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101 perché sulla storia di Padova che non puoi non sapere
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E-book334 pagine3 ore

101 perché sulla storia di Padova che non puoi non sapere

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Dall'autrice di 101 cose da fare a Padova almeno una volta nella vita

La storia di Padova, così ricca di eventi e di personaggi, merita di essere conosciuta da tutti gli abitanti della città ma non solo. Tentate di rilassarvi e di immergervi in una città che ha solamente alcuni tratti di quella che era. Un tempo, infatti, la maggior parte delle sue strade erano riviere e, se andate a passeggio oggi per Padova, potete immaginarvi il rumore delle sue acque. Le tante storie presenti sono solo un breve trailer della storia millenaria della città. Molti gli episodi significativi e gli aneddoti su grandi personaggi che hanno contribuito a rendere Padova il gioiello che conosciamo oggi. Il motivo per cui Galileo Galilei fosse un uomo da sposare, o come i padovani furono colpiti da una grave forma di amnesia. O chi fosse il povero Beato Pellegrino che non venne mai chiamato per nome, e perché tra padovani e vicentini non corresse buon sangue. Infine, per quale motivo in città si è così affezionati al baccalà, che è un piatto norvegese? Bene, presto saprete rispondere a questi e altri interrogativi su questa splendida città. Tante le storie di gente comune che con l’umiltà del suo operato ha regalato alla città ben più di un granello di immortalità.

Ecco alcuni dei 101 perché più curiosi:

Perché Padova era il paese dei balocchi?

Perché Freud sognava continuamente Padova?

Perché la Fiat non nacque a Padova?

Perché Padova è una città di donne emancipate?

Perché le ultime lettere di Jacopo Ortis erano timbrate “Padova”?

Perché Padova è una città infestata dai fantasmi?

Perché al Santo si contrabbandava tabacco?

Perché la Madonna dei lumini salvò Padova dalla peste?

Perché sant’Antonio venne proprio in Italia?

Perché le foto dei fedeli sono servite durante la guerra?

Perché sulla basilica del Santo c’è il segno del diavolo?

Paola Tellaroli

è nata a Castel Goffredo, in provincia di Mantova, nel 1986. È dottoranda in Statistica, ha vissuto in varie città, finché è casualmente approdata a Padova ed è scattato l’amore. Dopo l’incredibile successo di 101 cose da fare a Padova almeno una volta nella vita, edito dalla Newton Compton, alla proposta di scrivere un secondo libro ha risposto “perché no?”. Ed eccoci qui.
LinguaItaliano
Data di uscita7 ott 2013
ISBN9788854158962
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    101 perché sulla storia di Padova che non puoi non sapere - Paola Tellaroli

    no?!».

       1.

    PERCHÉ CREDIAMO CHE PADOVA SIA STATA FONDATA DA ANTENORE?

    Questa è una domanda scottante, ma tanto vale iniziare dal principio e mettere subito in chiaro alcune cose. Antenore: parliamone, ragazzi! Com’è successo che abbiamo deciso di credere in questa storiella? Non voglio fare quella che smonta millenni di convinzioni o che confuta l’esistenza di Babbo Natale. Perciò, se volete credere alla fantasia popolare questo punto potete saltarlo, vi concedo il beneficio del dubbio.

    Invece, per tutti i curiosi, i diffidenti, per quelli che vogliono sapere la verità anche se può far male, lo so, dirò che la colpa fu di Virgilio. Chissà se sapeva cosa stava facendo, quando scrisse nell’Eneide:

    Antenore poté, sfuggito all’accerchiamento degli achei

    penetrare i golfi illirici […]

    qui egli pose la città di Padova e la sede

    dei teucri, e diede un nome alla gente, e le armi appese

    Virgilio, senza dubbio alcuno, nel poema epico nazionale romano fa discendere il sangue padovano da Antenore, uno dei più illustri reduci della guerra di Troia. A lui una antica leggenda metropolitana attribuisce l’approdo sulle spiagge adriatiche, alla guida di una popolazione chiamata veneta.

