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Misteri, crimini e storie insolite di Bologna

Misteri, crimini e storie insolite di Bologna

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Misteri, crimini e storie insolite di Bologna

Lunghezza:
225 pagine
2 ore
Pubblicato:
Nov 21, 2013
ISBN:
9788854158887
Formato:
Libro

Descrizione

Alla scoperta dell’anima oscura, nascosta, sotterranea, esoterica e criminale della città

È antico il fascino di Bologna. Come un’ombra, percorre da secoli i vicoli del centro storico, i sotterranei e i portici che hanno reso celebre nel mondo la città. Tutti conoscono la Bologna “dotta”, “grassa” e “turrita”, ma solo in pochi conoscono i segreti, gli enigmi e i gialli del capoluogo emiliano. Come la necropoli dei vampiri emersa dalle viscere della terra durante i recenti scavi per l’alta velocità, o il codice mai decifrato inciso sulla Pietra di Bologna. Nella storia locale ci sono stati anche personaggi controversi come Girolamo Menghi, il più grande esorcista del Cinquecento, i cui libri furono inseriti nella lista dei testi proibiti dal Vaticano. Mentre le pagine della cronaca recente hanno portato alla ribalta figure ambigue come i poliziotti-criminali della banda della Uno bianca. E sempre nella storia contemporanea troviamo i delitti irrisolti del DAMS o l’ormai storica strage del due agosto, tra terrorismo e segreti di Stato.
Barbara Baraldi, autrice definita dalla stampa «la regina del thriller gotico italiano», torna a raccontare la sua città, cogliendone l’anima oscura, il volto misterico, gli aspetti insoliti che ogni amante di Bologna dovrebbe conoscere.

Una città misteriosa e ricca di segreti tutti da svelare

Tra gli argomenti insoliti e misteriosi:

La città dei vampiri
I misteri della Bologna sacra
I predatori di tesori templari
666 archi per la Madonna nera
Esoterismo e alchimia
Bologna tra magia e scienza
Il giudice che scomparve nel nulla
Delitti di gente perbene
Strage del 2 agosto 1980, segreti di Stato
Finestre che ridono: le case infestate

Barbara Baraldi
è emiliana, e come tutte le emiliane ama la buona cucina e la letteratura del mistero. Spaziando dal thriller al dark fantasy, nella sua carriera ha pubblicato nove romanzi, tra cui La bambola di cristallo e Scarlett, venduto all’estero ancora prima di uscire in Italia. I suoi libri sono tradotti in varie lingue, tra cui il tedesco e l’inglese. Insieme ai più grandi giallisti della penisola è protagonista di Italian noir, documentario prodotto dalla BBC sul giallo italiano. Con la Newton Compton ha pubblicato la guida 101 misteri di Bologna (che non saranno mai risolti).
Pubblicato:
Nov 21, 2013
ISBN:
9788854158887
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Misteri, crimini e storie insolite di Bologna - Barbara Baraldi

169

Prima edizione ebook: novembre 2013

© 2013 Newton Compton editori s.r.l.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-541-5888-7

www.newtoncompton.com

Realizzazione a cura di Corpotre, Roma

Barbara Baraldi

Misteri, crimini e storie insolite di Bologna

Alla scoperta dell'anima oscura, nascosta, sotterranea, esoterica e criminale della città

Newton Compton editori

Introduzione

Sono innumerevoli i misteri custoditi dagli antichi portici della città di Bologna, così come le storie insolite che si raccontano all’ombra dei suoi vicoli medievali. Città dalla vocazione culturale e multietnica, sede della prima università del mondo, Bologna è una città ammantata di un fascino arcano. Un set perfetto, insomma, per raccontare storie del brivido o del mistero.

Questo volume è stato costruito così, come il racconto di segreti proiettati come ombre dalla città nel corso dei secoli. Anzi, un viaggio. Un viaggio che comincia con le leggende sulla fondazione della città, che si mescolano con la storia e di cui è ancora possibile intravedere le tracce persino nel tessuto urbano del presente.

