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La verità sul caso Orlandi
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E-book348 pagine11 ore

La verità sul caso Orlandi

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Info su questo ebook

Il libro del film La verità sta in cielo di Roberto Faenza

Uno dei misteri più oscuri della storia italiana, tra criminalità organizzata, servizi segreti e massoneria vaticana

Il 22 giugno 1983 Emanuela Orlandi, cittadina vaticana, scompare in circostanze misteriose. 
All’inizio gli inquirenti sono convinti si tratti di una bravata da adolescenti e le ricerche della ragazza, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, iniziano soltanto il giorno dopo. Le ipotesi, le accuse e le testimonianze che si sono accavallate in questi decenni hanno portato su una pista che implica il coinvolgimento dello stesso Vaticano, dello Stato italiano, ma anche dello IOR e poi del Banco Ambrosiano, della Banda della Magliana, nella persona del Dandi Renatino De Pedis, e dei servizi segreti di più Paesi. Dopo anni di indagini, durante i quali la trasmissione Chi l’ha visto? ha avuto un ruolo fondamentale nel portare alla luce nuove prove e testimoni prima ignoti, l’inchiesta è stata chiusa nell’ottobre 2015. Ma è chiaro che non sia ancora stato detto tutto quello che si poteva dire su uno dei maggiori misteri d’Italia, nel quale si incrociano la criminalità organizzata e i poteri forti del Vaticano. 33 anni dopo quel maledetto pomeriggio di giugno sapremo finalmente qual è stato il movente e chi ha commissionato la sparizione della giovane Emanuela. 

Nel pomeriggio del 22 giugno 1983 scompare Emanuela Orlandi, 15 anni, cittadina vaticana. Nessun caso di cronaca ha accompagnato la storia dell’Italia come il caso Orlandi, e in questi lunghi anni molte sono state le piste seguite dagli inquirenti e le ipotesi dietro la sparizione della ragazza. Ma la verità deve ancora essere raccontata. Il regista Roberto Faenza ha ricostruito la misteriosa vicenda nel film La verità sta in cielo. Questo è il libro del film.
Vito Bruschini
Giornalista professionista, dirige l’agenzia stampa per gli italiani nel mondo «Globalpress Italia». Ha scritto testi per il teatro e per la televisione. Con la Newton Compton ha pubblicato, riscuotendo un notevole successo di critica e pubblico, The Father. Il padrino dei padrini; Vallanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno; La strage. Il romanzo di piazza Fontana; Educazione criminale. La sanguinosa storia del clan dei Marsigliesi; I segreti del club Bilderberg, I cospiratori del Priorato ,  Il monastero del Vangelo proibito e La verità sul caso Orlandi. In versione ebook ha pubblicato il romanzo a puntate Romanzo mafioso. I suoi libri sono tradotti all’estero.
LinguaItaliano
Data di uscita4 ago 2016
ISBN9788854198517
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    Anteprima del libro

    La verità sul caso Orlandi - Vito Bruschini

    1346

    Prima edizione ebook: ottobre 2016

    © 2016 Newton Compton editori s.r.l.

    Roma, Casella postale 6214

    ISBN 978-88-541-9851-7

    www.newtoncompton.com

    Realizzazione a cura di Corpotre, Roma

    Vito Bruschini

    La verità sul caso Orlandi

    Uno dei misteri più oscuri della storia italiana, tra criminalità organizzata, servizi segreti e massoneria vaticana

    Newton Compton editori

    A mia moglie Giuliana

    e a tutte le donne che sono madri

    Avvertenza al lettore

    Dovendo raccontare una vicenda iniziata oltre trent’anni fa, si è cercato di dare conto delle molteplici indagini e piste investigative seguite dagli inquirenti, anche quelle considerate da molti come veri e propri depistaggi, come la cosiddetta pista internazionale e quella dei servizi segreti.

    La consecutio temporale per alcune situazioni è stata forzata per le esigenze del romanzo. La cronologia dei fatti però è sempre stata rispettata, così come sono avvenuti nella realtà. In pratica, vicende verificatesi a distanza di mesi possono essere state ravvicinate, ma mai anticipate o posticipate.

