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101 storie su Firenze che non ti hanno mai raccontato
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101 storie su Firenze che non ti hanno mai raccontato
E-book301 pagine3 ore

101 storie su Firenze che non ti hanno mai raccontato

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Info su questo ebook

C'è un'altra città nella città

Il ritratto di una Firenze sconosciuta, affascinante, inedita e sorprendente. Tra le mura dei palazzi e le anguste stradine medievali si nascondono vicende insolite, personaggi straordinari e curiose leggende metropolitane, che hanno segnato duemila anni di vita del capoluogo toscano: il fantasma dell’ultimo granduca dei Medici, che si aggira a Poggio Imperiale, il modello della Statua della Libertà, custodito nella basilica di Santa Croce, gli avvelenamenti di Pico della Mirandola e del Poliziano, il codice segreto dell’opera di Collodi… 101 storie ambientate nella penombra dei giardini romantici e delle antiche basiliche, tra i reperti mummificati del Museo Anatomico e gli scaffali di profumerie ottocentesche, dietro le quinte del teatro della Pergola e nei sotterranei dell’ospedale di Santa Maria Nuova. 101 racconti che descrivono una città a volte oscura ed ermetica, altre solare e scanzonata, altre ancora geniale e glamour ma sempre, assolutamente, unica.

Tra le storie su Firenze che non ti hanno mai raccontato

Bernardo Buontalenti e lo strano aggeggio

Il vero significato del nome “Firenze” (che non c’entra niente con i fiori)

La Gioconda ritrovata

Il commissario Bordelli

Epifania di sangue

La musa di Montale

Il dolce stil novo: un linguaggio in codice?

Orsanmichele e i Templari

Come i Rucellai fecero la loro fortuna: Firenze e il colore viola

Il marchese che lanciò il Made in Italy

L’Americano alla maniera del conte Negroni

Il Crocifisso di Santo Spirito: Michelangelo e i suoi primi studi anatomici

Il miracolo del sangue a Sant’Ambrogio

Le mummie di Girolamo Segato, detto il “pietrificatore”

Valentina Rossi

Nata nel 1972, è dottore di ricerca in Progettazione architettonica e urbana. Vive e lavora a Firenze. Con la Newton Compton ha pubblicato 101 cose da fare a Firenze almeno una volta nella vita, 101 storie su Firenze che non ti hanno mai raccontato e Misteri, crimini e storie insolite di Firenze.
LinguaItaliano
Data di uscita9 lug 2015
ISBN9788854183049
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    101 storie su Firenze che non ti hanno mai raccontato - Valentina Rossi

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       1.

    LA PRIMA LOGGIA

    Le vicende della massoneria fiorentina affondano le radici nel Settecento. Ma, in un certo senso, quella dell’associazionismo segreto è una corrente sotterranea che attraversa la storia di Firenze da tempi ben più remoti. E che lambiremo spesso, nel corso delle nostre 101 storie.

    In ogni caso, la prima loggia di Firenze (la prima in Italia) fu fondata tra il 1731 e il 1732. Non da fiorentini, bensì da alcuni esponenti della vivace colonia inglese presente in città. (Si consideri che fu proprio la Gran Loggia di Londra, fondata nel 1717, a segnare il passaggio dall’antica massoneria delle corporazioni di muratori a quella moderna o speculativa.)

    Il Venerabile di questa prima loggia era Charles Sackville, duca di Middlesex, nonché uomo di gusto e di libere abitudini. Grande amante della musica, il Sackville fu anche impresario del teatro della Pergola.

    In un primo momento le riunioni si tenevano in via Maggio, presso la locanda di un certo Pasciò, meglio noto ai fiorentini come Pascione. Tutti gli incontri si concludevano con un sontuoso banchetto e, poiché Pascione non sempre era all’altezza di farvi degnamente fronte, col tempo si optò per l’albergo di un certo John Collins, tra l’altro anch’egli membro dell’Ordine massonico.

    Tra i gentlemen affiliati possiamo annoverare personaggi del calibro di sir Horace Mann, l’ambasciatore della Corona inglese; lord Robert Raymond, futuro Gran Maestro d’Inghilterra; e l’inquietante barone Filippo von Stosch, antiquario e tessitore d’intrighi. Costui era nato nel Brandeburgo, ma in seguito avrebbe acquisito la nazionalità inglese, essendo divenuto un fidato agente segreto di re Giorgio II.

