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101 storie su Milano che non ti hanno mai raccontato
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101 storie su Milano che non ti hanno mai raccontato
E-book472 pagine5 ore

101 storie su Milano che non ti hanno mai raccontato

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C'è un'altra città nella città

La storia di Milano è come un romanzo. Un romanzo lungo tremila anni in cui migliaia di storie si intrecciano e si compenetrano. Quelle raccolte nel libro sono le 101 più belle che gli autori hanno scovato tra le strade, i vicoli e i palazzi di questa città multiforme. Passando in rassegna guerrieri, politici, scienziati, artisti, nobili, industriali, celebrità di passaggio e persino fantasmi nascosti nelle segrete di antichi manieri, emerge un caleidoscopio di racconti capaci di svelare il volto meno conosciuto della città della Madonnina, insieme ai ritratti dei protagonisti più insoliti della vita metropolitana. Le voci di questi personaggi vi parleranno del capoluogo lombardo, raccontandovi gli aneddoti di una città ormai scomparsa o le leggende dell’ultimo millennio e scoprirete, finalmente, l’essenza di una Milano infinita: quel luogo, per dirla con Pascal, il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun posto.

«Inedita immagine della città, ingiustamente e noiosamente denigrata soprattutto dai concittadini.»
Il Giorno

«Lettura consigliata.»
La Repubblica

«A metà tra storia e leggenda, tra quotidianità e passato, svelano la metropoli.»
Il Giornale

Tra le storie su Milano che non ti hanno mai raccontato:

- I sacri maiali di Sant’Antonio
- La Milano dei Navigli: una città sull’acqua
- Le feste proibite di Clelia Simonetta
- Un guaritore tra i poveri: “El pret de Ratanà”
- Milano città di serpenti e draghi
- La tragica storia di Margherita Pusterla: la virtù che non cede davanti a nulla
- La dama nera del Parco Sempione
- Una canzone simbolo: la storia di Madônina
- Cecilia, la dama con l’ermellino
- Le fughe e i miracoli di Sant’Ambrogio
- Il signor G: un artista fuori dagli schemi
- Dino Buzzati e la strega di Porta Romana
- «La Zanzara»: gli studenti si ribellano
- L'arrivo dei Beatles al Vigorelli
- C’era una volta Barbonia city
Gian Luca Margheriti
nato a Milano nel 1976, è fotografo e scrittore. Ha curato con Francesca Belotti la rubrica Milano segreta, sulle pagine online del «Corriere della Sera». Con la Newton Compton ha pubblicato 101 tesori nascosti di Milano da vedere almeno una volta nella vita, I personaggi più misteriosi della storia, 1001 cose da vedere a Milano almeno una volta nella vita e, scritti con Francesca Belotti, Milano segreta e 101 storie su Milano che non ti hanno mai raccontato. Ha scritto inoltre Lettere dall’Inferno, la storia di Jack lo Squartatore.Francesca Belotti
(Bergamo, 1976), giornalista, oltre a curare la rubrica “Milano segreta” sulle pagine on line del «Corriere della Sera», ha collaborato con diversi quotidiani occupandosi di cronaca, economia e spettacoli, e oggi è impegnata principalmente come collaboratrice del Corriere.it.
LinguaItaliano
Data di uscita14 lug 2015
ISBN9788854183025
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    101 storie su Milano che non ti hanno mai raccontato - Gian Luca Margheriti

    G.L.M.

       1.

    I DUE UOMINI CHE FONDARONO MILANO

    Questa è la storia di due uomini. I loro nomi: Medo e Olano. La loro provenienza è sconosciuta, anche se secondo alcuni si tratterebbe di due capitani etruschi protagonisti di una campagna di conquista dei territori della pianura Padana.

    I due uomini, valenti guerrieri e conquistatori, non impiegarono molto a capire che il territorio in cui i fiumi Olona, Lambro e Seveso si avvicinavano poteva essere il luogo ideale per la fondazione di una città destinata a diventare un importante centro di commercio e scambio.

    E lì si incontrarono. Uno su una sponda dell’Olona. L’altro su quella opposta.

    Il primo a parlare fu forse Medo che sfoderò il pesante spadone, e mise subito in chiaro che quella zona l’aveva vista prima lui. Sull’altra sponda Olano fece lo stesso e, armata la sua mano, prese a sventolare la spada per minacciare Medo. Ognuno pensava di essere arrivato lì prima dell’altro. Entrambi avevano grandi progetti per quel territorio pianeggiante e rigoglioso.

    Una piccola folla si era radunata sulle sponde del fiume e il silenzio era calato mentre i due capitani si fronteggiavano a colpi di sguardi. Era un caldo pomeriggio di quasi estate, le acque dell’Olona scorrevano placide e una lieve brezza calda si stava alzando da ovest portando con sé le ombre del giorno che finiva. Era chiaro che nessuno dei due avrebbe rinunciato a tutto questo lasciando quel luogo senza prima combattere fino alla morte.