    I padovani, dal canto loro, subito approfittarono del testimonial indicato dal poeta, e gli intellettuali non si opposero, tutti tranne Tito Livio. Questo nelle sue Storie accompagna Antenore solo fino allo sbarco e lì lo lascia, senza legarlo in nessun modo alla nascita di alcuna città. Si limita a spiegare che alla caduta di Troia i greci risparmiano solo lui ed Enea «e per un antico vincolo di ospitalità e perché essi erano sempre stati fautori di pace e della restituzione di Elena», aggiunge che Antenore prende con sé un consistente gruppo di eneti provenienti dalla Paflagonia, in Asia Minore, e che nella guerra hanno perso il loro re Pilemène, e li conduce sulle sponde del nord Adriatico, dove sconfiggono «gli euganei abitanti tra le Alpi e il mare», insediandosi al loro posto. Gli eneti in un attimo diventano veneti, mentre Enea sbarcava nel Lazio e diventa il progenitore dei romani.

    Ma perché proprio Antenore? Secondo la leggenda, l’eroe troiano era particolarmente pio e amante della pace, quindi ai padovani forse piacque l’idea di essere eredi dei suoi ideali di pace e di avere nelle loro vene lo stesso sangue degli antichi romani. Così, quando nel 1274 durante uno scavo non lontano dal ponte di san Lorenzo venne alla luce un sarcofago antico, Lovato Lovati non ebbe dubbi e persuase i suoi concittadini che si trattasse delle ceneri di Antenore. Ai padovani piacque l’idea e vennero fatte solenni cerimonie per il ritrovamento.

    Padrini illustri a parte, la storia vera è molto meno appassionante. Padova nacque da un insediamento sorto intorno al 1200 a.C. sull’area che oggi è il cuore della città: tra il municipio e l’università. Il popolo euganeo, che abitò questa regione prima dei veneti, secondo gli antichi scrittori Catone e Plinio discendevano dagli etruschi e il loro nome in greco significava nobile origine. Narra Tito Livio che il dominio degli euganei si estendeva dalle radici delle Alpi fino al mare e che possedevano trentaquattro tra città e castelli. Gli euganei scelsero questa regione – pensate – non per la nebbia e il vino, bensì per il clima mite e la fertilità del suolo, poiché erano un popolo di agricoltori e di pastori. Che fossero originariamente astemi? Comunque, il nome di questo popolo andò dimenticato dopo l’invasione dei veneti o eneti, e di esso non rimane che il nome dei colli e il nome della piccola frazione di Brusegana, anticamente Burgus Euganeus. Scusate, vi ho distrutto un mito. Ma perdonatemi: se uno chiede perché la risposta a volte può essere una sorpresa!

    La Tomba di Antenore, prima dell’abbattimento della Chiesa di San Lorenzo

       2.

    PERCHÉ I VENETI SI DAVANO ALL’IPPICA?

    Fra le nebbie del delta del Po è sorta la civiltà dei venetkens, i veneti antichi. Questo strambo nome, che ricorda un po’ i personaggi di Le avventure di zio Paperone, in realtà è stato trovato su una stele, oggi conservata presso il Museo Naturalistico Archeologico di Santa Corona, a Vicenza. Questa è la prima testimonianza di questo etnonimo, scritto con un alfabeto simile all’etrusco e redatto da destra a sinistra.

    Nei secoli a cavallo del 1000 a.C. queste terre furono il punto di riferimento per gli scambi commerciali tra l’Europa e il Mediterraneo orientale. I veneti importavano ceramiche decorate dalla Grecia, preziosi bronzetti dall’Etruria e paste vitree dai colori sgargianti dall’oriente del Mediterraneo. E i veneti, in cambio cosa offrivano? Proponevano merci che hanno lasciato poche tracce, in quanto deperibili o destinate a processi di trasformazione, come metalli, sale, legname e prodotti dell’allevamento, della lavorazione della lana e i cavalli.