    Come direbbe Shakespeare, in questa storia tutto

    è così incredibilmente vero da sembrare impossibile.

    1. L’ultima delusione

    Estate 1993

    La foto passava freneticamente di mano in mano. Ognuno voleva osservarla, tutti volevano avere il primato di riconoscere Emanuela da un atteggiamento, una piega della bocca, una ruga della fronte, il modo di sorridere. La fotografia in bianco e nero non era nitidissima perché era stata ripresa in un interno in penombra. La grana sottraeva i dettagli e soltanto osservando il soggetto da una certa distanza si potevano intuire a colpo d’occhio le sue sembianze. L’immagine rappresentava una giovane ragazza sui venticinque anni, con uno sguardo sereno, la bocca appena illuminata da un sorriso. I capelli lunghi erano raccolti in uno chignon e vestiva un abito nero monacale senza cuffia, su cui spiccava il colletto bianco di una camiciola di cotone.

    Quando la foto arrivò tra le mani di Maria, questa l’osservò per interi minuti. Poi gli occhi le si riempirono di lacrime. Poggiò la fronte sul cartoncino, come per benedire quell’istante così a lungo atteso. Era da oltre dieci anni che la sua famiglia non aveva notizie della figlia Emanuela, da quel 22 giugno del 1983, il giorno della sua scomparsa. «È lei», disse tra le lacrime, mentre Pietro, il figlio maggiore, le sfilava l’istantanea dalle mani. La corporatura, la struttura del viso, l’atteggiamento e il modo di sorridere erano proprio quelli di Emanuela. Ercole Orlandi, il padre della giovane, passeggiava nervosamente nella stanza visibilmente provato. In quegli anni di dubbi, di rimorsi, di sensi di colpa, di e se…, aveva lottato con tutte le sue forze per cercare di arrivare alla verità, qualsiasi essa fosse. Ma le verità che gli proponevano erano tutte dissonanti, stonate, a volte infamanti, altre volte talmente fantasiose da sembrare trame di film di spionaggio. I sequestratori non avevano mai risposto alla loro richiesta di restituire almeno il corpo di Emanuela, così da poterlo comporre in una tomba dove finalmente avere la possibilità di piangerla e pregare per lei. Lui e i suoi familiari mai avevano deposto la speranza di poterla rivedere, ma ognuno di loro, nel profondo del cuore, pensava che non avrebbe più potuto riabbracciarla.

    Poi all’improvviso era arrivata quella foto, imprevista, insperata, come il tuono che, in un pomeriggio d’estate, preannuncia un inatteso temporale. Quell’istantanea aveva riacceso la speranza di tutti loro. Il desiderio di poterla stringere ancora una volta in un abbraccio tante volte sognato sembrava poter diventare realtà. Natalina, la più grande dei fratelli Orlandi sfilò la foto dalle mani di Pietro. Federica s’insinuò sopra la sua spalla per cercare una somiglianza con il ricordo della sorella scomparsa. Cristina, silenziosa, muta, ma con gli occhi che le brillavano dall’eccitazione, provò a impossessarsi della fotografia, senza alcun successo. Era la più piccola e doveva aspettare il suo turno.

    Nelle loro menti tornò prepotente il ricordo di Emanuela. La sua dolcezza, ma anche il carattere deciso, la passione con cui affrontava gli impegni, l’amore per la musica. Quando era scomparsa si stava appena affacciando al mondo. Aveva grandi progetti per il futuro. Poi era arrivato quel maledetto 22 giugno…

    Il loro avvocato, appena gli fu recapitata la foto, li aveva subito informati della segnalazione. «Me l’ha fatta avere un collaboratore che vive in Francia», raccontò mostrando la fotografia. «È stata scattata in un monastero di Peppange, un villaggio nel sud del Lussemburgo. La ragazza sembra proprio Emanuela».

    «È Emanuela», affermò la madre, escludendo qualsiasi contraddittorio. Anche gli altri familiari l’appoggiarono. Tutti erano certi che la ragazza ritratta fosse Emanuela. Forse un po’ ingrassata, ma erano trascorsi dieci anni dall’ultima volta che l’avevano vista.

