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1001 cose da vedere a Roma almeno una volta nella vita
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1001 cose da vedere a Roma almeno una volta nella vita
E-book1.162 pagine14 ore

1001 cose da vedere a Roma almeno una volta nella vita

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Info su questo ebook

Seguire il filo di un’emozione, indugiare nei luoghi più nascosti, passeggiare fuori dai percorsi turistici ripensando alle vicende di una gloriosa storia millenaria, ma anche alle dicerie, alle curiosità, agli aneddoti. Monumenti antichi e moderni, chiese e chiostri, ville e giardini, fontane e scalinate, musei e gallerie, e poi shopping e ristoranti: un’esplosione di indescrivibile bellezza, colori e allegria attende ogni giorno chi di questi luoghi si è già innamorato e chi deve ancora scoprirli. 1001 idee per gustare a pieno una città antica ma continuamente nuova, sempre identica a se stessa eppure ogni volta diversa: immergetevi nella storia, nell’archeologia, nella vita sociale, artistica e culturale di Roma, scopritene il volto più caratteristico e stravagante. Leggete, scegliete e lasciatevi ispirare: sarete pronti a perdervi nei 1001 meandri di una città eterna che non smette mai di stupire.


Sabrina Ramacci
è nata a Roma nel 1970. Laureata in Storia e Critica del Cinema e specializzata in Arte Contemporanea, è stata giornalista freelance, occupandosi di cronaca nera, per poi approdare alla scrittura. Con la Newton Compton ha pubblicato Hollywood criminale, 101 personaggi che hanno fatto grande Roma, 1001 cose da vedere a Roma almeno una volta nella vita e Italia giallo e nera (scritto con Emanuele Boccianti).
LinguaItaliano
Data di uscita29 lug 2014
ISBN9788854170223
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    1001 cose da vedere a Roma almeno una volta nella vita - Sabrina Ramacci

    1.

    I sette colli

       1.

    Aventino

    A Roma la quiete è un bene prezioso. Passeggiare sul colle Aventino soddisfa il desiderio di pace e silenzio. L’Aventino è uno dei sette colli su cui venne fondata Roma, il più a sud, una collina ripida e impervia che raggiunge le sponde del Tevere e che in epoca antica comprendeva anche San Saba, il rione noto come piccolo Aventino. Un’ipotesi probabile vuole che il nome derivi da Aventino, re di Alba Longa, sepolto sul colle dopo essere stato colpito a morte da un fulmine.

    I profughi di città e regioni conquistate dal re Anco Marcio sono i primi ad abitare il colle, artigiani e mercanti che fanno affari lungo il fiume. In epoca repubblicana l’Aventino è incluso nelle Mura Serviane e in seguito alla legge Icilia, attorno al 456 a.C., che ne concede la proprietà al popolo, numerosi plebei vi fanno la loro residenza. In età imperiale i plebei scendono a valle, verso Trastevere e Testaccio, per seguire le attività commerciali dell’Emporium, il porto fluviale, ed è così che l’Aventino si trasforma nel luogo ideale per edificare domus aristocratiche. Dopo il sacco dei Goti di Alarico, 410 d.C., il colle è devastato e per molto tempo abbandonato al suo destino. Si accede all’Aventino, residenza aristocratica, attraverso il Clivo dei Publici, prima strada lastricata di Roma, dal Foro Boario, oppure attraversando lo splendido Roseto Comunale di via di Valle Murcia; si approda così in via di Santa Sabina, la strada che ospita il Parco Savello, il Giardino degli Aranci. Luogo di commercio ma anche di culto, l’Aventino ospitò il Tempio della Luna, quello di Diana, e ancora il Tempio di Minerva, quello di Vertumno e di Mercurio, così come una cospicua quantità di santuari, ma è in epoca medievale che sorgono le chiese che ancora oggi costituiscono il fascino maggiore del colle: Santa Sabina, Santi Bonifacio e Alessio e Sant’Anselmo a poca distanza l’una dall’altra lungo via di Santa Sabina e Santa Prisca, più in basso sull’omonima via verso viale Aventino.

    Nel 1765 Giovan Battista Piranesi progetta la magica e suggestiva piazza dei Cavalieri di Malta e non a caso l’antica leggenda vuole che l’Aventino sia un’unica immensa nave dei Cavalieri Templari pronta a salpare verso la Terra Santa. Dalla serratura della porta del Priorato ammirate la cupola di San Pietro, circondata da una cornice di alberi e silenzio.

       2.

    Campidoglio

    Nei Mirabilia Urbis Romae, guide medievali scritte per i pellegrini in viaggio a Roma, si narra che sul colle Capitolino, fondato dal dio Saturno, sorgesse una torre altissima ricoperta d’oro e con in cima una lampada costantemente ardente, una torre che emanava luccichii e balenii ben oltre le coste di Ostia, fin tra le onde del mar Tirreno, per ricordare ai marinai in viaggio la posizione della Città Eterna. In effetti la leggenda ha origine durante la guerra tra Romani e Sabini e come sempre mischia storie di crimini e passioni. Tarpea, figlia del comandante Spurio Tarpeio, accecata dall’oro dei Sabini e innamorata del potere del re Tito Tazio, svela un passaggio segreto ai Sabini per poi essere uccisa dagli invasori senza alcuna pietà. Scudi, spade e armature dei nemici formano una torre e brillano ai piedi della rupe da cui vengono gettati i colpevoli di tradimento contro lo Stato che ancora oggi porta il nome di Tarpea, un monito per coloro che arrivano in città.

