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I misteri dell'archeologia. Storia e segreti
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I misteri dell'archeologia. Storia e segreti
E-book562 pagine8 ore

I misteri dell'archeologia. Storia e segreti

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Info su questo ebook

Dalle piramidi a Stonehenge, dalle sette meraviglie del mondo alla Sindone, l’archeologia incuriosisce da sempre soprattutto per il suo lato misterioso e perché molte domande non trovano ancora oggi una spiegazione logica e razionale.

Da quasi due secoli gli archeologi si affannano nel tentativo di dissotterrare reperti che talvolta riescono a mettere in discussione certezze acquisite con il tempo. Chi ha costruito Stonehenge? Quale tecnologia hanno usato gli Egizi per erigere le piramidi? Perché nessuno sa dove sia la tomba di Gengis Khan? E la Sindone, è vero che custodisce il ritratto di Cristo, o è un clamoroso falso storico? Ogni epoca, dalla preistoria al Medioevo, nasconde gelosa i suoi segreti che non lascia scoprire facilmente. Questo libro trasmette al lettore la meraviglia e la passione di quanti fanno dell’archeologia non solo un mestiere, ma una vera ragione di vita e ripercorre la storia di tanti misteri irrisolti, di cui ogni parte del pianeta è ricca, dei tanti studiosi che li indagarono, dei metodi usati, delle leggende e dei racconti affascinanti che da sempre li accompagnano. 

Un viaggio appassionante attraverso i misteri più affascinanti della storia dell’umanità

I misteri trattati nel libro:

Cerchi solari, arcani rituali e sacrifici
Viaggio nel vicino Oriente scomparso: dai segreti dei sigilli al racconto del diluvio universale
Egitto: it’s a kind of magic
Culti misterici e oracoli nell’antica Grecia
Crudele assassino o sovrano illuminato? Il mistero di Temujin, conosciuto come Gengis Khan
La Sindone di Torino. Reliquia autentica o incredibile falso?
Le sette meraviglie del mondo antico: la Statua di Zeus a Olimpia, i Giardini Pensili di Babilonia, il Faro di Alessandria, il Colosso di Rodi, il Mausoleo di Alicarnasso, l’Artemision di Efeso, la Grande Piramide
Cristiana Barandoni
Si è laureata in Archeologia classica a Pisa e Specializzata in Archeosismologia a Firenze. Sebbene sia un conservatore, nella vita di tutti i giorni si occupa di archeologia pubblica, social media e communication strategy per diversi musei e istituzioni culturali.
LinguaItaliano
Data di uscita23 feb 2016
ISBN9788854191730
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    Anteprima del libro

    I misteri dell'archeologia. Storia e segreti - Cristiana Barandoni

    1938

    Premessa

    Archaeology is not what you find.

    It’s what you find out.

    Si sa che l’archeologia da sempre incuriosisce soprattutto per il lato misterioso e per il fatto che tantissime domande non trovano ancora oggi una spiegazione logica e razionale. Da quasi due secoli gli archeologi (anche se è da poco che si chiamano così, prima erano solo scavatori) si affannano nel tentativo di dissotterrare reperti che talvolta riescono a mettere in discussione certezze acquisite con il tempo. E si mettono in discussione, perché dovete sapere che qualche volta i reperti che vengono scoperti non sono di facile interpretazione e la loro identificazione non è poi così automatica. Pensiamo ad esempio agli oggetti rituali: possiamo forse attribuire a uno specifico manufatto una funzione, ma come veniva usato? Chi lo usava e soprattutto a quale scopo? Trovare un oggetto o studiare un’antica civiltà non significa sempre riuscire a capirne tutti gli aspetti ed è forse questo che anima le indagini degli archeologi; le ricerche non mirano a dissotterrare un reperto quanto a volerne ricostruire e narrare la storia.

    Noi archeologi amiamo il nostro lavoro e ci sforziamo molto nel tentativo di organizzare la storia per renderla comprensibile ma sappiamo che numerosi sono ancora gli interrogativi ai quali pur volendo non è possibile dare una risposta plausibile: chi ha costruito Stonehenge? Quale tecnologia hanno usato gli Egizi per costruire le piramidi? Come mai nessuno riesce a trovare la tomba del Gran Khan? Se poi ci addentriamo nel mistero dei riti e delle pratiche religiose e cultuali il gioco diventa ancora più difficoltoso.

    Ogni epoca storica, dalla preistoria al Medioevo, nasconde gelosa i suoi segreti che non lascia scoprire facilmente. Così gli studiosi delle varie discipline storiche spesso e volentieri ricorrono alla scienza e tentano di farsi aiutare nel trovare risposte a domande che non sono semplicemente insidiose, ma talvolta veri e propri rebus. Qualche esempio? Possiamo spaziare in una ipotetica classifica del mistero da siti più o meno sconosciuti ai reperti antropologici come le mummie, da oggetti cultuali incomprensibili a pratiche e costumi divinatori. Che dire della fossa comune dei Vichinghi senza testa? E degli enigmi nascosti dietro alle linee Nazca del deserto in Perú? O ancora: c’è chi ha passato una vita intera alla ricerca del Quiché Xibalbá, l’oltretomba popolato di morte della civiltà Maya.

