se qualcuno le stesse parlando attraverso un barattolo di latta. Macchioline rosa.

Aprì gli occhi e sentì il bisogno di muoversi, di sgranchirsi. Ma il tubo stretto in cui si trovava non lo permetteva. Su di un piccolo specchio, fissato a una spanna sopra i suoi occhi, riconobbe la figura di un uomo che sorrideva. Non poteva avere più di venticinque anni. I capelli, perfettamente pettinati, erano di un nero scuro brillante, e sembravano bagnati da una fresca rugiada. Una singola ciocca si arricciava sulla sua fronte, e Helen provò l’impulso di allungare una mano e ravviarla di lato. Si ricordò appena in tempo che non poteva muoversi. Sentiva le braccia pesanti. Gli zigomi dell’uomo erano marcati, i denti bianchissimi. Un accenno di barba gli conferiva un aspetto particolarmente maschile. Il suo sguardo audace prometteva avventura. Sì, probabilmente nessuna donna lo avrebbe respinto. Helen chiuse per un momento gli occhi. Nero. Una fitta pungente le attraversò il petto.

«Quindi lo trovi bello?», chiese la voce metallica.

Helen credette di riconoscervi una punta di divertimento. Cercò a tastoni con le dita gli interruttori, stando attenta a non muovere troppo la mano. Una leggera pressione delle dita. Attese.

«Ah ecco!», sentì dire a Betty. «Avevamo paura che ti fossi appisolata».

Molto divertente, pensò Helen. Il suo corpo stava producendo così tanta adrenalina, che probabilmente ancora quella sera avrebbe avuto difficoltà a addormentarsi. Per lei quella era come una corsa su un cavallo fuori controllo. Chi sarebbe riuscito ad appisolarsi? Sudava freddo sulla fronte. Ancora una volta respirò a bocca aperta. La punta delle dita cominciò a formicolare. C’era una ragione se aveva rinviato così a lungo quell’esame. Tutte le sue colleghe si erano già da tempo sottoposte alle prove della macchina della risonanza magnetica. La maggior parte già durante gli studi. Lei aveva sempre cercato il modo di rimandare. Fino ad ora. Ma se si era a capo di un progetto di ricerca, si doveva dare il buon esempio. E chi se non lei avrebbe dovuto prima di tutto testare quell’apparecchiatura? Il battito fu accompagnato da un colore tutto nuovo. Helen scacciò quell’immagine colorata dal suo occhio interiore e si concentrò sullo specchio.

«Bene, adesso la prossima foto», annunciò Betty.

Questa volta comparve il volto di una donna. Dapprima Helen pensò che fosse senza trucco, ma a uno sguardo più attento riconobbe una parvenza di ombretto e tracce di make-up. Tuttavia la donna sembrava in qualche modo scialba. Pallida. La pelle delle guance era un po’ floscia. Le labbra sottili. Il naso non del tutto dritto. Lo sguardo annoiato. Le palpebre cadenti. Era chiaro ciò che quella immagine doveva suscitare. Repulsione. Helen chiuse gli occhi. Rosso brillante. Era a causa del ronzio? Mosse ancora l’indice.

Uno scettico «Okay» arrivò dall’altoparlante. «Sei sicura di non esserti distratta?».

Helen respirò, ma in qualche modo il suo torace sembrava come cementato. Aveva la sensazione di soffocare.

«Voglio uscire!», disse improvvisamente, sorprendendosi lei stessa delle proprie parole.

«Non siamo ancora pronti… », aggiunse Betty incerta.

«Stop!», disse Helen in tono deciso. Il battito aveva preso una sequenza che dipingeva cupe ombre nella sua testa.

«Sul serio?», chiese Betty incredula. «Abbiamo ancora dieci foto… ».

«Sì», rispose ora, sempre più nel panico. Attese per un po’ e quando non accadde nulla cercò a tastoni la piccola palla di gomma, che doveva trovarsi vicino al suo braccio destro. Centinaia di volte aveva messo lei stessa quel campanello vicino alla persona sottoposta al test nella macchina della risonanza magnetica, dicendo in tono rassicurante che il paziente poteva premere la palla, se si fosse manifestata una situazione di emergenza. Naturalmente non si era mai verificata una tale situazione. Ancora nessuno l’aveva mai premuta. E ora lo stava facendo proprio lei.