    Al Campidoglio si accede attraverso il Clivo Capitolino, un tratto dell’antica strada è visibile dal portico degli dèi consenti all’interno dell’area archeologica del Foro Romano. Nel tempo sono stati edificati diversi templi, tra i quali il più importante è quello dedicato alla triade capitolina: Giove, Giunone e Minerva (nell’area oggi occupata da Palazzo dei Conservatori) e nei secoli anche mura, porte e scalinate; un luogo di culto e potere che in epoca medievale finisce a pascolo delle capre, fin quando papa Paolo III affida a Michelangelo il rifacimento della piazza modificando così il destino di tutto il colle.

    Dal Palazzo Senatorio, l’antico Tabularium, si espande la prospettiva che include il Palazzo Nuovo e il Palazzo dei Conservatori in una perfetta armonia di forme geometriche e classiche. L’artista progetta anche la scalinata della Cordonata, la balaustra e le statue che la decorano, in un suggestivo amalgama di stili con la ripida scalinata dell’adiacente Basilica di Santa Maria in Ara Coeli. Sede del comune di Roma e dei Musei Capitolini, il Campidoglio è dominato da una copia della statua equestre di Marco Aurelio, il buon imperatore sempre fedele a Roma, che sembra pronta ad animarsi per scendere solenne dalla Cordonata.

       3.

    Celio

    Nel IV secolo a.C. sui colli di Roma infuriano le battaglie. I condottieri etruschi Caele e Aulo Vibenna si decidono a conquistare Roma.

    Quest’ultimo, dopo la morte del fratello entra in contrasto con uno dei suoi compagni, tale Mastarna, un uomo forte e potente che sconfigge Aulo ed è incoronato sesto re di Roma con il nome di Servio Tullio. Da allora, il colle che un tempo si chiamava monte delle querce, prende il nome di Celio. I templi di molte divinità sono edificati sul colle, tra cui quello del divino Claudio, imperatore divinizzato, di cui oggi si possono ancora ammirare i ruderi, presso la Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo nell’omonima piazza, ed è proprio in epoca imperiale che il Celio vive i suoi fasti. Una vegetazione rigogliosa accoglie le domus dei patrizi: la Villa di Mamurra, prefetto di Cesare; quella di Domizia Lucilla, dove si narra che nacque Marco Aurelio; quella dei Quintili e quella di Fausta, moglie di Costantino. In quel periodo da Porta Celimontana (l’attuale Arco di Dolabella sulla via Claudia) fino a Porta Maggiore si diramano ben quattro acquedotti, tre sotterranei (Appia, Marcia e Iulia) e uno ad archi (Claudio); quest’ultimo, noto come l’acquedotto Neroniano, fornisce di acqua la Domus Aurea per volere dell’imperatore Nerone. Nel 410 il sacco di Alarico, condottiero dei Visigoti, non risparmia neanche il Celio e molte delle bellezze architettoniche vengono distrutte dai barbari che stringono Roma in cinque mesi di cruento assedio. Nel Medioevo il colle si arricchisce di chiese e basiliche che tutt’oggi sono il simbolo di una profonda spiritualità e bellezza, molte delle quali edificate su templi pagani. Dall’arco dell’antica Porta Celimontana all’attuale omonima villa si possono ammirare: Santo Stefano Rotondo e Santa Maria in Domnica (nota come Santa Maria alla Navicella) poste una di fronte all’altra su via della Navicella, SS. Giovanni e Paolo e San Gregorio Magno lungo il Clivo di Scauro. Oggi il colle è dominato dall’Ospedale militare del Celio, un grande edificio costruito sul terreno che un tempo ospitava la seicentesca Villa Casali e preziosi resti di epoca romana. In qualche luogo del mondo, ancora, infuria la battaglia.

       4.

    Esquilino

    Schiavi e meretrici, streghe e negromanti: dall’antica Roma al Medioevo il colle Esquilino è popolato di reietti e intriso di mistero. Tra i sette colli è il più alto ed esteso, una zona malsana dove vivono e vengono sepolti gli emarginati.

    Tra le varie ipotesi la più accreditata riferisce che il nome derivi dall’essere parte del colle fuori dalle antiche mura serviane, quindi vissuto da persone che si trovavano a ex-colere, ossia ad abitare fuori dal primo nucleo della città.

