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I giorni che hanno cambiato la storia d'Italia

I giorni che hanno cambiato la storia d'Italia

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I giorni che hanno cambiato la storia d'Italia

Lunghezza:
502 pagine
6 ore
Pubblicato:
Feb 18, 2016
ISBN:
9788854163539
Formato:
Libro

Descrizione

Momenti storici e protagonisti che hanno determinato il destino del nostro Paese

Quante volte abbiamo percorso vie e piazze che portano come nome date di cui ignoriamo il significato?
Sono date famose, che segnano momenti cruciali per il nostro Paese, ma spesso relegate ai libri di scuola o dell’università. Date che compongono la trama della nostra Storia. In questo libro, Giorgio Albertini ha selezionato quelle più importanti. Alcune sono imprescindibili, come il 25 aprile o il 2 giugno, altre sono frutto di scelte più particolari e specifiche. Date che hanno modellato l’essenza del Paese: nella politica, nella scienza, nella cultura, nell’arte, nel costume, nel bene e nel male. Sottolineare e ricordare la storia dei giorni che tracciano la nostra specificità è necessario per de finire l’identità italiana, per creare punti saldi che ogni cittadino dovrebbe conoscere per evitare di spezzare il legame della memoria nazionale, unico filo che tiene unita una comunità distinguendola da una scena globale sempre più omogeneizzata.

I principali momenti storici, i protagonisti e gli episodi che hanno determinato il destino e il carattere del nostro Paese

Tra le date trattate:

• 21 aprile 753 a.C.: la fondazione di Roma
• 15 marzo 44 a.C.: morte di Giulio Cesare
• 25 dicembre 800: Carlo Magno incoronato imperatore
• 8 aprile 1300: Dante e la Divina Commedia
• 8 settembre 1504: Michelangelo scolpisce il David
• 17 febbraio 1600: il rogo di Giordano Bruno
• 5 maggio 1860: spedizione dei Mille
• 10 giugno 1940: l’Italia entra in guerra
• 11 ottobre 1962: Concilio Vaticano II
• 11 maggio 1994: il Cavaliere scende in campo
• 13 marzo 2013: elezione di papa Francesco
Giorgio Albertini
Nasce a Milano nel 1968. Dopo gli studi di Storia medievale all’Università di Milano partecipa a campagne di scavo con istituzioni e università europee. Collabora come illustratore scientifico con case editrici, università e musei. Dal dicembre 2009 è docente di Nuovi linguaggi dell’arte contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti Europea dei Media di Milano. Con la Newton Compton ha pubblicato L’ultima battaglia dei Templari e I giorni che hanno cambiato la storia d'Italia.
Pubblicato:
Feb 18, 2016
ISBN:
9788854163539
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

I giorni che hanno cambiato la storia d'Italia - Giorgio Albertini

2010

Introduzione

Cos’è successo il 20 settembre? Che cosa il 24 maggio o il 22 marzo? Sapete dare una risposta? Molti ovviamente sì, alcuni no, eppure quante volte siamo passati in vie e piazze che portano nel loro nome tali indicazioni temporali? Sono date famose, che segnano momenti fondanti della nostra storia, che hanno formato la memoria nazionale di noi italiani e che distinguono la nostra comunità dalle altre. Però, non tutti i giorni in cui è successo qualcosa di memorabile nominano un viale alberato della nostra città; il ricordo di alcuni, la maggior parte, rimane relegato ai libri di storia, appannaggio solo di pochi addetti ai lavori. Allo stesso modo, vi siete mai chiesti se il tempo scorre uguale in ogni momento del suo incedere? Se ogni attimo del fluire delle epoche è uguale a se stesso? Se lo avete fatto, concorderete che la risposta è assolutamente no. È esperienza comune di come le ore si contraggano o i secondi si dilatino assecondando i capricci del momento, della situazione, sottolineando attimi rilevanti o sorvolando su periodi trascurabili. Ci sono alcuni momenti che sembrano catalizzare energie eccezionali, altri, la maggior parte, che si estinguono nell’attimo stesso del loro passaggio. Ogni singolo istante dello scorrere del tempo produce un infinito numero di eventi, di fatterelli, la stragrande maggioranza dei quali passano inosservati, non saranno ricordati anche se indurranno comunque delle conseguenze, più o meno grandi. Il susseguirsi di questi attimi compongono la trama della Storia, sono la Storia, che scorre tessendo una narrazione. Relegarla, cristallizzarla in un singolo momento saliente è un’opera quanto mai complessa, opinabile e passibile di continue revisioni. Le date acquisiscono importanza solo nella prospettiva del loro divenire, nell’indirizzo che imprimeranno agli eventi. Ogni momento è potenzialmente uguale, solo il futuro ne definisce l’importanza.