Un viaggio sorprendente: in pochi sono a conoscenza che dopo l’incendio del 53 d.C. a ricostruire la città rasa al suolo è stato proprio… Nerone! E se da un lato è appurato che da qualche parte, sotto l’asfalto, si nasconde ancora il tesoro dei Templari, non è mai stato chiarito come nel 1600, nel tentativo di trovarlo, l’ingegnere Aristotele Fioravanti sia riuscito a far camminare lungo strada Maggiore un campanile alto venticinque metri.

Bologna è la città turrita per eccellenza, sede di edifici che come grattacieli medievali svettano verso il cielo, eppure è il suo sottosuolo a nascondere segreti, come la misteriosa necropoli dei vampiri portata alla luce dai recenti scavi per l’Alta Velocità. Come dimenticare il bolognese Girolamo Menghi? Era il più grande esorcista del Cinquecento, eppure il Vaticano ha posto i testi da lui scritti nell’Indice dei libri proibiti. Tra i calanchi dell’Abbadessa sono sorte numerose leggende riguardo al mistero delle Sette Fonti, meta di pellegrini da tutta Europa e ora scomparse tra i Gessi che imbiancano l’Appennino.

C’è chi sostiene che la torre Asinelli sia stata costruita in una sola notte dal diavolo in persona, e non a caso Dante Alighieri parla delle torri di Bologna proprio nella Divina Commedia. Ma tra le storie insolite primeggia senz’altro quella della statua in bronzo realizzata da Michelangelo Buonarroti per papa Giulio ii e oggi perduta: pare sia stata utilizzata per forgiare palle di cannone da sparare proprio contro le armate pontificie.

Non è mai stato decifrato il codice contenuto nelle incisioni della Pietra di Bologna; si dice nasconda i segreti iniziatici dell’Ordine dei Gaudenti, monaci guerrieri il cui giuramento ricorda quello dei Templari.

Bologna la Grassa o Bologna Goliarda? Nemmeno l’origine dei tortellini è mai stata stabilita con certezza, e c’è chi sostiene siano stati ispirati nientemeno che dall’ombelico della dea Venere.

La Bologna che emerge tra le righe è una signora altera dai molti volti. Bologna Sacra è quella delle chiese che seguono i percorsi segreti dell’antica città d’acque, di antichi culti dedicati a divinità dimenticate, della Madonna nera che sembra voler schiacciare un serpente lungo 666 archi.

Bologna la Dotta è la città dei numerosi collegi dedicati agli studenti stranieri e racconta di scoperte e rivoluzioni culturali avvenute all’ombra del più lungo porticato del mondo, è la città degli artisti che hanno lasciato un’eredità incancellabile come Niccolò dell’Arca e il massimo capolavoro in terracotta di ogni epoca o le opere di Jacopo della Quercia che Michelangelo studiò per riprodurle nella Cappella Sistina.

Le strade della Bologna Criminale raccontano di delitti all’ombra delle Due torri e di bande che hanno minacciato l’ordine pubblico, come la banda di Ugo Tinti detta dei tatuati ai primi del Novecento, le imprese della banda Casaroli o dei fanatici della Uno Bianca, di dark lady e omicidi efferati commessi in seno alle famiglie più in vista della Bologna bene, dei delitti del dams sui quali non è mai stata fatta chiarezza.

All’interno del volume non manca una guida alle case infestate più famose, compresa la Casa dalle finestre che ridono, resa celebre dal capolavoro di Pupi Avati. Dopotutto, non dobbiamo dimenticarci di Bologna la Gotica, quella che ha dato i natali al mostro di Frankenstein. Come, non lo sapevate? Preparatevi a rovesciare i luoghi comuni che circondano il capoluogo emiliano: è Bologna la Misteriosa quella che emerge da questo sorprendente volume.