    Se potessimo saltare su una macchina del tempo e attraversare queste terre in quel preciso periodo, ci troveremmo a vagare per pianure punteggiate di centri abitati con ampi spazi destinati all’allevamento dei cavalli. Certamente i veneti erano agevolati nel trattare i branchi equini, grazie alle ampie estensioni pianeggianti a loro disposizione. Proprio questo nobile animale – chiamato ekvo – un tempo costituiva una delle risorse economiche più importanti: già nell’immaginario dei loro contemporanei, i veneti erano noti per la bellezza dei loro destrieri. Infatti, sono ricorrenti nelle fonti letterarie – in particolare in quelle greche – elogi alla velocità nella corsa dei cavalli veneti, che per questo motivo erano ambiti e ricercati sul mercato. Sappiamo addirittura che nel 440 a.C. Leonte di Sparta vinse l’ottantacinquesima olimpiade proprio con dei cavalli veneti e anche il geografo Strabone racconta che il tiranno di Siracusa, Dionigi il Vecchio, per il suo allevamento di cavalli da corsa volle quei famosi puledri.

    Il cavallo – simbolo di ricchezza e prestigio – viene, quindi, allevato, addestrato, sapientemente bardato e commerciato. Tuttavia, la sua importanza va ben oltre gli aspetti economici, fino a diventare oggetto di culto e in qualche caso a essere immolato in onore delle divinità. A testimonianza del loro ruolo restano gli ex voto rinvenuti nei santuari, come le lamine e i bronzetti che raffigurano cavalli e cavalieri. Strabone racconta che i veneti sacrificavano un cavallo bianco a Diomede, eroe divino, domatore di cavalli. Nel Veneto antico, la consuetudine di sacrificare – probabilmente tramite soffocamento o annegamento – e seppellire i cavalli all’interno delle necropoli sembra correlarsi a cerimonie destinate a defunti di particolare importanza sociale. Anche nei santuari era offerto alle divinità il sacrificio di questi animali, sia con esemplari rari, sia simbolicamente con statuette o immagini su lamine. Venivano immolati generalmente i maschi – forse perché le femmine erano preziose per la riproduzione – di età diverse ma di una razza selezionata per la corsa, caratterizzata dalla taglia piccola e slanciata.

    Per fare un esempio, nella necropoli orientale di Padova, in via Tiepolo e via San Massimo, fu rinvenuto un grande tumulo funerario dove fu ritrovato sepolto un uomo con due cavalli.

       3.

    PERCHÉ IL BEATO PELLEGRINO DELLA VIA NON VIENE CHIAMATO PER NOME?

    Sembrerà banale, ma la storia di una città può essere letta anche attraverso il toponimo delle sue vie. Fortunatamente le vie di Padova quasi sempre riportano sulla targa anche il nome precedente, ma non sempre è intuibile il motivo della denominazione, che spesso deriva da una storia davvero interessante. Ad esempio: qualcuno di voi si sarà pur chiesto come si chiamava questo povero Beato Pellegrino a cui è dedicata la via? Ebbene, vi sembrerà incredibile ma aveva un nome e anche un cognome: Antonio Manzoni. Nato nel 1240, dimostrò fin da subito una spiccata sensibilità religiosa, tanto che alla morte del padre donò l’ingente eredità ai bisognosi e decise di darsi alla vita da mendicante. Poi partì a piedi per visitare i grandi centri religiosi in Germania, Francia, Spagna e Gerusalemme, vivendo di carità e aiutando chi aveva più bisogno di lui. Quando Antonio tornò a Padova era in condizioni fisiche disperate e la città non lo accolse. Morì in digiuno e castità sotto un ponte fuori dalle vecchie mura della città nel 1266, conosciuto da tutti solo come il Pellegrino. Dopo la dipartita la città riconobbe la sua santità, lo fece seppellire in una chiesetta che ora non esiste più, mentre alcune sue reliquie vennero conservate nella Chiesa dell’Immacolata in via Belzoni e gli fu dedicata una via con il suo soprannome.