    Spesso il tempo ha steso sopra le sue rovine e memorie un velo di oscurità e complessità tale che non si riesce a spiegare fatti che apparentemente sono semplici: se c’è stato un funerale, si dovrà pur sapere dove sta una tomba, giusto? Eppure oggi, dopo centinaia di anni, c’è ancora chi perlustra ogni centimetro di terra e zolla per rintracciare i segni del passaggio del feretro del Signore dell’Universo. Ci sono aspetti di pratiche occulte che qualche coraggioso, e lo vedremo nello specifico, tenta di ascrivere a intossicazioni: ma siamo proprio sicuri che togliere quell’aura di magia ai vaticini della Pizia significhi realmente fare una scoperta importante? La storia e la scienza talvolta non riescono a dare giustificazioni plausibili perché troppo lontane nel tempo sono le pratiche e i culti ai quali certi enigmi fanno riferimento: nel tentativo di fornire un quadro generale degli insoluti della storia, ci siamo resi conto che probabilmente sono più le domande che le risposte che abitano il complesso mondo dell’archeologia. Tali e numerosi sono gli interrogativi che si potrebbe scrivere un libro che non finisce mai; per cui la scelta è diventata quasi un obbligo per cercare, attraverso esempi più o meno conosciuti, di sollevare un pochino quel velo tanto pesante che getta nel buio una parte importante della storia. Numerosi infatti sono i quesiti che non trovano ragione in una risposta razionale: questa classifica/selezione è solo una panoramica e non certo esaustiva ma è già abbastanza chiaro il messaggio che contiene: per tutto il tempo che passiamo a fare ricerca e a produrre documentazione sul nostro passato, le domande invece di diminuire aumentano e la maggior parte rimane senza risposta. I nostri antenati hanno lasciato un sacco di tracce in questo mondo e non tutte destinate a essere comprensibili ad altre culture.

    Potremo fare tutti gli sforzi possibili e immaginabili ma rimarranno sempre un mistero.

    La selezione operata nasce dal desidero di rendere tutti partecipi di un mondo antico molto diverso da quello che immaginiamo, fatto di stoffe colorate, incensi e banchetti, preghiere sussurrate e litanie cantate all’ombra di sulfurei vapori scaturiti dal ventre della terra.

    Storie arcane che forse sarebbe meglio restassero tali e storie che non sono affatto come ce le hanno raccontate.

    Ricordi che può essere complesso tentare di rievocare, di un passato che non ha nessuna intenzione di essere svelato.

    Cerchi solari, arcani rituali e sacrifici. Conosciamo da vicino i misteri della Gran Bretagna

    La prima pianta del sito di Avebury, disegnata da John Aubrey nel 1663.

    Sui cerchi o anelli solari e sul loro stretto, strettissimo rapporto con le stelle e l’astronomia, credo si sia scritto di tutto e di più. Su Stonehenge poi non ne parliamo. E allora direte: perché ne scrivi anche tu? Perché vorrei sottolineare che, nonostante le migliaia di volumi, le centinaia di migliaia di articoli di ogni natura, ancora oggi si continua a chiedersi: chi lo costruì? Perché? Quando? Eccetera. Molto sconvolgente resta il fatto che gli studiosi che si sono avvicendati per qualcosa come cinquecento anni sul sito, tra i quali solo recentemente vi erano archeologi, hanno da sempre avuto il vizio di non comunicare i risultati delle loro osservazioni, preferendo tenerli chiusi in un cassetto e, come i disegni di Wood, tirarli fuori dopo trecento anni! Perché tanto mistero o anche solo scetticismo attorno a queste costruzioni così affascinanti? Non ho certo la presunzione di riuscire in poche pagine a raccontarvi una storia millenaria, la storia di un luogo dove l’aspetto rituale e magico si avverte ancora oggi, o di mettere la parola fine sui misteri delle tombe dei giganti o di sciogliere i dubbi su alcuni sacrifici umani. No, nulla di tutto questo. Il mio scopo è quello di farvi fare un viaggio attraverso leggende, miti, culti solari, arcani segreti che solo un occhio attento è in grado di percepire.

    Siete pronti? Partiamo.

    Monumenti megalitici

    Di tutto, proprio di tutto è stato scritto su questo incredibile monumento preistorico: Stonehenge di volta in volta è stato un tempio, un calendario, un osservatorio celeste, un luogo dai poteri taumaturgici, perfino un computer gigante. A parte le teorie strampalate, tutti si pongono la stessa domanda: chi lo costruì? Quante domande resteranno senza una risposta? Quante domande invece troveranno nell’archeologia un valido aiuto per svelare i misteri e muoversi nelle nebbie della brughiera inglese? Ci si interroga ancora ad esempio su come abbiano fatto, con la tecnologia dell’epoca, a trasportare alcune particolari pietre, le bluestones¹, dal Galles (esattamente da Preseli Hills, Galles sud-occidentale, distante in linea d’aria circa duecento chilometri) a qui ma soprattutto come abbiano fatto a metterle in opera. E che dire delle misteriose sepolture, alcune delle quali sembrerebbero sacrificali, disposte attorno al monumento?

    Vedere Stonehenge dal vivo, e non solo osservarlo nelle migliaia di pubblicazioni dedicate, è fare un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio, un’esperienza che in pochi riescono a comprendere fino in fondo. Visitare Stonehenge è immergersi nella profondità di credenze e culti che, troppo diversi da quelli occidentali ai quali siamo abituati, talvolta rimangono incomprensibili. Un vero e proprio mistero. Questo magnifico monumento megalitico (ossia di grandi pietre) preistorico, archeologicamente parlando, è definito cromlech, un termine bretone che significa pietra ricurva e che in genere identifica una lastra di pietra sostenuta da blocchi; in passato è stato a volte utilizzato per definire un cerchio formato da blocchi di pietra ed è stata la prima definizione utilizzata per identificare Stonehenge; non va confuso, come spesso accade, con i dolmen, che invece sono complessi di pietre spesso con funzione funeraria che in origine sorreggevano dall’esterno cumuli di terriccio.