I. Benvenuti a… Bononia

Bologna medievale in una xilografia di A. Baruffi.

La leggendaria nascita di Bologna

Un libro sui misteri di Bologna non può che aprirsi su uno degli argomenti più dibattuti dagli storici e dagli archeologici: chi ha fondato la città di Bologna?

La nascita di Bologna è un evento circondato da un alone di leggenda e le origini della città rimangono avvolte nel mito. Una delle leggende in proposito è quella del re etrusco Fero, che da Ravenna si spinse nell’esplorazione delle foreste dell’entroterra con un manipolo di seguaci. Giunto in una pianura lambita da un torrente, decise di costruire un accampamento, che col tempo crebbe fino a diventare un villaggio. La leggenda vuole che la sua sposa, la principessa gallica Aposa, sia annegata durante il viaggio per raggiungere l’amato. Da quel giorno il torrente, che ancora oggi scorre nei sotterranei di Bologna, venne chiamato col suo nome.

Per collegare le due sponde del torrente, Fero fece costruire un ponte con dei blocchi di arenaria. Il ponte venne chiamato ponte di Fero ed è realmente esistito, sebbene sia stato in seguito erroneamente citato dalle cronache come ponte di ferro. La sua antica posizione è stata identificata dalle parti dell’odierna via Farini, all’altezza di piazza Calderini. Si racconta poi che Fero, durante un’estate particolarmente calda, si sia messo al lavoro per dotare il villaggio di una fortificazione. Preoccupata per la sua salute, la figlia si recò da lui per dissetarlo. In segno di gratitudine, il re chiamò la città proprio col nome della ragazza: Felsina.

Un’altra leggenda vuole, invece, che la città sia stata fondata da Felsino, re etrusco discendente di Ocno, il semidio che secondo Virgilio fondò la città di Mantova. Bono, suo figlio, l’avrebbe in seguito rinominata Bononia.

Storicamente, Bononia è il nome che la città assunse dopo l’invasione dei Galli Boi, la tribù celtica di origine boema che si sostituì agli etruschi. Secondo alcuni Bononia significa città dei Boi, ma più probabilmente deriva dalla parola gallica bona che significa città fortificata. Dopo due secoli di occupazione gallica (la cui lingua ha probabilmente influenzato il dialetto bolognese), la città fu occupata dai romani nel 189 a.C.

Va sottolineato che la zona era abitata molto prima dell’avvento degli etruschi, come provano i ritrovamenti, a partire dall’Ottocento, di insediamenti di una civiltà protostorica dell’Età del ferro (circa mille anni prima di Cristo) detta villanoviana.

I villanoviani costituiscono un enigma, così come la lingua che parlavano: non usavano alcuna forma di scrittura ma solo simboli, tra cui anche la svastica. Essi costituivano una civiltà industriosa e pacifica: non c’è traccia di fortificazioni nei loro insediamenti, né di armi nelle loro sepolture. Dopo i villanoviani, nella zona si sono succeduti etruschi, celti, e poi i romani con la conquista di Bononia da parte delle truppe di Publio Cornelio Scipione.

Alla ricerca delle più antiche testimonianze della presenza romana, ricordiamo l’acquedotto del Setta, straordinaria opera ingegneristica che tuttora trasporta in città le acque del fiume Setta, attraverso un percorso sotterraneo lungo circa venti chilometri che parte dai colli di Sasso Marconi. C’è poi la cripta di San Zama, il primo vescovo di Bologna (iii secolo d.C.), anticamente parte dell’abbazia dei SS. Naborre e Felice e oggi situata all’interno dell’ospedale militare in via dell’Abbadia. Vi si trovano pavimenti in esagonette, capitelli corinzi e colonne dell’epoca imperiale romana.