    Ma questa non è l’unica strada con una storia degna di essere raccontata. La via una volta chiamata del Pozzo Dipinto, attuale via Cesare Battisti, si chiamava così perché nel Medioevo in mezzo alla strada c’era un grande pozzo di acqua fresca. Era di grande utilità per tutti i padovani del posto, ma la sua posizione impediva il passaggio dei carri più grossi, perciò il comune decise di toglierlo e interrarlo. Ma dopo qualche giorno uno degli amministratori del luogo fece pitturare sulla facciata di una casa vicina un bel pozzo, come ricordo di quello che c’era un tempo.

    L’attuale via Gorizia, in pieno centro, un tempo si chiamava via Turchia, non si sa bene se perché ci fossero tanti mercanti turchi o perché ci fossero botteghe di usurai poco corretti. Via Manin, che parte da piazza delle Erbe, un tempo si chiamava via delle Beccherie Vecchie perché qui si trovavano le prime becarìe e la domus macellatorum dove venivano uccise le bestie e venduta la carne. E via Belle Parti? Questa è facile: qui si trovavano le prime case in pietra dei borghesi intorno al 1200, mentre le altre erano ancora di legna e coperte di paglia. Via Paolotti si chiama così perché vi si trovava il convento dei frati di san Francesco di Paolo, in dialetto chiamati paoloti. Via Fistomba deriverebbe da felicium tumba, sepolcro dei felici, perché era un cimitero cristiano nel III secolo, o da foss tombà, fosso riempito di terra. Il noto crocevia Canton del Gallo non ha niente a che vedere con la gallina padovana, ma porta questo nome perché fino al 1200 esisteva un’osteria con l’insegna di un gallo. Quella di dare nomi di animali alle osterie era una consuetudine, così che anche gli analfabeti riconoscessero il locale vedendo l’insegna. Via Gigantessa, ora Calatafimi, era chiamata così per un’enorme figura di donna costruita in mattoni che esisteva in un cortile di un palazzo della nobile famiglia Dotto. Via Mortise, ora via Avanzo, è in una località nella quale i padovani ancor prima dell’era cristiana seppellivano i loro morti. In fondo a via Porciglia, dove si trova quello che alcuni chiamano il ponte della crisi perché con un solo marciapiede, vi era una porta della città che si chiamava Portilia, in quanto vicino al fiume dove si trovava un piccolo porto di barche. Via in Vanzo ospita la Chiesa di Santa Maria in Vanzo, che fu costruita con le pietre e coi mattoni avanzati dopo la costruzione del Salone: da questo il nome della chiesa e quindi della via.

    Via Tedesco, ora Seminario Vecchio, si chiamava borgo Tedesco anche prima del Quattrocento, probabilmente perché abitata da qualcuno di questa nazionalità. Nel 1847 il municipio fece cambiare tutte le tabelle vecchie e rotte, e già che c’era pensò di abolire le vecchie definizioni di strada, borgo e contrada per adottare il più moderno via. La polizia austriaca, per evitare che il nome di via Tedesco stesse a significare mandar via il tedesco, impose il nome di via Tedesca. Era già tutto pronto quando, la mattina seguente, si trovò nell’incavo destinato al nuovo cartello una scritta: Via i Tedeschi!. Ci fu gran chiasso in città, la polizia fece immediatamente togliere e distruggere la targa incriminata, vietando anche la – da lei ordinata – via Tedesca. Fu così che la strada restò senza nome per molto tempo, finché le venne dato l’innocuo nome di via Santa Rosa, ora Seminario Vecchio.