Solo alla luce di un’analisi, quello che è in ultima istanza il lavoro dello storico, possiamo definire la rilevanza di un singolo fatto avvenuto in un determinante momento. Certo alcune date sono imprescindibili (l’importanza del 25 aprile ad esempio è indiscutibile), mentre altre sono frutto delle scelte operate dall’autore che, per quanto ponderate, possono non essere condivise e anzi ci auguriamo stimolino una discussione.

Altro problema sono le date stesse: più ci allontaniamo dalla contemporaneità più è difficile stabilire una periodizzazione corretta, figuriamoci dei momenti specifici. Il lettore ci scuserà se alcune volte ci limiteremo a precisare solo il mese o l’anno di un dato evento.

In una determinata ora, in un determinato giorno di un determinato anno, il piede di un uomo, o di una donna, toccò per primo il suolo della penisola italica e in quel momento iniziò la frequentazione di questa terra e la sua storia: definire quando si verificò quell’atto è impossibile, ciononostante avvenne e avvenne in un attimo preciso dello scorrere del tempo. Tentativo di questo libro è di identificare alcuni momenti salienti della nostra storia, capaci di modellare l’essenza del nostro paese: nella politica, nella scienza, nella cultura, nell’arte, nel costume, nel bene e nel male. Sottolineare quei giorni che tracciano la nostra specificità è necessario per definire l’identità italiana, per creare punti saldi che ogni cittadino dovrebbe conoscere per evitare di «spezzare il legame della memoria nazionale, unico filo che tiene unita una comunità distinguendola da una scena globale sempre più omogeneizzata»¹.

1 Simon Schama, My vision for history in schools, in «Guardian», 9 novembre 2010.

Preistoria e Antichità

950.000 anni fa il primo italiano (forse)

È difficile, se non impossibile individuare una prima data.

Quando è iniziata la storia dell’uomo sulla penisola? Quando è stato dato il via al cronometro antropico dell’Italia? Non possiamo rispondere, di più, è quanto mai improbabile cercare un elemento così preciso in un arco temporale così vasto; improbabile e forse inutile. La ciclicità del tempo nella sua essenza naturale è molto lontana dalla tensione cronologica che contraddistingue il pensiero astratto dell’uomo storico.

Eppure è esistito un momento x in cui quelli che sono considerati, o meglio che verranno considerati i nostri confini nazionali (ma quante volte sono cambiati nel corso dei millenni), sono stati testimoni dell’arrivo di una razza di mammiferi di grossa taglia del genere Homo, della più ampia sottofamiglia Homininae, dell’ancora più vasta famiglia Hominidae, del grande ordine dei Primati che, ovviamente inconsapevoli, stavano dando inizio alla frequentazione di questo lembo di Terra.

Era una giornata ventosa di sole o il cielo era coperto di nuvole bianche e minacciava neve? Era mattina o la luce del crepuscolo consigliava a quegli antichi uomini di trovare un riparo per la notte? Domande irrisolvibili. Sappiamo però, con una certa probabilità, che tipi umani erano e in che occasione arrivarono. Si trattava di gruppi di Homo Erectus o di una sua variante nota come Homo Antecessor che giunsero da oriente, spostandosi lungo le coste dell’odierna Croazia ma che da generazioni si muovevano verso nord dal Medio Oriente e prima ancora dall’Africa. Questi ominidi usufruirono di un picco di temperature più fredde del solito (lo Stadio isotopico 22) che portarono ad una severa glaciazione di tutto l’arco alpino e a un conseguente abbassamento del livello marino dell’Adriatico di un centinaio di metri; ciò determinò lo spostamento della costa di svariate centinaia di chilometri, creando un corridoio nella Pianura Padana, che fino a quel momento era stata occupata per quasi la sua totalità dal mare. Tutto questo accadeva nel tardo Pleistocene inferiore, ossia intorno al milione di anni fa.

Per avere una data più precisa dobbiamo fare un salto di qualche anno e giungere all’incirca a 950.000 anni fa quando gli Erectus si fermarono sulle spiagge tra Adriatico e Mare Padano in un luogo che oggi chiamiamo Ca’ Belvedere, a Monte Poggiolo, sulle colline dell’Appennino forlivese. Su quella spiaggia, in un paesaggio molto diverso da quello attuale, quei primi italiani costruivano oggetti per la loro vita quotidiana.

I rilievi che contraddistinguono la spina dorsale dello stivale non si erano ancora formati e il paesaggio italiano di allora appariva poco irregolare, con deboli rialzi e ampie zone lacustri. Il clima era fortemente soggetto alle fluttuazioni delle fasi glaciali. Con i ghiacci così avanzati da coprire quasi tutta l’Europa centro-settentrionale, la temperatura era rigida anche in Italia e l’ambiente ricordava le steppe, nelle quali si aggiravano grossi pachidermi, orsi, iene, leoni, bisonti, alci, stambecchi e camosci. Nei periodi interglaciali la situazione migliorava, la copertura arborea lussureggiava, ampie radure erbose si alternavano ad abbondanti zone umide e la fauna si adeguava.