    Si ritiene anche che il nome derivi da aesculi, piante di leccio. Questi arbusti crescevano selvaggi nel bosco sacro che circondava il Tempio di Mefite e Giunone Lucina, e proprio queste divinità ricevevano i doni degli abitanti del luogo, affinché la natura fosse con loro più clemente e il territorio meno malsano. Nonostante ciò, alcuni patrizi scelgono l’Esquilino come dimora, ma le cisterne dei grandi acquedotti romani, le necropoli e le fosse comuni non contribuiscono a migliorare le condizioni di vita. Una vera bonifica della zona ci sarà soltanto nel Medioevo; proprio in quest’epoca l’Esquilino è il luogo prescelto dalle streghe per celebrare riti magici. Uno dei simboli per eccellenza di questa predisposizione del colle è la seicentesca Porta Alchemica, nota come la Porta Magica e conservata all’interno dei giardini di piazza Vittorio, unica porta ancora visibile delle cinque che circondavano la residenza di Massimiliano Palombara marchese di Pietraforte e cultore di arti esoteriche alla fine del Seicento. Sul colle sono visitabili anche numerose chiese tra cui l’antichissima Basilica patriarcale di Santa Maria Maggiore, anch’essa intrisa di mistero. Si narra infatti che a tal Giovanni, uomo ricchissimo che non sapeva come spendere il suo denaro, in una calda notte di agosto apparve in sogno la Madonna la quale lo invitò a costruire una chiesa nel luogo in cui al mattino successivo avrebbe trovato la neve. Papa Liberio ebbe la stessa visione e il giorno dopo sul colle dell’Esquilino, imbiancato di neve, sua santità tracciò il perimetro della chiesa e il ricco patrizio ne finanziò la costruzione. Necropoli, simboli esoterici e miracoli, la storia del colle è legata al suo destino che dopo il 1870 lo vede riempirsi di edifici d’ispirazione piemontese – non a caso, la leggenda vuole che Torino sia la capitale occulta d’Europa.

       5.

    Palatino

    Unico tra i colli di Roma, unico al mondo: il Palatino, sito archeologico di magnifico splendore. La leggenda vuole che in una caverna del colle, la grotta Lupercale, la lupa allevò i due fratelli artefici della fondazione di Roma, Romolo e Remo, figli del dio Marte e della vestale Rea Silvia.

    Il 21 aprile del 753 a.C. Romolo vede uno stormo di avvoltoi sul Palatino, Remo sull’Aventino li nota prima di lui, ma lo stormo individuato dal fratello è imponente. Il popolo decide che sarà Remo a regnare ma Romolo a fondare la città. Certo, tra i due non è mai corso buon sangue e il giorno del Natale di Roma è anche quello della morte di Remo, ucciso dal fratello. Romolo scava così il primo solco della città eterna sulla terra sporca del suo stesso sangue.

    Il Palatino è abitato sin dal 1000 a.C., quando viene occupato un villaggio di pochi ettari posizionato in modo da controllare il Tevere e difendersi da attacchi nemici. Su questo colle, dimora di divinità e antichi culti religiosi, risiedono per secoli i potenti imperatori e vi si costruiscono i templi più importanti dell’Urbe.

    Dalla Domus Severiana all’Antiquarium, dal Tempio di Apollo fino alla Domus Tiberiana e passando per la Casa di Livia decorata con affreschi di paesaggi e festoni di fiori e frutta e la Casa di Augusto con la splendida stanza delle maschere, fino ai luoghi dove sorgevano la Casa di Romolo e il Tempio della Magna Mater. E ancora, la Domus Flavia, lo Stadio Palatino e la Domus Augustana, i tre settori che compongono il Palazzo di Domiziano, da dove si può osservare dall’alto l’imponenza del Circo Massimo. L’ingresso moderno all’area archeologica è su via di San Gregorio, a poca distanza dall’Arco di Costantino.

    Dopo un lungo periodo di abbandono, durante il Medioevo, il Palatino sorge a nuova bellezza nel XVI secolo quando il cardinale Alessandro Farnese incarica il Vignola di realizzare gli Horti Palatini Farnesiorum. I Giardini Farnese decorati con piante botaniche, scalinate e terrazze, uniscono il Palatino ai Fori; per realizzarli però non pochi resti dell’antica Roma Imperiale vennero sacrificati, un destino inesorabile per una città costruita su strati di storia, bellezza e morte.

       6.

    Quirinale

    Quando Gaio Sallustio Crispo, senatore della repubblica, volle edificare dei grandi giardini con villa che fossero soprattutto un luogo di quiete, scelse l’area tra il Quirinale e il Pincio, oggi identificabile con la zona tra le Mura Aureliane e via XX Settembre. Dal I secolo a.C. gli Horti Sallustiani ospitarono i tanti imperatori che li scelsero come residenza privata; oggi imponenti ma frammentari ruderi della villa sono visibili al centro di piazza Sallustio.

    Nell’antichità il colle era un massiccio distinto in quattro alture rigogliose di vegetazione: Latiaris, Mucialis o Sanqualis, Salutaris e Quirinalis; questa geografia è oggi difficilmente distinguibile ma in epoca arcaica aveva un’importanza strategica indispensabile per le genti che lo popolarono.