    «Bene, allora avverto la questura. Il tempo di organizzare la partenza», decise l’avvocato.

    Ma la madre l’interruppe: «Noi vogliamo partire subito».

    «Va bene. Allora bisogna pensare ai biglietti dell’aereo», suggerì l’avvocato.

    «Andremo io, Ercole e Pietro», disse la madre, respingendo le lamentele delle tre sorelle.

    Il resto della giornata trascorse nei preparativi del viaggio: il padre provvide ai biglietti, Pietro corse in libreria ad acquistare una guida del Lussemburgo, la madre e le sorelle prepararono le valigie. L’eccitazione di tutti era palpabile. Per la prima volta dopo tanti anni l’allegria e il sorriso erano tornati in casa Orlandi. In libreria Pietro comprò anche una statuina che rappresentava due piccoli pinguini. Ricordava che Emanuela si divertiva un mondo quando in televisione passavano i documentari con quei buffi animaletti.

    Quella sera gli Orlandi andarono a dormire tardi: agitati com’erano, cercavano d’immaginare il momento in cui avrebbero di nuovo avuto Emanuela tra le braccia. Fantasticavano su ciò che avrebbero potuto fare una volta insieme… se era il caso di dirle quello che era accaduto in quei dieci, lunghi e martoriati anni. Ma ora finalmente potevano gettarsi tutto alle spalle. Al diavolo i responsabili delle loro sofferenze. Quello che adesso era importante è che sarebbero stati di nuovo tutti uniti…

    All’aeroporto di Fiumicino trovarono ad attenderli il magistrato e due ispettori della questura. I poliziotti e il giudice Rinaldo Principe erano elettrizzati più di loro. Il giudice istruttore aveva già avvisato il tribunale del Lussemburgo e i responsabili della locale gendarmeria che li avrebbero aiutati accompagnandoli a Peppange.

    Era un monastero di clausura per cui c’era voluto un permesso speciale da parte della diocesi per poter entrare e parlare con la madre superiora. Considerando il caso particolarissimo, l’autorizzazione era stata concessa senza troppi ostacoli burocratici.

    Dall’aeroporto di Lussemburgo-Findel, due auto della polizia li condussero alla Gendarmeria centrale. L’ispettore capo aveva elaborato il piano di un vero e proprio blitz per evitare errori o contrattempi che poi avrebbero avuto un’eco disastrosa sui mezzi di comunicazione di mezzo mondo. Dopo il breve briefing con gli ufficiali della polizia locale, finalmente la comitiva partì per Peppange, che distava meno di dieci chilometri. Una certa frenesia attanagliava la gola e il cuore dei familiari di Emanuela.

    Imboccarono l’autostrada e uscirono dalla capitale del Lussemburgo. Nessuno osava più parlare. L’euforia e l’eccitazione delle ore precedenti avevano lasciato il posto ai pensieri più cupi. Dal finestrino videro scorrere boschi e distese di campi perfettamente ordinati e coltivati. La sconfinata pianura era costellata da piccolissimi villaggi formati da casette a un piano, una diversa dall’altra, dai tetti spioventi multicolori. Si respirava un’atmosfera bucolica di pace e serenità. Uscirono dall’autostrada affrontando una provinciale che attraversava il paesino di Livange e subito dopo ecco il cartello stradale di Peppange, la loro meta. Entrarono nel villaggio. Era un tipico abitato del nord Europa, con le casette a due piani e l’intonaco dipinto ora di colore ocra, ora di azzurro, ora di rosa; soltanto il monastero era stato costruito con la pietra grezza del posto e perciò si presentava con un aspetto severo e antico. I gendarmi si disposero intorno alle due entrate per evitare eventuali tentativi di fuga.

    L’ispettore spiegò alla madre superiora il motivo di quel loro arrivo improvviso e le mostrò il permesso della diocesi. Quindi le fece vedere la foto della giovane suora. La superiora gettò un’occhiata al foglio del vescovo, poi prese la foto e la osservò attentamente. Infine disse in francese: «Può entrare soltanto la signora», e indicò l’unica donna tra i presenti. La mamma di Emanuela si sciolse dalle mani del marito e si fece avanti.