Gli ominidi di cui ci occupiamo erano arrivati sulle coste italiane seguendo le rotte migratorie dei grandi mammiferi, soprattutto dell’elefante africano, divisi in piccoli gruppi familiari. Un’ istantanea li immortalerebbe in una mattina di 950.000 anni fa, accovacciati tra infinite scaglie di pietra, coperti parzialmente da pelli e pellicce delle loro prede, a intagliare ciottoli silicei con pochi colpi precisi, rapidi, che producevano un esiguo numero di stacchi. Con quelle mani larghe e ruvide ma esperte e abili si producevano lame per tagliare le carni, raschiatoi per pulire le pelli, bulini per lavorare il legno e le ossa, grattatoi e becchi per un’infinità di complessi utilizzi che quasi ci sorprendono se paragonati a quei volti ancora così primitivi, animaleschi, con le arcate sopraciliari sporgenti e la fronte bassa. Eppure erano già molto umani, del tutto simili a noi: comunicavano a parole, forse usando un linguaggio semplice e gutturale ma essenziale e capace di organizzare qualcosa che in termini contemporanei definiremmo società.

Su quelle coste meridionali del mare che occupava la Pianura Padana, le industrie del ciottolo non erano un unicum, anzi ne possiamo annoverare molte altre come Ca’ Poggio a Bologna, Serra a Castelbolognese o Covignano a Rimini, a dimostrazione di come diversi gruppi di ominidi frequentassero già allora lo stivale (che non era ancora tale).

Alcuni degli abili cacciatori del Pleistocene si fermarono forse nella penisola, sempre seguendo le grande mandrie di mammiferi; ne troviamo traccia molto più a sud, vicino ad Isernia in un sito detto La Pineta, dove altri Erectus lasciarono i segni di un accampamento paleolitico circa 700.000 anni fa.

Altri non si fermarono, proseguirono verso nuove terre, verso l’Europa meridionale, la Francia e la Spagna, legando già da allora i destini comuni di questo continente.

400.000 anni fa i primi resti umani

L’uomo di Ceprano

Al di sotto delle punte scoscese dei monti Lepini, nel territorio oggi compreso tra le province di Latina e Roma, ben al di là delle caldare dei vulcani ribollenti, oltre le colline boscose, una pianura paludosa creata da un fitto intrico di corsi d’acqua ospitava una fauna meravigliosa, inimmaginabile nel basso Lazio. Una fauna strana e temibile.

Il Pleistocene medio era un periodo pieno di grandi cambiamenti per la nostra penisola. Se nell’epoca precedente il paesaggio italiano appariva poco irregolare, con deboli rilievi e ampie zone lacustri, negli anni di cui stiamo trattando si assiste a numerosi sommovimenti tettonici che portano all’innalzamento delle cime appenniniche e a un’elevata attività eruttiva. Rinoceronti, elefanti, ippopotami, cervi, bufali, antilopi, cinghiali, bisonti vivevano in un ambiente non facile, continuamente soggetto a cambiamenti, sconvolto da infiniti e violenti terremoti. I vulcani poi erano in continua attività, pronti a modificare l’aspetto e la morfologia del territorio. Gli infiniti strati tufacei che contraddistinguono tanta parte del nostro territorio nazionale si sono formati in questo periodo, riverberando la storia geologica sui manufatti architettonici delle epoche storiche.

Tra gli animali di quella pianura paludosa, ve ne sono alcuni differenti, che si discostano in parte da tutti gli altri per il comportamento.

Tra la vegetazione fitta degli acquitrini si nascondono degli ominidi, mammiferi del genere Homo, più semplicemente degli uomini.

Aspettano un’occasione per cacciare e ne approfittano per mangiare comunque qualcosa. Raccolgono radici, bacche, noci, germogli, un’infinità di calorie che formano la percentuale maggiore del loro nutrimento. La carne però è importante soprattutto nelle stagioni fredde, quando la disponibilità di vegetali è minore e il bisogno di coprirsi costringe a procurarsi pelli.

Mentre si rifiniscono le schegge di selce utili a tutto, si controllano i movimenti degli animali lontani; soprattutto dei grandi predatori come tigri e leoni quando, ormai sazi, abbandonano le carcasse delle prede pronte, quasi come in un supermercato, per essere ripulite senza troppo sforzo. Certo bisogna contendersi gli avanzi dei felini con altre specie saprofaghe, come gli sciacalli, le iene e gli avvoltoi ma questi uomini si fanno rispettare.

Nel 1994 a Ceprano, in provincia di Frosinone, è stato ritrovato il cranio di uno di questi nostri antenati; il fossile umano più antico ritrovato in Italia.