    Durante l’impero le residenze dei patrizi trasformarono il Quirinale in uno dei colli più belli di Roma. Massenzio vi fece costruire un complesso termale cui, nel 315 d.C., Costantino darà il suo nome. Oggi non sono più visibili i resti della struttura, ma di quegli stabilimenti restano le statue equestri dei Dioscuri, davanti al Palazzo del Quirinale, due statue di Costantino – una conservata nella Basilica di San Giovanni in Laterano e l’altra sulla balaustra della Cordonata insieme a quella di Costantino II –e infine le statue del Nilo e del Tevere che decorano il Palazzo Senatorio al Campidoglio. Il popolo poteva utilizzare le grandi Terme di Diocleziano nel Vicus Longus, tra il Viminale e il Quirinale, di cui ancora oggi possiamo apprezzare l’imponenza strutturale. Nella parte bassa del colle, anch’essa ricca di reperti archeologici, si possono ammirare i resti del Tempio di Serapide, voluto da Caracalla, tra Palazzo Colonna e l’Università Gregoriana.

    Il Quirinale si snoda in un continuo sali e scendi di strade, alcune molto ripide, come dimostra l’attuale via XX Settembre nel punto in cui incrocia via delle Quattro Fontane, poco dopo la quale ci si trova a San Carlino alle Quattro Fontane, capolavoro del Borromini, e a due passi dall’altra chiesa barocca di Sant’Andrea al Quirinale, progettata da Bernini e nota per la sua pianta ovale; ma il colle è noto soprattutto perché ospita la residenza ufficiale del Presidente della Repubblica, il Palazzo del Quirinale, una tradizione che sembra ripetersi nei secoli.

       7.

    Viminale

    Un piccolo colle in cui si trovavano domus residenziali e botteghe, privo di edifici politici e circondato da boschi di salice, il Viminale si estende tra i colli Esquilino e Quirinale.

    In passato era delimitato dal Vicus Longus, una strada che dal Foro di Augusto proseguiva fin nella zona dove sorgevano le grandi terme per il popolo, in pratica la parte alta dell’attuale via Nazionale, e dal Vicus Patricius, l’attuale via Urbana. Sul Viminale i simboli della Roma imperiale erano discreti e non tutti ancora visibili: il Palazzo di Decio, il Lavacrum Agrippinae, complesso termale presso San Lorenzo in Panisperna, il santuario di Nenia e le terme di Novato, al posto della Chiesa di Santa Pudenziana; ma sono le terme di Diocleziano, costruite tra il 298 e il 306, a modificarne la geografia. Uno spazio enorme che ospitava migliaia di persone, iniziate da Massimiano e portate a termine da Diocleziano, le terme occupavano 14 ettari di terreno e ancora oggi sono uno dei siti archeologici più suggestivi della capitale con ruderi visibili nell’area tra piazza San Bernardo, piazza della Repubblica, via Cernaia, piazza dei Cinquecento e via delle Terme di Diocleziano.

    A partire dal Rinascimento il colle cambia la sua fisionomia. Si narra che il sacerdote Antonio del Duca abbia implorato papa Pio IV di proteggere dai briganti l’area delle terme dedicata al culto degli angeli. Il pontefice, accettata la supplica, commissiona a Michelangelo la sistemazione e così all’interno dell’antico tepidarium e della maestosa Aula centrale delle terme nasce la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, un’opera che oggi ammiriamo in tutta la sua magnificenza spaziale.

    Dopo il 1870 Roma vive notevoli rivoluzioni urbanistiche; tra le tante, nel 1878 viene costruito il Teatro dell’Opera, su via del Viminale, su progetto dell’architetto Achille Sfondrini. In stile neorinascimentale il teatro è inaugurato il 27 novembre del 1880 con la messa in scena della Semiramide di Rossini alla presenza dei regnanti d’Italia. Il colle ospita anche uno degli edifici più importanti della città, il Palazzo del Viminale, sede del ministero dell’Interno, situato al centro di via Depretis. Nel 1911 l’architetto Manfredo Manfredi è incaricato da Giolitti di progettare un edificio che sia il centro nevralgico del potere politico. Inaugurato nel luglio del 1925 il Viminale richiama forme classiche greco-romane, e modifica così il destino di un colle che in un tempo remoto era lontano dalla vita politica dell’Urbe.

    _________________________________________

    2.

    I rioni

       8.

    I. Monti

    In un tempo molto lontano il Rione Monti era un luogo malfamato chiamato Subura, ovvero la zona abitata sotto la città, e si sviluppava alle pendici dei colli residenziali; da qui l’origine del nome, Monti, proprio perché include parte dei colli Esquilino, Viminale, Quirinale e Celio.

    La Subura è il luogo dove vivono i plebei, dove si trovano le prostitute e gli uomini di malaffare, un luogo dove i patrizi vanno a caccia di trasgressione tra i vicoli, in cui le insulae, le case a più piani, pullulano di sporcizia e odori acri. Si trova in un’area più estesa rispetto a quella che oggi colloca Monti tra via Merulana, via Labicana e via Cavour e che prosegue verso i Fori fino a via Nazionale. All’interno di queste strade più importanti si snoda ancora oggi un dedalo di viuzze e piazze, un sali e scendi di stradine collegate tra loro da un unicum pittoresco e antico che ricopre millenni di storia. Dal Medioevo vengono edificati palazzi e torri che ancora oggi caratterizzano il Rione, ma una sostanziale modifica dell’assetto urbano si ha nel periodo fascista. Tra il 1924 e il 1936 infatti, una notevole quantità di abitazioni medievali e cinquecentesche viene abbattuta per far spazio alla via dell’impero, l’attuale via dei Fori Imperiali.