    Dolmen è un termine gallese tipico della Cornovaglia e della Bretagna che indica una lastra di pietra; nelle fasi più antiche, la conformazione di un dolmen poteva comprendere la disposizione di pietre verticali non squadrate che ne sorreggevano una orizzontale, larga e relativamente piatta. Il tutto era di solito ricoperto da pietre o terra e aveva le funzioni di una camera funeraria. La tomba a camera, la quale si trovava spesso all’estremità più alta del complesso, è un edificio solitamente in pietra, destinato a ricevere sepolture durante lunghi periodi di tempo. Il termine dolmen non è utilizzato per definire le tombe a ciste o i casi in cui vi sia solo una sepoltura. Sono delle architetture la cui presenza è attestata soprattutto nei paesi nordeuropei come Francia, Inghilterra, Danimarca e Svezia, sebbene non manchino attestazioni anche nel basso Mediterraneo. La loro funzione, assieme alla tecnologia con la quale furono costruiti, è il vero e proprio enigma sul quale si dibatte molto ancora oggi. Di solito la spiegazione più corrente, e anche la più semplice e intuitiva, va posta in relazione con aspetti religiosi: i dolmen contrassegnavano luoghi ove si svolgevano importanti rituali solari, si praticavano sacrifici o ancora più semplicemente ritrovi e assemblee in grado di ospitare forse i rappresentanti di molte tribù. Che fossero luoghi per così dire di ritrovo collettivo lo testimonierebbero le avenue, lunghi viali di accesso ai cerchi come a Stonehenge, anch’essi edificati con pietrefitte – grossi blocchi ficcati nel terreno – disposte in file lineari, che si congiungono all’area circolare: qui si interrompono in quelle che sono state identificate come entrate al luogo di culto. Se osserviamo i cerchi della Gran Bretagna dove sono state ritrovate anche le avenue, in effetti i viali di accesso sono singolarmente ben allineati e lungo il loro percorso è stata recuperata una serie di ulteriori pietre che dovevano scandire forse alcuni importanti momenti degli ingressi al tempio. Si potrebbe anche pensare che queste interruzioni fossero tutt’altro che casuali e che funzionassero da tappe dei rituali: immaginatevi un percorso molto simile a quello che viene fatto in periodo pasquale durante la Via Crucis. Va da sé che la lontananza nel tempo e la scarsità di tracce materiali di impiego degli allineamenti (ossia disposizioni in cui tre o più oggetti o più esattamente dei punti degli stessi sono disposti in linea retta, il termine si riferisce spesso alle file di pietre row), almeno fino a oggi, non consente di approfondire ulteriormente questo aspetto; dobbiamo però dire che ci sono testimonianze di frequentazione nell’interno dei cerchi, tracce che gli archeologi tentano di interpretare passo dopo passo.

    «Obelischi da guerra de’ Gothi e sassi da loro drizzati». Incisione da Historia de le Genti et de la Natura de le cose settentrionali di Olao Magno, 1565.

    In Inghilterra alcune strutture monumentali furono costruite con un terrapieno perimetrale che si interrompe proprio nel punto in cui ci si aspetterebbe una porta di ingresso; alcuni insistono particolarmente su questo aspetto perché a loro avviso è indicatore di due segnali, il primo dei quali è legato alla frequentazione e, come dicevo sopra, all’ingresso. Se l’incrocio della linea – avenue – col cerchio – terrapieno – segnala il punto di ingresso, da qui allora dovevano entrare i celebranti; se questa interpretazione è possibile allora ci troveremmo di fronte a una vera e propria Via Sacra. Vi starete chiedendo: e allora facciamo gli scavi e vediamo se tutti i cerchi hanno una via d’accesso! Sarebbe bellissimo poterlo fare se, dato un terrapieno, l’allineamento di accesso fosse semplice da individuare: sarebbe magnifico se, seguendo le pietre una dopo l’altra, riuscissimo a capire dove si inoltrano. Purtroppo c’è un grosso problema: questi antichi monumenti oggi sono ridotti a ruderi, alcuni addirittura irriconoscibili, per cui è necessario essere molto prudenti e analizzare le pietre attentamente prima di arrivare a dire Sì, di qua passava la avenue!. Seconda osservazione: di solito i monumenti ad anello erano costruiti in aperta campagna ed erano sempre dotati di un fossato al quale si aggiungeva un terrapieno che per sua natura era sopraelevato rispetto al piano di calpestio, ossia il suolo ove si camminava; il terrapieno correva attorno a tutto il cerchio (termine impiegato per descrivere in maniera abbastanza approssimativa disposizioni vagamente circolari di pietre erette o di pali circondati o meno da fossati e argini), abbracciava per così dire tutto quanto il monumento. Domanda: perché venivano costruiti in pianura per poi essere difesi da un fossato? Non potevano scegliere le colline come luogo ideale? Alcuni studiosi ritengono che la funzione del fossato non fosse difensiva ma funzionale al culto o alla cerimonia che qui si svolgeva; questo chiarirebbe in parte forse anche il mistero di alcuni scheletri sepolti a Stonehenge, proprio lungo le pareti del suo terrapieno: erano forse vittime di sacrifici? Ma di questo parleremo più avanti, quando vi racconterò la storia della Tomba dell’Arciere.

    Un’altra teoria sui terrapieni e fossati li interpreta come delle tribune: come in una sorta di anfiteatro, il terrapieno avrebbe dato la possibilità alle persone di prendere parte indirettamente alla cerimonia; se non erano ammesse all’interno del recinto sacro, luogo che solo chi celebrava i culti poteva avere il permesso di violare, da qui potevano assistere comunque alle cerimonie; poteva infine rappresentare una postazione dalla quale osservare senza disturbare, partecipare senza entrare, sentirsi, anche forse indirettamente, parte di una comunità che celebrava un rito; alcuni studiosi ritengono invece che i terrapieni fossero una parte fondamentale del tempio, luoghi ove tutta la comunità poteva andare e da lì osservare in modo privilegiato le stelle.