    Ma oltre ai notabili anglosassoni, erano membri della loggia anche una sessantina di fiorentini, o di toscani, per lo meno. E il primo italiano a essere ricevuto tra i frammassoni fu il noto dottor Antonio Cocchi, medico, naturalista, scrittore e membro dell’Accademia della Crusca. La sua iniziazione era stata celebrata il 4 agosto 1732 e al rito era seguito l’abituale squisito banchetto.

    È probabile che tra gli iniziati vi fossero anche Giulio Rucellai, segretario della Giurisdizione di Stato; il marchese Carlo Rinuccini, ministro dell’ultimo granduca dei Medici e del primo dei Lorena; e il conte di Richecourt, primo ministro del governo del granduca Francesco Stefano di Lorena. Di sicuro, era massone il poeta Tommaso Crudeli, che è considerato il primo martire della massoneria universale e tra poco capirete il perché.

    Il 28 aprile 1738 papa Clemente XII aveva pubblicato la famosa bolla In eminenti, che sanciva la scomunica della massoneria. Tale bolla mise in serie difficoltà i massoni fiorentini, tanto che il segretario Tommaso Crudeli comunicò lo scioglimento della loggia. L’Inquisizione approfittò di quel momento di debolezza per sferrare alla massoneria un attacco senza precedenti. Il 9 maggio 1739 Crudeli fu arrestato e richiuso nelle carceri dell’Inquisizione a Santa Croce. Detenuto in condizioni durissime, fu anche barbaramente torturato dal Santo Uffizio. Da lui si volevano i nomi degli affiliati alla loggia. Ma il poeta tenne la bocca cucita. Confinato agli arresti domiciliari nella sua casa di Poppi, morirà nel 1745, fiaccato dalle sevizie subite e dagli stenti.

    Nel frattempo, a Firenze, nuove logge si preparavano a risorgere…

       2.

    IL DOLCE STIL NOVO: UN LINGUAGGIO IN CODICE?

    O voi ch’avete li ’ntelletti sani,

    mirate la dottrina che s’asconde

    sotto ’l velame de li versi strani.

    DANTE, Inferno, IX, 61-63

    Già nel 1825 Ugo Foscolo si diceva convinto che la Divina Commedia di Dante custodisse un grande segreto, un messaggio mistico e profetico espresso attraverso un linguaggio occulto.

    In quegli stessi anni, il poeta e critico letterario Gabriele Rossetti avanzava l’ipotesi che tutta la poesia di Alighieri e dei suoi amici, i poeti del dolce stil novo, fosse costruita secondo un gergo convenzionale e che, sotto la finzione dell’amore per la donna amata, si celasse un sistema di idee di stampo iniziatico e misterico.

    Il Rossetti, inoltre, era sicuro che i seguaci di queste dottrine fossero adepti di una setta segreta con particolari intenti politici e religiosi: la setta dei Fedeli d’Amore. Tra i membri della setta: lo stesso Dante, Guido Cavalcanti, Cecco d’Ascoli, Cino da Pistoia e anche, più tardi, Giovanni Boccaccio. Tutti ghibellini, o per lo meno non proprio guelfi, e tutti avversi alla Chiesa corrotta e dogmatica.

    Si tratta di una teoria affascinante, secondo la quale quelle poesie composte tra il XIII e il XIV secolo, che tutti abbiamo studiato a scuola, nasconderebbero il linguaggio in codice attraverso cui i Fedeli d’Amore comunicavano tra di loro.

    Gli iniziati, infatti, non avrebbero certo potuto parlare apertamente di questioni che, all’epoca, sarebbero apparse blasfeme e macchiate di eresia.

    Così tutte quelle donne angelicate, la Beatrice di Dante o la Giovanna del Cavalcanti, tutti quei cuori gentili, e poi le rose e i tribunali d’amore, altro non sarebbero se non termini convenzionali sotto i quali s’adombrerebbe un significato profondo e per noi ancora misterioso.

    Per chi si è occupato della questione è comunque assodato che, nei versi del dolce stil novo, la figura della donna amata sta a significare la Sapienza santa o la Sapienza mistica, quella che alberga nell’umano intelletto, ma che è al contempo così profonda che all’uomo non è mai dato possederla fino in fondo.

    Sicché l’amore cantato dai Fedeli d’Amore non avrebbe a che fare con sdolcinati innamoramenti nei confronti di candide pulzelle, bensì con l’amore, universale e mistico, per quell’Intelligenza divina e altissima che anima e avvolge il mondo. Quella che move il sole e l’altre stelle, per intenderci.