    Oggi Monti è un rione con una doppia personalità. La prima include nel suo territorio importanti siti archeologici tra cui il Colosseo, la Domus Aurea di Nerone, le terme di Traiano e quelle di Tito, i Fori di Augusto, Cesare e Nerva, i Mercati Traianei, la Basilica di San Giovanni in Laterano e quella di San Clemente, così come edifici nobiliari come il Palazzo Capranica del Grillo e infine la Torre delle Milizie, quella degli Annibaldi, dei Conti e dei Capocci. L’altra personalità è intima e popolare, viuzze tra cui perdersi tra cascate di edera e bouganville o gelsomini rampicanti: via del Boschetto, via e piazza degli Zingari, via Cimarra, via Clementina, via dei Ciancaleoni, via dei Capocci, via dei Serpenti, via Baccina, via Leonina, via dell’Angeletto, piazza Suburra, via e piazza della Madonna dei Monti, via delle Carrette, via di Sant’Agata dei Goti, via degli Ibernesi, piazza e salita del Grillo. Quasi impossibile scegliere un percorso, individuare una priorità, una strada da percorrere prima di un’altra.

    Il fascino di Monti è proprio nella scoperta casuale, in cui si incontrano strade antiche e ferme nel tempo come via dei Selci che percorre quello che un tempo si chiamava Vicus Suburanus, oppure la scalinata della salita dei Borgia, luogo di crimini e misfatti, che porta sino alla Basilica di San Pietro in Vincoli, e ancora la scalinata di via Magnanapoli da cui si scorge la Colonna Traiana, e infine via Panisperna che porta sino alla Chiesa di San Martino ai Monti, e deve il suo nome ai monaci che in quel luogo offrivano pane e prosciutto (panis et perna) ai poveri, anche se la sua fama è legata ai ragazzi di via Panisperna, il gruppo di giovani fisici che nel 1934 collaborò con Enrico Fermi. Monti è perfetto per rilassarsi, passeggiare per botteghe, ammirare chiese e monumenti. Intenso e sornione, cuore antico e pulsante dell’Urbe.

       9.

    II. Trevi

    La storia del Rione Trevi è un connubio di arte e potere. Persino lo stemma è una dimostrazione di forza: tre spade bianche, le misericordie, su sfondo rosso. Un numero che torna; si narra infatti che a piazza dei Crociferi s’incontrassero tre strade, nel punto esatto dove da tre bocche sgorgava l’Acqua Vergine. Questo luogo oggi si chiama piazza di Trevi e ospita uno dei simboli della città: la fontana tardobarocca opera settecentesca di Nicola Salvi e Giuseppe Pannini.

    Il Rione si estende da via del Corso e via del Tritone sino a piazza Barberini. È uno spazio raccolto suddiviso in una parte alta e una bassa e piacevolmente percorribile a piedi. Si passa dagli scorci tipici della romanità, i vicoli con i sanpietrini, alla monumentalità decorativa del Seicento, dalle antiche chiese, come la Basilica dei SS. XII Apostoli, fino ai rigorosi palazzi dell’Ottocento. Dall’influente presenza della famiglia Colonna, ancora oggi con palazzo e giardini di proprietà e l’antica basilica sul largo Santi Apostoli come chiesa di famiglia, ai personaggi illustri che vi soggiornarono, tra cui Michelangelo, alla maestosità del Palazzo del Quirinale, un tempo residenza del papa, Trevi è un rione carico di storia e non stupisce che Luigi Pinciani, sindaco di Roma, percorresse a cavallo la scala elicoidale di Palazzo Carpegna sede della storica Accademia nazionale degli artisti, detta di San Luca, che oggi dà il nome alla piazza in cui si trova il palazzo. Arte e potere.

       10.

    III. Colonna

    Il Rione Colonna è in pieno centro, nel cuore della città. Dai confini stretti e lunghi, si dirama da via della Purificazione, scende lungo via della Mercede, attraversa via del Corso, a destra non supera via Frattina e a sinistra via del Seminario. Il simbolo del rione è una colonna, lo stesso imponente monumento che da secoli domina l’omonima piazza. Eretta sul finire del II secolo la Colonna di Marco Aurelio celebra le vittorie dell’imperatore su Marcomanni e Sarmati. A pochi passi da lì, in piazza Montecitorio, nel palazzo che un tempo fu del pontefice Alessandro VII Chigi, c’è oggi la sede del parlamento italiano, la Camera dei Deputati. Luoghi di potere e simboli della città, come il suggestivo Tempio di Adriano in piazza di Pietra. Edificato nel 145 da Antonino Pio, in onore del padre, del tempio possiamo oggi ammirare le undici colonne corinzie integrate alla Dogana di Terra nel 1695, oggi Palazzo della Borsa. Ancora più significativa la presenza del Pantheon, oggi Chiesa di Santa Maria ad Martyres, il meglio conservato tra i monumenti antichi di Roma, imponente ed eterno, familiarmente chiamato la Rotonda, come l’elegante piazza che lo ospita. Dal XVI secolo il Rione Colonna ospita i palazzi di famiglie ricche e nobili, pur conservando bellezze archeologiche ed edifici sacri che d’improvviso squarciano l’orizzonte.