Un reperto di notevole importanza è il teatro romano, scoperto nel sottosuolo di via de’ Carbonesi durante il restauro di un palazzo commerciale sul finire del xx secolo. Il teatro, che si estende tra i limiti dell’isolato compreso tra via de’ Carbonesi e piazza dei Celestini, aveva una struttura a semicerchio di circa settanta metri d’apertura, estesi in seguito a più di novanta metri, con sedili in laterizio e rivestimenti in marmi pregiati d’importazione.

Secondo gli archeologi, sarebbero dovuti all’imperatore Nerone i lavori di ampliamento del teatro, come testimoniato dal ritrovamento, nei pressi di via de’ Carbonesi, del torso di una statua a lui dedicata in veste militare. Pare che Nerone si sia adoperato perché la città di Bononia venisse ricostruita dopo un incendio che l’aveva completamente rasa al suolo intorno al 53 d.C.

Come si sia sviluppato un incendio tanto devastante rimane un mistero, ma questo avvenimento ha scatenato la fantasia di alcuni in merito al fatto che Nerone, circa dieci anni dopo, possa aver causato volontariamente un rogo a Roma allo scopo di poterla ricostruire, esattamente come aveva ricostruito Bologna.

In ogni caso, il comportamento mantenuto da Nerone anche nella circostanza successiva fa pensare a una sua particolare abilità nel gestire le emergenze: durante l’incendio di Roma, infatti, Nerone fece aprire i giardini della sua villa per mettere in salvo la popolazione, e requisì una grande quantità di cibo ai patrizi per sfamarla.

Il mistero delle quattro croci

A delimitare la città di Bononia nei primi secoli di occupazione romana c’erano le cosiddette quattro croci. Per raccontare la loro storia occorre partire dal martirio dei santi Vitale e Agricola, che risale presumibilmente alla fine del iii secolo, durante le persecuzioni ai cristiani volute dall’imperatore Diocleziano. Va sottolineato che i loro resti erano sepolti nel cimitero ebraico a testimonianza, forse, del fatto che fossero di origine giudaica. Di certo è escluso che Agricola fosse un cittadino romano, perché la pena sarebbe stata la decapitazione, e non la crocifissione. I loro corpi vennero riesumati dal vescovo di Milano, Ambrogio, nel 387 in visita a Bologna, città che in quegli anni era sotto la giurisdizione del capoluogo lombardo.

La vita dei due santi è avvolta nel mistero. Storicamente privo di fonti, il loro martirio è noto soltanto dalle parole pronunciate da Ambrogio al suo ritorno a Milano con parte delle reliquie dei due martiri: «Il nome del martire, di cui vi reco le reliquie, è Agricola, e ebbe per suo servo un cristiano, che si nomò Vitale, il quale poi gli fu compagno nel martirio. I suoi nemici per Vitale adoperarono sopra di lui tutte le sorte di tormenti, e il martoriarono sì e per tal modo, che già in tutto il corpo del martire non v’era parte o luogo, ove non fosse lacero già e straziato. All’ultimo poi, con ciò sia che mai non si piegò sant’Agricola, a voler condiscendere in nulla a suoi persecutori, fu crocifisso». Ambrogio afferma altresì che nella sepoltura di Agricola sono stati trovati numerosi chiodi.

Per alcuni studiosi fu proprio Ambrogio, durante la sua permanenza a Bologna, a far erigere quattro croci, poste in cima a colonne di selenite in corrispondenza di quattro delle sei porte esistenti in città, a protezione dell’abitato. Ad avallare questa ipotesi il fatto che le croci vennero intitolate ad altrettante basiliche milanesi fondate da Ambrogio. Tuttavia, altre fonti citano il vescovo bolognese Petronio come fautore del loro innalzamento, durante la reggenza della città.

Di queste croci non ci sono giunte che le copie medievali realizzate tra il x e il xiii secolo, attualmente conservate all’interno della basilica di San Petronio. Purtroppo, le edicole costruite per ripararle in epoca medievale, sorrette da colonne con leoni e grifi stilofori, sono state distrutte dai soldati napoleonici durante il trasloco nella basilica ai primi del 1800.