«Sì, sì vengo. Finito!», risuonò la voce di Betty, da cui trasparivano costernazione e preoccupazione. Il campo visivo di Helen fu invaso da un viola luminoso.

Il pensiero che non si potesse liberare da sola da quel tubo alimentò il suo panico. Aveva l’impressione che il sudore freddo le uscisse da tutti i pori. Il suo cuore saltò un battito. Era troppo angusto là dentro. Cosa sarebbe successo, se fosse mancata la corrente? Quanto a lungo sarebbe dovuta rimanere al buio?

Il battito e il ronzio improvvisamente cessarono, la macchina della risonanza magnetica prese a vibrare. Lentamente lo sportello cominciò ad aprirsi sopra di lei e Helen sentì il lieve ronzio dell’unità motrice mentre il supporto su cui giaceva usciva dal tubo. Non era saltata la corrente. Si sentì sollevata. Due mani aprirono il casco e lei si ritrovò a guardare il volto di Betty. Che contrasto rispetto all’ultima immagine che le era apparsa ancora pochi istanti prima! Circondati da lentiggini, un paio di occhi verdi la guardavano preoccupati, i riccioli rossi di Betty le fecero il solletico sul collo.

«Va tutto bene?», chiese lei con la fronte aggrottata.

«Aiutami un po’, per piacere», gemette Helen, allungando la mano alla sua collega. Le sue dita umide quasi sfuggirono alla presa di Betty.

Quando Helen finalmente tornò in posizione eretta aveva le vertigini. Ma per la prima volta da alcuni minuti aveva la sensazione di poter respirare di nuovo. Era meglio tenere la verità per sé. In quanto capo di un progetto di ricerca di quella portata non poteva permettersi nessun tipo di debolezza.

«Devo solo andare urgentemente al bagno. Troppo tè questa mattina», disse in modo volutamente rilassato e si liberò dai cavi.

Notò che Betty la scrutava pensierosa. «Cosa?», chiese ridendo, sperando di non suonare troppo affettata. «Non crederai mica che io abbia paura di stare in una macchina per la risonanza magnetica? Questa cosa qui è la mia vita!».

Betty si grattò la fronte. «Hai premuto il pulsante di emergenza…».

«Perché devo andare urgentemente al bagno!», disse Helen e scosse la testa in modo divertito. «Forse dipende dal calore. Sapevi che può succedere?». Per sottolineare le sue parole, serrò le ginocchia come una ragazzina e si fece strada goffamente verso la porta. «Analizza i dati che abbiamo già raccolto finora. Torno subito», gridò ancora prima di sparire nel corridoio. Il bagno non era lontano.

Bagnarsi il viso con l’acqua fredda le fece bene. Le sfuggì un gemito sommesso, in parte per il freddo, in parte per il sollievo. Si era verificata esattamente la situazione disastrosa di cui aveva avuto paura per anni. Sentiva il sangue affluire alle guance. Ma non si doveva vergognare. C’erano dentisti che avevano paura di sottoporsi a un trattamento odontoiatrico. Poliziotti che superavano i limiti di velocità. E c’erano anche scienziati neuroestetici che avevano paura del tunnel della macchina della risonanza magnetica. Helen si asciugò il viso con le ruvide salviettine di carta, dall’odore leggermente solforoso, si aggiustò i capelli con una veloce occhiata allo specchio e tornò nella sala di controllo.

Avrebbe semplicemente messo a tacere sul nascere ogni discussione sull’incidente. Questo era il vantaggio di avere voce in capitolo.

Betty era sola. Era seduta a una scrivania che ricordava la cabina di pilotaggio di un aeroplano. Dietro una lastra di vetro si vedeva l’apparecchio per la risonanza magnetica, ormai abbandonato. Betty sembrava concentrata su un grande monitor.

«Dov’è Claude?», chiese Helen. Le sarebbe piaciuto assistere alla sua reazione all’interruzione dell’esperimento, e aveva intenzione di fornire anche a lui una spiegazione plausibile. Prima che la voce si spargesse tra i colleghi.

«È andato a prendere qualcosa da mangiare», rispose Betty immersa nei propri pensieri.

«C’erano un paio di tipi molto carini», disse Helen. Cercava di dare un’impressione di normalità.

«Sapevo che ti sarebbero piaciuti».