    Quando parliamo di monumenti così grandi e singolari usiamo molto spesso la parola allineamento, termine che proviene dal linguaggio astronomico: in genere è abbastanza facile da spiegare se teniamo come punti di riferimento alcune precise costellazioni, il sole e la luna. Alcuni monumenti megalitici, rispondenti a perfette regole geometriche, sembravano ricalcare particolari costellazioni celesti o quantomeno l’andamento o allineamento di alcune di esse; studiando da vicino con grande sensibilità questo aspetto, gli astronomi sono giunti a una sconcertante scoperta: i cerchi inglesi erano realmente legati ad allineamenti stellari! Ma come era possibile? Per spiegarlo in termini semplici, torniamo indietro fino a 5000 anni prima di Cristo. Che cosa scrutavano nel cielo le antiche popolazioni? Ogni giorno vedevano sorgere e tramontare una stella, un astro, quasi sempre nello stesso punto: osservando la costanza e la ripetitività di questo fenomeno naturale, per alcune popolazioni l’evento cominciò a scandire la loro giornata, divenne una abitudine confortevole, quasi rassicurante; dobbiamo immaginare occhi puntati al cielo che, dall’alba al tramonto, potevano seguire un astro che diventava con il tempo un punto di riferimento connesso all’esistenza umana. Una stella poteva essere un defunto, una divinità, un antenato, un familiare. Poi questi punti celesti ebbero le loro proiezioni terrestri: quando una stella era particolarmente significativa le si cominciarono a dedicare strutture, prima in legno poi in pietra, che in un certo senso riuscivano quasi a trasferire un po’ della sua magia celeste nelle comunità. Data l’importanza che per loro cominciarono a rivestire queste strutture, per edificarle si scelsero luoghi considerati speciali: così passo passo gli uomini ebbero non più solo dei punti di riferimento nel cielo ma anche in mezzo a loro. Le architetture celesti divennero col tempo e con la pratica dei veri e propri tentativi di imprigionare in forme semplici, quali file di pietre, recinti, tumuli lineari, una trasposizione terrena dei grandi elementi celesti. Un pezzo di cielo era adesso alla portata di tutti: entrando nei cerchi ad esempio si entrava in una dimensione sacra che col tempo si arricchiva di grandi significati e che, fin dalla preistoria, non abbandonò più l’uomo. Però non fu una pratica che si verificò solo in Gran Bretagna e durante il Neolitico!

    Per capire quanto la progettazione di siti così complessi divenne parte fondamentale della spiritualità basta riflettere sulla scelta di orientare le chiese cristiane verso Gerusalemme. Ditemi voi, cosa è cambiato dalla preistoria? Molto spesso queste architetture primitive non sono facilmente riconoscibili sul suolo, a differenza delle belle chiese cristiane o delle sontuose moschee arabe, anch’esse orientate verso il punto che per loro era la massima rappresentazione del divino; nel Neolitico albe e tramonti, solstizi ed equinozi divennero un punto di riferimento notevole per molte comunità, e non solo in Gran Bretagna. Sarebbe magnifico riuscire prima o poi a dimostrare con teorie astronomiche e con la pratica della ricerca archeologica, che alcuni dei più importanti monumenti preistorici, come quelli che ad esempio sono stati scoperti in Irlanda, furono costruiti con l’intenzione di rapportarsi proprio sul posto a precise costellazioni celesti. Molti studiosi concordano con questa teoria ma suggeriscono che speciali orientamenti o allineamenti in realtà non fossero dettati dalla necessità religiosa ma da motivazioni più pratiche: una fra tutte, l’esigenza degli agricoltori di avere un preciso calendario delle stagioni, intese come specifici periodi dell’anno durante i quali selezionare determinate coltivazioni. Non sono due mondi diversi, perché l’agricoltura, in questa fase, è legata indissolubilmente all’aspetto cultuale della comunità: basti pensare ad esempio ai riti di fertilità. Come noterete, l’argomento si sta facendo complesso ed è abbastanza evidente che non possono esistere teorie con spiegazioni univoche; in particolare, data la singolarità dei siti nella piana di Salisbury, è bene considerare ogni monumento nella sua magnifica originalità e unicità. Non che sia un’impresa facile: nell’Europa continentale esistono 500 tumuli lineari, di cui solo una piccolissima parte è stata studiata!

    Un altro aspetto da non sottovalutare è che questi monumenti, e vedremo quanto sia importante per Stonehenge, hanno avuto un lungo periodo di elaborazione, durato anche migliaia di anni, durante i quali si sono trasformati, adattandosi al cambiamento di usi e costumi! Come fare per conoscerli correttamente? Si potrebbe cominciare a rintracciare tutte le caratteristiche comuni: ad esempio, viali di accesso e pietre intermedie sono rilevati in più siti, ma questo non basta. Dovremmo allargare il discorso e studiare il tumulo² dal punto di vista della struttura assieme all’aspetto rituale e cultuale; se tutti i cromlech di un dato luogo sono costruiti nello stesso modo, potremmo ipotizzare che le varie tribù locali avessero gli stessi culti e che esistesse una sorta di sentire religioso comune. Tutto questo è molto affascinante ma resta per il momento una speculazione interpretativa perché, come vedremo più avanti, poche sono le certezze che provengono da questi siti.

    Lo strano caso di Avebury e Windmill Hill

    Prima di parlare di Stonehenge, facciamo una riflessione su Avebury nella contea del Wiltshire. Il cerchio solare era racchiuso da un terrapieno e da un fossato di 421 metri di diametro, risalente, secondo i risultati del C14, a un periodo tra il 3400 e il 2625 a.C.; notevole nelle dimensioni, la circonferenza di 1,35 chilometri per un’area di 115.000 metri quadrati, supera tre volte per estensione lo stesso Stonehenge ed è attualmente il sito megalitico neolitico più grande della Gran Bretagna. La parte principale del monumento è composta da un anello, il grande Cerchio Esterno, che ha un diametro di 335 metri. Nella prima fase costruttiva furono sistemate circa un centinaio di pietre, alcune delle quali del peso di 40 tonnellate, mentre altre vennero aggiunte con il tempo mano a mano che il sito ingrandiva e si sviluppava. All’interno erano disposti altri due cerchi di dimensioni inferiori, di cui restano solo una decina di pietre; una parte di quello meridionale si trova sotto alcune delle abitazioni che ancora oggi sono situate dentro al terrapieno. Questo interessante sito fu scoperto nel 1663 da John Aubrey ed era gran parte intatto; lo sappiamo perché a John fu chiesto di studiarlo e di disegnarne le piante: era un architetto molto scrupoloso per cui cominciò a fare i rilievi a mano di tutti i sassi più grandi che si trovò davanti. Sappiamo così che all’interno del gigantesco tumulo in origine erano collocate duecento grandi pietre ma, quando sessant’anni dopo William Stukeley visitò il monumento con l’incarico di disegnarne una nuova pianta, le grandi pietre erano meno di cinquanta, una parte delle quali addirittura distrutte! I contadini che abitavano nei dintorni, vedendo quei ruderi abbandonati, cominciarono a usarli come cave di materiale da costruzione e piano piano, uno alla volta, con enormi sforzi asportarono i massi, distruggendo per sempre uno dei più significativi tumuli inglesi.