    Uno dei due uomini, non sappiamo chi, probabilmente immaginò che non poteva essere di buon auspicio fondare una nuova città sul sangue di un guerriero valoroso ucciso, e così rinfoderò l’arma e alzò la mano in segno di pace. Quella città si sarebbe potuta fondare insieme e chiamarla unendo i loro nomi: Olanomedo oppure, forse meglio, Mediolano.

    I due soldati non persero tempo. Medo tracciò le forme della nuova città, Olano invece si occupò delle fortificazioni e delle mura difensive. Così nacque Milano.

    Altre fonti parlano invece di un capitano gallico, tal Belloveso, che, sceso in Italia a cercare nuovi territori di conquista, decise di fondare una città che potesse divenire la capitale del suo regno. Per farlo però pensò bene di affidarsi alle previsioni di un oracolo.

    L’aruspice divinò che solo nel luogo dove il coraggioso capitano avesse trovato una scrofa con il corpo per metà coperto di lana, avrebbe avuto successo nel fondare la città. Belloveso perse quasi immediatamente le speranze. Come poteva trovare un simile animale che nessuno aveva mai visto?

    A cavallo, seguìto dai suoi uomini, percorse in lungo e in largo tutta l’Italia settentrionale. Conquistò molte città. Sottomise intere popolazioni. Ma la sua sete di gloria non si placava. Voleva una città che fosse solo sua. Voleva quel maiale peloso.

    Fu in una sera del 623 a.C. che, accampati in una pianura rigogliosa solcata da diversi fiumi, un uomo della sua scorta avvistò uno strano animale che pascolava in un prato. Belloveso non poteva credere ai suoi occhi: in mezzo a quella pianura, su un declivio che scendeva dolcemente verso il fiume, stava tranquillamente pascolando una scrofa con il corpo per metà coperto di lanugine.

    Ci fu una grande festa quella sera; la sera della fondazione della città che nel suo nome avrebbe ricordato proprio quel mitico animale: Mediolanum (dal latino medio lanuta, coperta in parte di lana).

    La scrofa semilanuta, simbolo quasi totemico della città (per secoli l’allevamento dei maiali rimase la principale fonte di sostentamento per l’antica città di Milano), ancora osserva lo scorrere del tempo da un bassorilievo incastonato sul secondo arco del palazzo della Ragione (sul lato di via Mercanti). Si tratta di un’antica stele ritrovata nel 1233 durante gli scavi per la costruzione del palazzo stesso.

    Dal punto di vista strettamente storico la città di Milano fu fondata dagli Insubri, una popolazione indoeuropea che invase la pianura Padana intorno al II Millennio a.C. scacciando i Liguri verso l’attuale Liguria. La città, originariamente conosciuta come Alba, acquisì in seguito il nome attuale, forse all’epoca della conquista etrusca o magari proprio nel 623 a.C., anno in cui cadde nelle mani dei Galli guidati da Belloveso.

    Il nome Mediolanum ha etimologia incerta. Il termine è composto da medius e lanum, dove quest’ultimo può significare sia pianura che acqua, a seconda della derivazione della radice. E quindi potrebbe voler dire città in mezzo alla pianura, città in mezzo ai fiumi o città di mezzo.

    Un nome a cui il frate e scrittore medievale Bonvesin de la Riva nel suo De magnalibus Mediolani (Le meraviglie di Milano) attribuisce grande importanza: «Dall’interpretazione del nome stesso si può conoscere la nostra città. Infatti Mediolanum comincia con M e finisce con la medesima lettera. In mezzo vi sono due lettere, cioè la O e la L. La prima e ultima lettera, la M, essendo più ampia delle altre, indica l’ampiezza e la gloria di Milano, diffusa su tutta la terra. Con la M posta al principio e alla fine si intende anche il numero mille, al di là del quale non vi è un unico numero che si possa indicare con un unico vocabolo; e così essa esprime un numero perfetto nella sua unicità, significando che dal principio fino alla fine del mondo Milano è stata e sarà annoverata nel novero delle città perfette. La O, una delle lettere che stanno a metà della parola, di forma rotonda e perfetta, più degna e più bella di tutte le altre, esprime, di Milano, la rotondità, la bellezza, la dignità e la perfezione. La nostra città è infatti rotonda in senso letterale e bella e più perfetta di tutte le altre città. La L invece significa la lunghezza e anche l’altezza della sua nobiltà e della sua gloria, giacché, grazie alle preghiere e ai meriti della beata Maria Vergine e del beato Ambrogio e degli altri santi, i cui corpi qui riposano, e dei santi religiosi, la sua alta nobiltà e la sua gloria permarranno fino alla fine del mondo, per grazia di Dio. Inoltre si deve anche sottolineare che in quella parola vi sono tutte e cinque le vocali, che occupano ciascuna un posto in ogni sillaba. Se ne deduce che, come il vocabolo della nostra città non manca di nessuna vocale, così anche la città non manca di alcun bene effettivo che sia necessario ai cinque sensi dell’uomo. E come i vocaboli di tutte le altre città mancano di qualcuna delle cinque vocali, così anche quelle città confrontate con Milano mancano di qualche bene. Essendo dunque tale e tanto grande la nostra città, come è risultato evidente, mi sembra ne consegua necessariamente che chi può, rispettando la verità, dirsi cittadino di Milano si glori di tanta patria».