    La suora abbozzò un sorriso e disse in italiano: «Coraggio madame». La comprensione della religiosa commosse Maria. Poi le due donne scomparvero dietro la porta della clausura.

    Iniziò l’attesa per Pietro e il padre, ma anche per gli inquirenti italiani che con tanta passione avevano seguito il caso della ragazza scomparsa.

    Quando, dopo dieci minuti, la porta si riaprì e ricomparvero le due donne, tutti i presenti compresero che ancora una volta quella segnalazione non era stata altro che l’ennesima drammatica illusione. Maria aveva le labbra livide e il viso di ghiaccio, tremava e la madre superiora la sorreggeva per aiutarla a camminare. Ercole, quando vide la moglie in quello stato, si avvicinò per abbracciarla e i coniugi sprofondarono in un pianto senza speranza.

    Pietro vide comparire sulla porta una giovane suora. Aveva circa trent’anni, quattro o cinque più di Emanuela, e non le somigliava minimamente. Era addolorata per essere stata la causa di quell’equivoco e di quell’ulteriore sofferenza. Maria allora si liberò dall’abbraccio del marito e le si avvicinò stringendola forte a sé, come avrebbe fatto se fosse stata davvero Emanuela. Cercava d’illudersi di stringere per l’ultima volta la figlia mille volte invocata, mille volte desiderata, mille volte sognata.

    Il fratello di Emanuela chinò la testa per non mostrare la propria disillusione. La mano in tasca stringeva la statuetta di gesso dei pinguini che la disperazione gli fece frantumare in mille pezzi. Fu assalito da una vertigine che lo costrinse ad appoggiarsi a una parete. Ebbe la sensazione di precipitare in un pozzo nero senza fondo, mentre nella mente, come in un film velocizzato, gli sfilarono davanti i momenti più drammatici di quegli ultimi dieci anni… Ancora una volta maledì il giorno in cui era iniziato quell’incubo infinito…

    2. Una notte alla Lubjanka

    Undici anni prima

    Mosca, maggio 1982

    Lubjanka. A Mosca era sufficiente pronunciare quella parola per provocare un senso di smarrimento nei cittadini. Quel nome evocava, specialmente negli anziani, immagini sinistre e ricordi angoscianti. La Lubjanka era la sede del kgb, il comitato federale che coordinava con un elevato grado di indipendenza gli altri quattordici servizi segreti delle repubbliche del Soviet. In parole povere, era il temutissimo servizio segreto sovietico. Gli addetti ai lavori lo chiamavano Il Centro.

    Nei sei piani del monolitico palazzo erano distribuiti gli uffici dei direttorati, dei dipartimenti e delle sezioni territoriali. Al terzo si trovava lo storico ufficio di tutti i direttori generali che si erano alternati al comando del Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti, da Lavrentij Pavlovicˇ Berija a Jurij Vladimirovicˇ Andropov. Ora sulla poltrona del secondo uomo più potente dell’impero c’era Victor Lysenko, una cariatide della nomenklatura moscovita, cresciuto all’ombra di Leonid Brežnev, membro del Politburo sin dai primi anni Settanta.

    Alla Lubjanka non c’erano soltanto gli uffici del kgb, ma nei sei piani che si sviluppavano sotto il livello stradale si trovavano anche le celle di detenzione. In questa città della sofferenza, negli ultimi sessant’anni, erano state eseguite più di tre milioni di esecuzioni.

    Victor Lysenko aveva indetto la riunione alle diciannove. A Nadia Karlovicˇ, la sua eterna segretaria, da qualcuno chiamata la Zarina, aveva ordinato di convocare i due vicedirettori generali, oltre al direttore del Primo Direttorato Centrale e a quello del Dipartimento v, senza però specificare l’ordine del giorno.