Helen si massaggiò le tempie. Le parve di sentire ancora un leggero ronzio. «Certo che i rumori nel tubo sfiniscono», disse. «Dentro sono ancora più intensi. Quasi psichedelici!».

Betty prese una busta e vi infilò un cd, senza staccare gli occhi dallo schermo. Helen decifrò la scritta sulla copertina: magnetic sounds. «Claude ha inciso i suoni durante la risonanza magnetica e li ha masterizzati sul cd. Dice che se facesse una compilation da ascoltare la sera in auto, questi suoni sarebbero migliori di qualsiasi musica lounge. Mi ha chiesto se ci canto sopra».

Helen sorrise. Che tra Betty e Claude ci fosse qualcosa, lo supponeva già da tempo. «Non me lo aveva detto».

Betty scoppiò a ridere. «Forse ha paura di passare dei guai. Questo non è uno studio di registrazione».

«Adesso li passerà», disse Helen seccamente. Quando Betty la guardò sgomenta, le mise una mano rassicurante sulla spalla. «Sto scherzando!».

La sua collega si tranquillizzò visibilmente, e lo sguardo di Helen cadde sul monitor di fronte a loro. Ciò che appariva come la metà sovradimensionata di una noce aperta era in realtà la sezione trasversale del suo cervello. In alto a destra c’era il suo nome: Helen Morgan. Per la prima volta vide il suo cervello sul monitor. Tra i contorni grigi, frastagliati come coralli, brillavano aree colorate di rosso e di giallo che sembravano piccoli incendi.

«Dimmi, è la tua prima risonanza magnetica?», chiese Betty con un’evidente preoccupazione nella voce. A quanto pare non aveva ancora dimenticato l’incidente, malgrado il tentativo di Helen di minimizzare.

«Ti ho detto che dovevo solo andare al bagno…».

«Non mi riferivo a quello». Betty si sporse in avanti per esaminare meglio qualcosa sul monitor davanti a sé. «Mi riferisco a questo», disse.

Helen ebbe l’impressione che il suo battito cardiaco accelerasse mentre guardava l’immagine del proprio cervello davanti a Betty. Solo ora notava qualcosa che prima aveva chiaramente trascurato. Ad alcuni centimetri di distanza dalle superfici di colore rosso, sul lato opposto del cervello, c’era una grossa macchia. Una macchia che, come lei sapeva fin troppo bene, in quanto neurologa, non avrebbe dovuto essere lì. Il dito indice di Betty era posato sullo schermo, proprio lì sotto. Sapeva bene che significato avesse quel punto rosso brillante della grandezza di un’unghia del pollice.

Betty si voltò verso di lei e la guardò con le sopracciglia aggrottate.

Helen la ignorò e fissò ulteriormente il monitor. Ne aveva letto molto, studiato le immagini nei libri di testo e se l’era immaginata proprio così. Ma ora che la vedeva davanti a sé, proprio nel suo cervello, le faceva più paura di quanto avesse pensato. Questa era la prova evidente di quello che aveva sospettato per lungo tempo.

Aveva la sensazione di sentire dietro la fronte il dito di Betty, ancora poggiato in mezzo all’immagine del suo cervello, nel profondo del suo cranio. Helen non aveva previsto che la sua anormalità si potesse riconoscere così bene, anzi aveva sperato che Betty non la notasse. Proprio Betty. Rivelare a lei un segreto medico equivaleva più o meno ad affiggerlo sulla bacheca della sala comune.

Le sarebbe costato molto farglielo tenere per sé.

Senza distogliere lo sguardo dallo schermo, Helen tese la mano destra e diede un colpo alla porta vicina, facendola sbattere. Un giallo acuto balenò davanti ai suoi occhi. Betty si girò spaventata verso di lei.

«Cosa ne diresti, se lasciassi a Claude e a te il laboratorio libero per un giornata, nel fine settimana, per le vostre registrazioni musicali?».

Un ampio sorriso fece danzare le lentiggini sul volto di Betty.

3

San Antonio

«Non ti senti bene, Madeleine?».

Devi essere sincera con me!, sembrava dire lo sguardo del dottore.

Lei scosse energicamente la testa. Questa volta non doveva mentire. Stava bene. Nelle settimane precedenti era migliorata di giorno in giorno. Era merito delle sedute con il dottore. Ma anche di Brian. Al pensiero dei suoi capelli scuri e crespi, il suo cuore palpitò.

