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Il Profeta - Il Giardino del Profeta

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Il Profeta - Il Giardino del Profeta

Lunghezza:
245 pagine
2 ore
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854139589
Formato:
Libro

Descrizione

Cura e traduzione di Tommaso Pisanti
Edizione integrale con testo inglese a fronte e con disegni dell'autore

In questo volume sono raccolti i due capolavori di Kahlil Gibran. Il Profeta fu pubblicato per la prima volta a New York nel 1923 e, come tutte le grandi opere, provocò critiche ed entusiasmi ugualmente accesi. Nelle intenzioni dell’autore doveva essere la prima parte di una trilogia sui rapporti dell’uomo con se stesso, con la natura e con Dio. La seconda parte, Il Giardino del Profeta, rimase incompiuta e fu pubblicata postuma. La terza non fu mai scritta. I versi, che scandagliano l’animo umano con sensibilità poetica e forza visionaria, richiamano alla mente Blake, Nietzsche, i mistici dell’India, gli asceti del mondo islamico.

«L’amore non dona che se stesso e nulla prende se non da se stesso.
L’amore non possiede né vorrebbe essere posseduto;
Poiché l’amore basta all’amore.»


Kahlil Gibran

nacque nel 1883 a Bisharri, nel Libano settentrionale, e morì nel 1931 a New York. Fu poeta, filosofo, pittore. La sua fama si diffuse ben al di là del vicino Oriente: le sue poesie furono tradotte in più di venti lingue e le sue opere furono esposte nelle più importanti gallerie di tutto il mondo. Trascorse gli ultimi vent’anni di vita in America, dove ben presto divenne un maestro e un mito per i milioni di giovani che ne leggevano gli scritti. I suoi libri, considerati un vero “breviario mistico”, continuano a entusiasmare un vasto pubblico, alimentando una sorta di “culto” che non accenna a spegnersi. Di Gibran la Newton Compton ha pubblicato, oltre a Tutte le poesie e i racconti, anche La Voce del Maestro, Il Profeta – Il Giardino del Profeta, I segreti del cuore e Gesù figlio dell’uomo in volumi singoli.
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854139589
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Khalil Gibran (1883–1931) was an essayist, novelist, and mystic poet. He wrote The Prophet, a collection of philosophical essays that went on to become one of the bestselling books of the twentieth century. Though he was born in Lebanon, he moved to Boston’s South End as a child and studied art with Auguste Rodin in Paris for two years before launching his literary career. Much of Gibran’s work contains themes of religion and Christianity as well as spiritual love.


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Anteprima del libro

Il Profeta - Il Giardino del Profeta - Kahlil Gibran

Indice

Introduzione di Tommaso Pisanti

Nota biobibliografica

IL PROFETA

«Almustafa, the chosen»

[L’arrivo della nave]

«Then said Almitra»

[Amore]

«Then Almitra spoke»

[Matrimonio]

«And a woman who held»

[Dei figli]

«Then said a rich man»

[I doni]

«Then an old man»

[Del mangiare e del bere]

«Then a ploughman said»

[Il lavoro]

«Then a woman said»

[Gioia e dolore]

«Then a mason came forth»

[Le case]

«And the weaver said»

[L’abito]

«And a merchant said»

[Del comprare e del vendere]

«Then one of the judges»

[Colpa e castigo]

«Then a lawyer said»

[Delle leggi]

«And an orator said»

[Della libertà]

«And the priestess spoke»

[Ragione e passione]

«And a woman spoke»

[Il dolore]

«And a man said»

[Della conoscenza]

«Then said a teacher»

[Dell’insegnare]

«And a youth said»

[L’amicizia]

«And then a scholar said»

[Del discorrere]

«And an astronomer said»

[Del tempo]

«And one of the elders»

[Il bene e il male]

«Then a priestess said»

[Della preghiera]

«Then a hermit»

[Del piacere]

«And a poet said»

[Della bellezza]

«And an old priest said»

[Della religione]

«Then Almitra spoke»

[Della morte]

«And now it was evening»

[Congedo]

IL GIARDINO DEL PROFETA

«Almustafa, the chosen»

[Il ritorno del Profeta]

«And he left them straightway»

[Il «pane della solitudine»]

«And Almustafa came»

[«Il giardino di sua madre e di suo padre»]

«And one said»

[Le «nevi dei nostri sogni»]

«And on a morning as they walked»

[Karima e il Profeta]

«Then he went forth»

[«Voi siete spiriti...»]