    Alle diciannove in punto, introdotti da Nadia, entrarono nella grande sala del direttore generale i due vicari di Lysenko, il generale Ivanovicˇ Radek e Nikolaj Morozov, poi Sluzki Surkov, capo del Primo Direttorato Centrale, la sezione che si occupava delle operazioni internazionali; infine Janos Kadàr, direttore del Dipartimento v, meglio noto come il famigerato e temutissimo xiii Dipartimento, sezione preposta alle azioni esecutive, quelle ad alto rischio di spargimento di sangue. Oltre agli omicidi, nel raggio d’azione del xiii Dipartimento erano inclusi i sabotaggi e i sequestri di persona. La sua presenza fece comprendere agli altri colleghi l’importanza della riunione.

    I quattro gerarchi presero posto attorno al grande tavolo rotondo, al centro del salone. Nadia, taccuino alla mano, si sedette a uno scrittoio posto in un angolo della sala. Poco dopo arrivò anche lui, Victor Lysenko. Si sedette tra i due vicedirettori e cominciò a esporre i motivi della convocazione.

    «Abbiamo un problema. E il problema si chiama Alì Agca». Aspettò che la sorpresa venisse assimilata dai presenti. «È passato un anno dall’attentato e da parte dei bulgari non c’è stata ancora alcuna azione per tentare di liberarlo, né segnali di volerlo aiutare».

    «Ho parlato due settimane fa con Edmund Kowalski. È un gesuita polacco di origini tedesche, un agente della Stasi, molto attivo in Vaticano», riferì Nikolaj Morozov. «Mi ha confermato che stanno tentando d’infiltrarsi nel carcere di Ascoli Piceno, dove Agca sta scontando l’ergastolo. Ma trovano difficoltà perché è un istituto di massima sicurezza e dopo l’arrivo di Agca la direzione ha intensificato il grado di allerta».

    «Vi rendete conto che è passato un anno dall’attentato?», tornò a ripetere con voce monocorde Lysenko. «Agca sta mantenendo gli accordi presi. Non ha mai parlato. Non ha denunciato nessun compagno. Ha mantenuto un assoluto silenzio. Ha rinunciato anche all’appello contro la condanna all’ergastolo. È evidente che si aspetta da noi un’azione risolutiva o quanto meno un cenno di presenza, non credi compagno Surkov?».

    Aver chiamato esplicitamente in causa il direttore delle operazioni internazionali, stava a significare che in quella riunione Surkov e la sua direzione erano sotto inchiesta. «Stiamo elaborando un piano per ottenere il suo rilascio, compagno direttore», dichiarò Sluzki Surkov tradendo un certo disagio.

    «E allora affrettati a farlo diventare esecutivo questo piano, prima che sia troppo tardi!». Lysenko aveva alzato di poco il tono della voce. «Abbiamo saputo che Agca ha chiesto di parlare con il giudice Martani. Quel turco non è fesso. Ha aspettato in silenzio fino ad oggi nella speranza che arrivasse la cavalleria a liberarlo, ma visto che all’orizzonte non si è profilato niente, ha deciso di prendere lui l’iniziativa».

    «Pensate che voglia tradirci?», domandò ingenuamente Surkov.

    «Baratterà la sua condizione di ergastolano con le rivelazioni che è disposto a fare», sentenziò il capo del kgb. «Se non vogliamo essere messi alla berlina davanti a tutti, facciamogli capire che non ci siamo dimenticati di lui, prima che cominci a dire cose che non dovrebbe dire».

    Nicolaj Morozov si rivolse direttamente a Surkov: «Avete accennato a un piano. Di cosa si tratta?».

    Janos Kadàr, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, rispose al posto del collega: «Con il compagno Surkov abbiamo pensato a uno scambio di prigionieri e stavamo valutandone le dinamiche».

    «Abbiamo una spia da barattare? Non ne sapevo niente», intervenne allarmato Victor Lysenko sporgendosi in avanti.

    «Veramente non ce l’abbiamo ancora. Stiamo verificando i possibili obiettivi», puntualizzò il direttore del Dipartimento azioni esecutive. «Alcune nostre unità stanno già lavorando sul campo».