L’Homo Cepranensis risale a circa 400.000 anni fa, se vogliamo essere più precisi la sua datazione è compresa in un arco temporale che va dai 430.000 ai 385.000 anni fa e sembra avere delle specificità che lo differenziano in parte dal suo contemporaneo Erectus e lo avvicinano per alcuni tratti alla specie Homo heidelbergensis (un discendente di Homo Erectus). Un anello a sé stante dell’evoluzione, una delle tante vie per adattarsi al meglio all’ambiente e che porteranno a evoluzioni successive.

La vita di questi antichi abitanti della penisola doveva essere terrorizzata dalle violente esplosioni vulcaniche che ricoprivano gli insediamenti e cambiavano aspetto al paesaggio. Nondimeno, si nasceva, si cacciava, si raccoglieva, ci si riproduceva, si moriva: si viveva in poche parole.

Tracce di questa vita tra i fuochi dei vulcani sono sopravvissute nella provincia di Caserta, lungo le fiancate dell’antico vulcano di Roccamonfina, ora spento. La lunga corsa di tre individui è rimasta impressa nella cenere fresca del vulcano in attività. Cinquantasei impronte di uomini si susseguono concitate, perdendo l’equilibrio, aiutandosi con le mani, evitando ostacoli e scivolando nel fango bollente della colata. Insieme a questi homo, scappano anche altri animali spaventati, lontano dagli eccessi dell’eruzione. Tutto è rimasto pietrificato nello strato a raccontarci quell’antichissima fuga umana, forse di Homo heidelbergensis ma non vi sono certezze.

Il movimento di quei passi pietrificati scandisce il passare del tempo e degli abitanti d’Italia. Pre-Neanderthaliani, Neanderthaliani e poi Homo sapiens convivono e si susseguono aprendo la strada alla storia.

770 a.C.

Colonizzazione greca a Pithecussa

Arriva l’alfabeto

Nei primi anni dell’viii secolo a.C., in piena Età del ferro, la penisola italica si scuote dal torpore protostorico che l’aveva contraddistinta fino a quel momento ed entra senza più indugi nella Storia con la S maiuscola. Perlomeno è la percezione che abbiamo se affidiamo le nostre conoscenze del passato solo alle testimonianze scritte. In questo periodo giungono sulle nostre sponde per crearvi delle colonie stabili i primi migranti di quelle grandi civiltà egee e dell’Asia Minore che già utilizzavano l’alfabeto per tramandare la loro cultura. Prima di quegli anni sembra che il silenzio domini la penisola: ma la mancanza di suoni è solo apparente, non immaginatevi un territorio di frontiera disabitato né una terra vergine che aspetta solo di essere colonizzata. Al contrario l’Italia per tutta l’Età del bronzo era stata una trama poliedrica di popoli in parte aborigeni, in parte frutto di differenti ondate di colonizzatori. Diverse culture dominavano vaste aree e si spostavano oltre i confini delle proprie terre, commerciando e interagendo con gli altri popoli del Mediterraneo e dell’Europa continentale. Già nel iii millenio a.C. una prima ondata d’immigrazione indoeuropea cominciava a posare le tessere di un mosaico linguistico e culturale quanto mai poliedrico che nel millennio successivo formerà il crogiuolo dei popoli italici. All’estremo Nord, tra le Alpi e la Pianura Padana troviamo da est a ovest Veneti, Reti, Leponzi, Galli e Liguri. Più a sud, tra la pianura e gli Appennini ci saranno Etruschi e Umbri. Sull’Adriatico, confinanti con il territorio umbro troveremo Piceni, Vestini, Marucci e Peligni. Più a sud andando verso ovest ci saranno i territori dei Marsi, dei Sabini, fino alle coste tirreniche dove stanziavano i Falisci e i Latini. Ancora più a sud, verso l’odierna Campania ci saranno Volsci, Aurunci, Oschi e quasi alla fine della penisola i Lucani. I Sanniti occuperanno tutta la zona appenninica del sud mentre Frentani, Dauni e Messapi popoleranno le coste adriatiche dell’odierna Puglia. In Calabria i Bruzi e in Sicilia tre stirpi: Siculi, Sicani ed Elimi. Iolei, Corsi e Balari saranno i popoli che in Sardegna contribuiranno alla cultura nuragica. Quasi tutti di origine indoeuropea (tranne Etruschi, Reti e Iolei), tutti diversi. All’inizio del i millennio a.C. la voce diretta di queste genti ancora non arriva fino a noi, solo l’archeologia ci mostra i loro insediamenti, le loro case, le loro necropoli.

Qualcosa però stava cambiando; in un giorno imprecisato di un anno intorno al 770 a.C. alcuni uomini avevano abbandonato, con le loro famiglie, la terra d’origine. Partivano per le ragioni per cui sempre si parte, per necessità di acquisire nuovi spazi commerciali, per avere nuove terre, magari più fertili di quelle lasciate, in poche parole per trovare fortuna. Sul luogo di provenienza di quelle genti ancora si discute, sicuramente il gruppo più numeroso veniva da Eubea, la lunga isola che sorge parallela alla penisola greca sul lato orientale. Il loro lungo viaggio li portava fino all’odierna Ischia, che battezzarono Pithecussa, in greco l’isola delle scimmie, e lì si fermarono stabilendo una base commerciale. Dopo qualche anno possiamo immaginare il porto di Pithecussa come un vivace centro commerciale multietnico, nel quale facevano scalo oltre che i greci anche mercanti e avventurieri siriani, fenici ed egiziani. La base sull’isola è solo l’inizio, dopo pochi decenni gli Eubei raggiunsero la terraferma e fondarono Cuma, la prima, vera colonia greca in Italia.