«And upon a day as they sat»

[«Maestro, ho paura del tempo...»]

«And on a morning when the sky»

[La goccia di rugiada]

«And on an evening»

[Gli «zoccoli delle ore»]

«And on a day»

[Pietre e stelle]

«And on the first day»

[«Che dici tu di Dio?»]

«And on a morning when the sun»

[«Nudo nel meriggio»]

«And one who had served»

[«Al di là delle vostre parole»]

«And when the night»

[«La mia anima è sovraccarica...»]

«Now, for seven days»

[La separazione]

«And now it was eventide»

[«O Bruma, sorella..»]

28

Titolo originale: The Prophet

Traduzione di Tommaso Pisanti

© 1988 Newton Compton editori s.r.l.

Titolo originale: The Garden of the Prophet

Traduzione di Tommaso Pisanti

© 1989 Newton Compton editori s.r.l.

Prima edizione ebook: febbraio 2012

© 1989 Newton Compton editori s.r.l.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-541-3958-9

www.newtoncompton.com

Edizione elettronica realizzata da Gag srl

Gibran Kahlil Gibran

Il Profeta

Il Giardino del Profeta

Cura e traduzione di Tommaso Pisanti

Testo inglese a fronte

Edizioni integrali

Con disegni dell’autore

Newton Compton editori

Introduzione

Il Profeta e Il Giardino del Profeta riproposti in una nuova edizione? Sì, e per più di un motivo. Innanzitutto, ritradurre un testo è sempre un po’ come reinterpretarlo, in aderenza a nuove circostanze e situazioni. E basterebbe solo accennare al nuovo, inquieto, benché talvolta convulso e paradossale interesse per la fenomenologia del religioso, del sacro che si è andata diffon­dendo e non solo tra il pubblico giovanile occidentale, dopo tanti eventi, crolli, rinascite. Senza dire, s’intende, del gusto stesso del ritradurre, del tentare di riprecisare cose dette maga­ri in modo, diciamo, meno focalizzato (per eccesso o per difetto) in altre traduzioni. E, infine, più che mai vi è oggi necessità di un più saldo approccio – per meglio comprendere – a ciò che è, o appare diverso, e che è invece pur sempre espressione di una generale, di una comune umanità. Approccio e dialogo, in­somma, tra Occidente e Oriente, non contrapposizione.

Testi singolari, compositi, questi che un poeta-pittore orienta­le, Kahlil Gibran, un libanese emigrato in America, lanciava e innestava sul gran corpo di un panorama del tutto diverso, ap­punto, quello di un Occidente dinamico e frenetico che andava realizzando la sua rivoluzione del linguaggio, oltre che dei costumi, un suo estremo tentativo di sintesi fra tradizione profetico-religiosa orientale (dalle fonti biblico-cristiano-­apocalittiche al misticismo musulmano e a Tagore) e un orienta­mento aforistico-assertivo, da nuovo manuale per laici, che si riallacciasse, al tempo stesso, ad alcune tensioni di misticismi occidentali (Blake, Novalis, Schelling e, perché no?, Nietzsche) e alla stessa tradizione d’esaltazione naturistico-predicatoria americana, da Emerson a Whitman.

Perché, per Gibran – è evidente – la poesia non era solo poesia come letteratura, ma messaggio, impegno globale, reimmersione totale nell’essere, ritorno alle grandi maiuscole.