    «Ma allora fate in fretta. Prima che il turco cominci a fare l’usignolo», l’anziano Lysenko amava queste metafore, gli ricordavano i tempi in cui era lui l’esploratore operativo.

    Carcere di Ascoli Piceno, maggio 1982

    Purtroppo per lui, l’usignolo aveva già cominciato a cantare.

    Due mesi dopo l’attentato, nella sentenza che aveva condannato Alì Agca all’ergastolo, il presidente della Corte d’Assise Severino Santiapichi aveva ravvisato la necessità di approfondire la dinamica dell’attentato con un supplemento d’istruttoria. Non era sufficiente per lui la dichiarazione di colpevolezza dell’imputato. Sentiva la necessità di far luce sul retroterra in cui il delitto era maturato. In definitiva la Corte aveva considerato Agca la semplice pedina «di un progetto i cui contenuti e finalità apparivano all’epoca assolutamente non chiari; egli era soltanto la punta emergente di una trama dai contorni purtroppo indefiniti e perciò drammatica e minacciosa ordita da forze occulte», così concludeva il dispositivo della sentenza.

    Titolare del supplemento di istruttoria sul fallito attentato a Giovanni Paolo ii, fu il giudice Italo Martani. Doveva appurare se l’imputato, già condannato all’ergastolo, aveva agito da solo oppure con l’appoggio di un’organizzazione internazionale. Nel corso degli incontri, sollecitati dallo stesso Alì Agca, questi raccontò con abbondanza di particolari il suo coinvolgimento nel piano elaborato dal kgb.

    «Iniziamo dall’arma», disse il magistrato Martani aprendo un grande blocco notes.

    «No. Cominciamo invece dall’inizio, dall’omicidio del direttore del quotidiano Milliyet», rettificò Agca.

    «È attinente con l’attentato al papa?»

    «Molto attinente, perché alcuni personaggi della nostra commedia sono gli stessi e inoltre perché a ordinarmelo è stata la stessa organizzazione politico-mafiosa che più tardi mi ha chiesto di uccidere papa Wojtyla», precisò il turco.

    «Va bene. Allora, iniziamo dall’omicidio del giornalista», lo assecondò il magistrato. «Chi è stato a chiederti di uccidere Abdi Ipekci, direttore del Milliyet

    «Il suo nome è Bekir Çelenk. È un capomafia turco, è lui che ha finanziato il nostro gruppo, lui stesso ad avermi fatto evadere dal carcere di Kartal, dov’ero stato rinchiuso in attesa che la sentenza di condanna a morte venisse eseguita».

    «Quando dici il nostro gruppo a chi ti riferisci?»

    «Ai Lupi grigi», specificò Agca. «È un’organizzazione di estrema destra, ultranazionalista, collegata alla mafia turca a sua volta in combutta con i servizi segreti bulgari e sovietici. Ma io non ne condividevo le scelte politiche. Per me e altri come me, non c’erano differenze tra destra e sinistra. Lo scopo finale dei Lupi grigi era quello di destabilizzare la Turchia con una serie di attentati per allontanarla dalla nato e spingerla verso i fratelli del blocco islamico, sovietici compresi. Per questo alcuni di noi hanno seguito corsi di addestramento nei campi palestinesi di Habbash entrando a far parte dei gruppi di guerriglia».

    «Ma se quella dei Lupi grigi era un’organizzazione legata alla destra, come poteva, se ho capito bene, mettersi al servizio dei bulgari e dei sovietici?», domandò sconcertato Martani.

    «Proprio per questo si servivano di noi nel progettare attentati terroristici. La matrice nazifascista dei Lupi grigi faceva automaticamente allontanare i sospetti dai mandanti filocomunisti», spiegò il turco.

    «Parlami ancora di questo Bekir Çelenk».