    Non dobbiamo però sorprenderci più di tanto, anche vista l’epoca, perché questo destino accomunò tanti monumenti dell’antichità, preistorici in particolare, che furono sacrificati per nuove costruzioni. È quello che in parte successe in Italia durante il Medioevo a sfavore di alcuni importanti monumenti romani. Oggi ciò che rimane di Avebury come pietre megalitiche è poca cosa ma, se vogliamo veramente renderci conto di quanto fosse imponente, possiamo utilizzare un semplice strumento, Google Earth, digitare il nome della località e vedere questo incredibile luogo dall’alto; ciò che appare ai nostri occhi è veramente magnifico, ed è quello che la mano dell’uomo non è stata in grado di cancellare: la memoria del territorio. Come è facile osservare, più ingrandite la vista migliore è la percezione del tumulo circolare; ma se vi allargate, cosa notate di strano? Spostate lo sguardo sulla destra, non vedete un altro tumulo? E poi ancora un altro e un altro? Ecco cosa tentavo di spiegare sopra: questi monumenti non erano mai isolati ma tessuti in una trama territoriale dove tutto l’ambiente faceva parte della stessa idea cultuale della comunità. Avebury, di cui si vede molto bene la avenue meridionale, oggi West Kennet Avenue, è così ampio che la sola parte centrale comprese un intero villaggio: tutto il complesso è circondato da un imponente terrapieno di 11 metri di profondità e 21 di larghezza, separato dall’interno tramite un fossato che si interrompe nei punti di accesso al tempio, a nord e a sud. Una curiosità: molte delle pietre che componevano la avenue erano pesanti più di 20 tonnellate! Sempre utilizzando Google Earth, selezionate l’omino giallo e trascinatelo dentro al sito: è suggestiva ed emozionante la possibilità di trovarsi esattamente nel centro dell’anello, grazie alla tecnologia! Se vi guardate attorno potete vedere ciò che resta dei megaliti, ma soprattutto la dimensione importante del terrapieno. Quando cominciarono gli scavi archeologici, tra il 1908 e il 1922, molte difficoltà furono incontrate anche solo nel tentativo di rialzare le pietre cadute. Incuriositi (e anche abbastanza impressionati dal peso) alcuni studiosi presenti decisero di tentare un esperimento: ricostruire i mezzi della preistoria con i quali si presumeva che fossero stati trasportati e issati i monoliti. In realtà, per l’esperimento furono usati mezzi costruiti con cavi d’acciaio: un gruppo di 12 uomini tentò di mettere in opera una piccola pietra Sarsen³ di 8 tonnellate, e ci vollero ben 5 giorni. Questo non fu un esperimento scientifico, ma solo una dimostrazione che invitò però a riflettere molto. Tra il cerchio e la sua avenue in origine c’erano ben 700 pietre, che furono trasportate qui con mezzi incredibili per l’epoca, dei quali, sia chiaro, siamo ancora oggi all’oscuro. Certo, se pensiamo che in 12 impiegarono 5 giorni per una pietra, aiutandosi con cavi d’acciaio, chissà quanto tempo fu necessario per costruire l’intero complesso.

    Analizziamo da vicino il sito: il Cerchio Esterno era composto da almeno 100 pietre e in origine all’interno conteneva 4 cerchi minori, forse anch’essi costruiti in pietra. Alexander Thom detto Sandy, un ingegnere scozzese che studiò dagli anni Venti agli anni Cinquanta del 1900 ogni singolo centimetro di Avebury, si dedicò, seguito nell’impresa dal figlio, all’analisi delle relazioni esistenti tra i cerchi e gli accessi, che qui erano ben 4; disse di aver scoperto proprietà geometriche precise, alla base delle quali erano state posizionate tutte le componenti più importanti e formulò la teoria della Iarda Megalitica (Megalithic Yard, my), una unità di misura di 2,72 piedi, corrispondente a 0,829 centimetri che, secondo lo studioso, fu utilizzata nella costruzione di anelli di pietre e di altri monumenti megalitici. Thom arrivò a questa conclusione, pensate bene, dopo aver visitato qualcosa come 600 siti megalitici in tutta l’Europa del Nord, dall’Inghilterra alla Scozia, dal Galles alla Britannia. È una teoria molto complessa e questa non è la sede adatta per spiegarla nel dettaglio (è un vero e proprio rompicapo!) per cui vi basti sapere che le conclusioni alle quali giunse furono effettivamente molto affascinanti: secondo padre e figlio, chi costruì Avebury tenne conto della posizione degli astri al momento dell’alba e del tramonto di alcuni giorni dell’anno e decise di orientare il sito calcolando esattamente gli allineamenti principali, legati al ciclo solare e lunare. Alcuni allineamenti sono comprensibili anche per occhi inesperti perché alcune pietre erano posizionate su linee visuali dirette che puntavano sia verso il tramonto che l’alba. In quest’ottica, le 4 avenue sarebbero così da interpretare come suggerimenti per indirizzare l’occhio dell’osservatore verso il cielo in quattro precise direzioni, come, per fare un esempio concreto, fossero i quattro punti cardinali. Thom credette che questa teoria fosse valida non solo per Avebury ma per tutti quei siti che presentavano caratteristiche costruttive simili. Per estensione potremmo ipotizzare che, in base alle numerose somiglianze ed elementi comuni con la maggior parte dei cerchi, il cielo sarebbe legato indissolubilmente alla costruzione di questi monumenti. Dato però che i tumuli non si svilupparono allo stesso modo, ogni cerchio solare in terra deve essere studiato singolarmente. Le avenue, elemento univoco comune a tutti i siti, furono progettate sicuramente per indicare, attraverso la disposizione di lunghe file di pietre, il cielo, congiungendo il monumento con un particolare astro. Non solo: le avenue attraversavano il monumento esattamente nel centro e, in un sistema ideale, lo tessevano nel territorio, collegandolo a tutti gli altri cerchi presenti. Non abbiamo dunque un solo cerchio, anello, terrapieno ma una relazione astrale attraverso un sistema complesso di monumenti composti da filari di pietra, vie sacre, e cerchi che a loro volta fornivano un riferimento per la costruzione di altri monumenti simili all’interno dello stesso territorio. Alcune voci discordanti sull’importanza delle avenue minimizzano la loro funzione: esse non sarebbero l’equivalente più tardo delle vie sacre, tragitti (come la Via Sacra di Atene) progettati per processioni e cerimoniali. Gli studiosi che non concordano con questa evoluzione motivano il loro pensiero sul fatto che nelle avenue non sono state recuperate precise indicazioni su come dovevano essere frequentate: la loro creazione dunque poteva essere anche solo un suggerimento, solo una indicazione verso dove dirigersi per andare a osservare il sorgere e tramontare di una stella.