       2.

    SAN BARNABA E I PRIMI CRISTIANI

    Barnaba arrivò alle porte di Milano in un caldo giorno del 51 d.C. Era il 13 marzo per la precisione, il giorno in cui i pagani festeggiavano l’inizio della primavera. Era stanco. I suoi piedi avevano compiuto un lungo cammino. Arrivava da Oriente, dalla Panfilia e dalla Licaonia. Il suo compito era quello di diffondere le parole dell’unico Messia, Gesù Cristo. Barnaba era uno degli apostoli. Era colui che aveva preso il posto di Giuda Iscariota dopo il tragico giorno della crocifissione. Barnaba quindi non aveva mai incontrato Cristo di persona, eppure le parole che aveva sentito pronunciare dai suoi discepoli erano state per lui una rivelazione. E Giuseppe, questo era stato il suo nome prima dell’incontro con gli apostoli, regalò tutti i suoi beni, che non erano pochi visto che apparteneva a una ricca tribù di Cipro, e si fece attribuire un altro nome dai nuovi compagni. Barnaba, figlio della consolazione o figlio della predicazione, cominciò così a girare il mondo conosciuto per raccogliere nuovi proseliti.

    Toccò in quegli anni decine di posti, diffondendo la vera religione insieme all’uomo che aveva difeso di fronte agli altri discepoli di Cristo, quel san Paolo che, nonostante la conversione sulla via di Damasco, non raccoglieva consensi fra gli altri apostoli. Nel suo pellegrinare Barnaba arrivò a toccare anche l’Italia.

    Quel giorno, fuori da Porta Orientale (quella che oggi è Porta Venezia), si sedette e aspettò. Intorno a lui i pagani erano intenti a compiere riti per festeggiare l’arrivo della primavera. Barnaba aveva un volto sereno e altero, incorniciato da lunghi capelli arruffati e dalla barba. Indossava una logora tunica che era il suo unico bene, insieme a una scodella e al lungo bastone nodoso con cui si sosteneva mentre camminava.

    L’intenzione dell’apostolo era quella di entrare in Milano, ma per farlo avrebbe dovuto compiere un sacrificio in onore degli enormi dèi in pietra che si trovavano ai lati della porta d’ingresso, quegli stessi dèi che Barnaba aveva rinnegato per seguire le parole di amore e fratellanza di Gesù. Barnaba non si perse d’animo. Cercò un bastone adatto e lo legò al suo per formare una rozza croce. La levò al cielo e poi la calò sulla pietra su cui era stato seduto fino a quel momento. Il bastone toccò la pietra e la penetrò come una lama calda in un panetto di burro. Intorno all’uomo barbuto si fece improvvisamente silenzio.

    Barnaba si chinò nuovamente sulla pietra e tracciò con il dito tredici segni che si dipartivano dalla croce in maniera radiale, come i raggi di una ruota. Lo fece a mani nude, incidendo la roccia come fosse fango o argilla, perché restasse un segno a ricordo di quella data. Ora in quel giardino fuori da Porta Orientale tutti gli occhi erano puntati su di lui. Chi mai poteva essere l’uomo che aveva compiuto quei prodigi con tanta strabiliante naturalezza?

    Barnaba cominciò a parlare. Raccontò di Gesù, delle sue parole, dei suoi miracoli, del suo modo unico di amare il prossimo e dell’uguaglianza tra tutti gli uomini. Quando finì di raccontare tutti erano convinti: era nata la prima comunità cristiana di Milano. Ma per consolidarla mancava ancora un atto. Qualcosa che affermasse la superiorità del dio cristiano su tutti i falsi idoli delle religioni pagane. Barnaba riprese il suo bastone e, seguìto dai suoi nuovi proseliti, varcò le soglie della città. Al suo passaggio gli idoli in pietra che vegliavano la porta si sbriciolarono. E così fecero tutti quelli che l’apostolo incontrò lungo la strada mentre percorreva la città. Al contempo, in ogni angolo verde sbocciavano i fiori.

    Barnaba si fermò solo quando ebbe superato Porta Ticinese, in uno spiazzo erboso dove amministrò i primi sacramenti e consolidò nelle menti di quegli uomini, ancora confusi, i precetti del cristianesimo. Poi riprese la sua via di evangelizzazione, lasciando alla città il suo primo vescovo, un greco che si chiamava Anatalone, la pietra con i tredici segni incisi sopra e la rozza croce, primo esempio di simbolo cristiano. Ma lasciò ai milanesi anche una serie di tradizioni che si celebrano ancora oggi. Ad esempio l’usanza secondo la quale ogni nuovo arcivescovo che si insedia a Milano, come primo atto ufficiale deve recarsi su quello stesso prato dove Barnaba celebrò i primi sacramenti, prato in cui oggi sorge una delle più importanti basiliche di Milano, quella di Sant’Eustorgio. O la festa che ogni 13 marzo (si chiama appunto Tredesin de Marz) si celebra per ricordare il giorno della conversione di Milano.