    «Nei Balcani, ma anche in Europa, è l’uomo chiave del kgb. Era ben introdotto nel salotto del dittatore bulgaro Todor Zhivkov, perché frequentava la figlia Ludmilla, mentre con il figlio tirava fino all’alba ai tavoli da gioco. A volte Ludmilla si univa a loro. Anche lei era un’accanita giocatrice d’azzardo. Bekir Çelenk era insomma il collegamento tra i servizi segreti e la mafia bulgara. È stato lui a farmi conoscere Sergej Antonov, Todor Ayvazov e Jelio Vassilev, tutti dei servizi bulgari. Sono loro che mi hanno aiutato a organizzare l’attentato. Invece con Oral Çelik eravamo già amici. Con lui sono amico di lunga data».

    «Parlami di questi complici. Chi è Sergej Antonov?»

    «Sergej Antonov è il caposcalo delle linee Balkan Air a Roma. Nel suo appartamento di via Pola ci siamo riuniti nei giorni precedenti l’attentato per stabilire il piano di fuga. Qualche volta Oral Çelik ha anche dormito da lui».

    «Sergej Antonov è sposato?», domandò il giudice.

    «Sì, la moglie si chiama Rossitza e ha una figlia di nome Anna che però non ho mai visto. Quando andavamo a casa sua c’era soltanto la moglie che però non partecipava agli incontri. Ci portava il tè e poi spariva», puntualizzò il turco.

    «E gli altri? Todor Ayvazov che funzioni aveva?», continuò a chiedere Martani.

    «Todor Ayvazov è il cassiere dell’ambasciata bulgara di Roma. È considerato un grande esperto di terrorismo internazionale. Quando sono andato a Roma mi ha ospitato per qualche giorno nella sua abitazione di via Galiani. È qui che ho conosciuto Sergej Antonov».

    «E Jelio Vassilev?»

    «Jelio Vassiliev è il segretario dell’addetto militare bulgaro a Roma. Insieme a Todor Ayvazov è stato lui a organizzare logisticamente l’attentato».

    «Invece Oral Çelik è un tuo amico da sempre, se ho capito bene?»

    «Oral Çelik è un lupo grigio come me. Abbiamo vissuto come fratelli a Istanbul per molti anni e insieme abbiamo partecipato a innumerevoli azioni».

    «Veniamo all’attentato. Quando è stato deciso e da chi?»

    «Tre anni fa, a Francoforte, Musa Serdar Celebi, presidente della Federazione per la promozione della cultura turca in Europa, si è incontrato con Bekir Çelenk».

    «Çelenk, il capomafia che faceva da collegamento tra il kgb e il dittatore bulgaro», specificò il giudice per fissare nella memoria i personaggi della storia. Agca rispose con un cenno affermativo. «E cos’era quella Federazione?»

    «Era un’organizzazione culturale, ma in realtà serviva da paravento per coordinare i Lupi grigi in Germania».

    «Tu eri presente all’incontro tra Musa Serdar Celebi e Bekir Çelenk?», volle sapere il giudice Martani.

    «No. Mi riferì dell’incontro lo stesso Musa Serdar Celebi. In pratica Bekir Çelenk gli comunicò che il governo bulgaro era disposto a pagare tre milioni di marchi ai Lupi grigi per l’uccisione del papa. Per l’organizzazione dell’attentato avrebbe provveduto lui a metterci in contatto con i servizi segreti bulgari. Loro ci avrebbero dato l’appoggio per tutta la fase logistica e di preparazione».

    «Chi erano gli altri Lupi grigi che presero parte all’organizzazione dell’attentato, oltre te, il tuo amico Oral Çelik e Musa Serdar Celebi?»

    «Hanno partecipato all’operazione Abdullah Catlj, Omer Bagci, Sedat Sirri Kadem, Omer Ay e poi il capo della sezione austriaca dei Lupi grigi Cihat Turkoglu. A Vienna Turkoglu fa il sarto. A lui chiedemmo di custodirci le armi usate nell’attentato».