       11.

    IV. Campo Marzio

    In un ammaliante susseguirsi di monumenti storici risiede la bellezza senza tempo di Campo Marzio: dalla scalinata di Trinità dei Monti al Pincio e Villa Medici presso piazza di Spagna, dall’Ara Pacis al Mausoleo di Augusto lungo il Tevere, dalla Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso a Palazzo Borghese nella fitta sequenza di vicoli che caratterizzano questa parte della città nota come Tridente perché dominata dalle tre direttrici viarie che partono da piazza del Popolo. Il quarto rione di Roma ha una storia millenaria e complessa che ancora oggi possiamo cogliere passeggiando lungo via del Babuino, fino a piazza di Spagna, lungo via del Corso, l’antica via Lata, sino all’elegante via Borgognona, e lungo via di Ripetta, l’antica via Leonina poi sistemata per volere di papa Leone X, sino a via della Scrofa. Una mezzaluna identifica il Rione Campo Marzio, ma l’origine di questo simbolo è ignota. Consacrato a Marte sin dai tempi della fondazione, questo vasto territorio era destinato agli esercizi militari, ma è dal Medioevo e poi con il Rinascimento, e infine ampiamente decorato di statue e fontane nel Seicento che il Rione si trasforma fino a diventare una delle zone più belle e popolate dell’Urbe.

    La passeggiata ideale inizia da piazza del Popolo con una visita alla Chiesa di Santa Maria del Popolo. All’interno sono conservati due capolavori del Caravaggio (La conversione di san Paolo e La crocifissione di san Pietro), diversi affreschi del Pinturicchio, e le architetture di Raffaello e del Bramante. Al centro della piazza l’imponente Obelisco Flaminio, 24 metri di altezza, portato a Roma durante l’impero di Augusto e risalente ai tempi dei faraoni Ramesse II e Mineptah, è uno dei tanti simboli dell’antico Egitto presenti in città. L’obelisco è circondato da quattro fontane sormontate da altrettanti leoni di marmo bianco. Proteggono il Tridente le due chiese gemelle di Santa Maria dei Miracoli e Santa Maria in Montesanto, iniziate per volere di Alessandro VII dal Rainaldi e terminate dal Bernini e da Carlo Fontana sul finire del Seicento. Il fascino di Campo Marzio si apprezza passeggiando dalle arterie principali ai vicoli, a caccia di dettagli di storia.

       12.

    V. Ponte

    Protetto dai muraglioni del lungotevere dei Sangallo e Tor di Nona si estende lungo il fiume il Rione Ponte. Un tempo terreno di paludi e di frequenti alluvioni, oggi memoria rinascimentale di una Roma densa di vicoli e cortili nascosti, trattorie, botteghe di artigiani e gallerie d’arte. Simbolo del Rione è l’antico Ponte Elio, l’attuale Ponte Sant’Angelo, dai tempi di Sisto V incorporato nel Rione Borgo. Nel 134 fu l’imperatore Adriano a farlo costruire per collegare la riva sinistra del Tevere al suo monumento funerario, trasformatosi nei secoli in avamposto fortificato, ovvero Castel Sant’Angelo. Nei giorni in cui la piena del Tevere si abbassa si possono invece ammirare i resti del Ponte Triumphalis, il passaggio sul fiume distrutto dai romani nel VI secolo per impedire che i Goti conquistassero la città. Di struggente bellezza Ponte Sant’Angelo accoglieva i pellegrini in arrivo a Roma e i condannati al patibolo; da qui oggi si diramano le strade che portano nel cuore di Ponte.

    Da via di Panico si percorrono le strade che portano verso la parte sud del Rione: via dei Banchi Vecchi e via dei Banchi Nuovi, fino a via Giulia, oppure quelle della parte alta, verso via dei Coronari e i caratteristici vicoli che circondano questa strada di antiquari e rigattieri, ancora oggi in perfetta armonia con la sua storia. Sin dal Medioevo il Rione è molto popolato e nel corso del XV secolo ai grandi artisti dell’epoca vengono commissionate chiese e palazzi per le famiglie aristocratiche; tra i tanti spicca la bellezza di Palazzo Altemps in piazza Sant’Apollinare. Progettato e decorato a opera di Antonio da Sangallo il Vecchio e Baldassarre Peruzzi, il Palazzo è oggi una delle sedi del Museo Nazionale Romano. Percorrendo l’antico selciato si arriva come per incanto di fronte alla chiesa barocca di Santa Maria della Pace, voluta nel 1482 da papa Sisto IV, e all’attiguo Chiostro del Bramante. La prima opera romana dell’artista è costruita per il cardinale Oliviero Carafa; da qui si possono ammirare i tetti della città, un luogo unico che evoca quiete.

       13.