Con tutti i rischi, naturalmente, delle forzature, della fumosità oracolare, degli eccessi, della confusione magari, in qualche modo, mistificatoria.

Nato nel 1883 nel villaggio di Bisharri nel nord del Libano, emigrato nel 1895 negli Stati Uniti, a Boston, con madre, fratel­li, zio e zie (il padre, semialcolizzato, non si mosse mai dal Liba­no), Gibran Kahlil Gibran (ma in America lasciò cadere il pri­mo nome, quello paterno) era poi ritornato a quattordici anni a Beirut, dove aveva frequentato un collegio cristiano-maroni­ta¹.

Poi, nel 1904, Gibran – rientrato a Boston – aveva conosciu­to Mary Haskell, che fu per lui musa, ispiratrice e protettrice: l’incontro centrale nella sua vita. Sarà lei, anche, a curare la pubblicazione delle opere.

Gibran intrecciò anche una relazione con Emilie Michel, una giovane insegnante di origine francese. Qualche anno dopo, Gi­bran è a Parigi, sempre per merito della Haskell, e nella "ville lumière studiò pittura e approfondì Blake, Rousseau e Nietz­sche. Fu allora che Rodin lo definì un nuovo Blake. Sarà vero? Gibran ama atteggiarsi, è talvolta istrionico", si modella sulla propria immagine ideale, accentua gli aspetti di oscurità e misteriosità di cui ama circondarsi.

Inquieto, tormentato, conseguì dapprima una sua fama come pittore, trasferendosi intanto a New York. Poi, nel 1918, pubbli­ca The Madman (Il Folle), il suo primo libro in inglese: l’ingle­se della «Bibbia di Re Giacomo». È una «rivolta contro l’Occi­dente tramite lo spirito dell’Oriente». Contro l’immagine di un Occidente decadente, spregiudicato, sradicato dai valori, ormai «indegno del suo romanticismo».

Due anni dopo, The Forerunner (Il Precursore); e, nel 1923, The Prophet. New York gli si configurò ormai come Orfalese, la metropoli da esorcizzare attraverso un ritorno radicale alla di­mensione profetico-visionaria, alla valutazione etico-meditati­va, al coinvolgimento interioristico. Non un politico, non un so­ciologo, e neanche un poeta e un artista: occorre, ora, un pro­feta: che parlerà però nel cuore stesso della moderna metropo­li, alla gente che l’ascolta, che lo interroga, che vuol essere il­luminata.

I critici più attenti non furono, per la verità, mai pienamente convinti, invece, e videro, sostanzialmente, nel Profeta, una sor­ta di pastiche, pur sottolineandone gli squarci di più agile ed in­cisiva «liricità visionaria». Ma il pubblico fu largamente con­quistato da quello strano poemetto, da quelle commistioni, da quei vortici di suggestioni. E Gibran ne trasse fama e anche guadagni. Pubblicò ancora, lavorando intensamente, freneticamente; tormentosamente identificandosi egli stesso con Almustafa (il beneamato), il suo profeta. «Nell’attimo in cui Gibran giunse a vedere il mondo come un’unità perfetta – sottolinea Mikhail Naimy nella sua biografia – e la vita come un’eterna armonia, tutti gli altri mondi in cui era vissuto in precedenza e che aveva considerato spaziosi e reali, gli divennero esigui e irreali»².

Ma l’irrequietezza di Gibran si va nutrendo di atteggiamenti anche sconcertanti, di solennità da guru e da ierofante. E la po­polarità (fino al 1959 Il Profeta era stato venduto in un milione di copie) s’intreccia, altresì, con quella così tipica, in America, dei seguaci di santoni e ambigui maestri e delle più varie sette ed esperienze più meno misticheggianti. È tutt’altro che facile, d’altronde, seguire tutto ciò in una personalità così tesa e così cangiante, al tempo stesso, come quella di Gibran. Tese, comun­que, ad identificare col suo profeta le sue stesse esperienze (e Almitra è Mary Haskell). Finché qualcuno scrisse sulla sua tom­ba, in arabo: «Qui giace il nostro profeta». Gibran era morto, nel 1931, di cirrosi epatica e di un principio di tubercolosi polmonare.