    Perciò, se vi è capitato di leggere Al cor gentil rempaira sempre amore o La bella donna dove Amor si mostra e non ci avete capito un granché, non c’è da preoccuparsi. Vi siete soltanto trovati davanti a uno degli enigmi più avvincenti della storia della nostra letteratura.

       3.

    STA A SANTA CROCE LA STATUA DELLA LIBERTÀ DI NEW YORK

    La libertà che illumina il mondo, universalmente nota come la Statua della Libertà, svetta all’imbocco del porto dell’Hudson, sull’isoletta davanti a New York. Fu terminata nel 1884 e inaugurata il 28 ottobre 1886.

    Della realizzazione si era occupato Gustave Eiffel, del disegno e del modello Frédéric Auguste Bartholdi.

    Ora, è probabile che il monumento simbolo degli Stati Uniti abbia in qualche modo a che fare con Firenze. Anzi, c’è chi è proprio sicuro che Bartholdi abbia attinto molto più che un semplice spunto da una scultura fiorentina.

    E in effetti, se entrate nella basilica di Santa Croce, vi troverete davanti a una statua che assomiglia incredibilmente alla Miss Liberty americana. Si tratta del monumento funebre dedicato a Giovan Battista Niccolini, l’importante drammaturgo vissuto a cavallo tra il Sette e l’Ottocento.

    Niccolini era morto nel 1861. In vita era stato un repubblicano convinto e fin da studente aveva abbracciato con entusiasmo gli ideali della Rivoluzione francese (tra i quali si annovera, come di certo saprete, quello della libertà).

    Nel 1870, in vista del decennale della sua morte, fu deciso di erigergli un monumento solenne e l’opera fu affidata a Pio Fedi, uno degli scultori più affermati dell’epoca.

    Fedi, già nel 1870, aveva finito gli schizzi preparatori e l’anno successivo era pronto anche il modello in gesso. La statua fu terminata nel 1877 e lo scultore fiorentino se la tenne nel suo atelier in via de’ Serragli fino al 1883, quando fu collocata al suo posto, nel Pantheon degli italiani illustri.

    Questa figura femminile di marmo, che simboleggia La libertà della poesia, è imponente, maestosa e tutta circonfusa di grazia neoclassica. Appare forse più morbida e sensuale nei tratti ma, tanto nell’insieme quanto in certi dettagli, alla Statua della Libertà assomiglia parecchio.

    Entrambe le sculture innalzano al cielo il braccio destro, portano un diadema a raggi sul capo e indossano una lunga toga dai ricchi panneggi. A differenza della gemella americana, che tiene alta la fiaccola, la Libertà di Firenze impugna una catena spezzata, allegoria della tirannide sconfitta o anche, per dirla in altre parole, del trionfo della libertà. Ma quella stessa catena spezzata, la statua di New York ce l’ha sotto i piedi, a indicare la schiavitù calpestata. Anche qui, dunque, la libertà vittoriosa.

    Se poi, nella mano sinistra, la donna scolpita dal Fedi tiene una corona d’alloro mentre quella ideata dal Bartholdi stringe il libro con impressa la data del 4 luglio 1776 è perché mentre la prima era destinata a celebrare un poeta, la seconda era stata concepita per commemorare la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. In ogni caso le analogie tra le due opere sono molto, molto evidenti. Il che ha fatto supporre a tanti che è davvero improbabile che Frédéric Bartholdi non abbia mai visto il monumento dedicato a Niccolini. Sì, ma quando? Questo è il mistero che ancora deve essere risolto. Per certo si sa che il Bartholdi a Firenze c'è stato, perché da lì scrisse una lettera alla madre.

    Quella missiva però è datata 1865 e in quell’anno nessuno dei due artisti aveva ancora messo mano all’opera in questione. È fuor di dubbio, comunque, che lo scultore francese con l’Italia abbia intessuto rapporti molto stretti, dal momento che, fervente repubblicano anche lui, è stato aiutante di campo di Giuseppe Garibaldi durante la guerra franco-prussiana. Forse è proprio su questo che occorre indagare. Gli studiosi ci stanno lavorando e chissà che l’enigma non venga risolto!

    La Libertà della poesia di Pio Fedi in Santa Croce

       4.

    IL LUGUBRE CARRO DELLA MORTE

    Il domenicano Girolamo Savonarola fu impiccato e dato alle fiamme il 23 maggio 1498 in piazza della Signoria. Ma a Firenze il ricordo delle sue accese predicazioni rimase vivo per molti anni. Austerità, morigeratezza e una bella dose di timor di Dio restavano il chiodo fisso soprattutto dei Piagnoni, i seguaci del frate che, anche dopo la morte del loro maestro, continuavano a darsi un gran daffare per salvare le anime fiorentine dagli abissi del peccato.