    Veduta del tempio di Avebury secondo un’interpretazione di William Stuckley (XVIII secolo).

    In effetti è molto suggestivo pensare a questi luoghi quali viali di accesso ai cerchi e dunque ingresso o uscita per le cerimonie; le avenue spesso hanno ai lati piccoli terrapieni che le isolano dal resto del terreno, e questo è uno degli aspetti che maggiormente suggerirebbe questa interpretazione. Se così fosse potremmo, come nel caso dei terrapieni attorno ai cerchi, pensare a una precisa funzione delle strade ma non solo: visto che buona parte di esse è costruita nello stesso modo, potremmo ipotizzare che esistesse un modello comune al quale tutti i costruttori fecero riferimento: questo indicherebbe che per alcune comunità queste forme avevano un significato molto preciso, un valore rilevante; ipotesi molto suggestiva ma non confermata da ritrovamenti archeologici. Molte avenue tra l’altro non finiscono dentro ai cerchi ma conducono a pozze d’acqua, altre hanno delle pietre messe di traverso come fossero piccoli sbarramenti: e se anche questi fossero indizi di culto? E se anche questi facessero parte di un disegno rituale ancora sconosciuto?

    Ciò che maggiormente sorprende è che, siccome furono costruiti con enormi massi, e nonostante che in alcuni casi furono utilizzati come cave, la loro presenza sul territorio è ben visibile anche in forma di traccia. Mi spiego meglio: alcuni cerchi oggi non esistono più, le pietre furono utilizzate nel tempo per costruire altri monumenti o case; sul terreno però la loro impronta è rimasta indelebile, come se noi oggi tentassimo di vedere una fotografia di cui rimane solo il negativo. Non è certo adeguato per apprezzarne colori e sfumature ma è sufficiente per avere almeno l’immagine del luogo rappresentato. Ecco quello che succede oggi con alcuni di questi monumenti ed è per questo che la ricerca archeologica diventa più stringente, poiché rappresenta l’unico modo per noi di riuscire a salvare quel poco che resta impresso nel negativo. Ciò che invece non conosciamo quasi per nulla sono aspetti della vita comune delle popolazioni costruttrici, le loro abitazioni e l’organizzazione dei villaggi; eccezionali sono i casi in cui sono stati recuperati alcuni resti di insediamenti risalenti al iv millennio a.C. e ancora più eccezionali casi databili addirittura al v millennio! Che cosa possiamo desumere da questi ritrovamenti? Che la capacità costruttiva di queste comunità non era così povera come potremmo aspettarci: il territorio, anche se scarsamente abitato, veniva costellato di costruzioni in legno in alcuni casi grandi anche un centinaio di metri quadrati, con tetti a falda di paglia, all’interno delle quali potevano vivere uno o più nuclei familiari assieme. In un caso è stato recuperato all’interno di una di questa grandi abitazioni familiari anche un piccolo ricovero per gli animali. È chiaro che ciò che resta sono labili tracce fossili sul suolo, ad esempio le buche dei pali⁴, ma sono sufficienti per comprendere che anche le case erano circondate da recinzioni e in alcuni casi da terrapieni, forse per mantenere il calore all’interno.

    Oltre ai cerchi e alle linee di pietre, esistono anche i long barrows, ossia grandi tumuli lineari, rettangolari o trapezoidali; in Inghilterra se ne contano più di trecento ma esistono esempi molto interessanti anche in Scozia. Gli Inglesi hanno stilato una divertente classifica con i sette barrows più belli e interessanti: West Kennet, Wayland’s Smithy, Coldrum Long Barrow (conosciuto come Coldrum Stones), Belas Knap, Stoney Littleton Long Barrow (conosciuto come Bath Tumulus e Wellow Tumulus), Nympsfeld Long Barrow, Uley Long Barrow (conosciuto come Hetty Pegler’s Tump); sono tutti visitabili gratuitamente, per cui, se capitate dalle parti dell’Inghilterra meridionale, non lasciatevi scappare questa bella occasione di fare un salto nel Neolitico: ne rimarrete assolutamente affascinati. Attenzione però, perché questi non sono monumenti celesti come Avebury ma tombe gigantesche! Sappiamo chi furono le popolazioni che costruirono questi enormi cimiteri?