La collocazione originaria delle quattro croci dà l’idea dell’estensione della città all’epoca: un quadrilatero di poco meno di quattrocentocinquanta metri per lato, per un totale di circa diciotto ettari. La croce dei Santi apostoli ed evangelisti era posizionata dove ora sorgono le Due torri, mentre la croce delle Sante vergini era situata nell’attuale incrocio tra via Castiglione e via Farini: è infatti nota anche come croce di Strada Castiglione. La croce di Tutti i santi, o croce di Porta Procula, era piazzata nei pressi dell’attuale edificio del Reale collegio di Spagna, a sud-ovest della città, in corrispondenza dell’antico teatro romano, mentre la croce dei Santi martiri, o croce di Porta Castello, era posizionata a nord-ovest, nei pressi dell’antico foro romano, dove la via Emilia usciva dalla città.

Per aiutare gli archeologi a tracciare una topografia dell’estensione che in antichità doveva avere Bologna, sono emersi in via Rizzoli nel 1921, durante dei lavori di edilizia stradale, i resti delle cosiddette mura di selenite, la prima cerchia muraria della città, la cui datazione e l’esatta conformazione sono destinate a rimanere incerte.

Per lo scopritore Angelo Pinelli è stato il vescovo Petronio, nel v secolo, a dare il via alla costruzione delle mura. Tuttavia, questa ipotesi non è comunemente considerata attendibile. Spiegheremo il motivo più avanti, cercando di ricostruire le testimonianze sulla vita del santo patrono della città.

È possibile che l’innalzamento delle mura sia antecedente, e risalga all’epoca del declino dell’impero romano d’Occidente, quando scorrerie e saccheggi erano all’ordine del giorno, non solo da parte dei barbari, ma anche degli stessi generali imperiali che si facevano guerra l’uno con l’altro.

Alcuni storici pensano che le mura, realizzate con grandi blocchi di selenite, il minerale gessoso traslucido presente nei colli bolognesi, siano state costruite utilizzando anche i resti di alcuni edifici risalenti all’epoca imperiale romana. Va sottolineato che, prima del declino dell’impero romano, l’organizzazione delle istituzioni era sufficientemente capillare da essere in grado di mantenere la pace. È tuttavia possibile che i romani avessero dotato la città, che godeva di una posizione strategica, di un vallo difensivo: un terrapieno circondato da un fossato alimentato dalle acque del torrente Aposa a oriente e del rio Vallescura a occidente.

Due indizi sull’esistenza di mura così antiche sono rappresentati dal fatto che nel 402 Bologna fu l’unica città a resistere all’assedio di Alarico, il comandante dei visigoti, e dal fatto che l’imperatore Onorio la scelse come rifugio, considerandola particolarmente sicura.

Alcuni sostengono si tratti di una costruzione imperiale risalente alla seconda metà del iii secolo. Per la storica Gina Fasoli, autorevole studiosa di storia medievale e docente all’università di Bologna nel secolo scorso, la costruzione delle mura di selenite sarebbe da attribuire a Teodorico, il re degli ostrogoti che governò la città per più di trent’anni dopo la fine dell’impero romano d’Occidente. Lo storico Antonio Ivan Pini, invece, sostiene che la cerchia è stata costruita dai bizantini tra il 637 e il 641, per difendere la città dai longobardi. Altri le attribuiscono proprio ai longobardi, che conquistarono Bologna nel 727.

Tutte le abitazioni che all’epoca della costruzione rimasero fuori dalle mura vennero progressivamente abbandonate, al punto che nelle cronache se ne parla come civitas antiqua rupta, ovvero rovine della città antica.

Un tratto delle antiche mura di selenite è oggi visibile a palazzo Ghislardi-Fava, in via Marconi, sede del Museo civico medievale.

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