In The Prophet Gibran aveva dato, dunque, la somma di tutti i suoi sforzi martellando la sua ansia di assolutezza in forme anche enfatiche, ripetitive, tardo-profetiche e tardo-romantiche. Ma nei momenti più acuti e felici Gibran riesce a dar robustezza alla sua enfasi profetica, a trasmettere il senso di un ribaltamen­to, di un’assolutezza radicale. E senza trascurare, d’altra parte, i particolari, la varietà fenomenologica della vita, benché tutto sia avvolto, in lui, come in un ardore infuocato.

La poesia profetica sembrava ormai estinta, e la stessa poesia religiosa aveva imboccato le vie indicate dal nuovo linguaggio allusivo, moderno (Eliot stesso, Claudel, Rebora). Gibran riela­bora direttamente le fonti, si ripresenta con gli stessi più an­tichi sintagmi («In verità vi dico...»), l’uso delle coordinate, il verso lungo e libero, l’agitata densità del linguaggio, la vio­lenza degli ossimori. In una sorta di sincretismo, si direbbe, tra Bibbia, Vangeli cristiani e Corano musulmano.

Ma anche senza troppo spiritualizzare, con un certo robu­sto senso, anzi, della concretezza, della fisicità, della corposità: come è, del resto, in ogni profonda tradizione mistica. Ma si av­verte altresì che, intanto, è passato Freud. E anche Marx. Almu­stafa, il Profeta, si preoccupa, anche, sia degli stati d’animo che del pane quotidiano, e prospetta, per la gente, anche ar­monie sociali.

«Ancor più dovete essere pietosi verso chi ha fame e ha biso­gno». Certo, è sempre lo slancio, l’ardore mistico, l’ansia d’assolutezza a far da protagonista («Voi siete spiriti, anche se vi muovete nei corpi; e, come olio che arde nell’oscurità, siete fiamme»).

Nelle intenzioni dell’autore Il Profeta doveva essere la prima parte di una trilogia sui rapporti dell’uomo con se stesso, con la natura e con Dio. La seconda parte, Il Giardino del Profeta, ri­mase incompiuta, mentre la terza non fu mai scritta. Rispetto al Profeta, Il Giardino introduce tonalità meno squillanti, accentua non soltanto il momento alto e propositivo, ma forme, anche, di più morbida e intenerita compartecipazione.

Almustafa, il profeta, è ora ritornato «alla sua isola natia», dopo aver predicato, per dodici anni, in Orfalese, la «città tenta­colare» (New York?). E nuove moltitudini lo attendono, le sue moltitudini. «E un marinaio parlò e disse: Guarda le moltitudi­ni sul molo. Nel loro silenzio hanno predetto persino il giorno e l’ora del tuo arrivo, e si sono raccolti dai campi e dai vigneti, nel loro ardente bisogno, per attenderti. E Almustafa guardò lontano, verso le moltitudini, e il suo cuore fu consapevole delle loro ansie, e restò silenzioso».

Più frequente è questo senso, appunto, di compartecipazione, in un incrociarsi di sguardi e di vibrazioni affettive. Circola, nel Giardino, un più soffuso senso di tenerezza, un più largo senso di rapporti, di relazioni, delle piccole cose d’ogni giorno. Al­mustafa stesso, se indica l’assolutezza, esorta contemporanea­mente a ricercarla nello scambio umano («Miei marinai e miei amici, più saggio sarebbe parlare meno di Dio, che non possia­mo comprendere, e più di ognuno di noi, che possiamo invece comprendere»).