È interessante sottolineare come a guardarla da lontano la prima colonizzazione greca sembri una gara a chi per primo arrivi più ad occidente e più lontano possibile.

Gli avventurieri ellenici non si fermarono sulle coste pugliesi (il primo approdo veleggiando dalla Grecia), né in Lucania, né in Calabria, né in Sicilia. Corsero oltre lo stretto di Messina per fermarsi più a nord possibile, sull’isola di Ischia. Lo fecero soprattutto per assicurarsi un buon posto nel commercio del ferro, la materia prima essenziale di questo periodo e relativamente nuova, che abbondava nelle miniere tirreniche degli Etruschi. Consolidate le prime basi, vennero a ruota fondate altre città, come Naxos, Messina, Reggio, poi Siracusa, Taranto e via così per tutta la costa della penisola meridionale a formare una terra ancora più grande della madre patria, la Magna Grecia.

Dalle coste italiche i mercanti greci esportavano soprattutto materie prime, oltre al ferro: grano, olio e vino e importavano dall’oriente tessuti pregiati e ceramiche dipinte che non potevano mancare sulle tavole dei principi italici. Ma la cosa più importante che arrivò con le loro affusolate navi già durante i primi approdi a Pithecussa, fu l’uso della scrittura. Ce lo testimonia una coppa trovata in un corredo funebre risalente ai primi tempi della fondazione, dove un’iscrizione incisa da destra a sinistra in alfabeto eubonico, riporta alcuni versi dell’Iliade, alla cui compilazione la coppa è coeva. I Greci di Eubea non sono certo i primi a colonizzare l’Italia ma sono tra i primi a imporre una cultura letteraria e poi storica le cui tracce ancora seguiamo. Con la scrittura arrivarono anche gli dèi ellenici e tra le colline cumane risuonò per secoli la voce di Apollo attraverso gli oracoli interpretati dalla Sibilla. Ci rimane una domanda: chi sa se a Ischia c’erano veramente le scimmie a quei tempi?

21 aprile 753 a.C.

La fondazione di Roma

La giornata era cominciata presto, prima dell’alba ed era sicuramente tersa; lo sguardo doveva poter spaziare quella mattina. Romolo, uscito dalla sua casa, – una capanna dalle pareti di fango e dalla copertura vegetale, essenziale ma non priva di grazia con quelle pitture rosse a disegni geometrici che ne decoravano gli esterni –, aveva sacrificato agli dèi e, rivolto a sud-est, verso i monti Albani, aveva osservato il volo degli uccelli cercando una benedizione ai suoi propositi.

La leggenda della fondazione di Roma vuole che la città nascesse dal nulla ma Romolo quel giorno non era da solo e non si trovava in un luogo disabitato: si trovava presso un villaggio su uno dei colli che avrebbero composto Roma futura, il colle Palatino, uno dei rilievi vicini al Tevere ma non esattamente sulla sua sponda. Era l’altura che meglio dominava un punto strategico nella geografia della zona, un guado sul Tevere a valle dell’isola Tiberina da dove passava la strada del sale, che permetteva i rapporti commerciali tra Campania e alto Adriatico: insieme a lui, l’intera comunità che abitava i numerosi rilievi dei dintorni. Ogni monte o collina ospitava un piccolo villaggio creando un agglomerato pre-urbano che male si adattava, per le sue caratteristiche, a essere un abitato unitario, ma la cui posizione vicino al guado era di tale importanza che non era possibile abbandonarlo per uno più comodo e pianeggiante. Romolo, in quella mattina del 21 aprile 753 a.C. era pronto non alla creazione di qualcosa di nuovo come la leggenda del suo mito ci ha tramandato ma a un atto simbolico che consacrasse un preciso progetto politico. Scelse proprio quel giorno perché si festeggiavano i "Parilia", ossia i parti degli agnelli: assecondando i rimandi simbolici, la nascita di una nuova generazione di armenti rappresentava il capodanno pastorale e non è secondario che Roma sia nata proprio nella festa degli abbacchi.