    In via Mezzoconio, ora San Pietro, esisteva fin dal 1049 la zecca dove battevano moneta i vescovi di Padova autorizzati da Enrico III di Germania, che aveva concesso loro la città come feudo. Tale officina continuò a fabbricare monete anche sotto la Repubblica Padovana e sotto i carraresi. Sotto l’assedio, per sopperire alla mancanza di denaro e per pagare le milizie, si facevano monete coniate da una parte sola che avevano un valore non intrinseco ma convenzionale, venivano accettate in commercio dagli abitanti, perché, terminata la crisi, lo Stato avrebbe rimborsato con denaro reale. Queste monete venivano appunto chiamate monete di mezzo conio e da ciò il nome della via. Da Mezzoconio si tornava in Stra Maggiore (oggi via Dante) attraverso l’androna dei Calabraghe (ora via San Polo) e via Sant’Agnese. L’androna era così detta perché, «essendo alquanto sozza e remota, serve a molti a calar le brache et evacuar il ventre». Nome altrettanto volgare portava l’ultimo tratto sud di via Zabarella, detto via delle balle o anche "Caca in braghesse, ma non entriamo nei dettagli. Invece, l’attuale via Davila, una laterale di via San Fermo, si chiamava fino a un secolo fa via Fila stretta, che altro non era se non un eufemismo per l’antico fica stretta" e qui i perché si sprecano ma a me piace la teoria che fa risalire il nome al fatto che qui abitassero le vedove di guerra. Ragazzi, non indignatevi per queste parole sconce, si tratta di storia!

    Poi c’era la contrada dei Pellatieri, poi Conciapelli, dove «si conzavano le pelli di cavalli e bovi», tanto sporca e puzzolente da far credere che «nel tempo che la Città provò il flagello della peste, questa contrada fosse esente da tale infortunio perché l’odore della conza fu salutare, né in questa contrada vi perì alcuno». Terranegra invece sembra essersi meritata questo nome per la sua terra scura, buona da coltivare o forse perché anticamente era una zona cimiteriale.

    E la Stanga, perché si chiama così? Questa è una storia carina. La Repubblica Padovana ammetteva che, quando un nobile imputato di omicidio sosteneva il contrario, la lite fra lui e l’accusatore si definisse con un duello fra due uomini che facevano questo per mestiere: i campioni. Nel libro Della felicità di Padova dell’abate Portenari leggiamo: «Era antico costume della nobiltà padovana terminare le liti e le discordie nate per homicidij o per altra cagione. Ognuna delle parti eleggeva un uomo forte e gagliardo del numero delli campioni o bravi. Li campioni combattevano con sacchetti pieni di sabbia. Quella parte il cui campione o bravo era perdente perdeva ogni sua ragione. A questi Campioni era determinato dalla legge un certo stipendio. Diedero li campioni il nome a quella contrada che si chiama il Pozzo del Campione perché in quella habitavano certe famiglie che per denari tal professione facevano. Li campioni denominarono una famiglia Campion di Padova che ancora dura. Il combattimento si faceva un miglio fuori della Porta di S. Croce in un luogo nel quale, perché lo steccato era rinchiuso da pertiche grandi che li padovani chiamavano stanghe, ancor oggi è chiamato la Stanga».

    Come potete immaginare, il popolo accorreva numerosissimo a questi spettacoli, finché nel 1405 il nuovo governo della Serenissima proibì questi duelli, lasciando che a giudicare fossero solo i tribunali.

    Infine, la povera via Anita Garibaldi dovette essere rinominata, perché tutti si sbagliavano con corso Garibaldi. Ma prima di concludere, vorrei dirvi perché la città porta questo nome. Allora, ho deciso di fare affidamento su quanto sosteneva l’abate Giuseppe Furlanetto, illustre archeologo nato a Padova nel 1775. Tralasciando il fatto che lui credeva alla simpatica favola di Antenore, vogliamo confidare nell’intelligenza del buon Furlanetto e dare fede alla sua teoria. Dice, quindi, il Furlanetto che tanti tanti anni fa, quello che oggi conosciamo col nome di fiume Po, si chiamasse Padus. Facile quindi dedurre come la città prese il nome del fiume; infatti si chiamò Padua prima, poi latinamente Patavium e modernamente Padova. Essendo questa teoria appoggiata anche dal celebre professore Andrea Gloria, possiamo ritenerla valida, escludendo la corrente che vuole far derivare il nome da palude, perché palude era tutta la pianura lombardo-veneta e buona parte dell’Emilia fino ai primi contrafforti dell’Appennino, e non solamente i dintorni di Padova. A rigor di cronaca, voglio però riportare anche un’altra teoria, secondo la quale Padova deriverebbe da pataves, il nome del popolo che, nel IV secolo a.C., dimorava in questo entroterra aperto verso il mare, pianura bassa e paludosa. Gli abitanti portavano scarpe grosse e alte, all’olandese, adatte al terreno acquitrinoso. Attenti, che le mode ritornano.