«Mi sento davvero bene. Molto bene», disse con voce più ferma, sostenendo lo sguardo del dottor Reid.

L’espressione scettica sul viso di lui fece posto a un sorriso. «Bene, molto bene», disse guardando la cartella con i documenti sulle sue ginocchia, mentre vi cercava dentro un appunto.

Madeleine allungò il collo e credette di riconoscere tra i documenti un assegno. Forse di sua madre per il soggiorno alla clinica. Il suo sguardo andò all’orologio, che era appeso sopra la porta. Già le tre e trentacinque. Alle quattro aveva appuntamento con Brian nel parco della clinica. Come andavano lente le lancette dei minuti!

Intanto il dottore aveva messo i documenti da parte e aveva incrociato le braccia, senza mai distogliere gli occhi da lei. Il suo torace si sollevò in un respiro profondo. Evidentemente aveva qualcosa di spiacevole da dire.

«Madeleine, mi fa piacere… anzi, fa piacere a noi tutti, che tu stia meglio. Ma permettimi una domanda. E per favore non arrabbiarti. In quanto tuo terapeuta ho il diritto di chiedertelo direttamente».

Madeleine annuì irritata. Non era mai stato così con lei durante tutti i colloqui fatti precedentemente. Lui era quello che manteneva la calma nei momenti difficili, era un rifugio per ogni confidenza, ma adesso per la prima volta sembrava teso. La sua voce suonava seriamente preoccupata. Un’improvvisa agitazione si impadronì di lei. «Sì, chiaro», disse con finta calma. «Mi chieda pure!».

Le spalle del terapeuta si alzarono di nuovo e lui si schiarì la gola a lungo. «Madeleine», iniziò infine, fissandola ancora più intensamente di prima. «Sei ingrassata?».

Lei pensò di aver sentito male, aprì la bocca e la richiuse di nuovo. Cercò di afferrare l’eco delle parole di lui, eco che però risuonò nella stanza. Aveva… aveva detto veramente ingrassata?

«Non fraintendermi», proseguì il dottor Reid, che ora si sentiva visibilmente a disagio. «Ma quando sei arrivata da noi, eri una ragazza così slanciata e attraente. Molto più carina di tutte le altre qui. E ora sei seduta lì con il tuo sorriso di autocompiacimento, con il doppio mento, con un po’ di pancetta e mi sembri…». Il dottore fece una pausa e si sporse in avanti lentamente. «Scusa la sincerità: grassa!». A quelle ultime parole il suo volto aveva assunto un’espressione disgustata.

Madeleine ebbe l’impressione di sentire la gola serrarsi, e che il cuore le battesse dolorosamente contro le costole, che erano state per anni il segno tangibile della sua condizione fisica cagionevole. Dallo stomaco le salì una forte acidità. Con difficoltà represse un conato di vomito.

La mano calda del terapeuta si posò sul suo ginocchio. «Madeleine», disse in tono compassionevole. «Qui ti vogliamo guarire. Ma non vogliamo fare di te una persona insoddisfatta di se stessa. Se sei brutta e grassa, aver riguadagnato la salute psichica non ti aiuterà affatto nel mondo che c’è là fuori. Il mondo è cattivo, Madeleine. Non dimenticarlo!».

Lei osservò la fronte corrucciata del dottore, che brillava leggermente alla luce giallognola della lampada dell’ufficio. La nausea aumentò. Forse era un test? Madeleine cercò negli occhi del dottor Reid un indizio che rivelasse che si era trattato di uno scherzo. Una prova di quanto invece lei fosse diventata forte. Ma non trovò nulla nel suo sguardo che attenuasse la crudeltà delle sue parole. Sembrava essere preoccupato piuttosto seriamente per lei. Quasi triste.

Tutto il suo corpo si contrasse. Non aveva notato di essere ingrassata. E Brian? Perché lui non glielo aveva detto? Forse gli piacevano le donne grasse? Era forse questo il vero motivo per cui era in terapia qui, e non per la tossicodipendenza, come le aveva raccontato? Era un perverso feticista? Doveva andare via da lì! Balzò in piedi e si precipitò verso la porta sulle gambe traballanti. Dovette fare appello a tutta la sua forza per girare la maniglia. Il pavimento oscillava sotto i suoi piedi come il ponte della nave durante il mare grosso. Il sapore del vomito si propagò nella sua bocca.