Terminati i riti propiziatori, il futuro re accompagnato dal suono dei litui, i corni rituali, scese alla pendice del Palatino e con un aratro dal vomere di bronzo al quale erano aggiogati un toro e una vacca dai mantelli bianchi cominciò a solcare il tracciato che intorno al colle segnerà le mura della città che porterà il suo nome. Romolo aveva imparato questo rito dai vicini Etruschi e con sapienza ripeté i gesti appresi: indossando la toga in modo tale che gli coprisse il capo come un sacerdote, girò le zolle di terra tutte verso l’interno del perimetro e sollevò l’aratro in prossimità delle future porte della città. Cingendo tutto il colle, il re fondatore disegnò un tracciato quadrangolare: la prima Roma sarà quadrata, come tutte le città che i Romani fonderanno nella loro storia. Alla fine dell’aratura rituale i bovini vennero sacrificati e su quel sangue incominciarono i lavori di costruzione delle mura di quello che la notte prima era ancora un villaggio e che da quel momento diventò una città, la Città per antonomasia. La stessa città poteva avere però un altro fondatore; gli stessi riti propiziatori, le stesse osservazioni dei voli degli uccelli furono compiuti anche, lo sappiamo, dal fratello gemello di Romolo. Come l’uno scelse il Palatino, l’altro scelse l’Aventino e se gli auspici fossero stati favorevoli a Remo la futura capitale d’Italia si sarebbe chiamata Remora o Remoria. La storia andò come andò: qualche giorno dopo, la tradizione vuole il 9 maggio, Remo sfidò il gemello varcando i confini sacri della neonata Roma e fu ucciso da Romolo stesso o da uno dei suoi compagni.

La leggenda dei gemelli allevati da una lupa la conoscono tutti ma quello che fino a ieri era considerato solo un mito, oggi, alla luce degli scavi archeologici compiuti sul Palatino da Andrea Carandini e dal suo staff, ci appare più chiaramente nella sua reale dimensione storica.

La prima data certa della storia d’Italia (certa almeno nella tradizione) è quanto mai simbolica nel suo afferire a due eventi basilari per le nostre vicende nazionali. In primo luogo la fondazione di una città, di una civitas, che in latino si lega in senso stretto al concetto di civiltà, divenendo il fulcro dell’aggregazione civile del nostro paese. Proprio in questa forma di governo territoriale, ancora oggi, ci si identifica maggiormente rispetto a quella della regione di appartenenza o della nazione stessa. Un sentimento che si rafforzerà nei secoli seguenti, soprattutto in quelli medievali. La fondazione di Roma è emblematica ma si colloca all’interno di un movimento che tra viii e v secolo a.C. vedrà fiorire città-stato in tutta la penisola, con una leggera prevalenza nella parte meridionale, alcune delle quali raggiungeranno una proiezione regionale.

Il secondo evento tragicamente determinante è l’uccisione del fratello gemello, metafora di quella che sarà la cifra dei conflitti nazionali; in Italia non si fanno rivoluzioni e (quasi mai) guerre di conquista, la guerra civile è l’espressione più consona all’indole nazionale, lo scontro mortale tra fratelli. Di questi esempi saranno piene le pagine a venire.

Con Romolo iniziava anche una storia monarchica molto diversa da quella di altre nazioni. A Roma il potere regale si presenta quasi fosse costituzionale poiché la differenza tra il re e i suoi sudditi non è così marcata come nei grandi imperi orientali. Gli scavi sul Palatino ci dicono che la dimora regia non è molto più lussuosa delle normali case aristocratiche. Alla lunga questa quasi parità di stato «ha rappresentato il presupposto di un esito finale: la democrazia»².

Non ultimo questa data diventerà un punto focale della periodizzazione storica: da quel 21 aprile 753 a.C. si cominceranno a contare gli anni dell’Impero romano e non solo. Ab Urbe condita, letteralmente dalla fondazione di Roma partì un calendario che alla caduta di Costantinopoli segnerà 2206 anni di pressoché ininterrotta amministrazione statale nel solco aperto da Romolo.

734 a.C.

I Punici in Sicilia

Millenni di apparente silenzio e poi, in una manciata di decenni, quasi una cacofonia di voci. Arrivano i Greci, si fondano città con un futuro di discreto successo, i popoli italici, prima così riservati, seminano di iscrizioni epigrafiche tutta la penisola come ad assecondare una necessità di espressione repressa per millenni e un popolo di mercanti e grandi navigatori, i Fenici, sente il bisogno di consolidare le proprie basi sulle isole italiane. Durante l’viii secolo a.C. succede tutto questo dalle nostre parti e sembra quasi che la varietà italica si formi in questo secolo della prima Età del ferro. Se ancora oggi c’è una certa difficoltà di comprensione tra un friulano e un siciliano non è difficile capirne il perché.

Sulle coste italiane i Fenici si fermavano per i loro commerci e per fare scalo durante i loro viaggi già da parecchie generazioni. Una nave aveva bisogno di acqua, legna e cambusa a scadenze abbastanza ravvicinate e gli spostamenti tra le coste libanesi e gli estremi avamposti sulle spiagge atlantiche del Marocco dovevano essere penosamente lunghi per i marinai e i rematori fenici. Per di più è noto che i Fenici non amavano passare la notte in mare, prediligevano le calette nascoste, le baie poco profonde dove potere tirare a terra le navi, magari su isole sottocosta.