    La croce realizzata con i due bastoni oggi purtroppo non esiste più. Ma la pietra con i tredici segni incisi sopra, dopo essere stata conservata per secoli nella ormai scomparsa chiesa di San Dionigi (che sorgeva dove oggi ci sono i giardini di Porta Venezia), è stata portata in Santa Maria del Paradiso, in zona Porta Vigentina, dove ancora oggi la potete ammirare incastonata nel pavimento della navata centrale.

    Purtroppo sembra che tutto questo non sia mai accaduto. San Barnaba non passò mai da Milano, tanto che la Chiesa ha tolto ogni accenno all’episodio della conversione di Milano dalla liturgia del santo. La pietra poi sembra essere solo un antico simbolo pagano, forse di origine celtica. Per le popolazioni celtiche il tredici era un numero portafortuna (divenne simbolo di sventura solo dopo l’Ultima Cena: i dodici Apostoli e Gesù erano in tredici a tavola).

    La conversione di Milano fu un processo lungo e travagliato. Le prime comunità subirono terribili persecuzioni che fecero centinaia di martiri tra gli abitanti della città. Come san Fedele, un ufficiale della corte imperiale, condannato a morte perché dava conforto ai cristiani rinchiusi nelle carceri di Milano. O Nabore e Felice, due militari della legione Tebea scoperti e decapitati per volere dell’imperatore Massimiano. O il più noto di tutti, milanese di nascita, san Sebastiano, il cui corpo, trafitto da decine di frecce, abbiamo visto innumerevoli volte nei dipinti sacri conservati nelle nostre chiese. La sua iconografia ha affascinato per secoli pittori e scrittori, in primis Gabriele D’Annunzio.

       3.

    L’EREDITÀ DELLE DOMINAZIONI STRANIERE

    Pensate alla faccia che deve aver fatto Paolo Mezzanotte, l’architetto a cui nel 1927 fu affidata la realizzazione del palazzo delle Borse nell’attuale piazza Affari, quando durante i lavori di scavo si ritrovò di fronte ai resti di un antico teatro romano. I ruderi erano quelli delle strutture in pietra che sorreggevano le gradinate del teatro, che poteva ospitare fino a settemila spettatori ed era utilizzato anche come luogo di riunione. Probabilmente era stato edificato nel I secolo d.C. e distrutto da Federico il Barbarossa nel 1162.

    L’architetto Mezzanotte dovette così rimettere mano a parte del progetto e nel 1930, due anni prima che l’edificio fosse completato, l’associazione Atene e Roma chiese che fossero presi provvedimenti per la tutela e la valorizzazione dei resti venuti alla luce. Resti che sono tuttora conservati nei sotterranei di palazzo Mezzanotte, mentre sul lato sinistro dell’edificio è visibile una targa, disegnata dall’architetto stesso, che riproduce la planimetria dell’antico teatro.

    Questi resti sono soltanto una delle tracce che i romani hanno lasciato a Milano (basta visitare il museo Archeologico in corso Magenta 15 per rendersene conto), che tra il 286 e il 402 d.C., fra l’altro, è stata capitale dell’Impero romano d’Occidente. Anche le Colonne di San Lorenzo antistanti la basilica di San Lorenzo Maggiore in corso di Porta Ticinese, una delle prime chiese costruite in Occidente dopo l’editto di Costantino, altro non sono che sedici imponenti colonne corinzie originariamente appartenute a un tempio del III secolo.

    In corso Vittorio Emanuele II si trova un’altra testimonianza del passaggio degli antichi dominatori in città. All’altezza del numero civico 13, infatti, è collocata la statua di un romano in toga sotto cui un tempo i milanesi erano soliti affiggere commenti, motti politici e satire. Si tratta del cosiddetto Omm de preja, ovvero uomo di pietra, ribattezzato affettuosamente dai meneghini Scior Carera dall’epigrafe latina posta ai suoi piedi che recita: Carere omni vitio debet qui in alterem dicere paratus est. (Deve essere privo di ogni vizio chi si prepara a parlare contro qualcuno).

    Non molto distante, in via Mercanti, nel Palazzo dei Giureconsulti, è collocata la statua di sant’Ambrogio, che ha letteralmente perso la testa più volte, a seconda di chi dominava Milano. La prima volta è stato per mano degli spagnoli, che pensarono bene di sostituire la testa della scultura, che rappresentava la Giustizia, con una riproduzione del capo di re Filippo II di Spagna. Ma la testa del reggente spagnolo non piacque ai francesi, che durante la loro dominazione la sostituirono con quella di Bruto, l’uccisore di Giulio Cesare, simbolo della sconfitta della tirannia. Bisognerà attendere il governo di Maria Teresa d’Austria perché sopra il busto togato dell’antica dea sia posto il volto del santo protettore della città.