4

Varsavia

Patryk Weisz rimase in piedi nel corridoio vuoto e si mise in ascolto. Da quella casa enorme non arrivava nessun rumore. Il vuoto gli sembrava inquietante. Non aveva mai abitato qui. Era cresciuto a Londra. Solo qualche anno prima suo padre, dopo la morte della madre, aveva stabilito di nuovo qui la sua residenza, nella sua vecchia patria. Patryk ormai si sentiva molto poco polacco; negli ultimi anni era venuto a trovare suo padre a casa solo tre volte. Quella tenuta gli era perciò estranea e senza suo padre per lui era un edificio qualsiasi. Il suo sguardo si posò su una foto incorniciata sulla parete. Lo ritraeva quando aveva forse due anni. Era seduto, con indosso soltanto un enorme pannolino, accanto a un cassone pieno di sabbia. Nella mano aveva una paletta blu. Guardava scettico nella macchina fotografica, e con la manina sinistra indicava il fotografo. Presumibilmente si stava chiedendo chi fosse l’uomo che lo scrutava attraverso l’apparecchio fotografico. Suo padre, così sua madre raccontava sempre, spesso non era a casa. La sua casa era l’ufficio, la sua vera famiglia i collaboratori. La sua opera di tutta una vita, come suo padre stesso aveva sempre sottolineato. Patryk sospirò. La pensione doveva essere stata per lui un tormento inimmaginabile. Oltre ai dolori dopo l’incidente. Sui quali non diceva mai una parola, ma che lo avrebbero perseguitato, così avevano detto i medici, fino alla fine della vita. Patryk sospirò di nuovo.

Un rumore attirò la sua attenzione. Forse un cane da caccia. O uno dei pochi domestici rimasti, i cui compiti principali ora riguardavano la cura dei cani. E mantenere in ordine le ventisei stanze, tra cui cinque bagni e sette camere da letto.

Scosse il capo e rise con disprezzo. Ventisei stanze per un uomo solo. Molto spazio per stare da soli. Non si diceva sempre che la ricchezza porta solitudine? Qui si poteva averne la dimostrazione, mattone su mattone. Il vuoto che sentiva… Gli fu chiaro che era sempre stato presente in quella casa, non solo ora, perché non c’era suo padre. Erano passate esattamente otto settimane da quando Pavel Weisz era sparito dalla faccia della terra senza lasciare traccia.

Patryk distolse lo guardo dalla foto e lo spostò sulla parete opposta. C’era un quadro posato su un tavolinetto, in cui una figura dagli occhi vuoti, con le mani sopra le orecchie e la bocca spalancata lo fissava. La persona ritratta sembrava gridare. Conosceva il quadro. Era di un pittore norvegese. Si meravigliò. Fino a quel momento non si era mai accorto della presenza di quel quadro in casa. Se si fosse trattato dell’originale? Di solito suo padre non si accontentava di copie. Gli venne subito in mente il seminterrato. Infilò la mano nella tasca dei pantaloni ed estrasse un piccolo pezzo di carta.

Sopra, con la grafia tremante di suo padre, c’era scritto Helen Morgan.

Guardò i numeri sotto il nome e diede un’occhiata all’orologio al polso. Poi si girò e cercò di ricordarsi la strada per lo studio. Là c’era un telefono.

5

Firenze, 1500 circa

Oggi dopo pranzo è comparso a casa nostra un giovane uomo. Era vestito elegantemente. Il colletto della giacca foderato di pelliccia di volpe. Riccioli magnifici. Guance come pesche. Labbra rosa carnose. Uno sguardo sicuro di sé come se fosse un principe. Dapprima l’ho scambiato per uno dei miei allievi e sono stato tentato di rimproverarlo per non aver annunciato la propria visita. Ma, per un motivo a me sconosciuto, non ci sono riuscito. Era impossibile tanto quanto lo è cambiare il giorno nella notte. Non più di quanto si possa fermare la morte quando ha deciso di colpire. Solo a te, mio diario, lo confido, sapendo bene che tu lo terrai per sempre per te. Non riuscivo a rimproverarlo, perché lo aspettavo da una vita. Non è un allievo, e non è neanche un principe.

Qualcosa nell’intimo mi dice che non è di questo mondo.

E quindi l’ho lasciato entrare.