    VI. Parione

    Alcuni rioni sembrano più piccoli di altri, eppure ne hanno di cose da raccontare. Parione è una sorta di triangolo chiuso tra piazza Navona, Campo de’ Fiori e piazza della Chiesa Nuova, ma ogni strada è una storia, a cominciare dallo stemma: il grifo. Si tratta di un animale mitologico con ali di aquila e corpo di leone, simbolo di fierezza e nobiltà. La parola Parione deriva invece dal latino paries e significa parete; si ritiene che il muro, un tempo visibile nel rione, fosse un enorme rudere dello Stadio di Domiziano, l’attuale piazza Navona.

    Nel Medioevo il Rione è altamente popolato. Punto di passaggio per i pellegrini che si recano in Vaticano e economicamente vivace, Parione è ricco di botteghe di artigiani e non è un caso che ancora oggi i nomi di molte vie riecheggino di antichi mestieri: Liutai, Librai, Cappellari, Giubbonari, Chiavari, Baullari, Sediari. Queste strade si diramano da via del Governo Vecchio fino a Campo de’ Fiori e conservano il fascino antico che caratterizza il Rione. Il Rinascimento modifica l’urbanistica di Parione che con papa Sisto IV vive una grande trasformazione, si costruiscono palazzi nobili e si allargano le strade. Nel 1600 accadono due eventi simbolici. Da una parte il trionfo barocco di piazza Navona rinnovata a opera del Bernini, dall’altro il trionfo dell’Inquisizione cattolica che condanna Giordano Bruno per eresia. Il frate domenicano, filosofo e scrittore, viene bruciato vivo a Campo de’ Fiori, proprio dove oggi sorge una cupa statua nera in sua memoria.

    Il Rione è generoso di chiese imponenti come quella monumentale di Sant’Agnese in Agone, in piazza Navona, dedicata alla giovinetta cristiana martirizzata nello Stadio di Domiziano, oppure microscopiche, come quella di Santa Barbara dei Librai, incastrata tra le case in uno slargo lungo via dei Giubbonari, a due passi dal filettaro di baccalà più buono della città. Parione unisce sacro e profano e racconta storie di satira e arguzia come quelle che si appendono ancora oggi ai piedi della famosa statua parlante di Pasquino, ospite illustre del Rione dal 1500.

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    VII. Regola

    Il fiume ha scandito per secoli la vita dei regolanti. Si chiamano così i cittadini del Rione Regola che ha come simbolo un cervo rampante e prende il nome dalla renula, ovvero quella rena soffice che in tempi di piena il fiume deposita sugli argini. Dai tempi dell’impero e fino al Medioevo, in cui è feudo della famiglia Savelli, questo rione adagiato sulle rive del Tevere è caratterizzato da un’edilizia popolare, e animato dalle voci e dai gesti di un artigianato dedito alle attività fluviali. Regola è la zona di pescivedoli e macellai, cordai e tintori, mugnai e osti. Leggende culinarie romane vogliono che la famosa coda alla vaccinara sia un piatto tipico di questa zona, qui infatti venivano conciate le pelli della vaccina, ma non solo, i filetti di baccalà e i carciofi alla giudia solo qui sono davvero speciali, in questo affollarsi di vicoli e scorci da ammirare.

    Da via di Monserrato che corre parallela a via Giulia, dal lungotevere dei Tebaldi a quello De’ Cenci, da piazza Farnese sino a via Arenula e poco oltre, fino a piazza delle Cinque Scòle. Il Rione si estende lungo il fiume, governato dopo il 1870 dai muraglioni, e ancora oggi racconta le storie delle persone che lo abitarono, a cominciare da Cola di Rienzo, figlio di mugnai e tavernieri, passando per Benedetto Cairoli, eroe risorgimentale, ad artisti come Raffaello Sanzio, Benvenuto Cellini e Borromini e persino a un santo, Pippo bbono, ovvero San Filippo Neri. A Regola, di conseguenza, non ci sono solo umili abitazioni ma anche chiese e palazzi, ospedali e prigioni. Un esempio tra i tanti è Palazzo Farnese, nella piazza omonima, costruito nel XVI secolo. Su iniziale commissione di Alessandro Farnese, il futuro papa Paolo III, all’edificio hanno lavorato nel tempo: Antonio da Sangallo il Giovane, Michelangelo, il Vignola e infine Giacomo della Porta.

    Il fiume però è il cuore di Regola e uno dei ponti più originali della città appartiene proprio a questo rione: il quattrocentesco Ponte Sisto. L’occhialone in mezzo alle arcate indica il livello dell’acqua e salva il popolo dalle piene dell’amato Tevere.