    È legato al dominio degli spagnoli anche un altro luogo di cui oggi non rimane però nessuna traccia: la prigione in cui erano recluse le streghe accusate di continuare, nonostante la fustigazione pubblica, a praticare malefici e rituali magici. Si trattava della cosiddetta torre dell’Imperatore, che fu fatta costruire nel 1611 su ordine dell’allora governatore del Ducato di Milano, Juan Fernández de Velasco, nei pressi del Molino delle Armi.

    È a Maria Teresa d’Austria che si deve invece la costruzione della Scala dopo che i milanesi persero il loro Teatrino, avvolto da fuoco e fiamme all’alba del 25 febbraio 1776, mentre nel vicino Palazzo Reale (allora Regio Ducal Palazzo) si festeggiava l’ultima notte del Carnevale. Niente poterono i brentadori (pompieri ante litteram il cui nome deriva da brenta, che significa secchio), perché nel giro di poche ore del teatro che sorgeva in via Rastelli non rimase che un cumulo di macerie. Ma l’imperatrice austriaca non perse tempo e il 15 luglio dello stesso anno destinò l’area della chiesa di Santa Maria della Scala, voluta nel 1381 da Beatrice Regina della Scala, consorte di Bernabò Visconti, alla costruzione di un nuovo teatro.

    Il luogo che sarebbe diventato il tempio della lirica fu progettato da Giuseppe Piermarini, nominato Imperial Regio Architetto proprio dopo la costruzione della Scala, che fu inaugurata la sera del 3 agosto 1778 con il melodramma di Antonio Salieri L’Europa riconosciuta. Per evitare che la Scala facesse la stessa fine del Teatrino, quattro pompieri erano presenti in pianta stabile all’interno del teatro, e vicino ai palchi erano collocati dei secchi d’acqua, tre grandi recipienti erano posti sotto il tetto, mentre nel cortile dietro il palco c’era una pompa a mano. Oggi invece sono ben altre le presenze che aleggiano intorno al teatro: il fantasma di Maria Callas si aggirerebbe fra i palchi divertendosi a spaventare gli spettatori che non s’intendono di opera, tenendo così fede a una maledizione scagliata contro il teatro una sera che le fu fischiata una stecca.

    La bandiera giallo-nera della dinastia asburgica che sventolava su Milano lasciò poi il posto ai simboli dei dominatori francesi. Uno su tutti l’arco delle Vittorie, iniziato nel 1807 su progetto di Luigi Cagnola, che fu costretto a sospendere i lavori dopo la disfatta di Napoleone a Waterloo. Dopo il ritorno degli austriaci a Milano l’opera che avrebbe dovuto commemorare le imprese napoleoniche cambiò il nome in arco della Pace, a ricordare la tregua europea seguita al congresso di Vienna del 1815.

    Anche lo svago vuole la sua parte, e proprio a pochi passi dall’arco che sorge in piazza Sempione si trova l’Arena, un anfiteatro a forma ellittica che può ospitare fino a trentamila spettatori. La struttura, realizzata da Luigi Canonica nel 1806, all’epoca della Repubblica Cisalpina e del Regno Italico fu utilizzata come teatro, dove era possibile assistere anche alle naumachie, finti combattimenti navali durante i quali lo spazio interno della struttura veniva allagato con l’acqua dei Navigli.

       4.

    CHI SONO DIONIGI, RUSTICO ED ELEUTERIO?

    Basta entrare nella basilica di Sant’Eustorgio (in corso di Porta Ticinese, a pochi passi dai Navigli) per ritrovarsi in fondo alla navata destra, di fronte a una stupefacente sorpresa: un’enorme urna in pietra di epoca romana con inciso in chiare lettere sepolcrum trium magorum sotto una stella a otto punte. Ebbene sì. Questa è proprio la tomba dei re Magi.

    «Nato Gesù in Betlemme di Giudea al tempo del re Erode, ecco che i Magi venuti dall’Oriente giunsero a Gerusalemme: Dov’è il re dei giudei che è nato? Poiché abbiamo veduto la sua stella in Oriente, e siamo venuti per adorarlo […]. I Magi, udito il re, se ne partirono: ed ecco la stella, che avevano veduto in Oriente, andar loro innanzi, finché venne a fermarsi sopra il luogo dove era il Bambino. Vedendo la stella provarono una grandissima gioia. Ed entrati nella casa, videro il Bambino con Maria Sua Madre, e prostratisi Lo adorarono; aperti poi i loro scrigni, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra». Così scrive Matteo nel 50 d.C. Queste sono le uniche informazioni che i Vangeli ci danno dei re Magi. Secondo fonti successive, i tre Magi furono consacrati dall’apostolo Tommaso e inviati come missionari in India o forse in Persia dove morirono da martiri.

    Fu Elena, madre dell’imperatore Costantino (quello dell’editto che permise la libertà di culto ai cristiani, conosciuto come editto di Costantino o anche editto di Milano), a trovare le spoglie mortali dei Magi durante un viaggio a Gerusalemme. Lì ritrovò anche la croce e i chiodi della crocifissione, la spugna imbevuta d’aceto e una parte della corona di spine (un altro di questi oggetti sacri è conservato a Milano, come vedrete nel capitolo dedicato a Sant’Ambrogio).