    Uno dei tumuli più conosciuti è di sicuro Windmill Hill, vicino ad Avebury, dal quale prese il nome una importante cultura neolitica: il sito si trova questa volta in cima a una collina e per la prima volta qui furono scoperti elementi così caratteristici da dare il nome addirittura a uno stile preciso; le popolazioni abitavano qui perché durante il Neolitico le pianure erano ricoperte da foreste lussureggianti composte principalmente da querce e olmi: il legno era per loro di fondamentale importanza per costruire i tumuli, così cominciarono a disboscare, anche per avere ampi spazi da dedicare all’agricoltura. Inoltre, data la diffusa presenza di argilla, cominciarono anche a lavorarla per ottenere vasellame e utensili da utilizzare per la gestione delle attività quotidiane. La ceramica di questo insediamento è così unica che gli archeologi l’hanno battezzata Cultura di Windmill. Ma torniamo a Windmill Hill: sulla sua funzione si discute ancora oggi, c’è chi dice che lo stato delle ricerche ha solo sbucciato la superficie. Noi non conosciamo le funzioni sociali o cultuali ma ciò che è evidente è che il tumulo e i suoi fossati dovevano ricoprire un ruolo fondamentale per l’intera comunità, soprattutto quando venivano utilizzati come osservatori celesti; un tumulo circolare garantiva idealmente di racchiudere dentro di sé solo qualche stella: un tumulo lineare garantiva una osservazione trasversale delle stelle, per cui il numero di quelle racchiudibili nel recinto era potenzialmente molto più ampio!

    Per quanto riguarda l’aspetto funerario, sappiamo che dapprima utilizzarono piccole fosse individuali, per poi passare gradualmente a strutture funerarie complesse che, per la necessità di ospitare centinaia di corpi, raggiunsero anche dimensioni notevoli, tanto da superare i 100 metri. Alcuni studiosi ritengono che i barrow rappresentino l’ultima fase di una complessa sequenza connessa a inumazioni rituali: non semplici sepolture dunque ma riti, che si svilupparono ed evolsero tra il 4000 e il 2400 a.C.; le forme più antiche di long barrow erano piccoli recinti rettangolari di tumuli di terra sormontati da una palizzata in legno, una recinzione che separava il territorio dei morti da quello dei vivi. All’interno veniva eretta una camera sepolcrale in legno abbastanza grande, rinforzata da larghi pilastri di sostegno; talvolta veniva costruita anche una grande entrata, sempre in legno. I resti umani erano sistemati in questa camera o in un’unica volta oppure in momenti diversi: questo lo sappiamo grazie al contributo degli antropologi che riescono a individuare tutte le varie fasi delle deposizioni. Emergono però anche alcuni dati inquietanti: spesso i corpi trovati all’interno erano disarticolati, il che fa pensare che fossero soggetti all’esposizione. In aggiunta, su alcune ossa sono state rilevate tracce di scarnificazione prima del seppellimento! Capirete bene che questi particolari denotano più di un semplice funerale per come lo possiamo intendere noi oggi: i corpi venivano prima sepolti altrove, poi riesumati, le ossa liberate dai resti molli e dalla pelle, e quindi intenzionalmente sepolti dentro al barrow. Raramente vengono trovati scheletri interi e sembra che soltanto le ossa lunghe e i teschi si conservassero fino all’interramento finale: perché questa preferenza, che escludeva le altre ossa? È possibile cercare di comprendere quali fossero le tappe di questi passaggi? Ma soprattutto: perché seppellivano in un luogo e poi scarnificavano i resti? Nei tumuli lineari sono stati trovati anche numerosi scheletri di animali, trattati allo stesso modo, ossia scarnificati e poi deposti sopra le ossa umane. Come mai furono deposti scheletri completi di capre e pecore ma dei buoi solo i teschi? Alcuni studiosi pensano che le ossa umane fossero oggetto di venerazione (lo stesso sarebbe per gli animali), una sorta di rappresentazione di sacrifici alle divinità. Davis e Payne hanno notato che molti teschi di bovino venivano impilati all’interno dei tumuli: a Stonehenge, al livello del pavimento del fossato sono stati recuperati teschi e mandibole di buoi antichissimi, oggetto di culto e venerazione, conservati e tramandati di generazione in generazione per secoli! Di certo tutta questa dedizione doveva appartenere a rituali complessi, mossi da forme cultuali arcane, che per alcuni erano legati più a pratiche di fertilità che a precisi riferimenti astronomici; le risposte forse resteranno sepolte nelle profondità dei tumuli per sempre.

    Si calcola che per costruire un tumulo lineare non particolarmente grande, fossero necessarie 7000 ore di lavoro, e questo solo per il tumulo, senza contare la costruzione di cerchi, argini e fossati, che richiedevano uno sforzo ancora più grande. Non dobbiamo infatti dimenticare che alcuni anelli avevano un complessa organizzazione interna, alcuni contenevano altri cerchi e la dimensione totale poteva raggiungere anche un diametro di 300 metri. Windmill e Avebury sono solo due degli esempi noti e non dobbiamo stupirci più di tanto della grandiosità di questi monumenti, perché la contea è famosa per la presenza di numerosi tumuli e henge⁵ dei quali uno è noto a livello a dir poco mondiale. Avete capito di cosa parlo: è Stonehenge, non un sito qualunque, il sito archeologico più misterioso e complesso d’Inghilterra, destinazione di un turismo sia laico che religioso, luogo odierno di rituali ancestrali, alcuni autorizzati altri meno, che da anni solletica la nostra immaginazione e la nostra curiosità.

    Sacre pietre

    È bene fin da subito chiarire un aspetto molto importante: quando parliamo di Stonehenge non possiamo riferirci solo al cerchio di pietre che tutti conosciamo. Il nostro sguardo deve andare oltre e osservare tutti i resti delle passate civiltà che sono nei dintorni, fino ad arrivare, con uno sguardo a volo d’uccello, ad abbracciare l’intera piana di Salisbury; solo così potremmo non solo capire ma renderci conto di quanto sia ampio, complesso e ancora sconosciuto. Vi starete chiedendo come sia possibile che ancora oggi non si conosca bene la storia di queste pietre millenarie, purtroppo è così. Una delle difficoltà maggiori nello studiare Stonehenge è stata in primis di voler considerare solo la parte centrale del monumento, il tanto famoso quanto conosciuto anello centrale: peccato però che sia solo una delle componenti del monumento che si estende ben oltre. Non comprendere il profondo legame del cerchio centrale con il territorio ha fatto in modo che una grossa parte degli aspetti per così dire accessori del sito fossero, col tempo, dimenticati. La mancanza di collegamento con il territorio circostante è nata dal fatto che negli anni molti tumuli sono stati distrutti, altri non riconosciuti, altri ancora ignorati (perché non ritenuti uniti al sito principale). Questo ha fatto in modo che tutto ciò che è stato detto o scritto negli anni fosse parziale, molte volte inesatto: nel raggio di 4 chilometri da Stonehenge, giusto per farvi un esempio, esistono ben 23 tumuli, alcuni dei quali di dimensioni definite colossali; altri sono il risultato di una sovrapposizione di numerosi tumuli uno sull’altro, altri ancora più lontani sono però idealmente collegati da linee e direttrici celesti, orientate nord-sud.