6

Boston

Un tiepido vento autunnale le soffiò sul viso. Inspirò profondamente e in quel momento sentì sciogliersi il nodo allo stomaco. Intorno a lei, nel parco, gli alberi si accendevano dei colori più variopinti. Passando, osservò una giovane coppietta che amoreggiava seduta su una panchina. Quell’estate di San Martino aveva avvolto la città con il suo fascino romantico, mostrandone il lato migliore.

In quanto scienziata, Helen sapeva interpretare i fenomeni della natura. Durante le notti fredde e le giornate ancora calde di quella stagione, gli alberi producevano una sostanza che bloccava lo scambio della linfa tra i rami e le foglie. La conseguenza era un drammatico abbassamento del contenuto di clorofilla; lo zucchero nelle foglie conferiva loro colori più caldi. Un processo chimico, niente di più. Come anche l’amore. Aveva quasi convinto il suo cuore con questa spiegazione biologica razionale, anche se d’un tratto per lei era diventata opprimente. Per quanto si augurasse e per quanto proiettasse davanti a sé la propria immagine ideale di scienziata, solo di tanto in tanto le riusciva di rimanere veramente equilibrata e ragionevole. Come poco prima, quando aveva obbligato Betty a mantenere il silenzio sul risultato della sua risonanza magnetica. «Perché? Ma non c’è niente di cui vergognarsi», aveva obiettato Betty, e con questo dal punto di vista di Helen aveva superato un confine invisibile. Il suo corpo le apparteneva, e solo a lei spettava decidere con chi condividere gli scatti fotografici del proprio cervello e con chi no.

Alla fine aveva pregato Betty, da collega a collega, di tenerlo per sé. Finché Claude era piombato nella stanza e con la sua presenza aveva interrotto in modo brusco il discorso. Quando si era accorto del loro silenzio, ne era stato visibilmente colpito, in modo spiacevole. «Stavate litigando?», aveva chiesto e loro avevano ignorato il suo imbarazzo con un sorriso.

Poi Helen si era volontariamente presa il resto della giornata libero, non senza assicurarsi prima che fossero cancellate tutte le registrazioni del suo test.

Ora si sentiva sfinita. Le faceva male la testa, come accadeva spesso a causa dei rumori forti. Si massaggiò le sopracciglia tra pollice e indice. Più tardi avrebbe preso una pastiglia, o magari due.

«Il mio corpo mi appartiene», ripeté a bassa voce le parole che aveva detto a Betty. Non era sempre stato così. Era per questo che aveva così tante difficoltà nel mostrare agli altri i meandri più segreti del suo corpo? Era per questo che aveva reagito così violentemente nei confronti di Betty? Per la preoccupazione che la fotografia del suo cervello potesse circolare? Per un breve momento vide davanti a sé la copertina di «Vogue» con l’illustrazione del suo cervello. Chiuse gli occhi per scacciare quell’immagine. Sospirando espose il viso al sole e sentì il calore sulla fronte. Sperò che i raggi uv potessero semplicemente bruciare i suoi pensieri oscuri.

Infilò la mano nella tasca del cappotto e sentì la busta sotto le dita. La tirò fuori ed estrasse la lettera che portava l’intestazione del Louvre a Parigi. Sotto c’era il nome del direttore delle collezioni pittoriche, Monsieur Louis Roussel. Diede una scorsa alle righe. Monsieur Roussel manifestava la sua gioia nel poter accogliere presto a Parigi un’esperta come lei nel Centre de recherche et de restauration des musées de France, detto in breve c2mrf. Era tutto pronto per la sua analisi. Inoltre richiamava ancora una volta l’attenzione sulla necessità di rispettare la massima segretezza. Per ragioni di sicurezza. Neanche i suoi stretti collaboratori, Betty e Claude, potevano sapere quale fosse esattamente il motivo del suo soggiorno a Parigi. Lo trovava un po’ eccessivo, ma rappresentava anche il fascino di questa avventura.

Un sorriso le scivolò sul viso. Il pensiero di Parigi risvegliò in lei ricordi felici. Come quelli di un’estate trascorsa là. A Parigi aveva vissuto i suoi momenti più belli… ma anche quelli peggiori.