    Per farsi un’idea dell’impegno profuso da questi strenui difensori delle evangeliche dottrine potrebbe essere utile risalire al febbraio del 1512, quando per le strade della città imperversavano gli eccessi del carnevale. Convinti che dalle esuberanze carnevalesche alle tenebre della perdizione il passo fosse breve, gli intraprendenti Piagnoni si sentirono in dovere di ammonire i cittadini a star saldi sulla retta via. Tuttavia, per far presa sugli spiriti eccitati dal clima festaiolo, essi necessitavano di un segnale forte.

    Optarono per un’elaborata mascherata, espediente che avrebbe scosso le coscienze e sarebbe pure restato in tema con il particolare periodo dell’anno. Un carro della morte avrebbe pertanto percorso le vie di Firenze per ricordare a tutti che prima o poi si deve morire.

    Tutto nero, il lugubre carrozzone era trainato da diverse coppie di bufali. Alle pareti erano state dipinte croci bianche e ossa incrociate. Seguivano il catafalco funebre uomini a cavallo travestiti da scheletri, accompagnati ciascuno da quattro staffieri, anch’essi camuffati da umane carcasse. Affinché la scena risultasse più credibile, gli attori erano stati scelti tra gli uomini più magri della città.

    Altri scheletrici personaggi reggevano stendardi neri e, avanzando, cantavano il Miserere, oltre a versi del tipo:

    Morti siam come vedete

    Così morti vedrem voi

    Fummo già come voi siete

    Voi sarete come noi.

    Ma l’elemento più drammatico della rappresentazione era dato dalla minacciosa personificazione della morte che, con tanto di falce e cappuccio, si ergeva solenne nel mezzo del carro. Attorno a lei erano collocate file di sepolcri con il coperchio abbassato.

    Tutte le volte che il carrozzone si fermava, all’improvviso si aprivano le tombe, da cui saltavano fuori altri scheletri, anch’essi intonando canti tetri e cupi. La messa in scena era così realistica che a ogni balzar dei cadaveri dai sarcofaghi il popolo urlando fuggiva atterrito.

    Non sappiamo quanto il carro della morte del 1512 abbia sortito il suo effetto. In ogni caso negli anni a venire i fiorentini non rinunciarono mai ai festeggiamenti del loro carnevale. Tuttavia difficile non riconoscere grandi doti d’inventiva ai seguaci del Savonarola che, vent’anni prima del Concilio di Trento, seppero anticipare lo spirito della Controriforma in modo così creativo.

       5.

    LE PALLE DEI MEDICI

    Le palle dei Medici, in giro per Firenze, si vedono dappertutto. Dominano sugli spigoli dei palazzi e sulla sommità dei portali, ma anche nelle chiese e nei chiostri dei conventi.

    Ovviamente stiamo parlando dello stemma del più importante casato fiorentino. Che è costituito da uno scudo (ufficialmente a fondo dorato) costellato da una serie di figure rotonde. Le famose palle, appunto.

    Di solito le palle, che nel gergo araldico si chiamano bisanti, sull’arma medicea figurano in numero di sei. Tuttavia tale numero può variare. Ci sono infatti stemmi che ne presentano sette, altri che arrivano a undici.

    Ma, numero a parte, potrebbe essere curioso capire da dove i Medici abbiano pescato le tondeggianti figure che campeggiano sul loro emblema.

    Al riguardo esistono diverse teorie, alcune delle quali sono anche molto buffe. Per esempio, c’è chi ha voluto vedere in quei bisanti delle pillole medicinali (in riferimento al nome della celebre stirpe). Altri delle arance, i pomi d’oro che crescono nel giardino delle Esperidi e che nei parchi delle ville medicee non mancavano mai.

    Secondo un’antica leggenda, le palle rappresenterebbero invece le teste di altrettanti nemici trucidati dal mitico capostipite della casata, un tal Averardo, giunto in Toscana al seguito di Carlo Magno. Oppure riprodurrebbero le impronte lasciate dalla clava del gigante Mugello sullo scudo dorato dello stesso Averardo.

    In realtà, le ipotesi più plausibili sono due. Secondo la prima, i Medici avrebbero tratto la loro arma da quella dell’Arte del Cambio, cui essi erano affiliati. Lo stemma di quell’Arte era uno scudo rosso seminato di bisanti d’oro e la stirpe fiorentina lo avrebbe adottato, invertendone però i colori.