    Chi avrà interesse ad approfondire, anche solo per curiosità, la storia di questi monumenti, per capirci qualcosa dovrà prima di tutto prendere confidenza con la terminologia usata nelle numerose descrizioni, senza la quale è pressoché impossibile comprenderle. Vediamola assieme: le file di pietre o le strade di accesso al sito hanno nomi diversi, qualcuno ritiene in base alla funzione che dovevano svolgere. Tre sono i termini più ricorrenti: avenue (già menzionata più volte parlando di Avebury), cursus e row (fila di pietre); per avenue si intende uno spazio compreso tra due file parallele di pietre; per cursus si intende uno spazio compreso tra una coppia di argini paralleli che contengono all’interno un fossato⁶ e infine per row si intende una fila di pietre, anche di grandi dimensioni, spesso indicate come menhir⁷. Non approfondirò ulteriormente questi tecnicismi perché, per poter analizzare Stonehenge debitamente, non sarebbe sufficiente un capitolo ma un libro intero a esso dedicato. Questo però è un utile principio dal quale cominciare anche e soprattutto per cercare di farsi un’idea di quanto inesplicabili siano ancora oggi alcuni aspetti che nessuno riesce a decifrare. Se vorrete continuare e saperne di più, dovrete sempre avere ben presente la distinzione dei tre percorsi perché a essi corrispondono aspetti rituali e cultuali differenti: tutte e tre le strade appartenevano al monumento e ne erano una parte fondamentale. I tracciati rivelano una estensiva evoluzione accorsa nell’arco del tempo, ma siccome i dati sono ancora in fase di analisi, possiamo solo parlare di ipotesi e supposizioni.

    Il filosofo John North dell’Università di Gröeningen ipotizzò che il cursus esprimesse una sorta di legame stellare, utilizzato per mettere in collegamento, sebbene solo dal punto di vista visuale, gli argini separati da grandi distanze; questa linea visuale, essendo ideale, poteva passare anche sopra al tumulo. La avenue invece, sempre secondo North, veniva progettata per indirizzare lo sguardo verso il monumento circolare stesso, e poteva passare anche attraverso il centro. Le file di pietre invece erano sì, disposte nel senso della lunghezza, ma non stabilivano alcuna connessione; i cursus potevano mettere in collegamento anche diversi monumenti e quindi legarsi a tutto il paesaggio, mentre le avenue e le row avevano una dimensione più ridotta. In alcuni casi si ipotizza che queste tre linee, alcune ideali alcune pratiche, corrispondessero a percorsi processionali e quindi fossero uno dei tanti segni della liturgia che in queste determinate fasi astronomiche veniva messo in atto. L’errore che dobbiamo tentare di evitare è quello di interpretare questi percorsi, in particolare le avenue, esclusivamente come luoghi fatti per camminarci sopra perché, per la maggior parte degli studiosi che hanno affrontato questo argomento, più che percorsi pratici (sebbene una parte siano effettivamente percorribili a piedi) erano cammini celesti che descrivevano un significativo incontro di stelle, che a noi oggi ancora sfugge.

    Richard Hansford Worth, storico e grande conoscitore di siti megalitici inglesi dell’età neolitica, interpretò ad esempio le row presenti a Dartmoor come indicatori di paesaggi rituali: non più dunque semplici e brevi percorsi composti da pietre più o meno grandi ma veri e propri tracciati che connettevano i singoli monumenti con l’intero paesaggio. Le sue affermazioni scatenarono un forte dibattito e aspre polemiche, alcune viziate dalla conoscenza superficiale della complessità di questi siti e dal fatto che, almeno negli anni Trenta e Quaranta del secolo passato, si ritenevano le popolazioni preistoriche incapaci di elaborare grandi progetti. Se le teorie di Worth fossero confermate, ciò significherebbe che esisteva un piano generale, dalle dimensioni imponenti, con un effetto inimmaginabile: i megaliti, in particolare quelli vicini fra loro, avrebbero costituito un unico vasto complesso monumentale e rituale, una vera e propria geografia sacra in grado di raccogliere dentro ai suoi confini (segnati da cerchi e terrapieni) una estensione territoriale e celeste che solo una mente particolarmente sviluppata avrebbe potuto immaginare. Se Worth aveva ragione, considerare una serie di tumuli o allineamenti appartenenti a un unico sistema rituale significherebbe affermare che tutti questi monumenti subirono le stesse identiche evoluzioni nel tempo, che furono costruiti più o meno nello stesso periodo, e che appartennero allo stesso identico modo di pensare: una collettività religiosa unica! Capirete bene quanto sia rischiosa una conclusione univoca così formulata, se applicata, tra l’altro, a un periodo come il Neolitico, così lontano e così complesso: sarebbe un errore molto grave voler schematizzare siti archeologici di cui ancora oggi si sa molto poco e che appartengono a popolazioni vissute qualcosa come sette/ottomila anni fa. Sarebbe forse più opportuno, sempre tenendo bene in mente l’importanza di questi monumenti all’interno del paesaggio, studiarli innanzitutto singolarmente e poi tentare di stabilire un legame, se esistente, tra di loro dopo che sono stati rintracciati i segni comuni; questo non significa che il compito è impossibile, perché effettivamente i segnali che li avvicinano e li connettono sono numerosi. Non possiamo difatti ignorare che sono indicatori di una diffusa credenza, secondo la quale il luogo sulla Terra era il protagonista e il Cielo era il suo corrispondente stellare: ciò

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