    Doveva essere circa il 325 d.C. quando Costantino fece dono a Milano delle spoglie dei Magi tramite il vescovo Eustorgio, che si era recato a Costantinopoli per ricevere l’investitura ufficiale da parte dell’imperatore. Eustorgio fece costruire il sarcofago, che ancora oggi vediamo nella basilica che da lui prese il nome, lo caricò su un carro trainato da due buoi e partì per tornare a Milano.

    Il viaggio fu lungo, estenuante e non privo di pericoli. Un lupo assalì il carro e sbranò uno dei due buoi. Eustorgio per continuare la spedizione ammansì la fiera selvatica e la legò al giogo perché tirasse il carro con il bue rimasto.

    A poca distanza da Milano l’incedere delle due bestie si fece sempre più faticoso e lungo l’attuale corso di Porta Ticinese, poco lontano dall’ingresso della città, il carico sembrava essersi fatto così pesante che gli animali non riuscivano più a proseguire. Eustorgio ci mise poco a interpretarlo come un segno divino e fece fondare una chiesa suburbana che avrebbe ospitato le sacre reliquie. Quella stessa chiesa, alla morte del vescovo, nel 355 d.C., ne accolse le spoglie e ne prese il nome.

    L’arca di pietra aveva finalmente una collocazione e i re Magi, conosciuti in tutta Europa con un’ampia varietà di nomi (Gaspare, Melchiorre e Baldassarre; Caspar, Melchior e Balthasar; ma anche Melkon, Gaspar e Balthasar; Bithisarea, Melchior e Gathaspa; Melcisar, Belcisar e Hiespar; Appelus, Amerus e Damasius; Galgalath, Malgalath e Sarachim), ricevettero dai milanesi anche i soprannomi di Dionigi, Rustico ed Eleuterio.

    Le reliquie dei Magi restarono più o meno dimenticate in Sant’Eustorgio fino al 1158, quando si decise di traslarle nella chiesa di San Giorgio, nella centrale via Torino, per poterle meglio proteggere.

    Ma i milanesi poterono proteggerle per poco. Nel 1162 le difese della città crollarono sotto i colpi implacabili dell’invasore Federico Barbarossa. Milano fu conquistata e distrutta. E le spoglie dei Magi presero la via del Nord.

    L’arcivescovo di Colonia, Rinaldo di Dassel, volle per sé le spoglie di Dionigi, Rustico ed Eleuterio, convincendo il Barbarossa che i milanesi non erano degni di possederle. Rinaldo stava cercando di trasformare Colonia in un nuovo grande centro di pellegrinaggio e quelle spoglie facevano proprio al caso suo. Secondo un cronista dell’epoca, al momento della traslazione i corpi dei Magi erano ancora integri, con pelle e capelli ben curati, e dimostravano un’età di 15, 30 e 60 anni.

    A Colonia le reliquie furono collocate nella chiesa di San Pietro, in un’arca d’argento dorato in cui tuttora riposano. I milanesi per secoli tentarono di avere indietro il maltolto. Come unica misera consolazione, nel 1904 il cardinal Ferrari, arcivescovo di Milano, riuscì ad avere alcuni frammenti delle spoglie (due fibule, una tibia e una vertebra), e li fece collocare solennemente in un’urna di bronzo che fu appesa al muro accanto al sacello vuoto dei re Magi.

    A Milano il culto dei Magi restò comunque vivo. Testimonianze dell’epoca attestano che già nel 1336 si svolgeva un corteo dei Magi che nel giorno dell’Epifania attraversava la città facendo tappa in San Lorenzo e in Sant’Eustorgio. Il corteo era composto da figuranti in costume e animali esotici di ogni genere. Ancora oggi (usanza ripresa nel 1962) ogni anno, il 6 gennaio, in tarda mattinata, i tre Magi partono da piazza del Duomo alla volta di Sant’Eustorgio, seguiti dal loro corteo. La banda, i pastori, le dame in costume, i ragazzi a cavallo seguono i tre re lungo via Torino e poi in corso di Porta Ticinese fino alla basilica di San Lorenzo. Qui, dopo la benedizione del parroco, riprendono la processione, accompagnati anche da Erode e dalla sua schiera di soldati. La sfilata prosegue fino a Sant’Eustorgio dove i Magi attraversano le ali del corteo e portano i loro doni alla capanna di Giuseppe e Maria, allestita sopra un palco. Come di consueto, il cardinale, al termine della rappresentazione dell’Adorazione, dopo la benedizione ai Magi tiene un discorso sull’anno appena finito e sui propositi futuri.

    Un’ultima curiosità: secondo una leggenda, prima della capitolazione della città i milanesi riuscirono a sostituire le reliquie e il Barbarossa trafugò solo dei falsi. Le vere spoglie dei re Magi riposerebbero ancora a Milano, custodite in un luogo segreto.