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    VIII. Sant’Eustachio

    Un’antica leggenda è alle origini del simbolo del rione: un cervo con il volto di Cristo. Si narra che Placido, capitano delle milizie di Traiano e discendente di Ottaviano, si trovasse a caccia tra i boschi di Tivoli quando incontrò un cervo. Tra le ramose corna dell’animale il militare notò una croce luminosa, o secondo altri, il volto di Cristo. Un miracolo di un tale impatto emotivo che Placido si convertì e, battezzato, prese il nome di Eustachio. L’imperatore Adriano condannò a morte Eustachio e la sua famiglia: i leoni chiusero le fauci e indietreggiarono, il fuoco uccise ma non distrusse i corpi dei martiri. Da allora la casa del santo, trasformata in luogo di culto, è una basilica nel cuore della città che affaccia su piazza dei Caprettari, a due passi dal Pantheon. Il rione, stretto e lungo, si estende da via della Scrofa fino a via dei Giubbonari. Qui tra le glorie di Roma, lungo corso Rinascimento o via della Dogana Vecchia, si incrociano secoli di storia e arte: dalla Chiesa di San Luigi dei Francesi, dove si possono ammirare alcuni capolavori del Caravaggio, fino a Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, dalla Basilica di Sant’Ivo alla Sapienza a quella di Sant’Andrea della Valle.

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    IX. Pigna

    «La faccia sua mi parea lunga e grossa, come la pina di San Pietro a Roma». Persino il sommo Dante nell’Inferno della Divina Commedia cita la pigna di San Pietro. Ciononostante gli storici non sono certi che quella conservata nei Giardini Vaticani sia davvero la Pigna Bronzea che decorava le terme di Agrippa; per alcuni infatti il nome ha origine da Vigna Tedemari, la proprietà di un signorotto che come le terme si estendeva nel territorio dell’attuale Rione: da vigna a pigna il passaggio è semplice. Comunque sia andata sin dall’antichità il Rione Pigna è tra quelli più monumentali di Roma e oggi ne possiamo apprezzare la complessa bellezza ammirando la Chiesa del Gesù e quella di Sant’Ignazio, gioielli del barocco romano, o di Santa Maria sopra Minerva, edificio cristiano sotto il quale sorgeva un tempio dedicato a uno dei tanti culti che in epoche remote si celebravano nell’Urbe, quello della dea Iside. Tra i luoghi di maggior interesse c’è anche l’Area Sacra di Torre Argentina, un sito archeologico che ancora non ha svelato al mondo i suoi sotterranei segreti. A rendere questo rione così denso di interessi artistici ci sono poi gli obelischi, come quello del faraone Apies, in piazza della Minerva, o quello di San Macuto, proveniente da Heliopolis, in piazza della Rotonda e gli imponenti edifici: quelli seicenteschi del Collegio Romano e di Palazzo Doria-Pamphilj (sede dell’omonima pinacoteca) e il rinascimentale Palazzo Venezia, noto ai più per essere stato quartier generale di Mussolini. Proprio qui, all’angolo con il palazzetto omonimo, si può ammirare l’enorme busto di Madama Lucrezia (probabilmente quello che resta di una statua di Iside). La famosa statua parlante aspetta imperturbabile che romani e turisti s’inchinino al suo cospetto in cerca di fortuna. Un’altra statua parlante del Rione è quella del Facchino, in via Lata, addossata al muro laterale di Sant’Andrea della Valle; la voce del popolo racconta che sia in realtà Martin Lutero, di passaggio a Roma nel 1511.

    Di forma quadrata, in pieno centro, il Rione si estende fino a piazza Venezia dove, di fronte alla Basilica di San Marco, si può ammirare la piccola Fontana della Pigna, opera novecentesca di Pietro Lombardi, a memoria di leggende lontane ancora vive nel cuore della città come testimoniano le poesie dialettali di Gioacchino Belli, cittadino illustre del Rione Pigna.

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    X. Campitelli

    Il decimo rione di Roma è il simbolo dell’impero. In un’area che si estende da via dei Fori Imperiali a via dei Cerchi e si chiude a piazza Venezia e lungo via del Teatro Marcello sono infatti racchiuse tutte le vestigia dell’antica Roma. Si passa dunque dal Palatino al Foro Romano, dal Campidoglio fino al più recente Vittoriano, il monumento nazionale dedicato a Vittorio Emanuele II, uno dei Padri della Patria, simbolo del Risorgimento italiano. Campitelli è di conseguenza un rione molto turistico, se si considera che più della metà dell’area è dominata da monumenti. Si narra che il diavolo sotto forma di drago apparve nel Tempio di Castore e Polluce, ed è così che ancora oggi lo stemma del rione è una testa di drago, a simboleggiare l’oscura leggenda che si tramanda dall’antichità.

    Il Campidoglio, con la sua famosa piazza, il Palazzo Senatorio, il Palazzo dei Conservatori e Palazzo Nuovo, è il centro del rione, il colle dove sorgeva il Tempio della triade capitolina, Giove, Giunone e Minerva e che, a partire dal Quattrocento e fino al Seicento, è stato integrato al territorio grazie all’opera di tanti artisti; dall’alto si domina l’ampio paesaggio sul Campo Marzio, dalla Cordonata di Michelangelo o dalla scalinata della Basilica di Santa Maria in Ara Coeli. Campitelli è anche il Palatino, il luogo del Natale di Roma e il Foro Romano, dove ancora oggi si coglie la maestosità dell’impero.

    Un radicale cambiamento dell’assetto urbanistico del rione si ha dopo il 1870 ed esattamente quando nel 1885 molti edifici medievali e rinascimentali vengono abbattuti per la costruzione del Vittoriano e in seguito, nel Ventennio fascista, quando Mussolini fa spianare la parte ba