Ripiegò di nuovo la busta, così da farla stare nella tasca del cappotto e urtò con la mano il suo telefonino. Tirò fuori con difficoltà gli auricolari e li infilò nelle orecchie. Da quando in una rivista specializzata aveva letto di uno studio svedese su come le onde del cellulare modificassero il cervello, aveva smesso di tenerlo direttamente vicino all’orecchio.

Compose il numero di cellulare di Madeleine. Ci mise un po’ prima di sentire il segnale della linea libera, che le provocò un dolore pungente, penetrandole dall’orecchio nella tempia. Al quinto squillo partì la segreteria telefonica. Helen fu contenta di sentire la voce squillante di sua figlia che pregava di lasciare un messaggio dopo il bip. Ma ancora più volentieri avrebbe parlato direttamente con lei. Riattaccò. Probabilmente in quel momento Madeleine aveva una seduta di terapia. La quotidianità alla clinica di San Antonio era strutturata in modo molto chiaro. Faceva parte della terapia. Da quanto tempo non vedeva più Madeleine? Sei lunghe settimane. Ma così volevano i medici, perché Madeleine voleva così. Helen tirò un sospiro profondo. Al pensiero della figlia il suo cuore si fece ancora più pesante.

Un’altra coppietta camminava tenendosi per mano. Con i loro vestiti alla moda entrambi davano l’impressione di essere usciti direttamente dal catalogo autunnale di qualche grande marca. Helen scosse il capo sorridendo. In quella città non lavorava nessuno? Ma ben presto il piccolo sorriso che le era sorto ai lati della bocca scomparve.

La felicità degli altri era come uno schiaffo alla sua anima. Si pentiva già di aver preso la decisione di sfruttare quel pomeriggio di sole per una passeggiata.

La separazione da Guy risaliva ancora a tre mesi prima. E da quel momento, fatta eccezione per il lavoro all’istituto, nella sua vita pareva non esserci più nulla che fosse a posto. Si sentiva ancora strana nel nuovo appartamento. Non era più abituata a vivere da sola. A dormire da sola. Ad andare a fare la spesa da sola. A vedere la televisione da sola. Adesso capiva le donne che si prendevano un gatto. O più di uno.

Si fermò davanti a un magnifico acero rosso e tirò indietro la testa per osservarlo fino alla chioma. Che contrasto con il verde dell’estate! Un fugace momento di attenzione. Quante volte nei mesi scorsi era passata davanti a quell’albero senza neanche guardarlo. E ora che si era colorato di un rosso luminoso, era impossibile passargli davanti senza notarlo. Proprio come era accaduto allora con il talent scout dell’agenzia di moda, che quando lei aveva sedici anni le era passato davanti e le aveva rivolto la parola in una strada di New York. Un imbarazzato servizio fotografico in un loft a Brooklyn, i primi casting presso le grandi firme, e dal giorno alla notte si era ritrovata lanciata come una stella nel firmamento della moda. Correva da una sfilata all’alta a New York, Milano, Parigi e Berlino, talvolta nella stessa settimana la volevano in più città. Nel primo anno della sua carriera da modella aveva percorso più miglia in aereo di quanto avessero fatto i suoi genitori in una vita intera.

E come aveva brillato come modella! Un brivido le corse giù per la schiena. I ricordi della sua carriera erano inscindibilmente legati al pensiero del padre di Madeleine.

Ancora non sapeva se senza la storia con lui avrebbe mai compreso che il flash davanti al quale posava quotidianamente era solo un inganno. Da un giorno all’altro tutto era stato come coperto da un velo dai colori cupi. O forse al contrario lui aveva finalmente lacerato il velo che prima aveva offuscato la verità? Non lo sapeva. Ma sapeva che prima o poi ogni luce impallidiva. Irrevocabilmente. Così come per quell’acero rosso davanti a lei. Già tra poche settimane in quel luogo ci sarebbe stata solo un’impalcatura spoglia di rami a innalzarsi verso il cielo, e l’albero sarebbe diventato di nuovo invisibile a tutti.

Dopo la fine inattesa della sua carriera di modella, quando era ancora incinta, Helen aveva iniziato a studiare e aveva avuto fortuna. Non solo perché sua madre si era occupata di Madeleine mentre lei studiava, e perché aveva superato senza problemi tutti gli esami malgrado il doppio impegno come giovane madre. Aveva anche tempestivamente puntato proprio sulla nascente disciplina della neuroestetica. Già da studentessa

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