Almustafa stesso, il Profeta, precisa in termini più umani la sua personalità; ha una sua madre e un suo padre, le cui tom­be sono nel suo Giardino, che è «il Giardino di sua madre». E avverte in sé, più spesso, un senso di solitudine, di separazione: accettate, certo, con rigorosa consapevolezza, «giacché il suo pane è il pane della solitudine», ma con venature, anche, di tenerezza. Invano Karima, che con lui aveva giocato nella fanciul­lezza, vorrebbe «condividere la sua solitudine e le sue rimem­branze. Gli andò dietro solo per un breve tratto... E non disse parola, ma si volse indietro e andò alla sua propria dimora; e lì, nel giardino, pianse sotto il mandorlo, e non sapeva il per­ché».

Certo, Il Giardino non ha il nerbo, la compattezza che ha Il Profeta; ma non sono meno suggestive e coinvolgenti queste om­bre di malinconie perfino un po’ crepuscolari («il silenzio sul volto, come un velo»), questa sorta di «intenerimento del profe­ta». Varianti di uno stesso pastiche? Ma è anche vero che, al di là delle pure stilizzazioni della letteratura, si richiedono oggi, appunto, nuove contaminazioni e nuovi calorosi coinvolgimenti. Oggi più che mai. Tra Occidente e Oriente.

TOMMASO PISANTI

¹ Per la collocazione di Gibran in un quadro di cultura araba («scuola siro-americana»), si veda F. Gabrieli, La letteratura araba, Firenze-Milano 1967, pp. 264, 265; e I. Camera d’Afflitto, in Letteratura araba contemporanea, Carocci, Roma 1998, pp. 95-100.

² M. Naimy, Kahlil Gibran, A Biography, New York 1950. Inoltre, in senso più critico: B. Young, This Man from Lebanon, New York 19568; K.S. Hawi, Kahlil Gibran, His Background, Character and Works, Beirut 1972.

Nota biobibliografica

LA VITA

Gibran Kahlil Gibran nacque il 6 dicembre del 1883 a Bisharri, un villaggio del Libano settentrionale, da una famiglia cristiano-maronita.

Nel 1895, quando il poeta era appena dodicenne, la famiglia si trasferì negli Stati Uniti, a Boston, per sottrarsi all’oppressione dell’impero ottomano, come molti altri emigrati dal Libano in quell’epoca. A Boston visse nel povero quar­tiere cinese, abitato anche da italiani, irlandesi e siriani. Dopo una breve perma­nenza negli Stati Uniti, a 16 anni, nel 1899, Gibran ritornò per tre anni a Beirut per studiare lingua e letteratura araba. Completati gli studi, viaggiò a lungo in Libano e in Siria e nel 1902 abbandonò definitivamente il Libano per raggiun­gere la famiglia a Boston e dedicarsi alla pittura. Tra il 1902 e il 1903 la sua fa­miglia fu colpita da molti eventi dolorosi: la morte di una sorella, del fratello, della madre e del padre. Nel 1904 Gibran conobbe Mary Haskell, che ne ap­prezzò le capacità e divenne sua amica, ispiratrice e mecenate.

Nel 1908 si trasferì a Parigi per studiare all’Accademia di Belle Arti e diventò allievo dello scultore Auguste Rodin, che vide nel giovane una promessa sia per le arti figurative che per la letteratura. Tornato negli Stati Uniti nel 1911, Gibran visse prima a Boston e poi a New York insieme all’amico Amin. All’i­nizio riscosse un certo successo come pittore e venne considerato dalla critica come il massimo esponente della scuola pittorica «orientale» in Occidente.

Nel 1920 fu tra i fondatori a New York della Lega Araba, che rinnovava la tradizione araba con l’apporto della cultura occidentale.

Intanto alla sua fortuna di pittore si sommava il grande successo come poeta e scrittore «visionario», soprattutto dopo la pubblicazione, nel 1923, in inglese (come poi quasi tutti i suoi libri),

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