    La seconda ipotesi avalla invece l’idea che le palle potrebbero derivare dalle borchie che sullo scudo fissavano le imbracciature e le guigge di cuoio.

    In sostanza, non c’è che l’imbarazzo della scelta: ognuno opti per la congettura che lo affascina di più. Pillole o arance, teste mozzate o borchie metalliche, sempre palle sono. E che le palle ai Medici non mancassero, almeno su questo, dubbi non ne abbiamo.

       6.

    IL POETA, IL PITTORE E LA CONTESSA IN PALAZZO GIANFIGLIAZZI

    Di Vittorio Alfieri esiste un ritratto particolarmente famoso che è custodito agli Uffizi. L’autore del dipinto è il pittore francese François-Xavier Fabre, classe 1766. Sempre di Fabre e sempre agli Uffizi, è possibile ammirare un altro ritratto, quello di Luisa de Stolberg, la contessa d’Albany.

    Forse non sapete che dietro quei due quadri si nasconde un intrallazzo amoroso che ai tempi fece chiacchierare tutta l’alta società di Firenze. E non sto parlando della grande (e scandalosa) passione che legò il padre della tragedia italiana alla consorte di Carlo Edoardo Stuart, il Gran Pretendente al trono d’Inghilterra, nonché conte d’Albany. Quella è storia nota, ma ve la riassumo comunque.

    L’Alfieri aveva conosciuto la Stolberg a Firenze, nel 1777, durante una visita in palazzo San Clemente, dove i coniugi Stuart si erano appena trasferiti da Roma (e dove oggi si trova una delle sedi della facoltà di Architettura). Tra il poeta e la contessa fu amore a prima vista. Certo la signora era sposata, ma non si trattava di un’unione fortunata. Lo Stuart, infatti, oltre che avanti con gli anni, era un ubriacone violento e più di una volta non aveva risparmiato le botte nemmeno alla moglie. Allora non era affatto facile divorziare, ma la contessa era riuscita lo stesso (grazie anche ad appoggi altolocati sollecitati dallo stesso Alfieri) a sottrarsi alle catene del suo matrimonio. Aveva lasciato Firenze e aveva trovato rifugio a Roma; poi aveva lasciato anche Roma, alla volta della Svizzera prima e della Francia poi. Vittorio, innamorato più che mai, la seguiva ovunque andasse. Ovviamente senza dar troppo nell’occhio, perché la loro era pur sempre una relazione clandestina. Finalmente nel 1788 era morto lo Stuart e a Parigi i due avevano potuto rilassarsi e vivere il loro amore alla luce del sole. Per poco, però, perché presto sarebbe scoppiata la Rivoluzione francese.

    I due furono quindi costretti a fuggire dalla Francia e rieccoli a Firenze, ad abitare in riva all’Arno, in palazzo Gianfigliazzi (oggi Corsini). È qui che ebbe luogo la chiacchierata vicenda da cui siamo partiti.

    Quando l’Alfieri e la Stolberg si sistemarono sul lungarno Corsini era il 1793.

    Nella Casa d’Alfieri i due amanti conducevano un’esistenza che ormai aveva tutta l’aria di un placido menage coniugale. Col tempo i bollenti ardori si erano spenti e la passione aveva ceduto il posto a sentimenti forse più profondi ma di sicuro più tiepidi (di solito si dice così). E in città si sapeva benissimo che il celebre tragediografo andava quasi tutte le sere, alle nove, a trovare una signora che parlava francese.

    La contessa d’Albany forse ne era al corrente, ma rimase fedele. Almeno fino a quando l’Alfieri non invitò a casa sua il pittore François-Xavier Fabre. Le visite dell’artista si erano presto fatte assidue. François si era infatti offerto di prestare lezioni di pittura alla contessa, che con il disegno non se la cavava male. L’Alfieri, dal canto suo, dovette sentirsi molto lusingato quando il pittore gli chiese il permesso di fargli il ritratto (quello degli Uffizi). Ovviamente, il ritratto, il Fabre lo fece anche alla contessa e ovviamente tra i due nacque l’amore.

    E fu subito gossip. Chi per prima fiutò l’esistenza di quella tenera liaison fu, a quanto pare, la marchesa di Prié, la vivace e mondana zietta di Massimo d’Azeglio.

    Io me n’ero accorta da un pezzo dell’intrigo della contessa con Fabre. Glielo dicevo alla Santini, e mi dava della matta. Allora in casa del conte [l’Alfieri] si recitavano le sue tragedie, e recitava anche lui. Ad una

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