    La basilica di Sant’Eustorgio dove riposano le spoglie dei Re Magi

       5.

    UN MILANESE DI NOME AMBROGIO

    Accadde un giorno del 374. Un freddo giorno d’autunno. La popolazione di Milano si era riunita per trovare un degno sostituto all’arcivescovo Aussenzio, appena morto. Tra la folla c’era un giovane. Il suo nome era Ambrogio.

    Ambrogio era nato a Treviri intorno al 339. L’appartenenza a una facoltosa famiglia e gli studi compiuti a Roma gli avevano permesso di intraprendere una brillante carriera politica che era culminata, qualche anno prima, con un incarico di grande prestigio: governatore romano dell’Italia settentrionale. Quel giorno d’autunno Ambrogio si era unito alla folla per tenere d’occhio quelli che da qualche tempo erano i suoi concittadini. La situazione a Milano rischiava di diventare esplosiva: ariani e ortodossi si stavano scontrando sempre più apertamente. E quel vuoto di potere lasciato dall’improvvisa scomparsa di Aussenzio si poteva trasformare in breve in qualcosa di incontrollabile.

    Ogni fazione voleva un suo rappresentante sul soglio arcivescovile. Gli animi si scaldavano. Le voci si alzavano. Ambrogio fu costretto a uscire dall’ombra e a prendere la parola. La gente restò incantata, rapita dalle sue parole sulla necessità di una scelta imparziale. Quando Ambrogio ebbe terminato, il silenzio coprì gli astanti come un sudario. Solo un bambino, piccolo e innocente, ruppe la quiete. Le sue parole rimbombarono nell’aula come il volere di Dio in persona: «Ambrogio vescovo!».

    La gente, inizialmente contrariata, impiegò poco a unirsi a quel coro di urla, «Ambrogio vescovo! Ambrogio vescovo!». Sembravano tutti d’accordo: Ambrogio sarebbe stato il vescovo perfetto per Milano. Era vero che non era un religioso, ma un uomo politico. Era anche vero che non era una persona particolarmente pia e che amava la compagnia di donne di dubbia moralità. Ma chi meglio di lui avrebbe potuto guidare i milanesi in quel difficile frangente?

    Chi proprio non voleva saperne, però, era Ambrogio. L’idea di diventare vescovo di Milano era quanto di più lontano dai suoi progetti. Senza farsi notare lasciò l’assemblea e, disperato, corse a rifugiarsi nel palazzo pretorio per escogitare un piano di fuga.

    I milanesi frattanto si riversavano nelle strade per festeggiare la scelta fatta. Poco importava che l’interessato si fosse reso irreperibile. Appena le tenebre coprirono le vie della città, senza indugio Ambrogio saltò a cavallo della sua mula, Betta, e si diede a una fuga precipitosa.

    Si diresse verso Pavia certo da lì di poter poi allontanarsi verso Roma. Ma non ci fu niente da fare. All’alba i suoi concittadini lo trovarono seduto su una pietra appena fuori da porta Romana. Per quanto avesse cavalcato, la sua mula aveva continuato a girare intorno e si era ritrovato non lontano dal punto di partenza.

    Ambrogio non si perse d’animo e la notte successiva tentò nuovamente la fuga. Prese qualche precauzione questa volta. Fece ferrare la mula al contrario per sviare eventuali inseguitori e imboccò la strada che andava verso Magenta. Quella zona la conosceva bene e non rischiava di smarrirsi come la notte precedente. Ancora una volta riuscì a percorrere solo pochi chilometri: la sua mula si piantò in mezzo alla strada e non si mosse più. Gli inseguitori, per quanto confusi dalle impronte al contrario, si fecero guidare dalle sue grida: «Corr! Betta. Corr! Betta». I milanesi lo trovarono dalle parti di Abbiategrasso. La mula si spostò solo allora, quando i meneghini la guidarono verso la città con il suo prezioso carico. Il paese dove Ambrogio fu ritrovato ancora oggi si chiama Corbetta.

    Il destino si era ormai compiuto: agevolato da un intervento divino, Ambrogio fu nominato vescovo il 7 dicembre di quello stesso anno, e certo non disattese le aspettative dei suoi concittadini.

    Oltre che per la definitiva sconfitta dell’arianesimo o per la conversione di quello che sarebbe diventato uno dei padri della Chiesa, sant’Agostino, Ambrogio entrò nel cuore dei milanesi per l’impressionante quantità di miracoli che compì.

    Una volta sconfisse nientemeno che Satana in persona. Il diavolo si presentò ad Ambrogio per indurlo in tentazione. Il futuro santo però, non si fece distogliere e anzi colpì il demonio con un calcio nel sedere talmente forte da fargli incastrare le corna in una colonna che si trovava fuori dalla basilica ad martyres (quella che oggi è la basilica di Sant’Ambrogio). La colonna è ancora lì, all’esterno della basilica, lungo il lato sinistro. E a metà della sua altezza ci sono ancora i due buchi fatti dalle corna del demonio.