I primi insediamenti dei Fenici in Occidente risalgono al xii secolo a.C. ma per i tre secoli successivi si tratterà solo di sedi sporadiche, che potremmo definire di precolonizzazione, ossia di frequentazioni non sistematiche e totalmente prive di intenti di conquista territoriale. Si trattava di fondaci dove poter rigovernare le navi, stoccare i prodotti commerciati e al limite favorire qualche amichevole contatto con le popolazioni locali. La fondazione di insediamenti stabili è un altro discorso, coinvolge altre forze, prevede un progetto di vita completamente diverso da quello dei marinai-mercanti arsi dalla salsedine che, a cavallo del primo millennio, solcavano le rotte del Mediterraneo per gestire il tessuto dei loro commerci.

Il ricordo di quegli anni è però offuscato dalla scarsità di notizie storiche. La definizione stessa di chi erano i Fenici è difficile; il nome Phoinikes gli viene affibbiato dai Greci e deriva dal termine rosso porpora, la materia prima che i Fenici lavoravano e commerciavano: è un po’ come chiamare gli svizzeri orologiai o cioccolatieri, diciamo una definizione vagamente generica.

Il cambio di rotta che spinse alle colonie arrivò nel corso dell’viii secolo a.C., quando le ricche città fenicie del Medio Oriente come Tiro, Sidone, Berito e Biblos furono costrette al confronto con le brame espansionistiche del colosso imperialista di quegli anni, la vicina Assiria.

Le cavallerie pesanti di questi ultimi indussero le famiglie dei mercanti fenici ad abbandonare le coste libanesi per trasferirsi nei piccoli insediamenti nel Mediterraneo occidentale. Di più, anche l’emergere della concorrenza greca indusse i Fenici a consolidare i magazzini sparsi per il mediterraneo trasformandoli in basi stabili, spesso fondandovi vere città e colonie, innescando un processo che si protrarrà per buona parte del secolo successivo.

La città più importante sarà Cartagine, sulle coste tunisine, la cui storia s’intersecherà non poche volte con le vicende italiane. In Sicilia si cominciò con Mozia e con Palermo, ma fu un potenziamento che riguardò anche altre parti del Nord-Africa, di Malta, della penisola iberica e della Sardegna. È così che la presenza in Italia dei Fenici appare assai vasta e profonda, spostandosi dalle coste verso l’interno fino a controllare vaste aree di territorio. I Fenici, ormai lontani dalla madre patria e a volte senza più contatti con essa, diventano altro. Come tutti quelli che emigrano si trasformano e rimodellati dalle lingue italiche che storpiano goffamente il loro nome originale diventano Punici; da Fenici a Punici. La prima colonia in Italia è l’isoletta di Mozia, all’estremo occidente della Sicilia, di fronte a Marsala, uno scrigno capace di racchiudere tutte le caratteristiche che i Fenici amano di più. Mozia è così perfetta nell’ideale punico che viene subito circondata di alte mura per tutti i 2375 metri del suo perimetro a protezione dei suoi santuari, dei quartieri residenziali, dei magazzini, degli arsenali, delle manifatture, dei cimiteri.

Gli autori di Roma antica ci hanno tramandato un’immagine dei Punici e soprattutto degli abitanti della capitale dei Fenici d’Occidente, Cartagine, come il nemico per eccellenza, il rivale da schiacciare e distruggere, l’altro da sé, abitante dell’altra sponda del mare. Non era così: anche i Fenici sono parte di noi, di quello che sarà l’Italia.

541 a.C.

Tra i due litiganti il terzo gode: battaglia di Alalia

Un numero incredibile di navi riempiva l’orizzonte.

Cento, centocinquanta, forse di più. Lo spazio marino visibile era un brulicare indefinito di remi. Un legnaceo groviglio di lunghe zampe come si fosse a un sabba di millepiedi.

Quasi diecimila rematori forzavano le correnti marine e muovevano i loro vascelli verso l’urto inevitabile. Le navi erano pentecontere: longilinee, leggere, bassissimi scafi con una poppa piccola e molto incurvata alla quale stava aggrappato il timoniere e un altrettanto minuto castello di prua che si ergeva su di uno sperone bronzeo; nel mezzo cinquanta rematori e un po’ di guerrieri in armi.

Erano le navi descritte dai miti greci, raccontate da Omero.

In un anno non preciso, che può andare dal 541 al 535 a.C., in un tratto di mare che abbiamo difficoltà a identificare con esattezza avvenne la prima battaglia navale italiana documentata: uno scontro capace di modificare il corso della storia dell’Occidente.