       4.

    PERCHÉ ALCUNI LUOGHI NEI DINTORNI DELLA CITTÀ SI CHIAMANO PROPRIO COSÌ?

    Visto che lo so che poi ci si fa prendere la mano, già vi immagino lì, tutti presi a chiedervi il perché di ogni cosa. E allora vi accontento e vi racconto qualcosa anche sui nomi dei paesi nei dintorni della città.

    Ad esempio, il borgo di Arquà Petrarca prende il nome da arcuatus, ovvero l’arco delle colline che incorniciano il paese, a cui poi venne aggiunto il nome del noto poeta che qui passò gli ultimi anni della sua vita. La località di Bastia deve il suo nome a bastìta, ovvero la fortificazione che difendeva Padova dalle incursioni dei vicentini; il comune di Bovolenta da bova lenta, ovvero il vortice lento, prodotto dal canale Vigenzone che si getta nel Bacchiglione in questa località. La frazione di Brusegana deriverebbe da burnus euglena, borgo degli eugenei, o da burciniga-burcegàna, ovvero ansa di letto fluviale divenuta campagna paludosa, o ancora da brusa canna, perché si trattava di un luogo paludoso, ricco di canneti. Il piccolo centro di Cadoneghe deriva da casa domini episcopi, ovvero casa di proprietà del vescovo, mentre il paese di Casalserugo era un gruppo di case rurali, di proprietà di messére Ugo. Il comune di Conselve era caput silvae, cioè all’inizio della selva; Vigodarzere da vicus de aggere, villaggio sull’argine; e Voltabarozzo da voltare il biroccio quando pioveva, per tornare in città o durante la gara di corsa che partiva da Ponte Corvo per tornare al punto di partenza.

    Vigonza, grande paese dopo Ponte di Brenta, sulla strada per Treviso, è sempre stato un luogo abbastanza ricco di agricoltura, commercio e artigianato. Fu fondato intorno al 600 d.C. dai longobardi che avevano distrutto Padova e si erano divisi le loro terre. Sembra che questa parte di terreno toccò a tal Gunz, e per questa ragione prese il nome di Vicus Guntus.

    Ma un paese vicino a Padova ancora più antico di Vigonza è Limena, il cui nome deriva dal latino limen, liminis, che significa limite, confine. Da questo e da qualche lapide trovata sotto terra, si è capito che il piccolo centro esisteva già ai tempi dell’impero romano e che il segno del confine, probabilmente, era il fiume Brenta che passava proprio nelle vicinanze. Anche Torreglia esisteva ancora in tempo romano, come Taurillia, e non per le tante torri dei patrizi romani o per il grande allevamento di tori e di buoi come pensano in tanti.

    Moltissime sono poi le supposizioni sull’origine del nome di Abano. Lo storico veneziano Jacopo Filiasi, che visse a fine Settecento, sostiene sia di origine ebraica, e che provenga dalla parola abanium, che in quella lingua vuol dire acqua che scaturisce dalla pietra; altri assicurano che derivi dall’antico tedesco bad o abad, che significa bagno. L’opinione più accettata è che il nome abbia origini dal greco aponos, che vuol dire guarigione o anche senza dolore, alludendo così al fatto che i portentosi bagni erano in grado di guarire qualunque male.

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