    La memoria di Agca era davvero sorprendente, osservò tra sé il magistrato. «Ora cerchiamo di fare chiarezza», disse poi alzandosi dal tavolo. Si avvicinò a un grande foglio fissato a un pannello. «Altrimenti con tutti questi nomi bulgari e turchi rischio di confondermi», tolse il cappuccio a un pennarello. «Mettiamo al centro Bekir Çelenk, il capo della mafia turca», disse il magistrato cominciando a scrivere quel nome nel mezzo del pannello. «È lui il collegamento tra i bulgari e voi Lupi grigi, mi pare di aver capito». Ricordando a memoria i nomi, compose l’organigramma di quanto Agca gli aveva confessato fino a quel momento.

    bekir çelenk (capomafia turca)

    bulgari

    Sergej Antono (caposcalo Balkan Air)

    Todor Ayvazov (cassiere ambasciata bulgara)

    Jelio Vassiliev (segretario addetto militare ambasciata bulgara)

    lupi grigi

    Musa Serdar Celebi (capo Lupi grigi in Germania)

    Alì Agca

    Oral Çelik

    Yalcin Ozbey

    Omer Bagci

    Sedat Sirri Kadem

    Omer Ay

    Cihat Turkoglu(capo Lupi grigi in Austria)

    Con questa prima confessione la cosiddetta pista bulgara entrò di diritto negli atti della seconda istruttoria e da questo momento fu considerata la traccia principale per risolvere il rebus del tentato omicidio di papa Giovanni Paolo ii.

    3. Un disinvolto arcivescovo

    All’interno delle mura vaticane, nei pressi di Porta Sant’Anna, si trova una torre circolare. È il torrione di Niccolò v, la sede dell’Istituto per le Opere Religiose, la banca del papa. Lo ior da oltre dieci anni era il regno incontrastato di monsignor Paul Casimir Marcinkus. Le sue opere, sotto la direzione del monsignore di Chicago, avevano ben poco a che fare con la religione e la fede, perché la vocazione principale dell’istituto era quello di collettore di flussi miliardari di valuta generata da traffici illegali provenienti dai paradisi fiscali sudamericani, attivati per riciclare e ripulire tonnellate di soldi spesso macchiati di sangue. Per questa sua intensa attività Marcinkus era diventato in pochi anni uno degli uomini più potenti del Vaticano. Essere amico di papa Wojtyla aveva contribuito non poco a questa sua invidiabile fama.

    Quella mattina aveva ricevuto nel suo studio, all’ultimo piano del torrione, la giornalista Maria Russel dell’ansa per una intervista. Maria non era proprio quello che si dice una grande bellezza. Non era appariscente, non faceva girare i maschietti quando camminava per strada. Era affetta da una forte miopia che la obbligava a portare occhiali dalle spesse lenti, poi i capelli corti a caschetto striati di colpi di sole le conferivano un’aria da compassata professoressa, malgrado i suoi soli ventiquattro anni. Ma, pur non essendo molto alta, aveva un corpo tonico, ben proporzionato e due gambe da sballo che terminavano in un posteriore degno di J. Lo. Siccome ricopriva il ruolo di inviata, nella redazione romana della prestigiosa agenzia i colleghi invidiosi le avevano affibbiato vari flirt con i capiservizio che contano. Ma in realtà Maria era riuscita a entrare in agenzia grazie allo scoop che aveva messo a segno in occasione della liberazione dell’assessore ai lavori pubblici di Napoli, Ciro Cirillo, avvenuto due anni prima. Il politico democristiano, al momento della liberazione dalle br, doveva essere condotto in Questura dove lo stavano aspettando magistrati e giornalisti nazionali ed europei. Ma all’improvviso l’auto della polizia aveva deviato dall’itinerario prefissato, portandolo a casa sua a Torre del Greco, dove lo attendevano alcuni esponenti del partito. Maria aveva avuto la soffiata da un amico poliziotto e fu l’unica giornalista a trovarsi al posto giusto nel momento giusto, quello del ricongiungimento del sequestrato con gli amici democristiani. Grazie a questa preziosa spiata, che lei spacciò per intuito, fu promossa a inviato di punta dell’agenzia. Due anni dopo il direttore Sergio Lepri le affidò l’inchiesta sul sequestro Orlandi, a cui altri colleghi più anziani di lei ambivano perché si preannunciava come il caso dell’anno.

    «Monsignore, come si è conquistata l’amicizia di papa Giovanni Paolo ii?», iniziò a domandare la giornalista

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