    Ambrogio ritrovò anche uno dei chiodi della crocifissione. Lo fece un pomeriggio, passando davanti alla bottega di un fabbro. Sentì le imprecazioni dell’uomo che da ore cercava di piegare un pezzo di metallo senza successo. Ambrogio entrò e si fece consegnare l’oggetto. Non appena lo toccò, una strana sensazione lo pervase e si accorse subito del valore religioso dell’oggetto che stringeva tra le mani: era il chiodo che l’imperatore Costantino aveva ricevuto in dono da sua madre Elena e trasformato nel morso del suo cavallo. Sua madre lo aveva ritrovato, insieme agli altri tre, durante un viaggio a Gerusalemme, ed erano anni che quel chiodo era misteriosamente scomparso.

    Anche questa reliquia si trova ancora a Milano, collocata in una teca a 45 metri d’altezza, nella volta dell’abside del Duomo. Da qui viene tolta solamente un giorno all’anno, il 13 settembre, durante la cerimonia detta della Nivola.

    Al di là degli eventi miracolosi, un evento in particolare segnò l’importanza di Ambrogio come personaggio storico. A Tessalonica (oggi Salonicco) l’imperatore Teodosio aveva fatto massacrare migliaia di civili innocenti come rappresaglia per l’uccisione del suo governatore sul posto, Boterico. Al rientro nella capitale del regno, che allora era Milano, Teodosio si recò in visita dal vescovo, ma questi rifiutò di incontrarlo. Non solo, Ambrogio rifiutò anche di officiare la messa in presenza dell’imperatore, perché lo reputava portatore di un peccato troppo grave per poter assistere a una funzione religiosa. Ambrogio fu irremovibile, tanto che Teodosio fu costretto a inchinarsi davanti al vescovo e chiedere umilmente perdono a Dio.

    Era la prima volta che il potere politico e quello religioso venivano a scontrarsi. Con Ambrogio, per la prima volta un imperatore dovette sottomettersi a un vescovo. Da quel momento in poi nessun sovrano sarebbe riuscito a sottrarsi all’influenza del potere religioso.

       6.

    AMBROGIO E I MIRACOLI

    «Sono Ambrogio, vescovo di Milano». Il camerlengo, ancora intontito dal sonno, non capì esattamente chi si trovava davanti. «Devo parlare immediatamente con il Santo Padre», continuò Ambrogio.

    L’uomo ora cominciava a perdere la pazienza. Come si permetteva quello sconosciuto di presentarsi così presto alla porta del papa e pretendere di tirarlo giù dal letto?

    «Mi dispiace ma temo che ora non sia proprio possibile. Meglio che si ripresenti più tardi».

    Ambrogio era sdegnato. Era partito la sera prima da Milano con la sua mula, Betta, ed era miracolosamente arrivato a Roma in poche ore. E non aveva certo tempo da perdere. Entrò nella stanza, si tolse il mantello con cui si era protetto dal freddo della notte e, non trovando un appiglio migliore, lo appese su un raggio del sole mattutino che filtrava oltre le pesanti tende di broccato. Quando il camerlengo vide un simile prodigio, ritenne che per una mattina il papa poteva alzarsi presto e ricevere quello strano personaggio che evidentemente doveva essere un santo.

    Il camerlengo corse ad avvertire il papa mentre Ambrogio guardava dalla finestra i tetti di Roma.

    «Ti ho fatto chiamare e ti aspettavo, Ambrogio, ma non certo così presto». Il papa entrò, ancora assonnato, nella sala, avvolto nella sua vestaglia di seta. «Ci sono importanti questioni che dobbiamo discutere circa la tua diocesi».

    «Va bene, ma facciamo presto. Voglio essere di ritorno a Milano per dire messa. E le campane del Duomo stanno già suonando».

    Il papa rimase perplesso a guardare fuori dalla stessa finestra da cui Ambrogio fissava i tetti di Roma. Il Duomo? Come poteva da lì sentire le campane del Duomo di Milano? «E tu vuoi farmi credere che senti le campane di Milano?»

    «Certo Santità. E se appoggerete un piede sopra il mio, le sentirete anche voi».

    Il papa incuriosito appoggiò il piede calzato da una babbuccia sopra le scarpe di Ambrogio e, miracolo, sentì le campane del Duomo che suonavano a distesa.

    Il Santo Padre non pose ostacoli. Parlò con Ambrogio delle questioni che riguardavano l’amministrazione della sua diocesi nel minor tempo possibile e lo lasciò libero di rimontare sulla sua mula per tornare dai suoi concittadini che lo aspettavano per la messa. Era certo di aver appena parlato con un santo.

    Questo fu solo uno dei tanti miracoli che Ambrogio compì ancora in vita. Un altro ci racconta di tre fanciulle orfane e povere, ma veramente povere. Tanto povere che avevano un solo vestito buono per andare a messa e quindi dovevano andarci a turno, una per volta.

    Un giorno Ambrogio, passando davanti alla casa delle tre ragazze, vide