Il tratto di mare in questione era da qualche parte nel Tirreno settentrionale, più precisamente il tratto che separa la Sardegna dalla Corsica, probabilmente al largo delle Bocche di Bonifacio. La fonte principale di questa vicenda, lo storico greco Erodoto, chiama questo angolo di Tirreno Mare Sardonio. Non è un riferimento molto preciso ma ci fa intendere immediatamente di quale luogo del Mediterraneo stiamo trattando.

A sud-est della Corsica, al largo dell’arcipelago della Maddalena, le acque poco popolate di quei lidi videro fronteggiarsi tre flotte imponenti, due a formare una coalizione etrusco-cartaginese contro una terza messa in mare dai coloni greci profughi di Focea, la città greca dell’Asia Minore. Erodoto nelle sue Storie ci riporta che ognuna di queste flotte era formata da sessanta navi; una cifra poco chiara, nebulosa, sospetta. Numeri troppo tondi per essere veri ma che ci raccontano come le navi fossero molte e come i greci Focei affrontarono un nemico due volte superiore.

In quei tempi arcaici, alla metà del vi secolo a.C., l’approssimazione sulle date era ancora notevole, la collocazione temporale e geografica degli avvenimenti era ancora incerta, i dati numerici sono da considerarsi più retorici che documentari ma resta innegabile la portata dei fatti allora successi.

Quella che fino a quel momento era stata una frontiera aperta, poco popolata, terreno libero di conquista di quelle culture che richiedevano nuove zone d’espansione, stava contraendo i propri confini e aumentando le occasioni di conflitto. Intorno al 550 a.C. tutti erano in piena espansione: Cartagine stava diventando egemone su tutte le colonie fenicie in Occidente; le città etrusche come Caere (Cerveteri), Pyrgi e Tarquinia stavano allargando le loro prospettive commerciali verso il mondo celtico; Roma, sotto il dominio etrusco, si stava evolvendo da villaggio a città e guardava con interesse oltre i suoi confini. Non da ultimi, i Greci erano all’apice della loro espansione in Occidente.

Una delle città elleniche più dinamiche nella fondazione di scali commerciali nel Mediterraneo occidentale in questi anni era stata Focea, i cui interessi giungevano fino a oltre le Colonne d’Ercole. Marsiglia, la sua colonia più importante, stava diventando il porto commerciale più florido della Gallia meridionale e intorno al 565 a.C. i Focei fondarono l’emporio di Alalia, al centro della costa orientale corsa. Una posizione strategica per il controllo delle rotte tirreniche. Una mossa verso l’egemonia greca nel Mediterraneo occidentale.

Gli equilibri geopolitici dell’area tirrenica vennero dunque messi in discussione. Lo scontro divenne inevitabile, troppi interessi contrastavano. L’espansione greca in Occidente andava fermata. E chi doveva farlo erano le due potenze che in quell’area avevano più interessi; gli Etruschi, padroni del litorale tirrenico della penisola e i Punici che controllavano parte della Sardegna. Legami consolidati univano questi due popoli; vincoli di natura commerciale, culturale e religiosa li stringevano in un’alleanza inevitabile.

Si venne così al giorno dello scontro, in cui la flotta greca seppe utilizzare al meglio le prue rostrate. Erodoto ci dice che venti delle sessanta navi focee risultarono inutilizzabili a fine battaglia perché avevano i rostri torti all’indietro: indice dell’utilizzo di una manovra d’aggiramento, detta diekplous, che prevedeva le navi poste in lunghe file per infrangere le linee nemiche e speronare la parte poppiera delle loro navi e frantumarne i remi. Una manovra dirompente al punto tale che di solito sfasciava i vascelli stessi di chi la praticava.

Ne scaturì un combattimento confuso il cui esito fu incerto. La battaglia fu vinta dai Focei nonostante fossero in inferiorità numerica, ma fu una vittoria conquistata a caro prezzo al punto che Erodoto la definì una vittoria cadmea. Oltre le venti navi inutilizzabili sulle quali ci siamo soffermati, altre quaranta furono affondate. Gli scafi superstiti della coalizione etrusco-cartaginese si spartirono gli equipaggi naufraghi greci e ne fecero schiavi o vittime sacrificali.

Il nome della città che aveva scatenato il conflitto non fu affatto propizio ai suoi fondatori. Alalia infatti evocava il grido di battaglia degli eserciti oplitici, quell’Alalà grido di guerra e di vittoria che, molti secoli dopo verrà ripreso da Gabriele D’Annunzio per i suoi legionari di Fiume e adottato dal fascismo come grido collettivo di esortazione.

I Focei, benché vincitori, senza più una flotta, dovettero abbandonare Alalia e la costa corsa, dirigendo le loro famiglie verso la Magna Grecia, fino a Reggio.

Il risultato della battaglia fu una cesura netta tra Nord e Sud del Mediterraneo occidentale. La Sardegna entrerà sempre di più nell’orbita punica mentre la Corsica diventerà una continuazione dell’Etruria nel cuore del Tirreno che consentirà agli Etruschi il predominio nelle rotte commerciali verso le Gallie.

Lo

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